Agente 077 missione Bloody Mary e James Tont operazione UNO

FBI operazione Baalbeck, La sfida viene da Bangkok, La sfinge sorride prima di morire. Stop – Londra , Un tango dalla Russia, Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore, Slalom, Da 077: intrigo a Lisbona, Agente Z 55 missione disperata, Operazione Poker, Asso di picche operazione controspionaggio, Superargo contro Diabolicus, 002 agenti segretissimi, 002 operazione Luna, Le spie vengono dal semifreddo, James Tont operazione UNO, James Tont operazione DUE: nel solco di James Bond (1964-66)

                “Il signor Bond è un tipo orribile, un sadico che uccide
                freddamente i propri avversari... un bruto che si comporta da
                 mascalzone con le donne. In fondo il signor Bond ha la condotta
                di un fascista; avrebbe fatto meraviglie con le SS... e poi non ho
                 mai visto il signor Bond leggere, andare a teatro o a un concerto.
                 Credo che sia un minorato mentale”
                T. Young, regista di Agente 007 licenza di uccidere

Agente 007 licenza di uccidere (T. Young, 1962) esce sugli schermi italiani nei primi mesi del 1963 mentre la seconda avventura di James Bond, Dalla Russia con amore (T. Young, 1963), arriva esattamente un anno dopo. Marcello Giannini, autore di due soli film (entrambi del 1964), è tra i primi a girare una pellicola nel solco del planetario successo ottenuto dall’agente segreto inglese. Si tratta di FBI operazione Baalbeck (giugno 1964; 95 min.)  basato su una sceneggiatura del regista e di Romolo Marcellini, con un cast di tutto rispetto. La pellicola è ambientata in Libano, tra Beirut e le rovine di Baalbeck ovvero la romana Heliopolis.
La vicenda illustra la lotta senza quartiere tra agenti segreti americani e francesi e una potente banda di contrabbandieri d’armi che opera in Libano. Un misterioso agente si infiltra nell’ambiente dell’organizzazione criminale: neppure lo spettatore sa chi sia, rimanendo indeciso tra Dick (Jacques Sernas) e Isabel (Rossana Podestà). La banda appare capeggiata da un archeologo cieco (George Sanders; in Licenza di uccidere c’era un geologo al servizio del malvagio Dr. No) e guidata dal gestore di un night club (Leopoldo Trieste); nei dintorni poi si aggira il losco John Volpi (Folco Lulli)... Fino all’ultimo Giannini mantiene la narrazione in un clima di forte ambiguità e la soluzione finale è decisamente insolita: Dick, che recita alla maniera di Sean Connery, è in realtà la mente criminale mentre l’agente segreto è Isabel. La sparatoria finale tra le rovine archeologiche di Baalbeck chiude l’avventura.
Gli elementi chiave dei primi due Bond (ambiente esotico, musica fragorosa e pulsante affidata all’organico di un’orchestra jazz, omicidi a ripetizione) sono rispettati da Giannini il quale però beffa lo spettatore con l’astuto rovesciamento finale. Certo il budget è povero: fotografia in bianco e nero, sovrabbondanza di scene in interni, esterni quasi tutti notturni; ciononostante l’ottimo cast e il serrato intreccio tengono desta l’attenzione fino allo scioglimento.

Parolini si cimenta nel nuovo genere spionistico con La sfida viene da Bangkok (settembre 1964; 90 min.), pellicola basata su una sceneggiatura del regista, ambientata nella capitale tailandese e incentrata su un misterioso giacimento di diamanti la cui ricca produzione minaccia gli equilibri finanziari mondiali. A capo della miniera agisce uno squilibrato, reduce dai manicomi asiatici, il quale tratta come schiavi i disgraziati che lavorano per lui. L’agente Werner (Brad Harris) viene inviato per fare luce sul mistero: dopo svariate peripezie, individua il giacimento, viene fatto prigioniero dagli sgherri del criminale e si salva in extremis, evitando che la cttadella diamantifera, minata dal pazzoide in fuga, salti in aria con tutti i residenti. Il folle viene linciato dagli inferociti asiatici.
Parolini gira senza entusiasmo e senza estro; fotografa qualche interessante squarcio di Bangkok ma non è in grado di valorizzare l’ambiente esotico. Gli attori sono poco convinti, le sparatorie e le scazzottate abbondano, senza emozionare e la colonna sonora non riesce ad aggiungere nulla.
Lo stile di Bond non abita qui.

