Dial M for Murder

Dial M for Murder e A Perfect Murder (1952-98): una perfetta sintonia - parte seconda

                 Margot. Do you really believe in perfect murder?
                   Max. Absolutely - on paper. And I think I can plan one
                   better than most people - but I doubt if I carry it out
                   Tony. Why not?
                   Max. Because in stories things turn out as the author plans to...
                   In real life they don’t - always.”
                   Knott, Dial M for Murder (atto II, scena I)

Frederick Knott (1916-2002), scrittore inglese poco noto in Italia, ottiene un grande successo con la rappresentazione a Londra (e poi a New York) del dramma teatrale in tre atti Dial M for Murder (il testo è inedito in Italia).
Nel primo atto Tony Wendice, marito della ricchissima e infedele Margot, invita a casa propria Swann, un tempo compagno di college, ora spiantato e mezzo criminale e riesce a convincerlo ad ammazzare la propria consorte per sole mille sterline. Il marito ha ideato un piano complicato e, a suo dire, sicurissimo; Swann, seppur riluttante, accetta.
Nel secondo atto Tony lascia a casa sola Margot e si reca a un club per una festa tra amici al fine di crearsi un alibi di ferro. Alle 23.40, d’accordo con Swann che nel frattempo si è introdotto nell’abitazione dei Wendice, telefona a casa: la moglie si alza dal letto e mentre risponde alla chiamata, viene aggredita dal sicario. La donna riesce non solo a difendesi, ma addirittura ad ammazzare l’aggressore. Tony, sconvolto (per il fallimento del piano), rientra precipitosamente a casa e cerca di eliminare qualunque sospetto sulla sua persona e sulla macchinazione messa in atto. Vi riesce talmente bene che Margot viene arrestata per omicidio volontario e successivamente condannata alla pena di morte (la giuria crede che Swann ricattasse la donna, mediante una sua amorosa missiva, ritrovata sul corpo dell’ucciso; in realtà è stato Tony ad inserire la lettera nelle tasche del cadavere... ).
Nel terzo atto, ambientato qualche mese dopo o meglio il giorno antecedente l’esecuzione di Margot, Tony, ormai tranquillo e felice, cade in un abile trabocchetto predisposto dall’ispettore Hubbard il quale, per un caso fortuito, ha scoperto le reali responsablità di Tony. Infatti, cercando di penetrare abusivamente in casa del medesimo, utilizzando la chiave della moglie reclusa, ha scoperto che quella chiave non solo non apre quella porta, ma anzi apre quella della casa di Swann. E’ il classico granello di polvere che blocca l’intero ingranaggio, altrimenti ben congegnato. Tony ha riposto nella borsetta di Margot una chiave trovata sul corpo del morto, sicuro che fosse quella sottratta a Margot per permettere a Swann di entrare in casa; invece Swann, dopo averla utilizzata, l’aveva rimessa sotto la passatoia delle scale, dove l’aveva trovata. Per un complicato incastrarsi di eventi Tony comprende il proprio errore e, senza immaginre di essere cotrollato dalla polizia, riprende la chiave da dove l’aveva lasciata al sicario e si tradisce. Viene pertanto arrestato e Margot torna libera.
La commedia, avvincente e ben scritta, possiede due punti di forza: il ritratto del gelido criminale, nascosto dietro un’apparenza signorile e cortese, il quale agisce come un giocatore di scacchi pronto a cambiare strategia man mano che gli eventi mutano e rischiano di travolgerlo e la costruzione dell’azione omicida il cui perfetto meccanismo si inceppa immediatamente per colpa proprio del protagonista che “obbliga” la riluttante Margot a passare la serata in casa a ritagliare, con una forbice, vecchi giornali. Tutto ciò che sta intorno a queste due efficaci componenti è invece sfocato e poco interessante: Margot, il suo amante, il sicario, l’ispettore sono poco più che burattini, simili a quelli dei romanzi di Agatha Christie.
