Canzone appassionata e Accadde al commissariato

 Il tallone di Achille, Finalmente libero!, Ci troviamo in galleria, Baracca e burattini, Era lei che lo voleva!, Il bandolero stanco, Attanasio cavallo vanesio, Alvaro piuttosto corsaro, La passeggiata, Café Chantant, Serenata amara, Lacrime d’amore, Piscatore ‘e Pusilleco, La Luciana, Saluti e baci, Canzone appassionata, Canzone d’amore, Accadde al commissariato: canzoni e riviste (1952-54)

              “Come i miei trisavoli portavano la corazza segno di forza e di potenza,
              così io, vittima del mondo moderno, porto la gonna, segno di decadenza e
              di compromesso...”
              Alberto Sordi in Accadde al commissariato

Mario Amendola, nato a Recco nel 1910, dirige numerosi spettacoli di rivista negli anni quaranta. Nel suo secondo film, Il tallone di Achille (luglio, 1952; 90 min.), basato su una sceneggiatura di Ruggero Maccari (anche coregista), dirige Tino Scotti in una serie di siparietti comici, più idonei al palcoscenico che al realismo cinematografico.
Il pretesto consiste nell’accordo tra il cavaliere Achille (Tino Scotti) e uno strozzino (Paolo Stoppa) il quale presta al disperato protagonista una cifra milionaria a patto che rimandi il proprio suicidio di una settimana; in tal modo il secondo potrà incassare il lauto premio di una polizza assicurativa. I tentativi di togliersi la vita si succedono poi numerosi ma il nostro eroe ne esce sempre illeso, così da guadagnarsi la fama di invulnerabile...
La pellicola allinea una galleria di modesti numeri comici basati sulla ben nota gelida e logorroica comicità di Scotti (vedi quanto scritto per E’ arrivato un cavaliere, 1950): l’esito è stucchevole, nonostante la presenza di un ricco cast che va da Stoppa ad Aroldo Tieri, da Luigi Pavese a Marisa Merlini. Vi si nota la ripresa della celebre gag pugilistica di Chaplin (Luci della città, 1931) nella sequenza che contrappone Tino Scotti a Primo Carnera e, nel finale ambientato a Castel Sant’Angelo, una caricatura della celebre conclusione di Tosca.
Il pubblico dell’epoca diserta - giustamente - il film.
Mentre Achille, perseguitato da un’ostinata convivente, rifiuta più volte le nozze, il protagonista di Finalmente libero! (nov. 1953; 100 min.), pellicola firmata sempre dal duo Amendola - Maccari, di matrimoni ne porta a termine, contemporaneamente, addirittura sei; come spiegherà al giudice, è stato costretto, ogni volta, dalle circostanze.
La pellicola, incentrata sulla comicità controllata di Carlo Dapporto, è a suo modo divertente e riuscita e, con la sua garbata misoginia, costituisce un necessario correttivo ai troppi drammoni di derivazione operistica che tengono banco nel coevo cinema italiano. In questo caso Enrico Rossi, del tutto disiniteressato al matrimonio, finisce col portarne a termine sei (tra le “fortunate” ricordiamo Alba Arnova, Nadia Gray, Irene Genna), sempre contro la propria volontà. Personaggio mite e sensibile, egli cerca di interpretare al meglio il difficile ruolo di marito, sottomettendosi ubbidiente alle numerose richieste delle consorti. In particolare gli autori, non potendo impostare alcuna gag sullo stress sessuale che sei mogli procurerebbero a qualunque uomo, si scatenano sul tema delle cravatte: ogni consorte desidera vedere il proprio marito con una precisa tipologia di cravatta... C’è poi la spassosa figura del commesso viaggiatore che incontra il protagonista sempre con una moglie differente, con esiti di comprensibile smarrimento. Quando finalmente il gioco viene scoperto e il protagonista finisce in tribunale, la pena (mite) che gli viene inferta lo trova raggiante: ora, in galera col completo a strisce, è “finalmente libero!”.
