Requiescant, Dio perdona... io no e Faccia a faccia

I crudeli, Se sei vivo spara, I lunghi giorni della vendetta, Dove si spara di più, 10.000 dollari per un massacro, Requiescant, 7 winchester per un massacro, Vado... l’ammazzo e torno, Wanted, 7 donne per i MacGregor, Un minuto per pregare un istante per morire, 7 pistole per un massacro, Bill il taciturno, Wanted Johnny Texas, Ballata per un pistolero, Killer calibro 32, I giorni della violenza, Voltati... ti uccido, Il figlio di Django, Nato per uccidere, La morte non conta i dollari, 20.000 dollari sul 7, Dio non paga il sabato, Poker di pistole, L’ultimo Killer, Il magnifico texano, Il tempo degli avvoltoi, Professionisti per un massacro, Un uomo un cavallo una pistola,  15 forche per un assassino, Da uomo, a uomo, Cjamango, Non aspettare Django... spara, Odio per odio, Little Rita nel West, Lola Colt, Killer Kid, Bandidos, John il bastardo, Dio perdona... io no, Buckaroo, Faccia a faccia, Per 100.000 dollari t’ammazzo, I giorni dell’ira, Una colt in pugno al diavolo, L’uomo l’orgoglio la vendetta, Se vuoi vivere... spara, Sentenza di morte, Le due facce del dollaro, Il bello, il brutto, il cretino e 2 rrringos nel Texas: il diritto del più forte (1967)

                  Quando colpisci un uomo devi ucciderlo o
                  prima o poi lui ucciderà te”
                  Lee Van Cleef ne I giorni dell’ira

Sergio Corbucci torna al western con il deludente I crudeli (gen. 1967; 90 min.), pellicola sceneggiata da Ugo Liberatore e Josè Maesso. Vi si raccontano le peripezie della banda criminale del colonnello Jonas (Josepth Cotten) la quale, composta dall’ufficiale e dai suoi figli, viaggia con una cassa da morto che dovrebbe contenere la salma di un eroe della recente Civil War (in viaggio verso un cimitero) ed invece custodisce il bottino dei colossali furti dei protagonisti. Per rendere più credibile la sceneggiata viene, di volta in volta, assunta una donna che riveste il ruolo della disperata vedova. La prima (Maria Martin) impazzisce e viene uccisa, la seconda (Norma Bengell) causerà infiniti guai alla malvagia comitiva all’interno della quale i costanti conflitti tra i fratelli finiranno con il causare l’autodistruzione della piccola comunità.
Il racconto ha carattere episodico e annovera una serie di situazioni scontate (il gruppo rapina una colonna militare, viene aggredito dai banditi, poi da un vagabondo, infine dagli indiani... ) che hanno tutte il fiato corto. Gli attori sono poco convincenti, le psicologie sono sfocate, gli eccessi violenti appaiono abbastanza gratuiti e poco coerenti con i personaggi, la musica di Morricone (per lo più affidata alla tromba) è modesta (al punto che il compositore preferisce firmarsi Leo Nichols) e viene utilizzata come mero sottofondo. Anche la trovata della bara, oltre che largamente inverosimile (il bottino poteva trovare collocazioni più agevoli e meno vistose) cerca invano di riprendere un’idea del sopravvalutato Django (1966; vedi) e della sua famosa cassa da morto e, forse, ricopia anche il coevo terzo western di Leone con il suo tesoro nascosto in una cassa da morto.
Gli incassi furono modesti.

Per il proprio esordio Giulio Questi sceglie un western con pretese autoriali, Se sei vivo spara (gen. 1967; 120 min.), che, in realtà ricicla personaggi e situazioni di sempre.
Un pistolero messicano (Tomas Milian), reduce da una rapina, giunge in un villaggio singolare in cui si fronteggiano due gruppi: gli abitanti, segnati da caratteristiche moraleggianti e xenofobe, e una banda di criminali nerovestiti con tendenze omosessuali (dovrebbero ricordare i militi della repubblica sociale di Mussolini!!; l’unico rimando che scatta è, in realtà, una sinistra anticipazione del disturbante Salò pasoliniano); riuscirà a sconfiggerli non prima di essere stato torturato come un Cristo in croce.
Se si esclude l’ottima interpretazione di Milian (nel cast risaltano poi Marilù Tolo, Piero Lulli e Raymond Lovelock) e qualche sofisticato flashback, la pellicola è simile a decine di altre; l’inserimento di riferimenti politici è artificioso e troppo criptico e non è sufficiente a classificare Se sei vivo spara tra i western progressisti (Quien sabe?, Requiescant). L’idea di assimilare il bandito e assassino Milian (si presenta rapinando e sterminando un manipolo di soldati) a Gesù Cristo è una bizzarra provocazione che rimanda semmai ai futuri western surrealisti (El topo, Jodorowski 1971): tale figura simbolica vorrebbe dipingere, per contrasto, gli ipocriti e i violenti abitanti del villaggio come il male del mondo che attende di essere rovesciato dal cammino dialettico della storia, in ossequio al catechismo marxista, all’interno del quale anche alcune tendenze cristiane (francescane) possono tornare utili.
Gli incassi furono buoni. Il film verrà riedito nel cuore dei politicizzati anni settanta - quando le sottili allusioni sopracitate risulteranno certamente più comprensibili - col titolo di Oro Hondo.

Giunto al proprio quinto lungometraggio Florestano Vancini, autore di pellicole di grande valore (La lunga notte del ’43), decide di misurarsi col western in I lunghi giorni della vendetta (feb.1967; 120 min), approdando a una pellicola mediocre ed anonima, nonostante il buon cast.
La vicenda è quanto mai stereotipata: un pistolero (Giuliano Gemma), ingiustamente condannato per omicidio, evade, torna al paesello e si vendica di tutti i notabili che lo avevano messo in gabbia per coprire le loro malefatte; anche la moglie (Nieves Navarro) l’aveva tradito per sostenere il perfido sceriffo locale (Francisco Rabal). Lo aiuta una coppia di imbroglioni girovaghi (Manuel Muniz e Gabriella Giorgelli).
Il racconto è svolto in modo noioso: Vancini non padroneggia questo tipo di immagini e, per far colpo, cerca effetti eccessivi e puerili. Tutti i duelli si risolvono con trucchetti scemi, del tutto inverosimili (una pistola che, pur rimanendo nella fondina, spara azionata da una corda; una stella di sceriffo che si trasforma in pugnale... ) mentre l’atmosfera del racconto è fiacca e priva di pathos. Non sapendo come allungare la minestra Vancini inserisce la solita banda messicana che si oppone a quella locale, un treno carico di armi e l’inevitabile cattura dell’eroe, pestato a sangue e condannato ad una impiccagione sventata in extremis. Anche le musiche di Trovajoli non si distaccano dalla media.
Non poteva mancare, all’inizio, una brutale sequenza di sapore “politico” in cui i potenti locali cercano una coppia di negri fuggita e nascosta dai popolani: finirà con un massacro di gente inerme. I riferimento è, evidentemente, alla Resistenza e alle rappresaglie naziste; tuttavia l’episodio è talmente rozzo e falso da risultare fastidioso e, in definitiva, controproducente.
Nonostante tutto il film ottenne un enorme successo commerciale.

Anche Gianni Puccini, autore di interessanti commedie, si cimenta con il western nel mediocre Dove si spara di più (feb. 1967; 90 min.), suo penultimo film ed unico tentativo in questo genere.
La vicenda, priva di qualunque originalità, racconta l’ennesimo scontro tra due bande (in questo caso veri e propri clan familiari), l’una messicana e l’altra anglosassone. Si succedono duelli, scontri e imboscate fino all’ecatombe conclusiva. Per animare l’opaca vicenda ecco risorgere l’eterno schema di Romeo e Giulietta (apertamente citato nei dialoghi): il biondo Johnny (Peter Lee Lawrence) si innamora, ricambiato della messicana Giulietta (Cristina Galbo); saranno solo loro due a salvarsi...
La pellicola scorre tediosa, incapace di sollevare il minimo interesse su altri fronti (interpretazione, soundtrack, stile filmico, dialoghi... ).
Gli incassi furono modesti.

Il terzo western di Romolo Guerrieri, 10.000 dollari per un massacro (mar. 1967; 90 min.), pur avendo a disposizioni due validi attori - Gainni Garko e Claudio Camaso - si perde nei consueti stereotipi e non offre novità di rilievo.
Nella pellicola troviamo un esperto bounty killer (G. Garko), un feroce bandito messicano (C. Camaso) con pittoresco padre (Fernando Sancho), una partita a poker nel saloon, un assalto a una diligenza, l’eroe imprigionato e pestato, lunghe cavalcate per rimpolpare il minutaggio e il duello conclusivo con prevedibile morte cruenta di tutti i fuorilegge.
La discreta colonna sonora morriconiana di Nora Orlandi non può fare miracoli.
Quasi tutti i registi italiani a contatto col western sono evidentemente a disagio: raccontano una storia (americana) che non conoscono e che si guardano bene dall’approfondire (si veda il ricorrente, ridicolo uso di carte da gioco italiane e dollari degli anni sessanta del Novecento). Pertando, muovendosi nel “vuoto storico”, sono costretti a ripetere senza sosta le medesime situazioni tipizzate che ricorrono di western in western, generando un teatrino inverosimile, realmente stucchevole. Si noti questa povertà narrativa come appaia evidente nel suddetto film: il bandito ha cento occasioni per togliersi di torno il bouny kller, ma ogni volta deve graziarlo (per permettere al film di continuare), nè regista e sceneggiatori sanno inventare altre situazioni (oltre al confrotno diretto e ripetuto dei protagonisti) in quel contesto astratto fatto di paesaggi deserti e stamberghe.
Gli incassi furono discreti.

