Vita da cani, E' arrivato il cavaliere! e L'inafferrabile 12

Vita da cani, E’ arrivato il cavaliere!, Milano miliardaria, I cadetti di Guascogna, L’inafferrabile 12, Arrivano i nostri, Anema e core, Accidenti alle tasse!, Io sono il Capataz, Marakatumba, ma non è una rumba!,  Napoleone, Amor non ho! però...però... : Tino Scotti, Walter Chiari, Renato Rascel e le altre (1950-51)

                 “L’attore è un uomo che riesce a eliminare la macchina metallica che lo riprende”
                 Aldo Fabrizi

Giunti alla terza coregia Steno e Monicelli, coadiuvati in sede di sceneggiatura da Sergio Amidei, Aldo Fabrizi e altri, dirigono Vita da cani (settembre 1950; 93 min.), sincero omaggio alla colorita realtà dell’avanspettacolo che - in buona parte - riprende situazioni e personaggi dell’ormai dimenticato Partenza ore 7 (Mattoli, 1945; vedi). In entrambi i casi appare centrale l’apporto della laica e torinese casa Lux (per Mattoli produttrice, ora invece solo addetta alla distribuzione) il cui orientamento “modernista” non può che appoggiare ogni sorta di esaltazione dell’universo di comici e ballerine, descritti come estrose realtà marginali, ingiustamente discriminate (o, se si preferisce, guardate con diffidenza) dall’universo della “gente comune”. Alla centralità di Campanini nel film dell’immediato dopoguerra si sostiuisce quella di un travolgente e inimitabile Aldo Fabrizi nel ruolo del capocomico Nino Martoni: è soprattutto per merito della sua perfetta, umanissima interpretazione che il film possiede un notevole valore poiché tutto intorno a lui - a questo capocomico che deve risolvere i problemi scenici, economici e umani della sua sgangherata compagnia di rivista - si affollano una serie di macchiette senza vita, costrette entro percorsi umani inverosimili e spesso apertamente falsi, volti a dimostrare - non senza cadute nel ridicolo - la bontà delle ballerine e la grettezza dei loro spettatori e qualche volta “clienti”.
Ci sono dunque: l’immancabile brava ragazza Vera (Delia Scala) fidanzata con un rampollo di buona famiglia, fidanzamento (come logico) ostacolato dal padre; l’ex operaia Franca (Tamara Lees) che - stanca dell’alienazione della fabbrica - decide di cercarsi un marito ricco sulle tavole del palcoscenico; Margherita, la giovine ingenua (Gina Lollobrigida), in fuga dalla famiglia, che per evitare i carabinieri si nasconde tra le ragazze della compagnia e finisce per diventare la soubrette principale. Alle situazioni stereotipate - peraltro trattate in modo scorrevole e brillante - seguono snodi narrativi inaccettabili nella loro artificiosa ricerca dell’effetto forte: il padre del “bravo ragazzo” tenta di avere un rapporto sessuale con Vera, viene rifiutato e nel finale viene smascherato come uno squallido ipocrita; l’arrivista Franca - la cui drammatica vicenda è filmata con toni fotografici quasi “espressionisti” (stereotipo nello stereotipo), “fuori asse” rispetto al carattere gradevole delle immagini complessive create da Mario Bava (direttore della fotografia) - ottiene ciò che cerca (un bruttissimo e ricchissimo industriale milanese) ma l’improvvisa ricomparsa dello spiantato fidanzato giovanile (Marcello Mastroianni), ora in versione di affermato dirigente, le provoca un’inverosimile crisi che la porta, li per lì, al suicidio (si butta dalla finestra durante la dfesta di fidanzamento).