La pellicola ebbe un successo assai modesto e venne condannata dal Centro Cattolico che le affibbiò il giudizio di “escluso”.
Il tema della poligamia conoscerà numerose altre varianti, spesso fortunate (da Il bigamo, Emmer 1956, a Professione bigamo, Antel 1969).

Carlo Dapporto è anche il protagonista del film d’esordio di Mauro Bolognini, Ci troviamo in galleria (nov. 1953; 90 min.), pellicola sceneggiata dal regista con Steno, Lucio Fulci ed altri, nella quale si narrano, per l’ennesima volta (dopo, tra gli altri, Partenza ore 11, Luci del varietà e Vita da cani), le disavventure di una scalcagnata compagnia di rivista il cui unico punto di forza consiste nelle notevoli grazie di una giovannissima Sophia Loren in uno dei primi ruoli da protagonsta. I nostri eroi girano in teatri di provincia dove, tra un fiasco e l’altro, il capocomico (Carlo Dapporto) scopre il talento di una cantante in erba (Nilla Pizzi). Quest’ultima, condotta a Roma, diviene rapidamente una star della radio, eclissando il proprio Pigmalione (nonché sposo).
Il film si trascina in modo piuttosto anonimo, allineando una serie di luoghi comuni e annacquando il racconto con numerosi, piacevoli ma anche anticinematografici numeri musicali di Nilla Pizzi. Vi sono però alcune curiosità che rendono interessante il lavoro: innanzitutto i numerosi riferimenti ad altri film come il recente Luci della ribalta (Chaplin, 1952) che tratta lo stesso stema ed anche Monsieur Verdoux (Chaplin, 1946), fatto quest’ultimo che testimonia la relativa fama di un’opera in genere considerata “maledetta”, disastrosa quanto a incassi ed ignota ai più. Inoltre vi compaiono i primi esperimenti televisivi che si svolgevano in quell’anno, in previsione dell’inizio regolare delle trasmissioni Rai (gennaio 1954).
Il successo è discreto.

Troviamo Carlo Dapporto (con Delia Lodi e Lauretta Masiero) anche in Baracca e burattini (set. 1954; 80 min.), trascrizione in immagini dell’omonima rivista (1953) di Ruggero Maccari e Mario Amendola da parte di un giovanissimo Sergio Corbucci.
Tralasciando l’inutile cornice fantascientifica a cartoni animati (si immagina uno spettatore alieno per questi numeri di avanspettacolo), siamo di fornte alla consueta, eterogenea galleria di siparietti, alcuni realmente divertenti o suggestivi. In tal senso si segnalano tutti quelli con Carlo Dapporto, intrattenitore sempre brillante e spiritoso (in particolare restano in memoria i numerosi giochi di parole che animano il quadretto della scuola guida per aspiranti automobiliste... ) e il fantastico numero acrobatico della coppia dei due Marcelli, basato su sedie volanti e spettacolari piroette (il numero ricevette entusiastiche recensioni già nell’originale versione teatrale). La pellicola, certamente piacevole, rimane però solo un surrogato del teatro di rivista (i numeri vengono filmati sui palcoscenici e, pertanto, non perdono il loro preciso sapore teatrale).
Gli incassi furono assai scarsi.

Walter Chiari torna a far coppia con Lucia Bosè in Era lei che lo voleva! (marzo 1953; 95 min.), fiacca commedia diretta da Giorgio Simonelli che rovescia la situazione classica di Susanna! (Hawks, 1938) e Colpo di fulmine (Hawks, 1941). Questa volta anziché un serioso professore che si innamora di una giovane scatenata, abbiamo una colta e pedante ricercatrice (Lucia Bosè) di medicina la quale si ritrova a correr dietro a un pugile (Walter Chiari). Dopo i soliti battibecchi di rito si gunge all’inatteso matrimonio che verrà guastato da una rivale dispettosa. Presto però gli equivoci verranno chiariti, grazie all’intervento dell’ottimo maggiordomo (Carlo Campanini) della professoressa e la coppia potrà tornare sotto lo stesso tetto.