Duccio Tessari, giunto al suo terzo film, gira La sfinge sorride prima di morire. Stop – Londra (settembre 1964; 110 min.), bizzarra contaminazione di thriller e spy story scritta dal regista con Guido Zurli. La cornice è quella tipica del cinema di Bond: da Londra una compagnia di assicurazioni invia al Cairo un proprio agente (Tony Russell) per ritrovare una fortuna in lingotti d’oro, frutto di una rapina; alla ricerca dell’oro c’è poi un’intera spedizione di archeologi, nonché la polizia locale. Dopo una prima parte abbastanza vivace ambientata tra il Cairo e le piramidi di Giza, l’intreccio si arena lungo il Nilo, tra presunti scavi e prolisse triangolazioni amorose; non mancano dialoghi di matrice esistenzialista, ripresi dal recente successo del cinema di Antonioni e decisamente fuori posto. Nel finale tutti i nodi vengono al pettine: i criminali, celati dietro differenti mascherature, escono allo scoperto e vengono sconfitti. I lingotti tornano ai legittimi proprietari.
Tolte alcune interessanti inquadrature della sfinge e alcuni scorci del Cairo, il film è modesto.
Gli intrighi della prima parte portano a qualche interessante sequenza di taglio hitchcockiano (durante il viaggio lungo il Nilo il nostro eroe si libera di una cassa contenente un cadavere e rischia di venire scoperto); sono però episodi isolati. Tessari non è in grado di approfondire tale versante e, subito dopo, si perde nel deserto egiziano. Il generico cast certamente non lo aiuta. I colpi di scena finali sono frettolosi e poco sorprendenti.

Goldfinger (Hamilton, 1964) esce in Italia nel dicembre 1964, tra le pellicole natalizie. L’anno successivo sugli schermi compare una consistente schiera di imitazioni italiane che diverrano ancora più numeorse nel biennio 1966-67. Il fenomeno non diviene realmente massiccio poiché il periodo 1965-68 è dominato innanzitutto dalle imitazione dei western di Sergio Leone, ma possiede tuttavia una certa improtanza, attori e registi specifici. Va anche detto che clonare un film di James Bond era assai più arduo che ricalcare un western all’italiana il quale nasceva già come b-movie a basso costo; al contrario le pellicole sull’agente segreto inglese erano (e sono) estremamente costose per scenari, location, scene spettacolari, effetti speciali ecc. Anche per tale motivo le imitazioni non furono moltissime e rimasero – per forza di cose - assai distanti dagli originali.
Una tra le più scadenti è Un tango dalla Russia (noto anche come Agente segreto 070: Un tango dalla Russia; maggio 1965, 80 min.) girato da Cesare Canevari con un cast di attori sconosicuti, in una Venezia quasi irriconoscibile. Film poverissimo (in bianco e nero) racconta in modo confuso le trame di una misteriosa organizzazione che vorrebbe creare una razza di superuomini grazie a un elisir di lunga vita. Un poliziotto (Dan Christian) indaga, rischia la pelle ma riesce infine ad averla vinta. Il cattivo muore nell’esplosione di un motoscafo in fuga (il rimando è alla parte finale di Dalla Russia con amore).
Indeciso tra il fumetto, il film di fantascienza e la spy story - senza possedere la qualità media di nessuno di questi generi - la pellicola è goffa e dilettantesca (trash è il termine con cui si vorrebbe oggi rivalutare una simile cianfrusaglia...).