Si può dunque osservare che, mentre la pellicola pretende di possedere uno sguardo “neorealistico” su importanti problematiche sociali, naufraga poi in una serie di soluzioni manichee (i poveri sono umili e buoni; i ricchi invece profittatori, insensibili e “sporcaccioni”) totalmente irrealistiche. Nonostante ci si muova da un capo all’altro della penisola, stranamente i personaggi finiscono per ritrovarsi sempre al momento giusto, così da far scattare il necessario colpo di scena. In tal senso appaiono sconnesse anche le simpatiche diavolerie del capocomico: nonostante la compagnia lavori (anche se su malandati palcoscenici), Martoni inspiegabilmente non possiede neppure i soldi per pagare l’albergo e si riduce a una serie di piccole truffe (assegni in bianco e altro) per non pagare il conto. Però logica vuole che Martoni, in quanto uomo di spettacolo il cui nome sta sui muri delle città, non possa platealmente truffare un albergatore di provincia poiché la polizia lo può acciuffare tranquillamente nella successiva città del suo giro di spettacoli (come avverrà a Mlano, ma per puro caso). L’Italia degli anni cinquanta non è quella pluristatale del Settecento dove forse si poteva imbrogliare l’oste a una stazione di posta per poi farla franca, passando una dogana.
Anche il personaggio chiave risente della cattiva sceneggiatura e nel lacrimoso finale - sebbene innamorato di Margherita - la maltratta per farla scappare dalla compagnia e farle accettare un importante ingaggio al Teatro Lirico di Milano. La generosità di Martoni si piega così all’ennesimo colpo di scena fasullo e stereotipato (numerose altre potevano essere le ragionevoli scelte in questa delicata situazione) e precipita nella macchietta melensa.
Insomma la sceneggiatura nelle sue linee guida fa acqua da tutte le parti. Di contro lo sviluppo scenico dei singoli episodi, i dialoghi, le figure, gli ambienti funzionano e regalano uno spettacolo godibile e variopinto. Indimenticabile la parentesi in un paesino toscano (sopranominata Moschina) di nette simpatie comuniste in cui Martoni - travisando il colore politico dell’ambiente - mette in scena un impietoso, farsesco attacco al Piccolo Padre (Stalin) e ai suoi milioni di “morti di fame”. La folla insorge e il sipario viene calato rapidamente.
In generale poi la routine quotidiana della compagnia viene illustrata con una piacevole e arguta ricchezza di particolari (abilmente sottolineati dalla bella colonna sonora “prefelliniana” di Nino Rota): vi si ricorda tra l’altro che la rivista andava in scena nei cinema dopo il film, abitudine che rimarrà tale fino alla metà degli anni settanta, quando tale spettacolo non avrà più senso, eclissato da una lato dai locali di spogliarello, dall’altro dai cinema a luci rosse.
Tra le numerose rievocazioni curiose che appaiono nei dialoghi, spicca quella dei “dischi volanti”: ne parla Martoni allorché, interrogato in questura, cita gli argomenti che furoreggiano nell’opiione pubblica di quei mesi. A partire dal 1945 i media americani avevano iniziato a diffondere scempiaggini intorno a presunti dischi volanti. La campagna serviva - come al solito - a distogliere la gente comune dai culti tradizionali per creare invece assurde aspettative intorno a “superiori abitanti” di altri pianeti. Dopo il famoso episodio di Roswell (1947), si giunge all’altrettanto ridicolo episodio del marzo 1950 in cui si parla di un disco volante precipitato in Messico e di un cadavere di alieno alto 57 centimetri dotato di una testa smisuratamente grande rispetto al corpo. Nello stesso mese vengono avvistati Ufo a Berlino, Buenos Aires, Firenze e Memphis (Tennessee). La Domenica del Corriere e L’Europeo dedicano addirittura copertine a questi eventi moderatamente “destabilizzanti” e così anche il povero Martoni finisce per citarli nei suoi gradevoli sproloqui.
In definitiva il film di Steno e Monicelli targato Lux ripropone gli ideali egualitari del “neorealismo”, li converte in una versione gradevole in cui il pauperismo cerca di evitare il dramma e sfuma nel comico, piange (troppo) sulle presunte miserie del mondo dello spettacolo e porta acqua al mulino di quel modernismo etico (una sessualità più libera, matrimoni “interclassisti” per amore ecc.) che si vorrebbe maggiormente diffuso. D’altro canto però le sferzanti battute di Martoni - che si autodefinisce fabbricatore di soubrette - riequilibrano il fervore laicista e riportano ogni cosa alla giusta dimensione: una diva della rivista - dice con acuta semplicità - consiste solo in due gambe in mostra e qualche lustrino.
