Alfredo, Alfredo

Alfredo, Alfredo: lo schiavo di sua moglie (1972)

                "Essere nelle sue mani una cosa sua, dal       mattino alla sera, dalla sera alla mattina,      insieme sempre..."
                (Alfredo)

Dopo i modesti Serafino (1968) e Le castagne sono buone (1970), con il suo ultimo film Alfredo Alfredo (min. 106, settembre 1972) Germi ritrova in parte la felice vena caustica che aveva segnato le sue commedie del periodo 1961-67. Insieme con gli abituali sceneggiatori Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli, il regista genovese racconta la storia di Alfredo Sbisà (Dusti Hoffman), timido impiegato bancario sedotto e schiavizzato dalla esuberante e paranoica farmacista Mariarosa (Stefania Sandrelli). Dapprima incredulo e felice, poi progressivamente impensierito, scosso e turbato dalla malata possessività della moglie, Sbisà finisce con il fuggire dal domicilio coniugale per trovare rifugio presso la libertaria Carolina (Carla Gravina). Ottenuto finalmente il divorzio sposa malvolentieri la nuova compagna: forse l'incubo è destinato a ripetersi.
Germi ottiene l'inattesa adesione al suo progetto del divo hollywoodiano Dustin Hoffman, reduce dai successi di Little Big Man (Piccolo grande uomo, Penn 1970) e Straw Dog (Cane di paglia, Peckinpah 1971) il quale coglie l'occasione per ripetere, con minore estro, il ruolo del simpatico imbranato che lo aveva reso celebre con The Graduate (Il laureato, Nichols 1967); accanto a lui Stefania Sandrelli non sfigura minimamente, mettendo a fuoco uno dei più originali personaggi della sua carriera. La pellicola brillante e ben ritmata ottiene un notevole successo anche se dietro i fuochi d'artificio di una sceneggiatura ricca di trovate, si percepisce la forzatura meccanica e la scarsa umanità dei personaggi che, con le loro piccole manie, finiscono con lo scivolare nello stereotipo macchiettistico.
Ambientato in una cittadina di provincia (Ascoli Piceno), la kafkiana odissea di Alfredo perseguitato dall'invadente amore di Mariarosa, ben condotta nella parte iniziale (l'incontro, il fidanzamento, il matrimonio) diviene stanca ripetizione nell'episodio della gravidanza isterica per sfociare, con la fuga di Alfredo (ironicamente ispirata dal televisivo Conte di Montecristo) e l'improbabile uscita di scena di Mariarosa (dai due terzi del film non abbiamo più sue notizie in una svolta narrativa incoerente e lacunosa che fa scomparire il personaggio più interessante della commedia) in una parte finale divorzista, dove i personaggi divengono di colpo schematici portatori di un messaggio ideologico modernista, in favore della recente legge Fortuna-Baslini (1970) varata dal governo di centrosinistra presieduto da Colombo; né le accennate perplessità del protagonista al secondo matrimonio appaiono realmente motivate e sufficienti a lanciare una fondata accusa all'istituto matrimoniale in se stesso.
L'impianto narrativo appare poi largamente debitore nei confronti del capolavoro ferreriano L'ape regina. Una storia moderna (1963; vedi), pellicola dove, con maggiore cattiveria e con migliore uso del registro del grottesco, si lanciava una pesante accusa a una certa tendenza matriarcale della donna cattolica italiana. Nella parte centrale del film, Germi copia senza scrupoli situazioni ed eventi (Mariarosa incinta segrega Alfredo in uno scantinato dopo averlo obbligato a coiti pluriquotidiani per essere fecondata; si ripete perfino la gag dell'uovo sbattuto, già presente in una divertente sequenza del film degli anni sessanta). In definitiva però all'apologo nero e fortemente misogino di Ferreri, Germi contrappone un quadro più articolato e rassicurante dove la comprensiva Carolina riscatta le nefandezze dell'abietta Mariarosa.

La pellicola é divisibile in tre atti: la seduzione, il matrimonio e la fuga. All'interno di ciascuna parte Germi organizza la narrazione intorno a gustosi microeventi elaborati secondo un'abile tecnica della ripetizione in crescendo capace di trasformare eventi normali, se singolarmente presi, in inquietanti incubi: nella prima parte ecco le lettere, le telefonate amorose, la caccia al tesoro; nella seconda gli orgasmi urlati (si noti la divertita e ammiccante citazione del treno che entra in galleria al momento dell'amplesso dal celebre finale di North by Northwest, Intrigo internazionale, Hitchcock 1959), i litigi con la servitù, gli accoppiamenti ossessivamente ripetuti e la gravidanza isterica; nella terza l'amore furtivo della nuova coppia, la propaganda divorzista e l'ultima difficile convivenza. Ogni elemento narrativo, dapprima proposto come "inoffensivo", viene poi iterato secondo un'intensificazione irralistica che sfocia in situazioni generalmente esilaranti. Ma se i singoli episodi possono essere più o meno riusciti, costituendo quasi una galleria di separati cortometraggi, l'insieme appare frammentario e privo di organicità. Ne è una lampante riprova la brusca svolta attuata con la terza parte, quasi un altro film, dove la tematica centrale viene accantonata (l'amore esclusivo e vampiresco di Mariarosa) per passare a riflessioni sociali generali, poco attinenti alla specifica mostruosità della protagonista.
Le figure risultano in definitiva creature curiose e bizzarre, calate in un contesto inopportunamente realistico (l'ambiente provinciale, le gite in montagna ecc.), creature tutte funzionali soprattutto alle folli stravaganze dell' "ape regina", vera e unica memorabile protagonista del film. Da questo punto di vista il tentativo abbastanza evidente di costruire un film divorzista, il cui segreto scopo sembra essere un aperto sostegno alla nuova e contestata legge Fortuna, appare poco riuscito a causa del carattere patologico ed estremistico dei suoi personaggi: l'incontro-scontro tra una paranoica aggressiva e un ultratimido.
Il linguaggio filmico propone una scrittura convenzionale in cui si abusa dei primi piani e degli zoom mentre una modesta colonna sonora di Rustichelli conferisce una generica patina di vivacità allo scorrere delle immagini. L'unico elemento originale è costituito dal (discontinuo) tentativo di articolare il racconto secondo i moduli di un monologo interiore condotto da Alfredo in cui le immagini e il sonoro vengono filtrati e commentati dalla sua critica e spesso graffiante percezione degli eventi.