In questi anni Walter Chiari si trova a passare in rassegna tutte le attività agonistiche: dopo essere stato un famoso portiere ne L’inafferrabile 12 (Mattoli, 1951; vedi) e uno sciatore ne E’ l’amor che mi rovina (Soldati, 1951; sempre con la Bosé; vedi), eccolo ora campione dei pesi medi. Ciò permette agli sceneggiatori (i soliti Metz e Marchesi) e al regista di intrecciare le debolissime situazioni comico-amorose di una coppia tutt’altro che brillante (colpa soprattutto di una monocorde Lucia Bosé; ma anche Chiari, con la sua galleria di macchiette da teatro di rvista, appare presto stucchevole) con qualche scena di boxe.
Il film è scadente da tutti i punti di vista (recitazione, sceneggiatura, comprimari, musica) e ottiene incassi modesti.

Rascel ritorna sugli schermi con Il bandolero stanco (dic. 1952; 90 min.), il solito mediocre film, questa volta diretto da Fernando Cerchio, in cui troviamo scenette tipiche dell’avanspettacolo all’interno di una pretesa parodia del western (nel duello finale viene citato Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann, pellicola uscita in Italia nell’agosto 1952).
Pepito, un peone stanco della vita, accompagnato dal fedele Paco (Tino Bazzelli), giunge in un villaggio di cercatori d’oro, scopre una miniera, diventa ricco vincendo una fortuna al gioco delle tre carte, tiene a bada il capoclan locale, sfugge agli indiani e si sposa con la cantante (Lauretta Masiero) del paesello.
Film oggi quasi inguardabile, va ricordato per la spassosa partita al gioco delle tre carte in cui il cattivo di turno, mezzo scemo, perde ogni cosa di fronte ad un intimorito e fortunatissimo Pepito. In ogni caso, all’epoca, riporta un buon successo commerciale.
Analogo successo di pubblico ottiene il comico con Attanasio cavallo vanesio (ago 1953; 105 min.), trascrizione in immagini di un musical di Garinei e Giovannini con musiche di Gorni Kramer andato in scena a Roma nel dicembre 1952. La regia è firmata da Camillo Mastrocinque mentre la principale soubrette è Tina Di Mola.
Vi si narra l’ascesa di Leo (Rascel), da “stallino” a fantino del cavallo Attanasio: il giovane lo acquista ad un’asta, i gangster glielo rapiscono, il nostro eroe lo ritrova, corre e vince il gran premio del Messico... Lo spettacolo mette in scena stereotipi del periodo (i gangster americani, le cantanti di colore...), condisce il tutto con qualche canzone e numerosi balletti. Ne nasce una pellicola di intrattenimento popolare, priva di storia, di caratteri interessanti e di gag divertenti, il cui successo deriva da qualche melodia piacevole, dai colori sgargianti e dalle piacevoli ballerine. Insomma semplice teatro filmato, attento agli schemi del musical hollywoodiano.
Il successo dell’operazione teatral-cinematografica porta, l’anno seguente, alla trascrizione in immagini della successiva commedia musicale di Garinei e Giovannini su composizioni di Gorni Kramer, Alvaro piuttosto corsaro (lug. 1954; 94 min.), messa in scena a Roma nel dicembre 1953. La regia è sempre di Camillo Mastrocinque.
Anche in questo caso l’interesse fimico è nullo, tanto più che la messa in scena si limita a riprendere scenari teatrali, senza neppure cercare di rendere l’insieme più “cinematografico”. Tra balletti, mappe del tesoro, isole popolate da sole donne e collegi femminili si snoda una storia puerile; la comicità è assente e l’unico elemento di valore sono le melodie di Kramer.
Questa volta il successo commerciale è solo discreto.