Decisamente brutta - anzi bruttissima - risulta invece la successiva coregia Steno - Monicelli: E’ arrivato il cavaliere! (dicembre 1950; 79 min.), facendo perno sulla logorroica e gelida comicità di Tino Scotti, trascrive in immagini la commedia leggera Ghe pensi mi (1949; soprannome dell’esagitato protagonista) di Vittorio Metz e Marcello Marchesi.
Il pretesto è quello di una sorta di città dei barboni alla periferia di Milano la quale sta per essere smobilitata per esigenze “immobiliari” legate al solito riccone di turno. Il nostro “cavaliere” - una specie di vagabondo, ricalcato sullo Charlot di Tempi moderni (1936), che però, purtroppo, parla continuamente - riesce a sventare il pericolo: a Ostia aiuta un ministro dall’aria democristiana in dolce compagnia a non farsi scoprire (la moglie è in agguato) e ottiene in cambio il terreno ove dimorano i suoi amici mendicanti.
Lo spunto narrativo, che verrà poi sviluppato nel più noto Miracolo a Milano (De Sica, 1951), è la scusa per una serie di vignette più idonee al palcoscenico della rivista che alla verosimiglianza fotografica del grande schermo. In ogni caso si dubita che anche spostate in quel contesto possano riuscire divertenti battute del tipo: <lei ha un piano? (si sta ragionando su come salvare un bambino rapito)>, <sì, a coda>. E’ questo tipo di comicità verbale, vagamente ispirata a quella dei fratelli Marx - che si presume divertente - a tener banco dall’inizio alla fine. Ragionevolmente - a partire dalla metà del film - gli autori puntano maggiormente sulle solite donnine svestite per tener desta l’attenzione, esattamente come accadeva nei coevi spettacoli di rivista in cui il pubblico maschile tollerava a stento le scocchezze del presentatore di turno pur di poter ammirare le soubrette.
Scontato il giudizio morale negativo (“escluso”) del Centro cattolico, tanto più che lo scialbo filmetto si permette anche una grossolana satira del potere democristiano, facendo girare per l’intero film questo ministro dall’aria rimbambita che ha fattezze vagamente andreottiane.
Tino Scotti, attore di successo sui palcoscenici fin dai primi anni quaranta (tra l’altro del 1941 era la rivista E’ arrivato il Cavaliere!, sempre di Metz e Marchesi), si era sempre accontentato sullo schermo di ruoli di comprimario. Dopo alcuni film (nei primi anni cinquanta) da comico protagonista, segnati da accoglienze assai tiepide, l’attore tornerà a interpretare nel cinema ruoli marginali.

L’anno successivo ritroviamo Tino Scotti in un film più riuscito ovvero Milano miliardaria (agosto 1951; 90 min.), scritto e diretto dai soliti Marchesi e Metz. Gli autori ritornano sul tema del tifo calcistico che avevano già affrontato da sceneggiatori in Undici uomini e un pallone (Simonelli, 1948; vedi) e firmano questa volta una pellicola assai gradevole, grazie soprattutto alla buona sintonia ottenuta tra un copione ricco di trovate e un cast affiatato ed esuberante, nel quale Tino Scotti, per quanto mattatore, non viene lasciato solo.
La vicenda è incentrata sulla contrapposizione di due tifosi fanatici: il fotografo Luigi Pizzigoni (Scotti), interista pronto a sacrificare tutto alla propria squadra e il parrucchiere Peppino Avallone (Dante Maggio), accanito seguace del Napoli ma ancor più innamorato dell’affascinante signora Vittoria Pizzigoni (Isa Barzizza). Tra scommesse e lazzi di ogni genere si giunge alla sfida finale: in occasione di Napoli – Inter Peppino gioca il proprio negozio contro le grazie della signora Pizzigoni. Segue una complicata trasferta a Napoli dove le due tifoserie si affrontano dapprima a suon di canzoni (basate sull’eterna questione dei “terroni” oriundi che pangono Napoli ma non mollano la “Madonnina”), poi allo stadio. Nel frattempo Vittoria e la fidanzata di Peppino – informate della sfrontata scommessa (la tematica scabrosa costa al film la qualifica cattolica di “escluso”) – piombano a Napoli e vanificano i progetti del parrucchiere innamorato.