Tra i registi che si dedicano con maggiore continuità a questo filone troviamo Sergio Grieco che firma (con lo pseudonimo Terence Hathaway, miscelando i nomi di Terence Young e Henry Hathaway) nel 1965 un dittico che ricalca i modelli fin dai titoli: Agente 077 missione Bloody Mary (agosto 1965; 95 min.) e Agente 077 dall’Oriente con furore (settembre 1965, 101 min.). Nel primo film, basato su una sceneggiatura di Sandro Continenza, Leonardo Martin e Marcello Coscia, il nostro agente (Ken Clark), che fa parte della Cia, deve recuperare un ordigno nucleare chiamato in codice Bloody Mary. Sulle sue tracce ci sono però spie cinesi e russe, in competizione tra loro; al posto della Spectre, c’è “Il giglio nero” (ubicato in una clinica estetica nei dintorni di Parigi) guidato dal prof. Betz (Umberto Raho). Il nostro eroe deve vedersela con gli avversari ora in treno (assistiamo a un furioso pestaggio, come già in Dalla Russia con amore), ora su un cargo che viaggia verso Il Pireo. In una Atene moderatamente turistica si svolgono gli ultimi complicati episodi di questo duello a tre, in una sequenza di colpi di scena quasi tutti però ampiamente prevedibili.
Il film possiede un buon ritmo, attori accettabili, dialoghi abbastanza brillanti e scenari interessanti, cosicché risulta complessivamente piacevole pur senza annoverare niente (nè un attore, né una specifica sequenza, né uno scenario) di realmente memorabile. Di buona fattura anche la colonna sonora di Angelo Lavagnino, ovviamente nello stile di quelle bondiane di John Barry.
La seconda puntata, Agente 077 dall’Oriente con furore (ottobre 1965, 95 min.), è mediocre. Questa volta il girotondo riguarda un fisico nucleare rapito da una mini Spectre e ricercato sia da agenti americano, come il nostro 077, sia da agenti russi. Il tutto si riduce ad un’infinita caccia al tesoro, ripetitiva e sciocca (i sicari non usano mai le armi da fuoco e tutto si risolve in continue scazzottate come in un western) negli scenari turistici di Parigi, Madrid e Istanbul. Attori appena sufficienti, ritmo blando, musica di routine (Piero Piccioni), umorismo poco riuscito sono i caratteri di questa fiacca pellicola. Nel finale un piccolo colpo d’ala: il cattivo, inseguito da tutti, fugge con un potente e fantascientifico raggio laser col  quale dapprima dissolve gli inseguitori e poi, colpito da una lancia come in un western hollywoodiano, dissolve se stesso e la barchetta sulla quale contava di prendere il largo.
Notiamo inoltre uno 077 che fugge su un auto dotata di mitragliatori (come quella presente in Goldfinger) e l’ampio finale ambientato in villa su scogliera con donna in pericolo, evidentemente suggerito da Intrigo internazionale (Hitchcock, 1959).

Anche l’argentino Tulio De Micheli e l’italiano Federico Aicardi adottano la stessa sigla in Da 077: intrigo a Lisbona (agosto 1965, min.) nel quale, partendo da un soggetto di Jesus Franco, si racconta un girotondo di agenti segreti e di criminali di una organizzazione spionistica “privata” intorno ai segreti di un fisico nucleare che vive nascosto nella capitale portoghese.
La pellicola è scadente da tutti i punti di vista: intreccio, recitazione (con l’eccezione di Fernando Ray, il capo dei criminali, finito in una pellicola non all’altezza della sua fama; c’è anche Marilù Tolo), valorizzazione di Lisbona (di cui si intravedono solo poche strade), ritmo narrativo, musica. Tra lentezze, ripetizioni e trucchi spionistici piuttosto ridicoli il film termina con una sparatoria in puro stile western (italiano) all’interno di una fortezza abbandonata.
Pochi gli incassi. Da dimenticare.

Di scarso valore è pure Agente Z 55 missione disperata (novembre 1965; 100 min.) girato da Roberto Bianchi Montero a Honk Kong. La scontata vicenda narra il violento carosello che si svolge intorno a un fisico nucleare scomparso per il quale si azzuffano l’agente americano Z55 (German Cobos), bande cinesi e organizzazioni internazionali del crimine. Inseguimenti, sparatorie e scazzottate si susseguono senza alcuna originalità, nè d’altro canto attori, recitazione e dialoghi riescono a tener desta l’attenzione.
Rimane all’attivo del film uno sguardo abbastanza ampio (numerose le sequenze aeree) sulla Honk Kong degli anni sessanta.

Di poco migliore risulta Operazione poker (dicembre 1965; 120 min.), quinto film di Osvaldo Civirani, in cui si narrano le peripezie dell’agente americano S14 (Roger Browne) alle prese con una potente organizzazione spionistica cinese la quale sta eliminando in modo sistematico agenti americani a Ginevra, Casablanca e Copenhagen. La dirige Yun Tao, diplomatico di Saigon (sullo sfondo c’è il conflitto del Vietnam, alle prime battute) che gli americani credeno un loro alleato. La caccia al tesoro riguarda un marchingegno a raggi infrarossi che permette di vedere al di la di pareti e ostacoli solidi (evidente la derivazione dal fumetto Nembo Kid/Superman assai in voga negli anni sessanta), attualmente in dotazione a un giocatore di poker che se ne serve per vincere al tavolo da gioco.
Attori spenti, scazzottate di routine, scenari poco valorizzati, dialoghi banali affondano la pellicola al cui attivo c’è solo un insolito ritmo nevrotico: i morti non si contano così come i repentini mutamenti di scenario. Assai modesti anche gli incassi.