Nel suo secondo e ultimo western, Requiescant (mar. 1967; 108 min.), Carlo Lizzani firma un lavoro decisamente migliore di Un fiume di dollari (1966), nonchè ricco di allusioni politiche. Il film si inserisce nel solco del western ptrogressista inaugurato da Quien sabe? (Damiani, 1966; vedi).
La pellicola inizia con una strage di contadini messicani, effettuata a tradimento da ex soldati americani. Un bambino, miracolosamente scampato, viene adottato da un pastore luterano; divenuto adulto (Lou Castel) il giovane si scaglia contro i potenti locali ovvero il sadico Ferguson (Mark Damon) e i suoi sgherri, prende coscienza delle stragi passate, stringe alleanza con un prete rivoluzionario (Pier Paolo Pasolini) e genera scompiglio tra i ”padroni”: Ferguson verrà ucciso, i suoi sgherri pure, i borghesi che si ravvedono possono invece avere salva la vita. La rivoluzione è alle porte.
Lizzani, pur non riescendo a evitare gli schemi usuali e usurati - il ridicolo duello con la corda al collo nel saloon, l’eroe imprigionato, torturato e salvato in extremis, le sparatorie stereotipate - inserisce nel testo un vero e proprio catechismo marxista, debitamente adattato al panorama italico. Eccolo spiegato. Si inizia con una strage che è poi quella di Portella delle Ginestre (ne ricorre infatti il ventennale), strage voluta da latinfondisti, mafia, servizi “deviati” e probabilmente servizi americani (l’allusione si concreta nella presenza delle suddette divise americane); si prosegue con lo scontro tra terzo mondo (i messicani alias proletari) e capitalisti (gli odiati imperialisti Usa) i quali si distinguono in grassi, ottusi ed egoisti borghesi (si vedano i frequentatori del saloon) e squadracce fasciste (in particolare Franco Citti nerovestito). Il titubante e simpatico Lou Castel, emblema stesso della “meditabonda” rivoluzione italiana (dopo I pugni in tasca e Quien Sabe?), uccide di malavoglia e benedice regolarmente i morti; al suo fianco Pier Paolo Pasolini esplicita il proprio “Vangelo secondo Matteo” interpretando un servitore di Cristo che maneggia il fucile, seppur con riluttanza. In Italia, insomma, la rivoluzione bisogna farla in modo soffice, in alleanza con larghi settori della Dc, quelli rappresentati da Moro (allora capo del governo). Il truce Ferguson, uno che non esita ad ammazare la moglie e che considera le donne utili solo alla riproduzione, ovvero un uomo dell’antico regime patriarcale e schiavista, è il vero nemico (in Italia è la destra DC, filoatlantica, legata ai servizi americani e, all’occorrenza, alleata al Msi) e deve essere ucciso poichè impedisce l’affermarsi della rivoluzione popolare. Insomma agli stereotipi del western italiano si sostituiscono gli stereotipi del realismo socialista, questi ultimi, per la verità, assai più indigesti dei primi, dettati se si vuole da qualunquismo ignorante, poichè ideologici, simili ad una fede religiosa sostenuta da nuclei di intellettuali che, in perfetta malafede, rifiutavano di indagare i problemi a 360 gradi (il clamoroso silenzio sulle intollerabili illibertà e sulla storia criminale dell’Urss).
Il film, tra l’altro, si segnala per l’alto livello dei dialoghi (evidenetemente curati da uomini di cultura dell’area socialcomunista) in cui si ascoltano precise notizie storiche e posizioni politiche relative al dibattito sullo schiavismo negli Usa, negli anni seccessivi alla Civil War; siamo quindi lontani dai dialoghi puerili che infestano la maggior parte dei western del periodo. Siamo anche sul versante opposto a quello de nichilismo leoniano.
La sinistra, insomma, cerca di inserirsi in un filone vituperato e disprezzato dai suoi critici ufficiali, per far arrivare nelle sale, ai milioni di spettatori, un messaggio differente, apertamente politico e “progressista”.
Il film ottenne un buon successo commerciale.

Nessuna novità emerge nel modesto clone 7 winchester per un massacro (mar.1967, 90 min,), secondo lungometraggio di Enzo Castellari (dopo Pochi dollari per Django, 1966; vedi). Intorno al 1865, un buono (Edd Byrnes), un brutto (Enio Girolami) e un cattivo (Guy Madison) cercano un tesoro nascosto da un generale sudista alla fine del conflitto. Il cattivo comanda una banda di reduci sconfitti che terrorizza la regione mentre il buono (che, unitosi ai criminali, non esita ad ammazzare decine di innocenti... ) si rivelerà (si fa per dire) un bounty killer. Immancabile strage finale.
Nessuna sorpresa nell’intreccio, dunque, anche se Castellari conferma le propri doti registiche, imprimendo al racconto un ritmo notevole, girando scene d’azione di buona qualità spettacolare e riuscendo ad ottenere dagli attori un’interpretazione dignitosa. Anche la colonna sonora, di sapore epico e solenne (capace tuttavia di replicare i motivi musicali in versioni più “cameristiche” e sommesse), di Francesco De Masi contribuisce alla discreta riuscita del lavoro. La visione complessiva, permeata da una totale sfiducia nel genere umano, è perfino più nichilista e amorale di quella del “maestro” Sergio Leone: non vi sono figure positive o negative ma solo uomini forti e uomini deboli, questi ultimi destinati a soccombere.
Gli incassi furono discreti.

Ben superiore si rivela invece Vado... l’ammazzo e torno (set 1967; 100 min.) nel quale la consueta imitazione del terzo capitolo della trilogia leoniana (che parte fin dal titolo, una citazione letterale di una frase di Tuco; inutile ricordare i numerosi episodi ricalcati da Il buono, il brutto, il cattivo) perviene a esiti pregevoli. Il film sancisce inoltre il passaggio a protagonista del bravo attore uruguaiano George Hilton, attore destinato ad avere una interessante carriera nel cinema italiano del successivo decennio.
L’intreccio verte intorno al bottino rapinato dalla banda di Monetero (Gilbert Roland) a un treno postale e poi nascosto dal braccio destro del capobanda. Nella lunga e tormentata ricerca, in cui non può mancare una sorta di mappa spezzata in due parti, entrano in gioco lo Straniero (George Hilton) e Clayton (Edd Byrnes), un impiegato infedele, segretamente complice di Monetero. Nel finale il terzetto si spartisce il bottino.
La pellicola possiede numerose qualità. Innanzitutto non è interamente ambientata nel solito villaggio sperduto (espediente che permette di girare a basso costo ma che ingenera un’ovvia monotonia figurativa); anzi di villaggi veri e propri (con saloon, banche ecc.) non ce ne sono. Al contrario si comincia con una spettacolare rapina a un treno, si procede tra insoliti villaggi di sapore messicano, bizzarre biblioteche e chiese in rovina. L’efficace musica di De Masi ricicla in parte i bei motivi inventati per il film precedente, le inquadrature sono sempre ben costruite e spesso originali mentre gli attori si muovono perfettamente a proprio agio, conferendo sfaccettature umoristiche ai loro personaggi. In pratica la vicenda prevede due buoni e un “brutto” (Monetero) e nessun reale cattivo, tanto è vero che non si giunge al fatidico “triello” (solo accennato) in quanto i personaggi accettano di spartirsi il ricco bottino. Certo il taglio narrativo, venato da elementi di commedia fin eccessivi (a tratti si sfiora la parodia), rimane fortemente nichilista: tre gaglioffi, senza precisi riferimenti valoriali, colpevoli di omicidi plurimi ai danni anche di poveri soldati, si dividono allegramente il maltolto. La morale, lontanissima da quella del western classico hollywoodiano, illumina una società italiana che sta transitando verso un orizzonte privo di valori forti, in cui furbizia, cinismo e forza impongono le regole. In questo contesto le figure femminili rimangono totalmente secondarie, ornamentali, opportuniste e asservite al volere del più forte (la donna di Monetero lo abbandona per un ricco assicuratore quando crede che il compagno sia nei guai). Il femminismo non abita nel western italico, luogo che riflette semmai la visione politica di una destra laica, gerarchica e antisolidale.
Con questo film Castellari entra a far parte dei registi che contano nell’ambito del cinema di genere italiano. Vado... l’ammazzo e torno ottenne un vero trionfo commerciale (incassò cinque volte la cifra di 7 winchester per un massacro).

Ferroni firma con Wanted (mar. 1967; 100 min,) il suo terzo western consecutivo con protagonista Giuliano Gemma (in tutte e tre le pellicole il suo eroe si chiama Gary). Il primo era il mediocre Un dollaro bucato (1965; vedi) mentre il secondo si intitolava Per pochi dollari ancora (1966; vedi) e possedeva qualche elemento di interesse (soprattutto per il contesto storico della Civil War). Wanted torna alle banalità della prima puntata. Gary Ryan è uno sceriffo mal tollerato in una cittadina dominata da una banda di ladri di bestiame. Dopo avere eroicamente protetto un carico d’oro dall’attacco di una banda di messicani, il nostro eroe viene ingiustamente incolpato di omicidio e deve fuggire per salvare la pelle. Dopo infinite (ma tutte scontate) disavventure (ovviamente verrà catturato e pestato a morte) Gary riuscirà a fare pulizia, aiutato da un simpatico giocatore d’azzardo (German Cobos).
Niente si salva in questa grigia pellicola: la recitazione è generica, le situazioni sono prevedibili, i paesaggi poco valorizzati, la colonna sonora è fiacca; si cade poi nel ridicolo allorchè Gary “trucca” la propria diligenza (con il carico d’oro) come se si trattasse della Aston Martin di James Bond (Godlfinger, 1964). Analogamente ai precedenti, citati film di Ferroni, l’impronta narrativa è quella antiquata del western americano con una netta distinzione tra buoni e cattivi in un contesto, peraltro, totalmente incerosimile, il che contribuisce a rendere stereotipato il racconto.
Ciononostante il film fu un grande successo commerciale.