Il racconto è vivace, giocato su battute e trovate quasi sempre divertenti, si avvale di una doppia ambientazione (milanese e napoletana) che offre qualche scorcio suggestivo ed inoltre affronta tematiche non del tutto scontate. Il film, il cui titolo allude a Napoli milionaria di De Flippo (un grande successo del 1950; vedi), testimonia con toni bonari la contrapposzione tra meneghini e oriundi nella Milano accogliente e produttiva che tutti conoscono, un tema destinato a rimanere centrale nel mezzo secolo successivo; inoltre ripropone e, a suo modo, caldeggia la questione del tifo sportivo sul quale si fa ampio conto per poter sviare le tensioni sociali, sia quelle suscitate appunto dalla quotidiana convivenza di “etnie” parzialmente differenti, sia quelle relative alla cosiddetta lotta di classe in un’epoca di benessere ancora poco diffuso.
Scotti e Maggio duettano con grande convinzione e garantiscono una simpatica esuberanza agli eventi della narrazione; alle loro vicende calcistiche si aggiunge la brillante storia secondaria del gelosissimo cavaliere Furioni (Mario Carotenuto) la cui moglie Italia (Franca Marzi) passa senza pudori da un amante all’altro.

Nel biennio 1950-51 Mario Mattoli alterna l’intensa collaborazione con Totò a quella con il comico emergente Walter Chiari, con esiti discontinui, anche se salutati da un costante successo commerciale. Il regista di Tolentino dirige dunque l’attore di origini pugliesi in alcune delle sue prime prove da protagonista: contemporaneamente escono infatti I cadetti di Guascogna (settembre 1950; 86 min.) e L’inafferrabile 12 (settembre 1950; 90 min.). Il primo lavoro, girato a Bracciano, è un piacevole film di ambientazione militare nel quale il regista, servendosi di una sceneggiatura di Metz, Marchesi, Age e Scarpelli, tenta l’ennesimo remake de I pompieri di Viggiù (1949). Il racconto è un debole pretesto per inscenare una serie di vivaci siparietti da avanspettacolo che culminano in un vero e proprio spettacolo di rivista al quale partecipa perfino il tenore Ferruccio Tagliavini (intonando la donizettiana Furtiva lacrima). Il cast è nutrito e ben affiatato: Chiari è solo una dei numerosi personaggi e recita in coppia con Tognazzi (al suo esordio cinematografico); ci sono poi Carlo Campanini, Virgilio Riento, l’ineffabile Carlo Croccolo (in questa pellicola appare per la prima volta la sua macchietta del soldato piemontese Pinozzo), Riccardo Billi (spassosa la sua caricatura della Magnani) e Mario Riva. Se la storia è inesistente, i singoli numeri comici - abilmente ripresi e sviluppati lungo il corso della narrazione - sono divertenti, ben scritti e recitati con arguzia (in particolare sono memorabili, quasi surreali, le battute distorte di Campanini, qui nel ruolo di un sergente logorroico e confusionario).
Non manca il consueto elogio della vita errabonda e avventurosa delle compagnie di riviste - un vero Leitmotiv del cinema di quegli anni e di Mattoli in particolare (da Partenza ore sette ai già citati I pompieri di Viggiù) - e uno sguardo indulgente e simpatico nei confronti della vita militare. Il film ottiene un prevedibile ampio successo di pubblico; i critici seriosi invece snobbano il prodotto e parlano di “cretinerie” e di “offesa rivolta al buon cinema universale”.
Ne L’inafferrabile 12 Mattoli invece impiega Walter Chiari quale mattatore unico e si serve di un logoro canovaccio che la sceneggiatura di Steno e Monicelli non riesce a vivificare in nessun momento. Si gioca sull’idea dei gemelli ossia sul fattore del doppio personaggio - l’uno ignoto all’altro, l’uno introverso e timido, l’altro estroverso e sicuro di sé - e sui continui equivoci esso provoca. La girandola dovrebbe essere divertente ma non lo è e si trascina invece in modo fiacco fino all’immancabile felice scioglimento.