Knott ritrae con abilità un “noioso” menage coniugale e fa irrompere, in questo contesto quotidiano, la spietata determinazione di un uomo che vive dietro una convenzionale maschera e che subisce la ricchezza egoista della moglie come pure la sua sfacciata relazione con Mark, uno scrittore di successo. E’ una rabbia gelida quella che muove Tony: più egli si mostra rigido e controllato, più lascia trapelare l’ira segreta che lo spinge verso decisioni estreme ed in definitiva verso il baratro. Tony appare come l’uomo forte e deciso, spietato e calcolatore, ma in fondo è una vittima, un padrone apparente, servo della ricca moglie nonché un uomo debole che, per mantenere un alto tenore di vita (anche questa una passione che, sostanzialmente, lo riduce in stato di schiavitù), ha dovuto accettare umilianti compromessi. Egli non dispone di alcuna somma propria (quando esce per andare al club deve addirittura chedere i soldi a Margot, come un ragazzino in attesa della paghetta... ), vive in casa della moglie quasi da ospite e per accantonare del denaro (per pagare il killer) è costretto a prelevare saltuariamente piccole somme dal proprio modesto conto corrente.
Il suo ingegnoso piano fallisce per caso, un caso che sembra premiare i forti e punire i deboli che hanno voluto giocare d’azzardo con il destino.

Hitchcock, dopo il mezzo insuccesso di I Confess, cercava un soggetto sicuro; decide pertanto di girare il testo teatrale di Knott, senza modificarne una virgola. Più ancora che nel caso di Rope (1948; vedi), in cui numerose erano state le variazioni e le aggiunte, in Dial M for Murder (mag. 1954; uscita italiana set. 1954; 105 min) egli si affida completamente al dramma dello scrittore inglese e lo mette in scena lasciando inalterati tutti i dialoghi e collocando l’azione in una unità di luogo (a parte la piccola digressione del club, il film si svolge interamente nell’appartamento di Tony) che accentua la natura teatrale del film. Insomma Hitchcock si declassa a semplice regista teatrale di un lavoro altrui. Sebbene oggi, soprattutto in Italia dove la commedia di Knott è pressoché sconosciuta, il film venga considerato uno dei lavori più caratteristici del maestro inglese, va invece sottolienato con forza che si tratta di un testo teatrale totalmente autonomo, messo in scena a Londra e a New York, da registi ed attori del tutto differenti.
Certamente la scelta di Hitchcock non è stata casuale. Il lavoro di Knott è perfettamente in linea con la tipologia di racconti messi in pellicola dal regista (possiede perfino alcune superficiali somiglianze con il recente Strangers on a Train, 1951; vedi), racconti in cui si parte sempre da situazioni di assoluta e spesso grigia quotidianità. Come si è già detto, raramente Hichcock ha filmato le gesta di criminali professionisti, quelli, prr intenderci, protagonisti delle migliaia di film incentrati su rapine o su intrecci mafiosi. Quello che affascina Hitchcock è il trasformarsi dell’uomo comune in un criminale, l’emergere di un substrato pulsionale ed istintivo pronto a rompere gli schemi della convivenza civile per dar sfogo ad alcune passioni accuratamente celate (l’amore per il lusso, la vendetta per un tradimento subìto, l’attrazione sessuale... ). Non dimentichiamo che la figura di Swann (il nome, ironicamente, rieccheggia la figura del cigno ovvero un’immagine di purezza) è una sorta di doppio o di brutta copia di quella di Tony: Swann è anch’egli un mentitore di professione, un truffatore il quale sta per sposarsi con una ricca e rispettabile signora semplicemente per i suoi soldi, signora alla quale ha accuratamente nascosto le numerose sue altre identità. D’altro canto anche Margot è maestra di simulazione, tenera con il marito ma realmente accesa ed innamorata solo di Mark. In tal senso la commedia di Knott sembra scritta apposta per il regista inglese in quanto in essa tutti i personaggi recitano un ruolo fasullo e convenzionale mentre, in segreto, lottano con mezzi sleali - senza curarsi del danno che reciprocamente si causano - per raggiungere il soddisfacimento delle proprie pericolose e irrefrenabili passioni. Ancora una volta il cinema di Hitchcock sembra esprimere una visione diffidente e pessimista della natura umana, in piena contraddizione con il prevalente umanitarismo di tanto cinema hollywoodiano.