Dopo il notevole successo di 7 pistole per i McGregor (1966; vedi) Franco Giraldi gira il mediocre sequel 7 donne per i MacGregor (mar. 1967; 90 min.) nel quale tornano le eroicomiche avventure dei sette fratelli scozzesi, ora affiancati da sette sorelle irlandesi.
In questa puntata devono affrontare la banda del sadico Maldonato (Leo Anchoriz) il quale ha sottratto ai fratelli il loro patrimonio (una cassa di lingotti d’oro). Dopo le consuete scazzottate e i vivaci scontri a fuoco che contrappongono, ogni volta, due piccoli eserciti, i MacGregor trionfano.
In questa triste saga degli stereotipi del western italico nulla è meritevole di nota; il fallimento è poi sottolineato dall’incapacità di regista e sceneggiatori di amalgamare, in un prodotto accettabile, sequenze apertamente comiche (impossibile guardare con interesse scontri armati in cui appare evidente che i MacGregor non si faranno neanche un graffio) e sequenze segnate da una violenza cupa e sanguinaria. Tale difetto caratterizzava già il sopravvalutato film del 1966.
Ciononostante 7 donne per i MacGregor fu accolto da un notevole successo commerciale, addirittura superiore a quello del primo episodio.

Nel suo quarto ed ultimo western, Un minuto per pregare, un istante per morire (dic. 1967; 110 min.), Giraldi cerca di dimenticare i riferimenti leoniani e tenta un western “americano”, animato addirittura da un sottile dibattito ideologico.
Nel New Mexico il governatore Carter (Robert Ryan) ha concesso l’amnistia, ma i bounty killer, spalleggiati da gente “reazionaria” come lo sceriffo Colby (Arthur Kennedy), non credono che si tratti di una buona idea: i criminali resteranno tali anche dopo questo regalo e pertanto è meglio cercare di ammazzarli prima che chiedano di rientrare nella legalità. In questa situazione si trova proprio il protagonista, il pistolero Clay (Alex Cord), il quale non riesce ad arrivare in città poichè tutti gli danno la caccia, lo catturano e lo picchiano (come in cento altri western coevi). Grazie all’intervento personale del governatore - figura di politico totalmente inverosimile che viaggia solo, senza alcuna scorta, in territori popolati da criminali di ogni sorta - riuscirà finalmente a ottenere l’agognata amnistia. Appena lascia il peese, tuttavia, due bounty killers, ignari del fatto, lo ammazzano per poi scoprire che non ci guadagneranno neanche un dollaro...
Come si nota il film di Giraldi è uno dei pochissimi western che termina con la morte del protagonista. D’altronde l’autore, che utilizza un linguaggio filmico stereotipato e privo d qualunque interesse, sembra interessato soprattutto alla riflessione intorno alla prevalenza di un’umanità spietata e antiumanista, umanità cui guarda con tono di rimprovero moralista, antitetico a quello diffuso nel cinico western leoniano. Di fianco a questo universo diffidente e crudele si colloca il protagonsita il quale finisce con l’assumere le caratteristiche del martire, portatore di una “umanità” incompresa.
Il film, monocorde e deludente, si colloca pertanto nell’alveo ristretto del cosiddetto western progressista (quello firmato da Damiani, Lizzani e pochi altri), di taglio umanistico. Anche Robert Ryan e Arthur Kemedy, rare presenze di consolidate star hollywoodiane nel western italico, non riescono a fare la differenza.
Il successo fu buono.

Dopo Una bara per lo sceriffo e Ringo il volto della vendetta (1966; vedi), Caiano si conferma un mediocre regista di western con 7 pistole per un massacro (apr.1967; 90 min.). La pellicola offre un intreccio abbastanza insolito che, in altre mani, si sarebbe prestato a sviluppi interessanti. Una banda di brutali rapinatori prende in ostaggio un intero paese, in attesa dell’arrivo di una diligenza che porta il solito carico d’oro. Un pistolero (Craig Hill) in cerca di vendetta riesce a nascondersi e a dare del filo da torcere agli occupanti. Nel finale allerta lo sceriffo del paese vicino che riesce, con un tranello (una finta diligenza), a debellare la banda criminale.
La vicenda tende ad assomigliare a quel genere di thriller in cui alcuni criminali tengono in ostaggio la popolazione occasionale di una banca o di un aereo. Purtroppo lo sviluppo narrativo è privo di idee e opta per le numerose e scontate risse nel saloon ed addirittura fa intervenire una serie di ballerine (che si esibiscono in uno spettacolo che, ovviamente, finisce in riossa) per colmare l’evidente vuoto di idee della sceneggiatura.
Gli incassi furono modesti.

Privo di interesse è anche Bill il taciturno (apr. 1967; 90 min.), incursione nel western di Massimo Pupillo, abituale regista di horror gotici. L’argomento è trito: l’infallibile pistolero (Luigi Montefiori), in guerra con due bande criminali, riesce a metterle una contro l’altra e a salvare la bella Linda (Liana Orfei). La pellicola scorre noiosa, priva di qualunque elemento di interesse.
Scarsi furono gli incassi.

Stesso giudizio vale per Wanted Johnny Texas (apr. 1967; 90 min.), penultimo film di Emimmo Salvi in cui si narrano le gesta del pistolero Johnny (James Newman), infiltrato dal colonnello Stuart (Fernando Sancho) nella terribile banda di fuorilegge di O’Connor (Howard Ross). Dopo varie, scontate vicissitudini, il nostro eroe l’avrà vinta.
L’unica elemento insolito in questo prodotto ordinario è la presenza di un Sancho nel ruolo di un tutore dell’ordine, per di più con capigliatura biondastra.
Gli incassi furono discreti.

Un esito più interessante si trova invece nel film d’esordio di Alfio Caltabiano, Ballata per un pistolero (apr.1967; 90 min.). La vicenda è una sfrontata replica di Per qualche dollaro in più; ciononostante la direzione degli attori, il ritmo serrato, i suggestivi paesaggi (jugoslavi), il soundtrack lirico di Giombini e il carattere spettacolare di numerosi duelli rende il film complessivamente piacevole. Caltabiano imita Leone in ogni dettaglio e mostra un certo talento nel farlo.
Un giovane bounty killer (Angelo Infanti) e un pistolero più anziano (Dragomir Bojanic) sono sulle tracce del perfido El Bedoja (Alfio Caltabiano), il quale, con un complicato stratagemma, è riuscito a svaligiare la banca di Mallinton (inutile dire che le sequenze della rapina ricalcano quelle di Per qualche dollaro in più). Dopo aver eliminato tutti i componenti della banda, la coppia di pistoleri individua El Bedoja e il più anziano, animato da antichi rancori, lo elimina.
In un piccolo ruolo, quasi umoristico (interpreta un esperto in esplosivi), ritroviamo Dante Maggio
Il successo fu appena discreto.

Alfonso Brescia firma, con Killer calibro 32 (apr. 1967; 85 min.), uno dei migliori western dell’anno. Vi si raccontao le gesta del pistolero-detective Silver (Peter Lee Lawrence) il quale semplifica situazioni compicate, eliminando fastidiosi “prepotenti”, dietro un congruo e onesto pagamento (in genere 1.000 dollari). Ora lo si ingaggia affinchè elimini un’intera banda che si annida nella cittadina di cui è attualmente ospite. Il problema è che l’identità dei colpevoli e soprattutto quella del capobanda è ignota a quasi tutti; non la conoscono neppure i numerosi partecipanti ai colpi effettuati ai danni di differenti diligenze. Silver indaga con intelligenza, tende varie trappole ed alla fine riesce ad averla vinta.
Il film segue il filone leoniano solo nel disegno del protagonista, spavaldo e sicuro di sè. Per il resto manca qualunque tono epico come pure la dilatazione “operistica” delle sequenze mentre è grande l’interesse intono ai molti colpi di scena che si susseguono, avvicinandosi progressivamente al disvelamento dell’identità del principale criminale. Falsi amici, indiziati che risultano innocenti, ballerine complici ed estenuanti partite di poker scandiscono il racconto animato da attori tutti perfettamente calati nei ruoli (ci sono Hélène Chanel e Agnes Spaak), a partire dall’ottimo protagonista. Killer calibro 32 è pertanto un caso abbastanza insolito di western-poliziesco il cui contesto valoriale è quello tipico del western leoniano ovvero una sospensione di qualunque remora morale (si veda anche il carattere spregiudicato di tutte le figure femminili) e una lotta per la supremazia dettata dalla furbizia e dalla forza.
Anche il film di Brescia riflette, in modo inconsapevole, il vuoto di valori che segna il contesto sociale italiano alle soglie del ’68.
Il successo fu appena discreto.

Poco dopo Brescia gira I giorni della violenza (ago 1967; 100 min.) il cui esito è perfino superiore al precedente. Il regista opta per il cotesto storico della Civil War americana (1861-65) che è stato riportato in auge da Il buono, il brutto, il cattivo e lo rende centrale e decisivo nell’intera, inconsueta narrazione.
Nella fattoria di Mr. Evans (Andrea Bosic), fervente sudista, l’arrivo dell’esercito nordista, nella persona dello spietato capitano Clifford (Luigi Vannucchi), porta immense sciagure: il figlio maggiore viene freddato senza reale motivo dallo yankee e Jos (Peter Lee Lawrence), il fidanzato della figlia (Beba Loncar), si unisce ai ribelli che, sulle montagne, “resistono”, tendendo formidabili agguati alle “forze di occupazione”. A guerra finita i nordisti sono divenuti padroni assoluti del territorio e Mr. Evans, di malavoglia, diviene un voltagabbana, si assoggetta ai nuovi padroni, dimentica gli ideali della confederazione e offre la figlia a Clifford. Si scatena tra quest’ultimo e il sempre fuggiasco Jos un lungo duello che termina con la morte del nordista.
La pellicola possiede attori convincenti in uno scenario storico nel quale il regista si diverte a inserire ampi riferimenti alla recente, tragica storia italiana. Mr. Evans è il conservatore che, messo alle strette, deve far buon viso al modernismo dominante (la fine della schiavitù, gli ideali ugualitari) mentre i resistenti - molto simili a figure della nostra Resistenza - lottano in realtà per un sistema sociale basato sulla diseguaglianza e sul rispetto delle gerarchie. I liberatori nascondono, dietro il paravento dell’ideologia modernista, attenta agli “ultimi”, il vero volti di soverchiatori inflessibili ed avidi: nelle loro ordinate schiere Brescia sembra quasi alludere ai nostri “liberatori” anglosassoni. In tal senso Mr. Evans diviene il prototipo dell’orgoglioso conservatore italiano, un tempo convinto fascista e in seguito, nel dopoguerra, sincero democratico, amico dei nuovi padroni, repubblicani e libertari.
Brescia costruisce un film d’avventure serrato e avvincente, in cui le vicende personali si intrecciano in modo stimolante con le questioni storico-politiche. Non manca la significativa e immancabile figura di un risentito delatore il quale, rifiutato dalla nuora di Mr. Evans e relegato a mansioni umili, si vende al nemico e ne favorisce l’azione criminale.
I giorni della violenza è un western di buon valore in cui gli stilemi leoniani, ampiamente rispettati (si vedano i numerosi primi piani degli sguardi e i ritmi dilatati nelle scene d’azione), vengono, per altri versi, aggirati poichè il regista cerca di costruire uno scenario storico credibile che poco ha a che fare con gli ambienti più astratti e autoreferenziali della trilogia del dollaro. Semmai la pellicola finisce con l’assomigliae ai western “progressisti” (quelli di Lizzani e di Damiani) di cui, però, capovolge la visione storio-politica, collocandosi saldamente nel ristretto perimetro consevatore del cinema italiano.
Come per il film precedente, il successo commerciale appare solo discreto.