Chiari interpreta il ruolo di un imbranato paesano e quello di un famoso portiere (nientemeno che della Juventus). E già qui cominciano i guai del malandato copione: come organizzare i molti fraintendimenti se uno dei due gemelli è figura nota a tutti? Come ridere dello stupore del paesano se si va ripetendo continuamente che il portiere - cui spesso si sostituisce - è famoso in tutta Italia? Ancor prima di fuggire dal paesello (dove ha combinato ogni sorta di pasticci) per confondersi tra la folla romana, il giovanotto (e tutti coloro che lo stanno inseguendo per differenti motivi) dovrebbe sapere di essere il sosia del celebre Ercole Brandoletti.
In ogni caso - a parte queste raziocinanti pignolerie - va riconosciuto che Walter Chiari offre una buona interpretazione nel difficile ruolo “sdoppiato”, misurata, calibrata e priva degli eccessi “bamboleggianti” che invece rovineranno molte sue interpretazioni successive (per Mario Soldati; vedi) e lo porteranno rapidamente a sostenere, in ambito cinematografico, ruoli più marginali o addirittura non comici. Questa volta è la sceneggiatura a mancare di inventiva e soprattutto di dialoghi brillanti, fattore essenziale per ogni farsa che si rispetti.
Intorno al mattatore numerose sono le stelline (Isa Barzizza, Silvana Pampanini, Marilyn Buferd) che cercano di aggiungere la consueta dose di ammiccamenti sessuali (c’è addirittura Yvonne Sanson nel ruolo di se stessa, in una goffa e malriuscita caricatura di Catene, il grande successo popolare dell’anno precedente; vedi) i quali risultano tuttavia blandi e noiosetti (il Centro cattolico comunque affibbia un severo “escluso” alla pellicola) mentre anche il bravo Campanini - nel consueto ruolo di spalla - non va oltre la sbiadita macchietta.
In omaggio alla montante passione per gli sport, l’ultima parte del film mette in scena una vera e propria partita di campionato nella quale il falso portiere riesce - in modo rocambolesco e per nulla divertente - a salvare la Juventus. Il ritmo, già stiracchiato, si blocca completamente per lasciare il posto alla competizione sportiva e per dar modo agli spettatori di “ammirare” le star del pallone (la squadra è composta da veri professionisti).
Se il film naufraga del tutto, va d’altro canto notato come esso contribuisca a infittire la ricca sequela di pellicole tese a esaltare la nuova mania popolare dello sport, abilmente utilizzata dalla politica conservatrice del centrodestra per dare alle masse nuovi, innocui interessi alternativi a quelli della lotta politica. Ricordiamo in tal senso i recenti Totò al giro d’Italia (sempre Mattoli, 1948), 11 uomini e un pallone (Simonelli, 1948) e il successivo Bellezze in bicilcetta (Campogalliani, 1951).
Di poco meglio vanno le cose nel seguente Arrivano i nostri (marzo 1951; 112 min.), sempre diretto da Mattoli, nel quale Walter Chiari gioca un ruolo più defilato mentre, come recita il titolo, il nocciolo della pretestuosa vicenda ha carattere corale.
Un gruppo di amici - composto da piccoli truffatori e commedianti - decide di aiutare un barone squattrinato e pieno di debiti (Giuseppe Porelli) la cui figlia Lisetta (Lisetta Nava) sta per “immolarsi” sull’altare, sposando un ricco affarista cafone, mentre è invece innamorata del suo umile autista (Walter Chiari). La vivace compagine, seguendo la logica narrativa di tanti western hollywoodiani, riesce a salvare in extremis la giovane. Per riuscire nell’impresa il gruppo dovrà dapprima esibirsi in un night club sostituendo Carmen Miranda (interpretata da uno di loro) e i suoi chicos; poi esibirsi in un circo (il circo Togni) il cui lungo spettacolo finale sostituisce la partita di football del film precedente. Se allora Walter Chiari doveva fingersi abile portiere, ora invece deve riuscire a “volare” sul trapezio.