A sorpresa un regista di commedie con intenti di critica sociale quale Luciano Salce si cimenta, a modo suo, in una parodia del genere spionistico con Slalom (settembre 1965; 108 min.), pellicola completamente affidata all’estro comico di Vittorio Gassman.
La storiella è raffazzonata in modo frettoloso e negligente: Lucio Ridolfi (Gassman), in vacanza al Sestriere, assiste a un omicidio di matrice spionistica, viene sequestrato e si ritrova al Cairo dove manipoli di agenti segreti lo inseguono per fargli la pelle. Nel finale scoprirà di avere fatto da esca nei confronti della solita potente organizzazione che stava per affossare l’economia globale attraverso l’immissione di enormi quantità di dollari falsi: metà dei suoi inseguitori, in realtà, voleva solo proteggerlo...
La sceneggiatura è poco ionteressante ed è un mero veicolo per la gigoneria di Gassman il quale sa tener desta l’attenzione e rendere complessivamente piacevole questa esile pellicola, indecisa, tra l’altro, tra scenette comiche e situazioni realmente drammatiche (i morti sono numerosi, in sequenze abbastanza realiastiche). Gli danno man forte anche Adolfo Celi nel ruolo di un amico, Daniela Bianchi in quello di una hostess egiziana e Beba Loncar in quello di un agente Fbi che provvede a manipolare lo sprovveduto Ridolfi. In generale l’impostazione del racconto guarda, oltre ai film di Bond (di cui viene anche ricopiata, nel manifestio pubblicitario, la celebre posa di Sean Connery da un Gassman sornione), al cinema hitchcockiano dell’ambiguità e dell’angoscia. Così  al Sestriere Lucio è l’unico ad avere visto un cadavere fatto rapidamente sparire (si veda, tra gli altri, La signora scompare, 1939) mentre al Cairo è un uomo perennemente in fuga, poiché è stato scambiato per un’altra persona (si veda ancora il recente Intrigo internazionale, 1959).
Da ricordare anche gli squarci urbani della città egiziana, restituita in tutte le sue molteplici caratteristiche.
La pellicola ottiene un enorme successo, avvicinandosi al miliardo di lire di incasso.

Nick Nostro firma con Asso di picche: operazione controspionaggio (dic. 1965; 105 min.) il suo contributo al filone. L’agente Asso di picche (Giorgio Ardisson) deve far luce sui traffici dell’organizzazione “Il ragno” che sta minacciando il mondo da una base sotterranea segreta, situata nel Kurdistan. Ammazzerà il pazzoide e farà saltare l’intero marchingegno ideato dal criminale.
La trama è scontata, l’ambientazione ad Istanbul non offre sorprese, gli attori sono dignitosi ma i dialoghi e le situazioni sono ampiamente prevedibili. La particolarità del film è di muoversi in direzione del fumetto sia per le scene di violenza decisamente più efferate di quelle dei film del genere, sia negli scenari e nei costumi, sempre a un passo dal ridicolo. In tal senso la pellicola anticipa la tendenza “fumettistica” del cinema italiano della seconda metà degli anni sessanta (Diabolik, Bava; Kriminal, Lenzi e Satanik, Vivarelli) che va ad inserirsi nel dilagante successo dei supereroi negativi, inaugurata con il fortunato supercriminale ideato nel 1962 dalle sorelle Giussani. Rimane l’irrisolvibile conflitto esistente tra realismo delle immagini filmiche e sfrenata inverosimiglianza delle situazioni inventate per i disegni cartacei: anche Asso di picche pertanto si muove sempre sul crinale dell’involontaria parodia.
L’unica trovata realmente originale si trova nella conclusione: l’agente rubacuori (come Bond) si porta a casa l’ultima conquista, dimenticandosi di avere lasciato (all’inizio del racconto) la precedente in adorante attesa, nella propria camera da letto...
L’anno successivo Nick Nostro gira un’altra spy story, Superargo contro Diabolicus (dic. 1966; 90 min.), in cui accentua il carattere fumettistico di cui si è detto. L’agente segreto diventa un supereroe in maschera nera e calzamaglia rossa (Giovanni Cianfriglia alias Ken Wood, uno stunt, non mostra mai il proprio volto), un lottatore fortissimo e quasi invulnerabile il quale, dotato dei soliti marchingegni fantasiosi, viene inviato da un imprecisato servizio segreto a combattere il terribile Diabolicus (Gerard Tichy), supercriminale in procinto di attaccare il mondo. Superargo sopravvive a decine di imboscate, si intrufola nella fortezza del nemico (nascosta nel solito isolotto) e fa strage.
Il connubio evidente è quello tra schema bondiano e situazioni tipiche del fumetto Diabolik (in quegli anni di gran lunga il più venduto tra quelli “per adulti”): se il nome viene preso in prestito dal criminale, d’altro canto è Superargo a guidare una magnifica Jaguar due posti bianca (l’abituale automobile di Diabolik). In compenso tutto il resto nella pellicola è sciocco e destinato ad una platea di ragazzi indulgenti: non c’è una precisa ambientazione (l’intreccio si svolge quasi interamente in interni più o meno stravaganti), vicende e personaggi sono convenzionali e manca anche quella vivace colorazione pop che salva alcune di queste pellicole “fumtttistiche” degli anni sessanta.