Per il proprio debutto da cineasta, Rascel cambia tono, abbandona gli accenti farseschi e, influenzato dalla recente esperienza de Il cappotto (Lattuda, 1952; da Gogol), si ispira al racconto breve La Prospettiva Nevskij (1835) di Gogol. Inoltre egli si inserisce nel recente filone di pellicole che mettono in scena le case di tolleranza (in particolare Persiane chiuse e La tratta delle bianche, Comencini, 1951-52; Ultimo incontro e Il mondo le condanna, Franciolini, 1951; vedi)). Nasce così La passeggiata (nov. 1953; min.), unica regia del comico romano. Rascel, aiutato da un impressionante numero di sceneggiatori (Turi Vasile, Diego Fabbri, Ugo Guerra, Giorgio Prosperi, Franco Rossi, Cesare Zavattini, Enzo Curreli), si mantiene abbastanza fedele al testo e racconta le peripezie dell’istitutore Paolo Barbato (Rascel) il quale si innamora di Lisa (Valentina Cortese), una donna incontrata per strada e scopre poi che si tratta di una prostituta. Sconvolto e tormentato, di notte la sogna nei panni di una principessa stimata da tutti, mentre di giorno finisce con l’invitarla alla festa della sua prestigiosa scuola dove Lisa finisce addirittura per consegnare i premi ai ragazzi. Alla scoperta, da parte dell’infuriato rettore (Paolo Stoppa), della vera identità della donna, consegue il licenziamento di Paolo il quale, ciononostante, decide di continuare a frequentare Lisa, forse di sposarla. Il film si interrompe a questo punto con una sorta di lieto fine anticonvenzionale mentre il racconto possiede un epilogo tragico: l’uomo viene rifiutato dalla prostituta e si uccide.
La pellicola procede senza infamia e senza lode: gli attori sono convincenti (soprattutto Valentina Cortese che ci dà un’interpretazione realistica e schietta del personaggio, senza infingimenti ed inutili, artefatti rimorsi), l’impianto rimane oltremodo teatrale, le sequenze del sogno appaiono fiacche e monotone (nonostante lo sfarzo dei costumi e qualche bella inquadratura) mentre l’invadente colonna sonora tardoromantica di Giovanni Militello appesantisce il film. Il personaggio del protagonsita è decisamente scontato: l’ennesima riproposizione dell’uomo timido, ingenuo e sprovveduto il quale, per amore, trova inaspettatamente le forze per sfidare le convenzioni sociali. Ritroveremo una situazione molto simile nel migliore Una gita scolastica (Avati, 1983): Carlo Delle Piane, come Rascel, vi interpreta la parte di un professore che, per amore di una donna che ha suscitato scandalo, si licenzia e si isola dal contesto sociale.
La passeggiata riportò uno scarso successo commerciale.

Oltre ad avere filmato le commedie di Rascel, Camillo Mastrocinque gira in quel periodo Café Chantant (giugno 1954; 80 min), un’antologia di numeri di rivista, non particolarmente divertenti, ripresi da differenti spettacoli. Sfilano così Tognazzi e Vianello, il quartetto Cetra (che intonano la piacevolissima “Nel vecchio palco della Scala” di Garinei e Giovannini), le Peter Sisters con numero di Attanasio cavallo vanesio, Aldo Fabrizi nella scenetta televisiva de “Il tramviere”. Nell’insieme si tratta di un film di scarso interesse, tenuto insieme da un vano pretesto (un marito, interpretato da Virgilio Riento, fugge da una serata di bridge per andare alla rivista; la moglie se ne accorgerà... ).
Gli incassi furono assai modesti.

Nell’ambito del melodramma canterino il regista siciliano Pino Mercanti dirige Serenata amara (nov. 1952; 90 min.) nel quale mette in scena la rivalità di due amici (Claudio Villa al suo esordio come attore protagonista e Walter Santesso), entrambi pugili, per una giovane (Liliana Bonfatti). Il primo è anche un valido cantante e il film gli offre l’occasione di intonare numerose canzoni sentimentali. Vicende tanto complicate quanto assurde portano i due a scontrarsi sul ring: il pugile-cantore, senza volerlo, ammazza a pugni l’amico (il quale, pur malato, è salito sul ring). Il finale è tragico, appena corretto dalla realizzata unione amorosa della coppia sopravvissuta, benedetta dall’amico moribondo.