In pochi mesi Brescia firma un terzo western di gran lunga peggiore dei precedenti. Si tratta di Voltati... ti uccido (ott. 1967; 90 min.)  in cui si racconta una vicenda di padroni e di miniere che ricalca, in modo forse inconsapevole, quella coeva (e migliore) di Buckaroo (A. Bianchi, 1967; vedi).
In un paesino del New Mexico Ted (Conrado San Martin), proprietario della principale miniera, tiranneggia, aiutato da El Bicho (Fernando Sancho) e dalla sua banda di messicani. Giunge l’abile pistolero Bill (Richard Wyler) il quale prende le difese di Sam (Luis Induni), padrone vilipeso di una seconda miniera e riesce a causare una strage mettendo El Bicho contro Ted. Nel finale anche Sam si rivela un criminale...
Il regista ribadisce la propria visione nichilista, fondata su un universo di figure tutte, in qualche misura, amorali e colpevoli. La pellicola però non possiede alcuna qualità: attori svogliati, paesaggi generici, musiche dozzinali, ritmo fiacco e situazioni scontate.
Il successo fu modesto.

Il secondo western di Osvaldo Civirani, Il figlio di Django (mag 1967; 90 min.), si colloca tra le pellicole seriali di scarso interesse. Mentre il titolo cita inutilmente il pistolero inventato da Sergio Corbucci (1966; vedi), il racconto invece ripete stancamente lo schema di Per un pugno di dollari: a Topeca City si affrontano due bande di malviventi per il dominio del territorio. Il protagonista (Gabriele Tinti), ovvero il figlio di Django,  si schiera con una delle due e scopre che Vargas, il capo della parte avversa, è l’assassino (lungamente cercato) di suo padre: All’ultimo però, dopo la consueta ecatombe che ha spazzato via le due bande, il silenzioso vendicatore, dopo l’incontro con un insolito sacerdote pistolero (Guy Madison), decide di soprassedere alla canonica vendetta e di affidare il colpevole alla giustiza.
Non c’è nulla di rimarchevole in questa fiacca replica; l’unico elemento insolito è quello del sacerdote killer (a fin di bene), il quale spara e ammazza come tutti, riuscendo però a influenzare il protagonista nelle ultime batture. La pellicola fu proibita ai minori di quattordici anni, divieto insolito in questo genere di western (il film non è particolarmente violento), probabilmente proprio a causa di questa figura di reverendo decisamente poco allineato al catechismo cattolico.
La pellicola incassò molto poco.

Poche parole anche per l’opera di esordio di Antonio Mollica, Nato per uccidere (mag. 1967; 90 min.) dove rivediamo il consueto astratto teatrino: il pistolero infallibile (Gordon Mitchell) che prende a cuore il destino di una famiglia di perseguitati, affronta la banda che spadroneggia nel paese, ne ammazza molti, viene catturato e pestato, riesce a fuggire e chiude la partita nel gran finale. E’ sempre lo stesso film, realizzato con i soliti volti e gli abituali scenari.
La pellicola fu un fiasco commerciale.

Riccardo Freda, veterano della regia (aveva esordito nel 1939), firma con La morte non conta i dollari (giu 1967; 90 min.), il suo unico contributo al genere western. Il film - la sua trentaseiesima fatica - mostra un ottimo mestiere coniugato a un intreccio stereotipato.
Nel solito paesino controllato da una banda di criminali giungono due stranieri (Mark Damon e Stephen Forsyth) animati da un forte desiderio di vendetta. I due pistoleri nascondono la propria vera identità e, nel frattempo, un misterioso giustiziere (di cui non vediamo il volto) semina panico e cadaveri. Dopo le sparatorie di prammatica e gli inevitabili incidenti di percorso la coppia riuscirà a sgominare la banda di malviventi.
Niente di nuovo in questa pellicola, caratterizzata da alcune sequenze di rara violenza, che tuttavia si fa notare per l’abilità di Freda nell’orchestrare le scene di insieme (magnifica la sequenza della diligenza inseguita e notevoli le immagini che descrivono la vita quotidiana del paesino di frontiera) e per l’inserimento di alcuni insoliti episodi (quelli del giustiziere) filmati secondo lo stile del film gotico. D’altronde il regista ha alle spealle un curriculum completo (film storici, polizieschi, horror, avventurosi... ) e pertanto fa sfoggio della propria abilità.
A parte questi elementi relativi alla confezione complessiva ed una sicura direzione delli attori (tra cui si distinguono Luciano Pigozzi e Nello Pazzafini), la pellicola non possiede elementi memorabili. Lo stesso Freda definiva il film “senza interesse”, si lamentava che la produzione gli aveva tagliato le scene più violente e affermava che non si può girare un western nei dintorni di Roma...
Gli incassi furono discreti.

L’ultimo capitolo della trilogia del dollaro di Cardone, 20.000 dollari sul 7 (giu 1967; 95 min.) è insignificante (come già, peraltro il secondo capitolo, 1000 dollari sul nero; 1966, vedi). La trama è inesistente: un misterioso pistolero (Jerry Wilson), aiutato da due simpatici gaglioffi, giunge in un paesino alla ricerca di un capobanda che gli ha ucciso il fratello. Dopo infinite sparatorie, lo trova e lo elimina.
Il regista mette in scena una serie di agguati, sparatorie, partite a poker e risse senza strutturarle in un reale racconto, con effetti di stucchevole ripetitività. Attori poco convinti, scenari dozzinali e musiche scontate completano il modesto quadretto.
L’unico elemento di curiosità consiste nell’evidente ispirazione che il regista ha tratto dal celebre (allora) fumetto italiano di Capitan Miki (che, inaugurato nel 1951 giungeva proprio in quel 1967 alle sue ultime battute): il psitolero (dotato, cosa insolita, di due pistole) somiglia infatti al ranger dei racconti cartacei mentre i suoi due compari rimandano a Salasso e Doppio Rhum.
Gli incassi furono assai ridotti.

Il secondo western di Tanio Boccia, Dio non paga il sabato (giu. 1967; 90 min.), è mediocre quanto il primo (Uccidi o muori, 1966; vedi). Vi si narrano le tediose vicissitudini di un gruppo di disperati che si aggirano in una città fantasma in cui uno di loro ha nascorsto un tesoro, frutto di una rapina. Finiranno quasi tutti morti.
L’intreccio gira a vuoto (si tratta di quel genere di racconti sfocati che possono durare 20 min. come pure 200 min.), i personaggi sono privi di definizione psicologica e le sequenze d’azione sono prevedibili. L’unico elemento di interesse è l’insolita ambientazione, più prossima al cinema gotico-orrorifico che a quello western.
La pellcola inizia con un’impiccagione con sviluppo a sorpresa come Il buono, il brutto, il cattivo.
Fu un fiasco al botteghino.

Poco interessante è anche il secondo western di Giuseppe Vari, Poker di pistole (lug. 1967; 90 min.). Vi si raccontano le peripezie di due simpatici pistoleri (George Eastman e George Hilton) che affrontano un’insolita banda di falsari. Pur non mancando le situazioni più scontate quali partite a poker, cavalcate, scazzottate e generiche sparatorie, la pellicola punta sulle svolte a sorpresa della trama (numerosi sono i voltafaccia dei singoli personaggi; perfino uno dei due protagonisti si rivelerà un perfido criminale e morirà ammazzato nell’inconsueto finale) e mette la sordina alle violenze e alle stereotipate brutalità. Qua e là fa capolino uno scanzonato tono di commedia, sostenuto dalla simpatia di Hilton e Eastman.
Ciononostante Poker di pistole risulta fiacco: il tono epico e astratto delle invenzioni leoniane manca e quello che resta - una trama aggrovigliata, dialoghi banali, inquadrature stereotipate e figure secondarie poco convincenti - non riesce a tener desta l’attenzione.
La miscela di umorismo e violenza non appare poi ben calibrata.
Gli incassi furono discreti.