Hitchcock si immerge con piena convinzione nell’intreccio ideato da Knott, sottolinea ogni dettaglio con appropriate e spesso inattese inquadrature (primi piani, immagini prese dall’alto, dettagli) che enfatizzano le intenzioni criminali di Tony e gli snodi cruciali del racconto. Anche uso dei colori e dei vestiti appare incisivo: Margot sfoggia abiti di colore neutro quando è in compagnia del marito, uno sfavillante abito rosso per incontrare l’amato Mark, mentre nel finale, dopo un’umiliante detenzione, appare spenta, avvolta in un cappotto goffo e ordinario. Tony appare sempre vestito in modo impeccabile, quasi a voler nascondere dietro quella rispettabilità gli oscuri disegni della sua crudele psicologia mentre Swann indossa abiti più casuali e vagamente volgari.
La musica di Tiomkin riesce a fare meglio rispetto al commento sonoro inventato per I Confess; in particolare, oltre ad un tema romantico che si lega alle brevi apparizioni dei due amanti clandestini, risalta il secondo tema, quello che punteggia tutte le sequenze di tensione (a partire da quella della
notte del tentato omicidio) e che appare ricalcata sul meraviglioso tema dell’incoronazione del Boris Godunov (Musorgski, 1874). Questo motivo, in qualche modo esotico, certamente solenne ed attraversato da una sottile inquietudine (Boris è un usurpatore che ha fatto uccidere un bambino... ), si attaglia magnificamente alle situazioni di incertezza e alle esplosioni di violenza che segnano soprattutto il secondo atto della commedia.
Come nel caso di Rope, queste commedie hitchcockiane tengono banco nel buio della sala cinematografica, proprio perché la loro staticità filmica viene corretta dalla presenza centrale di straordinarie figure criminali; allora si trattava di una coppia di giovani invasati che uccidevano per gioco, dai quali Hitchcock pendeva subito le distanze inserendo la carismatica figura del loro professore (James Stewart); questa volta invece Tony alias un eccezionale Ray Milland giganteggia solitario sulla scena; le altre figure, compresa quella della moglie (Grace Kelly), bellissima ma psicologicamente poco approfondita, non riescono a fare da contrappeso al dilagare del pesonaggio di Tony che tiene col fiato sospeso fino all’ultima geniale inquadratura (quando tenta invano, con un balzo felino, di fuggire). Il successo del testo teatrale e della bella trascrizione filmica si nasconde tutto in questa osservazione disincantata del Male, parte ineludibile della natura umana, represso dietro rispettabili maschere ma sempre in agguato e pronto ad emergere dai suoi abissi, per travolgere una realtà il cui luminoso ordine risulta essere, in ultima analisi, una patina fragile e falsa.

Nel 1998 Andrew Davis, forse prendendo spunto da Le Confessionnal del canadese Lepage (1996; variante sull’intreccio di I Confess; vedi), gira a sua volta una variazione sul tema di Dial M for Murder con A Perfect Murder (dur. 105 min.). La vicenda viene ambientata a New York dove Tony si trasforma in Steven (Michael Douglas), un finanzere spregiudicato, la cui figura è evidentemente ricalcata su quella del protagonista di Wall Street (Stone, 1987). Sua moglie Emily (Gwyneth Paltrow) lo tradisce con l’artista David (Viggo Mortensen), un personaggio ambiguo che, oltre a richiamare una certa tipologia di artista anarcoide (erede della tradizione hippy), somma in sè i caratteri di Mark e di Swann. Infatti l’uomo è un ex galeotto che possiede differenti identità e che va a caccia di donne ricche per poterle sedurre e derubare. Il potente Steven, perfettamente a conoscenza delle infedeltà della moglie come pure dei trascorsi di David, lo ricatta e lo obbliga a divenire un sicario dietro lauto compenso. Fino a qui il film, pur avendo unificato due personaggi in uno, ricalca sostanzialmente la commedia di Knott e il film di Hitchcock. A partire dal delitto fallito tutto cambia ed inizia un nuovo film, reale variante sul tema dell’originale.