L’insieme è un po’ più solido rispetto alla pellicola sui gemelli poiché ora la sceneggiatura (di Age, Scarpelli e degli esperti Metz e Marchesi), riesce a disegnare un maggior numero di tipi interessanti e meglio intrecciati tra loro. Basti dire che questo innocuo filmetto potrebbe aver ispirato sia il Woody Allen del magnifico Broadway Danny Rose (1984), sia il Billy Wilder di A qualcuno piace caldo (1959). Infatti l’iniziativa dell’ “eroico” manipolo prende corpo in una trattoria di Bologna, dopo un’ampia rievocazione dei meriti del barone, prosegue (a Milano) nell’ufficio di un manager di artisti di varietà (è l’occasione per una serie di piccoli numeri improvvisati) e giunge al proprio apice comico con la divertente esibizione di uno di loro (in un night milanese) truccato da Carmen Miranda e perfino corteggiato dall’affarista “sporcaccione”.
In ogni caso - tolto qualche solitario bagliore - Arrivano i nostri procede in modo meccanico e soprattutto l’intera seconda parte - la lunga sequenza nella villa di Gallarate con il solito girovagare notturno di decine di ospiti variamente indaffarati e l’episodio circense - è piuttosto ripetitiva e stucchevole. Manca tra l’altro un vero comico, capace di suscitare una sana ilarità (Chiari, si è detto, è solo uno del gruppo): basti dire che in fondo il rozzo e laido affarista - che non vede l’ora di impalmare la sua preda - è la figura più colorita e divertente.
Nonostante l’intenzione di imitare gli Americani, il fim appare nel complesso molto “italiano” e ancora piuttosto “arcaizzante”: l’innocente coppia di amorosi, il loro reiterato desiderio di mettere al mondo due bambini e lo sguardo critico nei confronti del venale e frenetico affarista collocano la pellicola ancora nell’ambito delle belle favole di una Tradizione al suo crepuscolo. 
In seguito Mattoli firma una coppia di film animati dalla medesima verve comica e incentrati sulla coppia Riccardo Billi e Mario Riva. Il primo è Anema e core (set. 1951; 90 min; il titolo è quello della nota canzone napoletana, 1950, di Salve D’Esposito) nel quale si racconta un allegro girotondo intorno ad un elettricista-cantante (Ferruccio Tagliavini) il quale è un tipo schivo e canta solo se è certo di non essere ascoltato (l’idea ha quasi certamente ispirato il Woody Allen di To Rome with Love, 2012, con riferimento al tenore che riesce a cantare solamente sotto la doccia; tra l’altro il film di Mattoli era uscito negli Usa già nel 1954 col titolo The Heart Sings). Una coppia di brillanti ladri (Billi e Riva), il datore di lavore (Carlo Campanini) dell’elettricista, un importante impresario (Loris Gizzi) e uno spilorcio avvocato genovese (Giorgio Bixio) cercano invano di convincerlo ad esibirsi in pubblico. Lo farà, in seguito, solo per aiutare una bella coinquilina (Bice Valori) che deve recuperare una forte somma per salvare il proprio fidanzato (Nino Manfredi) dalla galera.
Il pretesto narrativo (la sceneggiatura è di Mattoli, Steno e Maccari) è poca cosa, ma la girandola di eventi che innesca è formidabile, ricca di imprevisti e animata da battute assai divertenti. Sebbene il film non si avvalga di un mattatore (Billi e Riva sono stati, di rado, dei protagonisti) ed anzi soffra un po’ per le “fermate” musicali, anche se di ottima qualità, nell’insieme appare gustoso poiché ogni singolo personaggio è caratterizzato in modo brillante: il commissario di polizia (Bruno Lanzarini), il brigadiere (Guglielmo Inglese), l’accompagnatrice vistosa (Franca Marzi), l’uomo d’affari intransigente (Carlo Romano), l’impresario e la sua pungente moglie (Dorian Gray). Strepitosa la gag, ripetuta ad oltranza, del segretario (Alberto Sorrentino) dell’avvocato, chiamato - per un capriccio dello scorbutico principale - “signorina”.
La pellicola si fa notare anche perché riduce al minimo gli “spasimi d’amore” - la coppia innamorata è totalmente secondaria - mentre una vena sarcastica e cinica si fa largo fino a far diventare la coppia di ladri, da carnefici a vittime di una serie di personaggi (dal negoziante all’avvocato, all’impresario) più astuti ed egoisti di loro. Inoltre la pellicola illumina un’Italia in cui canto lirico e canzone napoletana costituiscono il naturale substrato culturale e rimangono - ancora per poco - i principali riferimenti musicali. Il jazz non si era ancora radicato nella penisola e il rock doveva ancora nascere.