Ancor meno riuscito è il successivo L’ultimo Killer (ago. 1967; 90 min.) dove abbondano stereotipi e  tempi morti, mentre l’umorismo latita.
Ramon (George Eastman) è un modesto peone, vittima di palesi ingiustizie: i soliti prepotenti locali lo pestano, lo derubano e gli ammazzano il padre. Lui fa amicizia con un killer (Anthony Ghidra) che gli insegna il mestiere. Potrà così vendicarsi, ma dovrà confrontarsi in duello anche con il suo maestro.
Giuseppe Vari mette in scena il consueto rapporto giovane-anziano o allievo-maestro di Per qualche dollaro in più e soprattutto de La resa dei conti, rapporto che ritroveremo ne I giorni dell’ira e Faccia a faccia. Tuttavia l’invenzione narrativa è tirata per le lunghe (il “corso” da pistolero dura quasi mezzo film... ) e la coppia di attori, per quanto dignitosa, non è in grado di sostenere il racconto. I comprimari - ovvero le solite bande di manigoldi - sono quanto di più generico e sfocato mentre il taglio delle inquadrature non mostra particolare interesse.
Gl incassi furono modesti.

Luigi Capuano, veterano del cinema avventuroso, giunto al termine della propria lunga carriera firma una coppia di western il primo dei quali, Il magnifico texano (lug 1967, 100 min.), è del tutto insignificante.
Vi si narrano le gesta di un giustiziere mascherato (Glenn Saxson) il quale cerca da anni gli assassini (tra i quali spicca Massimo Serato) della propria famiglia e, ovviamente, come in ogni melodramma che si rispetti (o se si preferisce secodo lo schema immortale dei Capuleti e Montecchi), ama la figlia del ricco mandante (un giudice potente e corrotto) di quegli omicidi. Otterrà giustizia grazie soprattutto all’intervento finale dell’esercito che giungerà in suo aiuto. La giustizia trionfa.
La pellicola si inserisce solo nominalmente nel filone leoniano poichè non possiede nessuna delle qualità del nuovo western italico. Al contrario gli schemi narrativi riprendono quelli più innocui e opachi del cinema d’avventure di impronta hollywoodiana - buoni contro cattivi - con tanto di intervento finale dell’esercito. Le dilatazioni liriche e il nchilismo inquieto dei migliori western italiani non abitano qui.
La pellicola recitata sommariamente, commentata da musiche scontate e ambientata in contesti privi di interesse, scorre alquanto tediosa.
Gli incassi furono discreti.

Nando Cicero, giunto al proprio secondo lungometraggio, si impegna nel fortunato genere western inaugurando una sua personale trilogia con Il tempo degli avvoltoi (lug. 1967; 95 min.). La pellicola, abbastanza originale e realizzata con sicura professionalità, propone alcune novità che accentuano il carattere cinico e nichilista di questo filone cinematografico.
Non vi sono eroi positivi, tanto meno buoni o brutti; c’è invece una coppia criminale, diversamente caratterizzata: Tracy il nero (un mefistofelico Frank Wolff, nel suo ruolo più significativo) è un sadico rancoroso che non solo non perdona nessuno, bensì ammazza i propri nemici infliggendo loro atroci sofferenze; di tanto in tanto cade in preda a convulsioni epilettiche e sebbene Kitosch (George Hilton), il suo compare, lo abbia aiutato in più di una occasione, Tracy (nella seconda metà del racconto) aspetta solo il momento buono per poterlo eliminare. Kitosch, al contrario, è un ladro gentiluomo, una sorta di allegro Don Giovanni, che corre dietro a tutte le gonnelle, anche a costo di mettersi in seri guai. Dietro lineamenti accomodanti e quasi umoristici si cela, tuttavia, un personaggio non meno opportunistico e criminale del suo alleato Tracy. Coloro che danno la caccia ai due malviventi sono poi bande di criminali, segnate dal medesimo livello amorale. Raramente il western italico ha mostrato un panorma così monocromatico e truce (non a caso il film fu vietato ai minori di diciotto anni, fatto insolito in un genere che si rivolgeva anche ai giovanissimi).
Inutile raccontare le singole avventure della coppia alle prese con rapine a diligenze e a ricchi, spietati latifondisti, intervallate da spedizioni punitive nei riguardi di ex amici che hanno tradito. Perfino un povero frate, che aveva cercato di aiutare Tracy, viene ammazzato senza pietà dal perfido avventuriero sempre nerovestito. Nel finale, altro fatto inconsueto, entrambi i protagonisti muoiono nel duello conclusivo mentre sopravvive il brutale padrone terriero (anch’egli un criminale) che nella prima parte aveva perseguitato Kitosch con ogni mezzo.
Lo strano western riscosse un tiepido successo commerciale.

Altrettanto interessante è il secondo western di Cicero, Professionisti per un massacro (dic. 1967; 95 min.) nel quale si narrano le disavventure di un terzetto (George Hilton, Edd Byrnes, George Martin) di disperati, già condannati a morte (sono soldati dell’esercito sudista), che ha avuto l’incarico di recuperare un carico d’oro rubato, a sorpresa, da un colonnello. L’inseguimento è lungo e ricco di episodi, tutti differenti tra loro, che portano a una girandola di colpi di scena conclusivi.
Cicero alterna ancora violenza selvaggia e toni ironici (quasi umoristici) e lo fa con un’attenta cura al giusto dosaggio, evitando di creare un ibrido fallimentare. I tre protagonisti sono simpatici e legati da reale amicizia mentre intorno a loro bande di stolti messicani, di squadroni sudisti e nordisti forniscono un contesto vivace e mutevole. I paesaggi sono di grande suggestione, i dialoghi tutt’altro che banali e la colonna sonora, di Carlo Pes, si avvale di un paio di riff accattivanti. Sebbene il legame con Il buono, il brutto, il cattivo appaia evidente, d’altro canto il regista riesce a creare un racconto solcato da inattese bizzarrie (uno dei tre è uno spretato che cita continuamente la bibbia, un altro ha spesso tra le mani una chitarra... )  in cui, paradossalmente, le parti più noiose sono le sparatorie e le scazzottate.
La pellicola cerca di fornire un quadro morale più consueto ovvero un netto distacco tra bene e male, tra soldati leali e perfidi avventurieri sebbene il terzetto di protagonisti, scanzonato e, di fatto, incline al gesto criminale, vanifica il tentativo di restaurare un orizzonte di valori antico. La guerra appare un semplice capriccio dettatto dall’alto mentre i singoli soldati si limitano a cercare di salvare la pelle e, quando capita, di fare buoni affari.
Gli incassi furono discreti.

Dopo Un dollaro tra i denti (1966), Luigi Vanzi firma la seconda avventura dello Straniero (Tony Anthony) con Un uomo, un cavallo, una pistola (ago 1967; 90 min.), pellicola mediocre, di poco superiore alla prima puntata.
Come allora il poco loquace pistolero, clonato sul consueto modello di Cint Eastwood, si confronta con una banda di criminali per il possesso di un tesoro che ha ora il bizzarro aspetto di una diligenza tutta d’oro, abilmente mascherata. Lo aiuta un predicatore (Marco Guglielmi). Pestaggi, sparatorie, agguati e violenze di ogni genere condiscono la ripetitiva e totalmente illogica vicenda in cui il protagonista sembra provare un incomprensibile piacere nel fare ingenuamente da bersaglio a una banda di sadici criminali. Inutili appaiono i tentativi di inserire alcuni tocchi umoristici al fine di alleggerire la monotonia dell’insieme.
Gli incassi furono molto buoni.

A distanza di sette anni dalla sua precedente pellicola, Nunzio Malasomma firma 15 forche per un assassino (ago 1967; 100 min.), un western anomalo nel panorama italiano; si tratta del suo ultimo film. Il regista guarda innanzitutto ai modelli americani ed inoltre miscela le scorribande nelle praterie con una narrazione ad enigmi (simile al whodunit), tipica del poliziesco.
Due bande di malviventi si affrontano: ora si combattono, ora fanno accordi. Mentre alloggiano in una singolare fattoria, gestita da sole tre donne - una madre (Largherita Lozano) e due figlie (una alle soglie della festa nuziale) - qualcuno ammazza le poverette (forse le violenta). Un piccolo esercito di giustizieri (abitanti del vicino vilalggio) prende a inseguire le due bande col proposito di impiccare tutti (per non sbagliare). Dopo lunghe e complicate peripezie che culminano nell’assedio a un fortino in cui i malviventi sono asserragliati e conseguente ecatombe, si scoprirà che il colpevole è uno dei capi della piccola folla di giustizieri...
La pellicola è girata con sicuro mestiere, tra belle inquadrature e un solido senso dell’ambientazione (molto convincenti gli scenari: la fattoria, le cittadine e l’inusuale fortino); essa evita tutti gli stereotipi del western leoniano: mancano i soliti pistoleri sprezzanti e infallibili, mancano le compiaciute violenze come pure una colonna sonora frastornante e spagnoleggiante mentre i personaggi finiscono con l’essere figure abbastanza ordinarie (come spesso nei western americani degli anni cinquanta). In particolare i due capobanda - Bill (Craig Hill) e Cassel (George Martin)- sono ora cordiali, ora crudeli mentre gli inseguitori, pur essendo nel giusto, vengono dipinti come gente sanguinaria e accecata dall’ira. Questa confusa altalena di atteggiamenti che approda a psicologie pasticciate e totalmente inverosimili, nonchè alla mancanza di figure chiare e condivisibili, finisce con l’essere il principale difetto di una pellicola altrimenti piacevole e ben diretta. Anche il prevedibile colpo di scena finale non risolleva realmente il racconto, pur calandolo in una cornice irreale e cinica: tutti sono, in una certa misura, colpevoli; nessuno riesce a dominare le proprie passioni e a ragionare lucidamente, affidandosi alle regole imposte da una legge percepita come lontana e ininfluente.
Gl incassi furono assai modesti.