Già a partire dal 1964 il genere spionistico suscita innumerevoli parodie, genere nel quale gli italiani sono espertissimi. Fulci dirige Franco e Ciccio in 00-2 agenti segretissimi (ott. 1964; 90 min.) la cui sceneggiatura, stesa dal regista con Vittorio Metz e Amedeo Sollazzo, guarda da un lato al recente Dalla Russia con amore, dall’altro al genere delle commedie “balneari” (questo dei film vacanzieri è un filone molto presente dalla seconda metà degli anni cinquanta e si può farlo risalire a Domenica d’agosto, Emmer 1950). Il regista racconta un contorto intrigo riguardante un microfilm con informazioni false, inserito nell’otturazione di un dente di Franco Franchi. Costui, accompaganto dal fido Ciccio Ingrassia – si tratta di una coppia di ladruncoli incapaci – funge da esca per bande di spie russe e cinesi, in guerra tra loro. Il balletto è forsennato, a tratti divertente (basti dire che le istruzioni “in codice” arrivano alla coppia scritte sugli indumenti intimi della cameriera dell’hotel) e, svolgendosi in costa azzurra, coinvolge bagnanti di vario genere (spassoso Aroldo Tieri nell’abituale ruolo di marito gelosissimo e ultrasospettoso). Non mancano spogliarelli, donnine poco vestite di vario genere e perfino una pesante e quasi incredibile (per l’epoca) sequenza che allude a espliciti rapporti omosessuali (Franco e Ciccio, scottati dal sole, si mettono creme idratanti; ma per le numerose spie che intercettano la loro stanza d’albergo, l’impressione è del tutto differente... ). Non sorprende quindi il giudizio pesantemente negativo del Centro Cattolico, in genere piuttosto indulgente nei confronti delle pellicole della coppia di comici siciliani (pellicole ricorrenti nelle programmazioni delle sale parrocchiali dell’epoca).
00-2 agenti segretissimi è un film colorato e brioso, sciocco e adatto a divertire un puibblico senza troppe pretese. Sebbene vi ricorrano precisi riferimenti al recente film bondiano (le scarpe con lama retrattile, in dotazione a quasi tutte le spie; l’inseguimento dei motoscafi verso la fine...), il duo comico, in piena forma, vira costantemente le situazioni verso lo sketch da avanspettacolo, tralasciando un ricalco preciso delle situazioni chiave dei film con Sean Connery (come avverrà invece nella serie James Tont).
La seconda parodia bondiana di Franco e Ciccio si intitola Due mafiosi contro Goldginger (ottobre 1965; 92 min.), è scritta da Alessandro Continenza, Dino Verde e Andrea Sollazzo e diretta da Giorgio Simonelli. Il riferimento è al terzo film dell’agente inglese (Goldfinger costituisce l’apice della bondmania degli anni sessanta) che viene riformulato con alcune trovate divertenti.
Due sciocchi siciliani finiscono nelle trame della organizzazione di Goldginger (un sempre valido Fernando Ray) il quale sta “incapsulando” i personaggi più potenti del mondo (li rende degli automi grazie a delle misteriose capsule impiantate dietro l’orecchio; il ricordo va ovviamente a L’invasione degli ultracorpi, Siegel, 1956), così da assumere il controllo del pianeta. Mentre il “vero” 007 (un George Hilton alle prime armi) viene ammazzato appena entra in azione, Franco e Ciccio riusciranno, attraverso stratagemmi multipli, a rendere innocuo il pazzo Goldginger.
Tra le cose notevole: una delirante partita a scacchi tra Goldginger e Franco che riprende la celebre partita truccata di Goldfinger (scoperti Franco e Ciccio verranno poi ricoperti di vernice dorata...), la fulminea entrata ed uscita di scena di James Bond, la macchina di quest’ultimo, una jaguar (in omaggio a Diabolik, l’altro mito emergente degli anni sessanta) i cui innumerevoli trucchi servono solo a evitare che un vigile dia una multa ai nostri eroi, la valigetta con oggetti truccati (un asciugacapelli che spara ecc.) finisce per sbaglio nelle mani di una giovane coppia con esiti assurdi.
Per il resto il film ricalca senza troppa fantasia le situazioni chiave del film di Guy Hamilton.
Anche questa pellicola del duo comico ebbe un enorme successo commerciale.