Inutile dire che il film è decisamente migliore di quello girato a Roma, 40 anni dopo, dal blasonato Woody Allen.
Il successo commerciale è buono.
Pochi mesi dopo Mattoli gira il meno riuscito Accidenti alle tasse! (dic. 1951; 90 min.) con un cast molto simile, sceneggiato ancora dal regista e da Steno, questa volta in coppia con Monicelli. Protagonista è ancora la coppia Billi e Riva la quale dà ora la caccia a un presunto grande evasore fiscale ovvero il conte Borracciolo (Giuseppe Porelli) il quale, in realtà, è il solito spiantato millantatore il quale riesce comunque a fare la bella vita e ad accompagnarsi con gente altolocata. In particolare egli cerca di affibbiare una propria amante (Dorian Gray) in sposa ad un ricco principe indiano (Aroldo Tieri) il quale finirà per preferirgli la simpatica figlia (Gisella Sofio) del conte, appena fuggita dal solito collegio femminile. Finale in India (si fa per dire) con il gran khan furente (Guglielmo Barnabò), inutili balli esotici e rischio di pena capitale per tutti.
Sebbene non manchino le gag riuscite - le spassose imitazioni di Gisella Sofio all’interno del collegio (un contesto filmico stantio, riesumato proprio per calarvici ritratti caricaturali), la famigliola dell’esattore delle tasse sempre intenta ad abbuffarsi, i disperati tentativi di un creditore (Gianni Cavalieri) di farsi restituire una somma dal conte - l’insieme appare privo di mordente. Anche la presenza di Alberto Sorrentino, nuovamente nel ruolo di segretario (del conte), non sortisce effetti significativi. Quasi totalmente ambientato in interni, la pellicola soffre inoltre di un impianto fortemente teatrale (richiamando, come sempre, il mondo della rivista).
Il film mostra, inoltre, come il problema della riscossione delle tasse era tale fin dai primi anni della repubblica...
Gli incassi furono piuttosto scarsi.

Renato Ranucci, in arte Rascel, originario di Torino (1912), dopo avere lavorato sui palcoscenici del varietà negli anni trenta e quaranta, si impegna in modo stabile nel cinema a partire dagli anni cinquanta. Dopo numerosi personaggi di supporto, l’attore sostiene il ruolo principale nel modesto Io sono il Capataz (marzo 1951; min.) di Giorgio Simonelli su sceneggiatura di Metz, Marchesi e altri. Si tratta di una prevedibile farsa - secondo moduli stilistici tipici della rivista (non mancano molti numeri musicali) - nella quale Rascel dapprima impersona Rascelito Villa, capo rivoluzionario nel Parazuela e poi Poncho Villa, suo fratello gemello. Il primo diviene presto un arrogante dittatore sudameriano (ma dietro di lui ci sono i servizi segreti, si presume statunitensi, impersonati da Moira alias Marilyn Buferd) mentre il secondo si atteggia ad amico del popolo oppresso e amoreggia con la rivoluzionaria Silvana Pampanini. Balli, canti, rivoluzioni vere e finte si snodano fino all’obbligatorio lieto fine.
Se la vicenda appare priva di interesse - anche se la satira della CIA e delle pratiche dittatoriali, in un’Italia defascistizzata da poco, offre qualche spunto divertente - si notano tuttavia alcune scenette riuscite, soprattutto in riferimento alle smanie dittatoriali del capataz come quella in cui presiede un consiglio dei ministri da una sedia altissima o come quando architetta di ridurre l‘altezza media della popolazione per avvicinarla alla sua (in Italia è ancora fresca la memoria del bassissimo re Vittorio Emauele III).
La pellicola ha un enorme successo e garantisce il prosieguo dei tentativi filmici di Rascel.