Due anni dopo Simonelli ripeterà personaggi e situazioni in Canzone d’amore.
In Lacrime d’amore (dic. 1954; 100 min.) Mercanti replica il copione di Serenata amara con attori meno noti. Una bella signora inglese (Katina Ranieri), sposata a un ricco e leale finanzere italiano (Otello Toso), si innamora perdutamente di un cantante napoletano (Achille Togliani), fidanzato con una bella e gelosa compaesana (Bianca Maria Fusari). Dapprima la donna lascia il marito e i due figli, poi comprende l’errore e torna sui suoi passi.
In entrambi i casi le vicende sono trattate superficialmente, ambientate in una Napoli che non si vede mai (i film  si svolgono prevalentemente in interni, come melodrammi teatrali) e Mercanti punta soprattutto sulle numerose canzoni (c’è perfino un’intera rivista) e sulle immancabili, stereotipate scene madri.
Successo modesto.

Allo stesso filone appartiene Piscatore ‘e Pusilleco (set. 1954; 90 min.; il titolo è quello della nota canzone napoletana di Murolo e Tagliaferri del 1925), pellicola diretta da un giovanissimo Giorgio Capitani e finalizzata a valorizzare il cantante-attore Giacomo Rondinella, in quel periodo all’apice del proprio sucesso.
La vicenda è più torbida del solito: Salvatore, cantante ed ex pescatore, ama Maria (Cristina Grado) sulla quale ha messo gli occhi un anziano riccone senza scrupoli. Questi, servendosi di Walter (Otello Toso), amante della sorella di Maria e presunto amico della coppia, fa di tutto per screditare la ragazza e separarla dal cantante, riuscendovi pienamente. Per la donna inizia un lungo calvario (sola e abbandonat,a alleva il figlio avuto dal fidanzato e finisce anche in prigione) che termina, però, in modo positivo allorché il cantante capisce gli equivoci e si riunisce alla donna.
Le canzoni sono moltissime (in fondo l’unica cosa interessante della pellicola), la vicenda è un fumettone schematico, gli attori sono poco convincenti e i dialoghi stereotipati. Resta nella memoria qualche bello squarcio della Napoli dei vicoli e delle grandi arterie trafficate del lungo mare.

Siamo sempre in una Napoli canterina con La Luciana (dic. 1954; 90 min.), melodramma firmato da Domenico Gambino (è il suo ultimo film) che vira, questa volta, verso lidi spionistici, trattati cona la tipica genericità di questo genere di pellicole.
Alberto (Corrado D’Alba), giovane pianista di umilissime origini (di padre ignoto), è legato sentimentalmente a Maria (Rita Rosa), la bella figlia di un ricco armatore; al loro legame si oppone però Vincenzino (Gianni Glori), il fratello di lei, dedito a loschi traffici che crede di semplice contrabbando. Quando quest’ultimo scopre la vera natura dei segreti commerci della sua banda viene ucciso e la colpa viene fatta ricadere su Alberto. All’ultimo minuto però la polizia irrompe nel covo degli spioni e salva la situazione.
Molte canzoni e poca sostanza anche in questo drammone che si dimentica appena visto. Incassi modesti.

Dopo Era lei che lo voleva!, Simonelli dirige Saluti e baci (ago 1953; 90 min.), un film antologico in cui un leggero pretesto narrativo (la sceneggiatura è di Age e Scarpelli) lega un insieme di esibizioni musicali.