Gunti al loro terzo spy movie, con 002 operazione Luna (nov. 1965; 90 min.) Franco e Ciccio, ancora diretti da Fulci (la sceneggiatura è sempre di Vittorio Metz e Amedeo Sollazzo), ci parlano delle prime missioni spaziali sovietiche e ironizzano sul totalitarismo russo. Stranamente la pellicola ripiega sul bianco e nero, nonostante l’enorme successo commerciale dei film precedenti.
Due cosmonauti russi sembrano essersi persi nella stratosfera. Pere evitare figuracce il Kgb, dotato di una magnifica sede a Roma camuffata da centro di bellezza, trova due sosia italiani (due ladruncoli finiti in galera), li fa evadere e li spedisce a Mosca dove verranno dapprima mandati in orbita, poi fatti atterrare davanti alle telecamere ed affidati alle loro presunte mogli. Intanto, a sorpresa, ritornano dallo spazio anche i due veri cosmonauti. Si ritrovano tutti e sei a passare una nottata ricca di complicazioni: Franco e Ciccio, versione sicula e versione russa, vogliono andare a letto con le loro mogli russe; finiranno ad essere tre in ciascun letto matrimoniale...
Farsa sempliciotta, totalmente incentrata sui consueti numeri della coppia comica, girata in un modesto bianco e nero e in interni piuttosto angusti, è una pellicola di routine. I riferimenti alla saga bondiana sono tutti nella prima parte (la migliore) con gli esilaranti riferimenti all’universo sovietico fatto di inefficienze e di totale assuefazione all’autorità imperante (le minacce di fucilazione o di finire alla Lubjanka per la minima disobbedienza si sprecano). Nell’universo missilistico sovietico (le missioni Vostok e Voskhod di quegli anni sono poco documentate e numerosi sono gli interrogativi intorno al loro reale andamento) i militari agiscono con ferrea disciplina, raccontano spudorate menzogne al grande pubblico e, all’interno degli stessi quadri, nessuno osa interferire con le simulaizoni in atto. Favolosa la battuta sulle foto lunari da dare in pasto alla stampa: “usiamo quelle vecchie, tanto sono tutte uguali... “ afferma il funzionario sovietico. In questo senso il film si allinea compiutamente con l’atteggiamento antisovietico tipico sia dei film inglesi sull’agente 007, sia delle imitazioni italiane.
Il film inoltre ha il merito di evidenziare un certo scetticismo generale intorno alla veridicità delle imprese spaziali dell’epoca, prima che iniziasse la missione Apollo, quella del primo allunaggio datato luglio 1969 (oggi contestato da molti).
Il quarto film bondiano della coppia comica, Le spie vengono dal semifreddo (luglio 1966; 85 min.), è il peggiore. Scritto da Castellano e Pipolo, affidato ad un regista inadatto quale Mario Bava, il film manca di umorismo e trova qualche piccolo spunto solo in trovate semihorror (la piscina coi piranha che riduce a scheletri i malcapitati) e nei robot-femmina (derivati dalla creatura di Frankenstein in un’epoca in cui la saga degli zombie non era ancora iniziata) con il loro indimenticabile balletto demenziale. Tutto il resto affoga nella noia.
Franco e Ciccio, portieri d’albergo a Roma, si battono contro Goldfoot (Vincent Price) che sta elminando i maggiori generali del pianeta per divenirne il padrone. La vittoria arriva in un finale modellato su Il dottor Stranamore (Kubrick, 1963) con i nostri eroi che, dopo aver sconfitto il pazzoide, si lanciano da un bombardiere a cavallo di una bomba atomica...
I riferimenti del film sono numerosi (il titolo riprende quello del validissimo La spia che venne dal freddo, M.Ritt 1965 derivato dall’omonimo romanzo di Le Carré) ma non sono sufficienti a garantire l’interesse del racconto. Le gag poi sono infarcite di richiami all’attualità (caroselli, pubblicità dell’epoca ecc.) rendendo ancor meno facile (per spettatori di epoche successive) la comprensione di numerose battute. Il ricorso all’accelerazione delle immagini in gag che si vorrebbero eredi del cinema muto peggiora le cose.
Da ricordare la presenza di una giovanissima Laura Antonelli al fianco dei due agenti segreti “siciliani”.