David manda un amico ad uccidere Emily la quale non solo esce illesa (come da copione) ma non viene assolutamente accusata di nulla. Ella dunque rimane in campo, come pure il finto artista che ora ricatta Steven. I colpi di scena si sommano in un finale sempre più concitato in cui dapprima Steven elude i pesanti sospetti della moglie, poi riesce ad uccidere David e, quando ritiene ormai di avercela fatta, viene definitivamente scoperto da Emily grazie ad una registrazione in cui si sente il marito spiegare a David le modalità dell’omicidio su commissione. L’episodio conclusivo, il peggiore di una pellicola serrata e di ottima fattura, mette in scena, al posto del semplice ed elegante tranello ideato dall’ispettore Hubbard (di fatto il ritrovamento della chiave fuori dalla porta diviene, in questo film, un fatto ininfluente), un lungo e violento duello tra moglie e marito che termina con la morte  di Steven.
Il film di Davis è un pregevole thriller che riprende l’intreccio di Knott ma lo ambienta in un vivace contesto newyorchese che cancella completamente l’origine teatrale del testo. Non vi sono lunghi dialoghi, né estenuanti preparativi per il delitto; le vicende scorrono rapidamente e si arricchiscono di numerosi episodi secondari. La figura dell’artista criminale appare oltremodo riuscita grazie alla perfetta interpretazione di Mortensen e alla efficace creazione del contesto in cui opera (il loft “artistico”). Ottimo pure il commento musicale di James Newton Howard, capace di sottolineare - con motivi musicali moderni - la tensione febbrile che attraversa l’intera vicenda. Peccato che il regista non si fidi del “vecchio” testo e voglia strafare in un finale violento ed inverosimile.
L’altro elemento di novità consiste nella perdita di centralità della figura di Tony/Steven. In Knott la strategie multiple del protagonista, il suo presunto perfetto controllo delle emozioni e degli eventi sono i veri protagonisti del dramma; Steven invece è un personaggio meno calcolatore, sicuro di sé ma anche facile preda dell’ira: egli non solo perde spesso il controllo di sé, ma perde rapidamente anche il controllo degli eventi così come non riesce a risolvere i problemi professionali (la sua attività finanziaria è al tracollo). Al contrario David appare molto più capace di Swann ed in ogni caso riesce a tener testa a Steven fin quasi alla fine del racconto. Insomma da un dramma in cui una figura giganteggiava su tutto siamo passati ad una pellicola in cui
i tre personaggi giocano alla pari fino al termine della vicenda; si noti che è appunto Emily - e non l’ispettore di turno (il validissimo David Suchet)  - a smascherare l’assassino. In tal senso il film, nella seconda parte, perde di originalità e si trasforma in un giallo abbastanza usuale (con un eccesso di svolte narrative), seppur sempre condotto con grande abilità.
Senza possedere i pregi e le ambizioni del film canadese di Lepage, Perfect Murder è un poliziesco superiore alla media in cui Davis ha saputo, nel complesso, variare il tema che si era proposto con originalità e senso dello spettacolo (bello anche il ritratto di una New York indaffarata e spietatamente classista). Un ulteriore, sottile legame esiste, probabilmente, tra i due lavori: il treno che David prende per fuggire da New York è diretto a Montréal, non lontano dalla Quebec di I Confess e Le confessionnal.