Vi si immagina che in un paesino in provincia di Viterbo il bambino Tonino, orfano, viva in condizioni di miseria al punto da non avere neppure una cartolina da portare a scuola per le abituali ricerche di geografia. La sua maestra (Catherine Erard) fa un appello alla radio e così tutta Italia sommerge il ragazzino di cartoline mentre i maggiori artisti della canzone dedicano al piccolo alcune loro esibizioni (tra gli altri Nilla Pizzi, Teddy Reno, Yves Monrtand che canta A Paris e Louis Armstrong e il suo gruppo All Stars che suona Struttin with Some Barbecue). Questa vicenda si intreccia con quella di Carlo (Philippe Lemaire), un conduttore radiofonico che cerca di risollevare dal fiasco la propria trasmissione “Voci nuove” e che vi riuscirà proprio grazie all’appello della maestrina. Nel frattempo però un dirigente della radio, che ha acquistato un rarissimo francobolo austriaco del 1831 (!!) per ben 15 milioni, lo affida incautamente a un suo sottoposto; il francobollo finisce sulla corrispondenza per Tonino e viene recuperato in extremis dal proprietario, su una cartolina e per di più col timbro del paesino; eppure l’uomo appare felicissismo e afferma che ora il francobollo vale il doppio...
Il film, una coproduzione italo-francese (i ruoli principali sono coperti da attori francesi), è cosa modesta e serve solo a offrire l’occasione per i suddetti numeri musicali; tuttavia va rilevata la consueta faciloneria e incompetenza che caratterizza i cineasti allorché si avvicinano a materie a loro ignote. Perché parlare di un francobollo austriaco del 1831 quando il Penny Black (il primo francobollo della storia) è del 1840 e il primo francobollo austriaco è del 1850? Così facendo il film, che ha il merito di ricordare (a noi che viviamo in un altro secolo... ) la funzione della cartolina quale strumento di conoscenza in un’epoca in cui era assai più difficile trovare immagini del mondo (la maestra fa lezione di geografia con delle cartoline e ancora il sottoscritto, alla fine degli anni sessanta, incollava cartoline sulle proprie ricerche scolastiche), fa però disinformazione in ambito filatelico. Inoltre ogni collezionista sa che spedire un francobollo dell’Ottocento (raro o non) su una cartolina moderno equivale a distruggerlo e non certo a raddoppiarne il valore commerciale. Cosa ci voleva a verificare cose tanto banali?
Il carattere sentimentale e strappalacrime del racconto ci ricorda che in Italia c’erano due modi per affrontare il dramma degli ultimi: la denuncia desolata all’interno di una logica marxista (la lotta di classe e la rivoluzione) e la trattazione all’interno di una visione fraterna e filantropica nella quale semplicemente chi era più benestante aiutava volentieri i più sfortunati, in una logica solidaristica che però non nascondeva le diseguaglianze come tali, guardava ad esse come ad eventi naturali e non appianabili in maniera definitiva. In tal senso Saluti a baci - come la maggioranza dei film musicarelli - fa parte di questa seconda corrente e possiede un evidente taglio conservatore.
Gli incassi furono buoni.

Pochi mesi dopo Simonelli torna nelle sale con una variante drammatica del film “canterino” ovvero Canzone appassionata (nov. 1953; 100 min.) in cui, basandosi su una sceneggiatura firmata da Luigi Zampa, Mauro Bolognini ed altri, racconta una vicenda abbastanza consueta in modo complicato e stimolante.
La pellicola parte con un omicidio: Lucia Spinelli (Nilla Pizzi) ammazza Alberto Dupont (Gerard Landry) il quale è in partenza alla stazione insieme a Fiorella (Vira Silenti), una ragazza molto giovane. Davanti a un paziente commissario (Umberto Spadaro) dapprima la ragazza racconta la propria versione dei fatti ossia che ella stava lasciando una vita monotona per seguire l’uomo di cui si era innamorata, un impresario di rivista quando Lucia, la sua gelosa amante, lo ha ammazzato per rabbia. Poi è la volta del padre della giovane il quale narra della difficile infanzia di Fiorella, abbandonata da una madre irriconoscente ed allevata soprattutto dalla zia (Elisa Cegani). Infine è il turno dell’assassina la quale racconta tutta un’altra storia ovvero di come da giovane ella sosse fuggita da una casa (abbandonando una figlia) in cui era oppressa dall’incombente presenza di una meschina cognata per seguire un elegante impresario; narra quindi i suoi successi come cantante ma anche le numerose malefatte del suo amante, sostanzialmente un criminale ed infine della decisione di ucciderlo alla scoperta che questi stava per traviare ora nientemeno che sua figlia. Infatti Fiorella si rivela essere proprio la bambina che aveva abbandonato dieci anni prima.