L’esperto Giulio Petroni gira Da uomo a uomo (ago 1967; 115 min.) ambizioso western che propone quasi un remake di Per qualche dollaro in più.
Due pistoleri, il giovane Bill (John Philip Law) e l’anziano Ryan (Lee Van Cleef), sono a caccia di una banda criminale, il primo per vendicare la propria famiglia trucidata barbaramente quindici anni prima, il secondo per ottenere un doveroso indennizzo, avendo passato un lungo periodo in carcere senza tradire i compagni di un tempo. Gli scontri si susseguono, abbastanza prevedibili, fino alla carneficina finale, nel suggestivo paesino messicano di El Viento. Il successo del duo è scontato: il capo della banda (Luigi Pistilli) verrà liquidato con tutti gli altri. Nel prefinale un colpo di scena anima il racconto: Bill scopre che anche Ryan faceva parte degli aguzzini di suo padre, anche se quest’ultimo aveva partecipato all’azione in modo marginale e, anzi, aveva cercato di limitare le violenze.
La vicenda è quanto di più noioso come pure i suoi snodi narrativi, tutti (con l’eccezione della suddetta svolta finale) già visti in decine di altre pellicole (non manca neppure una tediosa partita a poker). Il film, tuttavia, possiede numerosi pregi che lo rendono migliore della media: l’ottima interpretazione di Lee Van Cleef, l’incisiva colonna sonora di Morricone le cui invenzioni sonore (violenti inserti di flauto, voci corali, efficaci progressioni ritmiche) si situano nel solco dei lavori più noti, composti per Sergio Leone, l’ambientazione ricca e accurata, la qualità delle inquadrature (mai banali) ed infine i brillanti dialoghi firmati da Luciano Vincenzoni (uno dei collaboratori di Leone).
Il film riscosse un notevole successo e fu uno dei massimi incassi della stagione, situandosi al terzo posto tra i western italiani (dopo Io perdona.. io no e I giorni dell’ira; di quest’ultimo, sempre interpretato da Lee Van Cleef, anticipa alcuni tratti narrativi, soprattuto il rapporto tra maestro e allievo).

Niente di nuovo in Cjamango (ago 1967; 80 min.) di Edoardo Mulargia. Il solito infallibile pistolero (Ivan Rassimov), in cerca di vendetta e di un ricco bottino d’oro, si colloca tra due bande rivali, riesce ad accelerare lo scontro mortale tra i due schieramenti ed infine provvede personalmente ad eliminare il capo criminale (Piero Lulli) di quella più agguerrita. L’oro è ritrovato ma se lo porta via un enigmatico pistolero (Mickey Hargitay) che si rivela essere un agente del governo. Largo spazio è lasciato alla brava Hélène Chanel nel ruolo di una donna seducente ed ambigua, anch’essa alla ricerca dell’oro. Finirà male come tutti. C’è infine il bambino Giusva Fioravanti, perfettamente a proprio agio nel ruolo malinconico di una vittima delle circostanze.
Mulargia gira bene, possiede un armonioso gusto dell’inquadratura, dirige gli attori con mano sicura ed essenziale ed utilizza una fotografia elegante e ricca di chiaroscuri. Ciononostante il film resta insignificante: scorre fiacco e prevedibile poichè l’intreccio e i singoli personaggi non offrono alcun elemento di novità.
Gli incassi furono modesti.
Ancora peggio vanno le cose con Non aspettare Django... spara (nov. 1967; 90 min.), western simile al precedente, incentrato ancora su Ivan Rassimov.
La vicenda ruota intorno a Django che deve vendicare l’uccisione del padre e recuperare una forte somma di denaro. Intorno al bottino ruotano due bande criminali e un cane sciolto che, appropriatosi del denaro, vive nascosto e attende il momento propizio per tagliare la corda. In pratica il racconto mette in scena solo bande criminali, ruffiani e prostitute. Quei pochi che non si elimineranno tra loro, verranno spediti al camposanto dall’inarrestabile Django.
La pellicola non contiene alcuna novità e non presenta pregi di sorta. Anche le poche qualità del film precedente di Mulargia qui latitano.
Gli incassi furono peggiori rispetto a quelli non esaltanti di Cjamango.

Un western generico è anche Odio per odio (ago, 1967; 90 min.) del veterano Domenico Paolella.
Vi si racconta la strana amicizia tra un messicano (Antonio Sabato) che raccoglie fondi per la causa del suo popolo in lotta per la libertà e un rapinatore di banche (John Ireland). Quest’ultimo viene arrestato, fugge, cerca di porre in salvo moglie e figlia ma è perseguitato dalla sfortuna: ovunque vada una banda criminale lo insegue per farsi dire dove tiene i suoi “risparmi”. Nella resa dei conti finale il pistolero e il suo nemico si ammazzano a vicenda sotto gli occhi dell’amico messicano.
Il racconto si snoda stancamente tra situazioni e personaggi privi di mordente. Antonio Sabato disegna un personaggio simpatico, la cui bonomia è un tratto insolito nel genere; tuttavia ciò non basta a salvare la pellicola dalla noia di situazioni usurate e riproposte senza fantasia.
Il film fece buoni incassi.

Con Little Rita nel West (ago. 1967; 105 min.) Ferdinando Baldi coniuga musical e western con risultati desolanti. Rita pavone canta, balla e spara in un West di cartapesta (il film venne girato nel Lazio) tra indiani saggi, bounty killers e bande di messicani. La pellicola, adatta esclusivamente a platee di giovanissimi (quelle degli affollati cinema degli oratori) e sostenitori della cantante, affastella citazioni dai primi due film di Leone e da Django di Sergio Corbucci senza risultare mai divertente. D’altro canto il film annovera un cast di tutto rispetto - ci sono Terence Hill, Fernando Sancho e perfino Lucio Dalla - ma nessun vero comico; ne risulta una parodia fiacca e priva di umorismo.
Gli incassi furono modesti.

Al medesimo bizzarro filone appartiene anche lo scadente Lola Colt (ott. 1967; 85 min.) di Siro Marcellini, in cui al posto della Pavone troviamo Lola Falana (uan star televesiva di quegli anni) la quale, giunta nel consueto paesino di confine, balla, canta e organizza una vera e propria insurrezione contro i malvagi padroni della cittadina. Un lieto fine corona il racconto.
A differenza del film di Baldi, quello di Marcellini non tenta la carta umoristica e offre un western attraversato da una violenza in alcuni momenti perfino maggiore alla media (viene assassinato anche un bambino, Enzo Santaniello; il medesimo giovanissimo attore “morirà” anche in C’era una volta il West, ucciso da Henry Fonda). In ogni caso il film scorre senza offrire nulla di originale.

Dopo El Rojo (1966), Leopoldo Savona gira Killer Kid (set. 1967; 100 min.), un discreto western che guarda superficialmente agli schemi leoniani e preferisce coniugare avventura e thriller. Vi si narrano le peripezie del criminale Killer Kid (un valido Anthony Steffen), in realtà un capitano dell’esercito statunitense sotto copertura, in missione al confine col Messico: deve stroncare i traffici di armi tra contrabbandieri e rivoluzionari messicani. Per farlo si infiltra tra le file di questi ultimi, guidati da Vilar (un simpatico Fernando Sancho) il quale lo sospetta fin dall’inizio. Kid riesce a farsi benvolere dalla bella Mercedes (Luisa Baratto) e a completare la missione: ammazza i contrabbandieri, stermina i soldati messicani e finisce con il condivivdere la causa del popolo in rivolta. Nell’ecatombe finale moriranno anche Vilar e Mercedes.
Pur senza poter contare su qualità speciali, il film corre veloce, è girato con competenza, evita dialoghi troppo banali e riesce a tener desta l’attenzione attraverso le infinite giravolte cui è costretto Kid per salvare la pelle ora con gli americani, ora con i rivoluzionari, ora con i governativi messicani. Inoltre la figura di Vilar - imprevedibile cialtrone sinceramente appassionato della causa del popolo messicano - funziona da vivace controcanto agli enigmatici silenzi del protagonista. Manca del tutto la dilatazione epica del cinema di Leone come pure una colonna sonora enfatica; ciononostante il disegno del protagonista ricalca quello dell’eroe leoniano mentre Sancho finisce col ricoprire il ruolo buffonesco che era stato di Ely Wallach (Il buono, il brutto, il cattivo).
La pellicola, pur trattando una tematica apertamente politica, non aderisce al filone “progressista”, evita la divisione manichea tra buoni e cattivi - il rivoluzionario Vilar uccide a tradimento mentre i soldati messicani vengono descritti come giovani innocenti, costretti a ubbidire alle regole militari - e guarda alle singole pedine in campo con il necessario distacco. Durante una rappresaglia dell’esercito messicano, che passa per le armi civili innocenti, Kid guarda con disprezzo all’atteggiamento dei rivoluzionari che si tengono nascosti (per “ragioni di stato”) e finisce con l’intervenire, rischiando la vita. In una situazione che evidentemente rimanda alle recenti ferite della guerra civile italiana (1943-45), Savona sembra disapprovare quei terroristi che lasciavano bombe per le strade (via Rasella) e poi si disinteressavano della sorte dei civili uccisi dai nazisti per vendetta, pronti poi a strumentalizzarli sotto forma di martiri.
Il film fu un fiasco commerciale.

Massimo Dallamano, già direttore della fotografia (anche in alcuni western di Leone), esordisce alla regia con il western Bandidos (set. 1967; 100 min.). Vi si raccontano le peripezie di Richard Martin (Enrico Maria Salerno), insolito pistolero che, viaggiando di paese in paese, si accontenta di offrire uno spettacolo circense in cui dimostra la propria abilità nel tiro al bersaglio e quella di qualche suo giovane allievo. Un suo ex sodale, Kane (Venantino Venantini), ora rapinatore di treni, lo affronta e gli spara alle mani. Martin trova un nuovo valido allievo (Terry Jenckins) e, insieme a lui, dà la caccia a Kane per vendicarsi. Ci riuscirà dopo numerose peripezie e, comunque, gli costerà la vita.
La pellicola è decisamente insolita. L’unico punto di contatto con i western leoniani consiste nel timbro vocale del protagonista, già doppiatore di Cint Eastwod e nella magnifica fotografia, elegante e contrastata, capace di donare una reale “patina storica” alle immagini. Per il resto il film si sforza di impostare una sorta di dramma edipico giocato sul lungo duello tra “padre” buono e “figlio” traviato. Tutto ciò guida il racconto verso zone espressive addirittura teatrali, grazie all’interpretazione sofferta di un Enrico Maria Salerno tormentato e logorroico. In tal senso questo protagonista si trova agli antipodi dei silenti e monolitici eroi leoniani, dando luogo a un tentativo di dramma realistico che però confligge con il contesto western totalmente inverosimile e generico come quello della stragrande maggioranza di questi prodotti i cui personaggi si muovono in quadro sostanzialmtne astratto. Il tentativo, per quanto interessante e dotato di singole pagine valide, appare nel complesso artificioso e sbagliato. Sul tema dello scontro tra  maestro e allievo farà meglio, di lì a poco, Tonino Cervi con I giorni dell’ira.
Gli incassi furono buoni.