Bruno Corbucci, al suo secondo film, mette in piedi una surreale parodia dell’agente 007 con James Tont operazione UNO (settembre 1965, 88 min,) nella quale l’agente 007 e mezzo (Lando Buzzanca) del MI5, ma di origini sicule (James Tont sta per Giacomino Tontonati), deve sventare il complotto di Goldsinger il quale intende far saltare il palazzo dell’Onu su ordine dei Cinesi. Questi ultimi si sono infatti irritati per il fatto di non essere stati ammessi in quel prestigioso consesso (dove invece veniva riconosciuta la Repubblica cinese di Taiwan; la situazione muterà nel 1971 con l’ingresso ufficiale di Pechino nel palazzo di vetro).
Nonostante la pellcola (codiretta da Gianni Grimaldi, al suo esordio; in seguito regista di numerose farse costruito intorno al comico Buzzanca) tiri in ballo la Cina comunista ed il suo coflitto con il blocco occidentale, la messa in scena di Corbucci punta tutte le carte su invenzioni surreali e del tutto apolitiche.
Il racconto viene modellato su quello di 007 missione Goldfinger (vi sono situazioni e dialoghi ripetuti alla lettera, con le necessarie distorsioni comiche; così l’Aston Martin si trasforma in una simpatica cinquecente iperaccessoriata ecc.) ma quello che conta è il carattere onirico dell’insieme con Tont che attraversa l’Atlantico a nuoto, un topo-agente segreto che parla e soccorre l’eroe anglosiculo, una cinquecento che cambia completamente colore schiacciando un semplice bottone, accendino e sigaretta che funzionano da cornetta e microfono di un immaginario telefono e così via. Il tutto arricchito da esterni di tutto rispetto (riprese aeree di New York, squarci romani e londinesi) e un utilizzo ricchissimo di contributi musicali interni (l’intero conto alla rovescia finale è scandito dal coro Va’ pensiero dal Nabucco; Goldsinger è un magnate dell’industria discografica...) ed esterni (un perfetto e simpatico ricalco delle musiche di 007 missione Goldfinger) al film.
Questo impianto spassoso e temerario piacque moltissimo al pubblico che decretò un notevole e inatteso successo alla pellicola di Bruno Corbucci.
Scontata quindi l’apparizione di James Tont operazione DUE (febbraio 1966, 90 min.) in cui DUE sta per Distruzione Urbe Eterna. Il nostro agente siculo-londinese deve sventare il piano di un supercriminale che ha messo insieme un ordigno nucleare con cui far saltare per aria San Pietro, non prima di essersi impossessato dei tesori del Vaticano. Il piano non potrà che fallire all’ultimo secondo.
Il canovaccio, ambientato tra Ginevra, Londra e Roma, è questa volta ripetitivo: situazioni e personaggi sono clonati dal recentissimo Agente 007 Thunderball (uscito in Italia nel dicembre 1965) senza però che gli autori (Corbucci e il suo esercito di sceneggiatori) riescano a inventare qualcosa di realmente divertente. Anche la vena surreale del primo episodio si rinnova solo in un paio di sequenze demenziali. Gli esterni non sono valorizzati, il corredo di trucchi è poco originale e la musica ricalca quella di John Barry, senza troppa convinzione.
Rimane nella memoria solo il tentativo di fare una caricatura dell’universo beat londinese (siamo quasi al culmine della beatlesmania) con Buzzanca travestito da capellone, obbligato a conciarsi da barbone (la vanteria più frequente è quella di non lavarsi da mesi) per farsi accettare nel letto di una delle tante scatenate fan del quartetto di Liverpool. Se un qualche  atteggiamento politico (di taglio conservatore) timidamente sembra emergere dal film, esso non riguarda tanto le classiche questioni della guerra fredda, bensì è presente in questa evidente  presa di distanza da una sinistra giovanile, percepita come sconclusionata e vanesia.
Il film ebbe comunque un notevole successo di pubblico.