Qualche mese dopo esce Marakatumba, ma non è una rumba! (ottobre 1951; 84 min.) di Edmondo Lozzi, montatore assai ricercato e regista occasionale (solo due titoli al suo attivo), un film-rivista nel quale ci si limita a cucire insieme una serie di numeri di avanspettacolo (sul modello del fortunato I pompieri di Viggiù, Mattoli 1949) tenuti insieme dall’esile storiella del ragioniere Filippo De Bellis (Rascel) il quale, innamorato di una attrice di varietà (Marilyn Buferd), la segue fino a divenire, a sua volta, cantante e intrattenitore di successo nel medesimo spettacolo. Nel frattempo una procace contadina (Franca Marzi) lo ostacola, cercando di incastrarlo. Si alternano balli, canti e barzellette (vi figurano anche Napoleone e Cesare, protagonisti del successivo film del comico), qualcuna moderatamente divertente (si nota la partecipazione del Quartetto Cetra, sulle scene dal 1941), ma l’insieme risulta inerte e anticinematografico. Il fiasco è totale.
Carlo Borghesio, concluso il lungo sodalizio con Macario, dirige il comico torinese in uno sgangherato Napoleone (dicembre 1951; 90 min.) nel quale divide le proprie responsabilità con un folto gruppo di sceneggiatori tra i quali compaiono Steno e Monicelli. Rascel ripercorre l’intera vita del condottiero francese all’interno di una serie di scenette scalcinate nelle quali passa costantemente per uno scioccone in balia degli eventi. Non si può neppure parlare di caricatura o di satira di eventi storici poiché le situazioni sono ridotte a misere barzellette, rigorosamente ambientate in interni. Film a basso costo, di matrice teatrale (numerose sequenze potrebbero essere trasportate sulle scene dell’avanspettacolo), esso si rivolge a un pubblico assai popolare e assai indulgente soprattutto per il fatto che il protagonista, intorno al quale ruota ogni evento, non possiede alcuna verve comica.
La pellicola è scandente non solo perché si ostina, come tante del periodo, a confondere varietà e cinema, inverosimile finzione farsesca ed esigenze del racconto fotografato, ma è tale soprattutto perché in nessun momento riesce anche solo a far sorridere. Nè il modestissimo cast che circonda Rascel riesce a migliorare la situazione.
Né la cornice pacifista del lavoro - la statua di Napoleone che pretende di correggere la versione “militarista” delle gesta del generale contenuta nei libri di testo per i ragazzi- possiede alcuna rilevanza poiché il ritratto che si propone (in alternativa a quello “classico”) è quello di un candido inetto e stupido, incapace di governare gli eventi.
Gli stessi difetti si ritrovano nel coevo Amor non ho! però...però... (dicembre 1951; 90 min.) nel quale tuttavia la mano esperta di Giorgio Bianchi riesce a dare maggiore compattezza alla vicenda e a trovare, in alcuni episodi, il gusto per inquadrature di un certo pregio visivo. Ambientata agli inizi del secolo, l’usurata storiella (tra gli sceneggiatori c’è Giuseppe Marotta) prevede un povero vagabondo (Rascel) che salva più volte una giovane (Gina Lollobrigida) dal suicidio, la imbarca con sé in uno stravagante spettacolo di varietà circense (un po’ come accadeva in Vita da cani, 1950) e infine le ritrova pure il fidanzato, il quale era stato messo in galera ingiustamente. Siamo insomma dalle parti dello Charlot degli anni d’oro (tra Il circo e Luci della città) e i toni della regia ammorbidiscono l’insieme e lo calano in luce vagamente crepuscolare, evitando la cadute farsesche più grossolane. Rascel sembra insomma orientarsi verso una migliore, più verosimile e meno giullaresca, caratterizzazione del suo personaggio triste e rassegnato. Inoltre la figura dell’arrogante capocomico Scutipizzo (Luigi Pavese), che prima maltratta la giovane e poi cerca di sposarla con la forza, è una sfocata anticipazione del celebre Zampanò così come la svagata innocenza della Lollobrigida anticipa quella di Gelsomina (La strada, Fellini, 1954).
In ogni caso l’insieme è modesto, la comicità inesistente e nonostante la cornice sia un po’ più curata, la pellicola finisce con l’essere solo un mero veicolo per proporre canzoni, numeri di varietà e generose (per l’epoca) esposizioni di corpi femminili. Come al solito più teatro popolare che cinema. Il pubblico riserva comunque una buona accoglienza alla pellicola.

testo scritto nell’apr. 2010; ultimo aggiornamento ago 2013