Armando Crispino, dopo le boccaccesche Piacevoli notti (1966; vedi), suo film d’esordio, firma il proprio unico western, John il bastardo (set.1967; 95 min), pellicola insolita in cui si notano molteplici legami con la precedente fatica “rinascimentale” e poche somiglianze con i modelli leoniani.
Il regista cala il mito di Don Giovanni nel western italico: il suo silente pistolero John (John Richardson) diventa un gran chiacchierone quando si tratta di sedurre la fanciulla di turno; lo accompagna un bislacco Leporello (Glauco Onorato) mentre suo principale nemico si configura il fratellastro don Francisco (Claudio Camaso), colpevole innanzitutto di avere una bella moglie (Martine Beswick) che diverrà preda del nostro seduttore. La pellicola quindi inanella una serie di episodi relativamente autonomi (come accadeva ne Le piacevoli notti), il cui fulcro è sempre la conquista, spesso violenta, di una donna. Dopo avere difeso un gruppo di mormoni - con i quali John condivide la filosofia dell’amore poligamico (anche se non regolato dalle rigide regole della setta) -  dalla persecuzione dell’esercito americano, il protagonista irrompe nella casa del padre, il ricco e potente Don Diego tenorio (Claudio Gora), colpevole di averlo generato e abbandonato (di fatto egli si comporta nello stesso modo... ) e fa una strage. Insolita risulta anche la conclusione nella quale entrambi i protagonisti - Don Giovanni e Leporello - vengono uccisi. Inutile dire che la colonna sonora di Nico Fidenco utilizza un melodioso tema che ricalca quello del mozartiano “Là ci darem la mano”, motivo della seduzione per eccellenza.
La bizzarra idea narrativa trova una realizzazione modesta: gli attori sono tutti convincenti (c’è anche Gordon Mitchell nel ruolo di un sinistro killer al servizio dei Mormoni) e numerose sequenze sono di grande efficacia spettacolare (si veda il “furto” della diligenza e suo “recupero” da parte di John). Ciononostante il racconto appare ripetitivo e sfilacciato mentre le gesta del protagonista appaiono spesso eccessive e artificiose (John arriva a spararsi ad una gamba per farsi accettare dalla rilutante madre... ). Inoltre gli scarti narrativi tra il John pistolero implacabile e il John seduttore sono piuttosto disarmonici e generano scompensi narrativi abbastanza forti.
Gli incassi furono discreti.

Il film d’esordio di Giuseppe Colizzi, Dio perdona... io no (ott. 1967; 110 min.) segna una data rilevante nella storia del western italiano. Innanzitutto questa pellicola, solenne e violenta, sancisce la nascita del binomio Terence Hill-Bud Spencer, binomio che ritroveremo nei successivi due western firmati da Colizzi (I quattro dell’Ave Maria; La collina degli stivali), seppure all’interno di un contesto serio, nel solco dei film leoniani. Inoltre il pregevole film va ricordato come il secondo western di alta qualità (dopo Quien sabe?, Damiani 1966; vedi) nato nella scia della rivoluzione attuata dalla trilogia del dollaro.
La vicenda non è particolarmente originale: due amici - un pistolero silenzioso e agilissimo e un agente delle assicurazioni forzuto e chiacchierone - sono alla caccia di Sant’Antonio (un ottimo Frank Wolff) che dapprima si è finto morto (con tanto di funerale, impropriamente accompagnato da una musica dixieland, retrodatata di mezzo secolo), poi ha rapinato un treno sterminando senza pietà tutti i passeggeri del convoglio. La coppia si introduce nella fortezza del cattivo, si riappropria della cassa d’oro, viene catturata, torturata, si libera e infine stermina tutti i nemici.
Dunque niente di nuovo sul versante dei contenuti impostati sulle consuete figure de Il buono, il brutto, il cattivo (Colizzi era stato aiutante di Leone sul set di quel film), contenuti i quali, tuttavia, vengono organizzati secondo un andamento insolito, memore del noir americano. Metà del racconto infatti avviene in flashback e riguarda la scoperta che Sant’Antonio non è affatto morto, come invece credeva Doc (Terence Hill), suo presunto assassino. Questa prima parte coniuga western e mystery, rivelando gradualmente la complessa macchinazione di Sant’Antonio, un cattivo delirante e sadico, ispirato soprattutto all’Indio di Volontè. La notevole colonna sonora di Rustichelli propone un sinfonismo grandioso che cita il Wagner del Ring accanto ai Carmina Burana di Orff, donando all’insieme una solennità ancora più austera di quella presente nella trilogia del dollaro. Colizzi non si spinge a imitare i duetti/terzetti “operistici “ di Leone, ma vi si avvicina molto, dilata le scene senza utilizzare però i dettagli, tipici del “maestro”, e privilegiando i campi lunghi e le panoramiche. A questo si deve aggiungere l’ottima resa di tutti gli interpreti che riempiono di interesse ogni singola sequenza del film. I silenzi e gli sguardi glaciali di Doc si legano meravigliosamente al simpatico, inesauribile chiacchiericcio di Bessy (Bud Spencer) cui si contrappongono le mimiche sornione e cangianti di Sant’Anrtonio; anche i comprimari sono scelti con grande accuratezza e risultano sempre interessanti così come gli scenari (spagnoli). Non manca qualche episodio leggero, relativo al rapporto amichevole di Doc e Bessy, episodio anticipatore della vena umoristica del futuro Lo chiamavano Trinità (Barboni, 1970). Il taglio delle inquadrature è sempre elegante, impreziosito dalla fotografia contrastata e priva di colori squillanti di Alfio Contini, anch’essa influenzata dal noir americano.
Rispetto ai modelli leoniani, il film, per quanto permeato della medesima violenza estrema, ristabilisce la solida antitesi tra personaggi positivi e negativi; in particolare Bessy è il prototipo dell’uomo onesot e ligio al proprio compito (recuperare il bottino per conto dei suoi datori di lavoro) mentre Doc, pur con qualche ambiguità, finisce con il seguire le direttive dell’amico.
Il film colse un trionfale successo e si collocò, quanto a incassi, tra i primi cinque film della stagione nonchè primo quanto a pellicole italiane.

Adelchi Bianchi termina la breve carriera di regista con il suo quarto lungometraggio, Buckaroo (ott. 1967; 90 min.). Si tratta di un modesto western che ricicla, senza estro, alcuni consueti canoni leoniani uniti a una tipologia narrativa semplice e romantica che riprende il western classico americano. In un paesino di minatori spadroneggia Lasch (Livio Lorenzon) fino a quando non giunge il magnifico e un po’ misterioso straniero Buckaroo (il cantante Dean Reed) il cui nome è un sinonimo di cowboy. In breve tempo quest’ultimo riesce a far sollevare i minatori sfruttati, offrendo loro un impiego meglio retribuito. Si giunge rapidamente allo scontro tra il nuovo venuto (cui, scopriremo, il perfido Lasch aveva ammazzato il padre), aiutato dagli sfruttati in rivolta e la banda criminale capeggiata da Lasch. Vincono, ovviamente, gli onesti.
La pellicola procede fiacca e prevedibile tra dialoghi banali, musiche morriconiane scontate e una recitazione senza particolari qualità. L’unico elemento di interesse è costituito dalla presenza del cantante-attore Dean Reed il quale stava già convertendosi alla “religione” marxista (nel 1972 espatrierà nella Ddr dove diverrà un inconsueto esempio di occidentale che sceglie e difende i regimi sovietici); infatti la pellicola evita il cinismo tipico del western italico e imposta una narrazione dal sapore politico in cui la soluzione dell’intreccio coincide con la rivolta dei minatori sottopagati e la morte degli sfruttatori. Non manca un momento canoro (una sera l’eroe intona un brano davanti al fuoco) e una voce fuori campo che ci avvisa del carattere ad un tempo veritiero e favolistico della narrazione. Buckaroo si inserisce pertato nel minoritario filone del western progressista.
Non ebbe alcun successo commerciale.