A livello concettuale queste pellicole (Bond e imitazioni) contengono un’implicita e perfino inconsapevole riaffermazione di una visione patriarcale, del tutto inattuale negli annis essanta. L’agente segreto è l’uomo forte, il guerriero che non teme le avversità, che è naturalmente portato al comando e che considera la compagnia femminile secondaria, sottomessa e intercambiabile. L’eroe non si innamora mai (le vicende amorose non esistono in queste pellicole o hanno una funzione del tutto marginale), al massimo prova una generale tenerezza per le sue partner ed è pronto a sostituirle alla prima occasione. La donna è prima di tutto un oggetto di svago sessuale per il protagonista e, di riflesso, per il pubblico che ne osserva le gesta. L’evidente destinatario di questo genere filmico è quindi uno spettatore maschile e conservatore, sostanzialmente estraneo alle mode femministe e ai discorsi sull’uguaglianza tra i sessi, tipici di tutto l’illuminismo, del progressismo culturale e cinematografico quale risultato della profonda e imponente corrente culturale massonico – marxista. Dunque l’intera cultura “alta” degli anni sessanta – laica, illuminista e matriarcale - guarda con diffidenza ed aperto disprezzo a Bond e seguaci (allo stesso modo considererà il western all’italiana e il giallo all’italiana di matrice argentiana, generi che ripropongono la medesima visione patriarcale). La Pravda arrivò a parlare apertamente di un James Bond “nazista”.
A riprova di questa evidente frattura culturale e politica – tra cultura “alta” e “bassa”, cinema d’autore e di genere – citiamo, tra gli altri, un critico dell’Avanti! che, in quegli anni di entusiasmo per Bond, scrive: “come i libri pornografici... stanno all’erotismo, così l’agente 007 (e i suoi simili...) sta alle tendenze fasciste dell’animo umano; ... è il simbolo del mito della violenza come risolutrice dei conflitti, della teoria manichea dei “cattivi” da polverizzare con ogni mezzo e dei “buoni” da far trionfare... perfino il modo con cui 007 possiede e molla femminine, considerate come animalucci inferiori da sottomettere... rientra perfettamente nel quadro clinico di una psicologia fascista”(1965). Come si nota il quadro degli stereotipi culturali è completo. Il recensore dell’Avanti! – un giornale non estraneo ai finanziamenti del sistema sovietico il quale aveva di recente risolto, non con i fiori, le problematiche dell’Ungheria (1956) e di Berlino (innalzamento del muro, 1961) – accusa la cinematografia di Bond e seguaci di avere una visione crudele e violenta, financo fascista (termine che era obbligatorio inserire all’epoca, anche quando non significava nulla: come noto Gran Bretagna e Usa non hanno mai conosciuto governi fascisti) della realtà. D’altronde quei “cattivi” cui si fa riferimento sono quasi sempre agenti comunisti la qual cosa contribuisce a far crescere l’irritazione evidente del recensore il quale è anche scocciato dalla riesumazione moderna del mito del Don Giovanni il cui successo (connesso al favore planetario accordato alla saga di Fleming) è di evidente ostacolo al progressivo affermarsi di una logica ottusamente paritaria o, meglio ancora, matriarcale.
Perfino Terence Young, il regista di Licenza di uccidere, Dalla Russia con amore, Thunderbolt sembra odiare (vedi citazione iniziale) il personaggio che ha portato sullo schermo e che gli ha dato una certa notorietà; gli addebiti che gli muove sono ancora quelli tipici della cultura “alta”: fascismo, visione patriarcale, indifferenza per la cultura e implicita assenza di autentico spirito umanitaristico (la religione laica del Novecento... ).