Come si intuisce gli sceneggiatori sono rimasti influenzati da Rashomon (uscito in Italia nel febbraio 1952) ed hanno utilizzato quel modello per raccontare una storia da differenti punti di vista. Per quanto la materia narrativa sia poco più di un banale fumettone (nel solco di quelli coevi di Matarazzo), la struttura narrativa insolita vivifica la materia e mostra come le vicende umane abbiano sempre molteplici sfaccettature e come sia in fondo difficile attribuire tutte le colpa ad un solo soggetto. Lucia ha certamente commesso degli errori, non ha lottato per rimanere accanto a sua figlia, ma alla fine l’ha difesa da un futuro orribile, divenendo una sorta di giustiziera e scegliendo, coscientemente, la via del carcere. Fiorella, dapprima furibonda con la presunta rivale, comprende gradualmente la vera dinamica degli eventi e perdona la madre. Al contrario non la perdona il Centro Cattolico che infligge alla pellicola il giudizio di “sconsigliabile” (comunque non “escluso”), dimostrando di non apprezzare del tutto il tardivo pentimento di Lucia all’interno di una vicenda alquando torbida nel suo complesso, nel quale nessuno dei personaggi - la madre, il padre e la zia - sembra preoccuparsi troppo del destino della piccola, ognuno troppo intento a inseguire i propri demoni.
Il successivo film di Simonelli, Canzone d’amore (ago 1954; 90 min.), è una mediocre variante di Canzone appassionata come pure di Serenata amara.. Al centro nuovamente un cantante (Claudio Villa) e le sue numerose esibizioni canore, un intreccio melodrammatico del tutto scontato che racconta la rivalità di due amici (l’altro è Walter Santesso) nei confronti di una giovane (Maria Fiore) che, però, ama il protagonista; seguono svolte drammatiche del tutto artificiose (Santesso prima cade dalla moto, poi dalle scale, ogni volta finendo immobilizzato in un letto d’ospedale... ) e infine una rivale senza scrupoli (Bruna Corrà) che cerca di fare precipitare gli eventi.
Questa volta non ci sono raffinatezze strutturali, né sorprese narrative: gli attori sono appena decenti e l’ambientazione è statica e alquanto teatrale (il film è quasi tutto in interni). C’è poco da salvare in questo frettoloso melodramma che, tuttavia, ottiene incassi più che dignitosi.
Nel solco del grande successo di Un giorno in pretura (Steno, 1953), Simonelli firma Accadde al commissariato (set. 1954; 100 min.) un film sostanzialmetne a episodi in cui si descrive una giornata di un commissario (Nino Taranto) il cui ufficio si trova nelle immediate vicinanze del Colosseo.
Dapprima giunge l’immancabile compagnia di rivista che lamenta la fuga della soubrette con la cassa; poi un ricercato (Carlo Dapporto) che decide di costituirsi, essendo prossima un’amnistia; nel pomeriggio è la volta di una coppia di crumiri i quali, durante lo sciopero dei mezzi pubblici, portano in giro a pagamento, sul proprio camion, i pendolari appiedati, ma incappano negli scioperanti e finisce in una rissa. C’è inoltre la compicata vicenda di due coniugi (l’abituale coppia Walter Chiari – Lucia Bosé), entrambi dotati di un amante, i quali, perfettamente consapevoli, fingono di nulla fino a quando una pelliccia di visone, giunta in regalo alla moglie non transita, per tortuose vie, all’amante del marito. Allora scoppia una furibonda lite tra le due donne che finiscono in commissariato. Il commissario rimprovera i due furbastri e intima loro di finirla. Poco prima, in una scenetta breve, era dovuto intervenire nell’abitazione di un’altra coppia, su querela della moglie che voleva che venisse trovato il marito in flagrante adulterio con l’amante, nella casa coniugale. In realtà, per un equivoco, il commissario si trova di fronte la querelante con il prorpio amante...
Infine un gran numero di Alberto Sordi (che l’attore interpretava anche sui palcoscenici dell’avanspettacolo) che se ne va in giro per Roma con una gonna la posto dei pantaloni, attira eserciti di curiosi, li arringa (davanti alla chiesa di S. Salvatore al Lauro, vicino al Tevere) con motivazioni vagamente antimoderniste (le donne si atteggiano a uomini e allora lui, per ripicca, indossa una gonna...) e poi cerca di rifilare loro una boccetta di liquido con cui si fanno bolle di sapone.  
La qualità delle storielle è varia e complessivamente modesta anche se vi è un filo rosso che le unisce e cerca di esprimere un preciso punto di vista. Va ricordato, innannzitutto, che fino al 1968-69 erano in vigore due articoli del codie penale (art. 559 e 560) secondo i quali il marito o la moglie potevano querelare il coniuge e farlo andare in galera per adulterio (la pena arrivava fino a due anni). Pertanto i numerosi episodi basati sul tema dell’infedeltà coniugale servono al commissario per ricordare al suo “pubblico”, viziato e superficiale, che ogni individuo deve rispettare le regole del proprio sesso e del patto matrimoniale, senza cedere alle lusinghe di questo o di quello. C’è perfino uan scenetta in cui una donna va a lamentarsi dal commissario per avere ricevuto la cartolina di chiamata al servizio militare obbligatorio; dopo i chiarimenti del caso, il commissario chiede alla donna se per caso non abbia cambiato sesso, toccando un tasto assai delicato per l’epoca. Di fronte al Sordi vestito da donna poi il tema diventa scottante e ripetuti sono gli inviti del commissario al bizzarro venditore affinché rispetti gli obblighi che gli derivano dal suo sesso senonché, nel finale, allorché Sordi viene mostrato nelle vesti di comiziante, si scopre che anch’egli la pensa nello stesso modo ed anzi, il suo travestimento è proprio finalizzato a denunciare la confusione tra i sessi che appare ormai incombente. Insomma il film mette in scena i vizi della modernità (i facili costumi inerenti un universo in cui il benessere si va diffondendo ed in cui la donna possiede una sempre maggiore autonomia economica), li rende oggetto di un preciso umorismo e, in una certa misura, offre un punto di vista conservatore ed alternativo alle novità emergenti.
La visione odierna di film come questo servono anche per misurare l’abissale differenza che separa l’attuale società italiana – che potremmo definire post sessantottina – da quella degli anni cinquanta. Nè è casuale che proprio nel biennio caldo 1968-69 venga abolito dalla corte Costituzionale il reato di adulterio. Il matrimonio diviene sempre più una farsa, la famiglia qualcosa di molto fragile mentre i principali danneggiati sono i figli in tenera età. Anche in tal senso non è casuale che per l’intero film nell’ufficio del commissario ci sia un bimbo di pochi mesi, abbandonato o perso da una madre distratta... .
Non stupisce che la pellicola riceva il giudizio morale positivo del Centro Cattolico.
Tutto questo cinema legato alla rivista e al mondo della canzone è certamente destinato al mero intrattenimento domenicale e non possiede alcuna pretesa artistica; tuttavia esso è abbastanza seguito da un pubblico popolare. Come tale, proprio perché destinato a quel pubblico umile che si sarebbe voluto vedere far la fila per assistere a Miracolo a Milano o Umberto D (De Sica, 1951-52), questo tipo di cinema, antineorealista e impermeabile alle grandi problematiche sociopolitiche, ottiene sempre recensioni pessime da parte della critica molto “impegnata” ed assai poco indulgente nei confronti delle preferenze filmiche dei più ingenui. Tanto più che in queste fiabe teatral-musicali prevale la visione tradizionale del rapporto uomo-donna: in essa la donna attende sempre un gesto dall’uomo che ama ed il matrimonio continua ad essere il coronamento del più importante sogno femminile.