Dopo La resa dei conti (1966; vedi) Sergio Sollima si conferma un maestro del western con Faccia a faccia (nov. 1967; 110 min.), un film dotato di grande originalità nel quale gli stilemi leoniani divengono una suggestiva cornice entro la quale si sviluppa il divenire psicologico di due personaggi antitetici.
Il mite e sensibile professor Fletcher (un Gian Maria Volontè che ha appena dismesso i panni dello sfortunato professore siciliano di A ciascuno il suo) abbandona il New England e l’insegnamento e si trasferisce in Texas dove incontra lo spietato criminale Bennett (Tomas Milian) il quale sfugge rocambolescamente ai suoi carcerieri (lo stavano scortando verso un carcere), portandosi dietro lo spaventato e perplesso professore. Tra i due si instaura progressivamente un profondo legame di amicizia, pur rimanendo, in una prima fase, ciascuno legato alle proprie convinzioni. Fletcher entra a far parte della banda di Bennett, dove peraltro si annida Siringo (William Berger), un infiltrato dell’agenzia Pinkerton, deciso a catturare l’intero manipolo di malviventi. Nel frattempo il professore abbandona gradualmente i modi gentili, si impossessa di una bella bruna, ammazza il suo ex compagno e diviene un leader ascoltato della banda. Addirittura prepara un perfetto piano per rapinare una banca che viene mandato a monte da Siringo. Durante il colpo Bennett, invece, subisce una sorta di trauma e decide di abbandonare l’esistenza criminale. Le autorità locali, intanto, preparano una strage: assoldati cinquecento vigilantes, li spediscono a fare piazza pulita del villaggio misero e periferico che dà ospitalità alla banda di Bennett, ora guidata da Fletcher. Nel “triello” finale, a sorpresa, Bennett uccide il professore, ormai prigionero dei propri sanguinari deliri e si consegna a Siringo che lo lascia libero.
Sollima mette in scena due trasformazioni parallele, offrendo allo spettatore un tipo di racconto insolito, soprattutto nell’ambito del western italiano, caratterizzato dalle tipizzazioni estreme e nette. Così “nel corso del tempo” il buono diventa il cattivo e il cattivo si tramuta nel buono sotto gli occhi increduli del bounty killer Siringo. Inizialmente il professore è un coagulo di idee solidaristiche, libresche e paramassoniche le quali, al cospetto della realtà violenta del West, si dissolvono lasciando emergere, nell’ex docente, inclinazioni segnate da una sfrenata brutalità. Fletcher dapprima non riesce a controllarsi di fronte a una donna affascinante e se ne appropria con la forza, poi accantonata ogni remora si mette alla testa della banda, sollevando le perplessità di Bennett che si sente scavalcato. Quest’ultimo, invece, specchiandosi nel nuovo volto del professore ne prova un certo disgusto e, tradito da Siringo e commosso da un ragazzino emarginato, decide di chiudere la propria carriera criminale. E’ curioso notare come questo insolito schema narrativo contenga numerose anticipazioni di importanti film successivi: il cinefilo Wim Wenders adotterà un simile quadro psicologico nel suo capolavoro Nel corso del tempo (1976) in cui il “matto” Robert finirà per contagiare il più “normale” proiezionista Bruno e avrebbe voluto adottarlo anche per le figure di Travis e Walt di Paris Texas (esigenze di produzione costringeranno il regista tedesco a non realizzare la seconda parte del film in cui era previsto uno scambio di ruoli).
Sollima si concentra sul divenire psicologico dei suoi eccellenti protagonisti al punto da tagliare numerosi luoghi comuni del western: così l’assalto al treno e lo sterminio degli abitanti del villaggio banditesco vengono “sottintesi”; con queste eleganti ellissi narrative il regista romano evita lungaggini scontate (presenti in quasi ogni pellicola dell’inflazionato genere) anche se spettacolari. Ritroveremo questo sofisticato atteggiamento autoriale nel cinema di Robert Altman (si pensi al modo essenziale di raccontare le rapine in banca in Gang... ). Inoltre il tema delle “stragi di stato”, chiaramente enunciato nella polemica cha contrappone le autorità locali e Siringo intorno alla decisione di assalire un intero villaggio anzichè di dare la caccia ai soli banditi che vi si nascondono, offre riflessioni sulla violenza legale posta in essere degli stati (in differenti momenti della Storia; ad essa si riferisce anche il delirante Fletcher, allorchè, nel finale, cerca di organizzare un vero e proprio esecito del male) e anticipa le tematiche di Soldato blu (Nelson, 1970) e Piccolo grande uomo (Penn 1971).
Infine, nel “triello” conclusivo Sollima inventa l’immagine della vittima che nasconde dietro di sè il proprio carnefice, efficace trucco cinematografico che verrà ripreso da Argento nel finale di Tenebre (1982) e in seguito da De Palma.
Sollima utilizza magistralmente l’ottima colonna sonora di Morricone che si basa su una splendida melodia lirica ad arco che emerge da un perpetuum ritmico dissonante e disturbato: la sorprendente antitesi di queste due componenti sonore raddoppia la sopracitata opposizione psicologica dei due personaggi principali.
Come La resa dei conti, anche Faccia a faccia riscuote un enorme successo commerciale (diciassettesimo nella classifica annuale dei maggiori incassi).

Dopo una lunga gavetta come aiuto regista (tra gli altri di Monicelli e De Sica), Giovanni Fago esordisce alla regia con il pregevole Per 100.000 dollari t’ammazzo (nov. 1967; 95 min.). Vi si narra il lungo scontro tra due fratellastri ovvero il leale Johnny (Gianni Garko) e il ciminale Clint (Claudio Camaso). Nella prima parte gli antefatti vengono raccontati attraverso un abile uso del flashback in cui insolite e luminose visioni marine irrompono nei colori bruni dei consueti, aspri paesaggi spagnoli. Poi la vicenda si va attorcigliando intorno ad una rapina effettuata dalla banda di Clint ai danni dell’esercito sudista in rotta. Il malvagio personaggio viene catturato da Johnny che vuole consegnarlo alla legge mentre i sodali della banda lo inseguono per recuperare l’oro della rapina. Il contesto è quello lacerato e dolente della Civil War (come ne Il buono, il brutto, il cattivo), disegnato da Fago con ottimo senso del paesaggio e perfetta messa in scena di luoghi sconvolti dal sopraggiungere dei militari in ritirata. Gli ospedali e i corpi dilaniati prevalgono sulle battaglie degli eserciti. Dopo innumerevoli scontri e decessi che non risparmiano la compagna (Claudie Lange) di Johnny, brutalmente assassinata da Clint, il duello finale porta una flebile luce di giustizia in un panorama umano nerissimo.
All’interno di una vicenda poco originale - dominata dalla prevedibile caccia al tesoro e dalle abituali pulsioni di vendetta - Fago racconta il proprio canovaccio (la sceneggiatura è di Sergio Martino, Ernesto Gastaldi e Luciano Ercoli) con notevole maestria. Innesta nel soggetto un feroce ed elegante realismo (venato di notevole crudeltà) in cui le inquadrature sono sempre di buon valore, la cornice storica viene curata con insolita pignoleria, gli interpreti sono ammirevoli e i dialoghi evitano le consuete banalità. Ottima suona anche l’intensa colonna sonora di Nora Orlandi, morriconiana e ricca di invenzione melodica. Il quadro umano che ne fuoriesce è segnato da quel brutale nichilismo che caratterizza le opere più notevoli di questo popolare genere filmico.
Gli incassi furono buoni.

Con il suo secondo film, I giorni dell’ira (nov. 1967; 110 min.), Valerii migliora notevolmente rispetto al mediocre Per il gusto di uccidere (1966; vedi), pur mantenedo la visione scettica e nichilista che aveva già caratterizzato l’opera d’esordio.
Vi si racconta il rapporto tra Scott, un giovane aspirante pistolero (Giuliano Gemma) e Talby, un avventuriero (Lee Van Cleef) il quale ha alle spalle numerosi morti ed una fama ambigua. Il primo, deriso da tutti nella sua cittadina perchè di umili origini, vuole diventare qualcuno e vendicarsi; pertanto si mette al servizio dell’abile Talby il quale, gradualmente, elimina alcuni notabili della città e ne prende il posto. In tal modo Talby rivela la propria reale natura criminale, tenuta fino ad allora ben nascosta. Le autorità citttadine cercano allora di convincere Scott affinchè si metta contro Talby: il giudice Cutchell (Lukas Ammann) non esita ad utilizzare il fascino della figlia pur di ottenere l’aiuto del giovane. Dopo numerose altre svolte narrative si giunge all’inevitabile duello tra maestro e discepolo.
La vicenda è poco originale anche se le figure appaiono psicologicamente più accurate di quanto è solito proporre il genere western. Anche l’intreccio (i legami criminali che creano alleanze e inimicizie) appare sfocato e poco rilevante. Le qualità del film vanno ricercate esclusivamente nella bravura dei due interpreti principali e nella brillante colonna sonora di Riz Ortolani che conferisce ritmo ed un alone epico a questa vicenda, ricca di svolte inattese. Il vero elemento centrale del racconto consiste nell’ambiguità della maschera di Lee Van Cleef e nel suo rapporto enigmatico con l’allievo, maschera che si risolve “al negativo”: Talby appare all’inizio assai simile al bounty killer di Per qualche dollaro in più (si noti la quasi identica sequenza nella taverna messicana) ma poi si svela essere un parente stretto del “cattivo” della terza parte della trilogia del dollaro. Come in ogni grande western di matrice leoniana la legge della sopraffazione è l’unica a governare le cose in questi polverosi villaggi, situati a migliaia di chilometri dalle civili metropoli americane. Sceriffi, giudici e banchieri utilizzano la maschera della giustizia solo per piegare i loro nemici al proprio volere. L’assenza di un orizzonte di valori forti e la generale disillusione intorno a presunte qualità morali innate dell’individuo conferma una concezione disillusa del mondo e rimanda all’analoga dissoluzione dei valori tradizionali che è in corso nella società civile italiana.
Il film riscosse un enorme successo, risultando secondo, quanto a incassi di film italiani, solo a Dio perdona... io no.

Con il suo quarto ed ultimo western, Una colt in pugno al diavolo (nov.1967; 100 min.), Bergonzelli propone un film anomalo e indeciso, in cui si attinge a piene mani al recente Il buono, il brutto, il cattivo accentuando però gli elementi grotteschi fino a scivolare pericolosamente verso la commedia umoristica e la parodia. La parte finale poi (l’attacco in grande stile della fortezza del bandito messicano El Condor da parte dell’esercito americano) riprende invece stilemi tipici del western americano.
La vicenda è quanto mai risaputa: una banda di criminali messicani, guidata da El Condor (Il cinese George Wang), terrorizza la regione. L’esercito sudista riesce a infiltrare Pat Scotty (l’inespressivo Bob Henry) nel piccolo villaggio banditesco. Quest’ultimo diviene buon amico di El Condor (che pure lo guarda con sospetto) al punto che, nel classico duello conclusivo, lo risparmia e lo consegna vivo alle autorità.
L’intreccio è banale ma Bergonzelli lo conduce con buon senso del ritmo e con alcune trovate talmente assurde (un canocchiale per scopre giacimenti d’oro, una lente che incendia a distanza la corda di un impiccato... ) da risultare divertenti. Arrìcchiscono il cast le incisive presenze femminili di Marisa Solinas e Lucretia Love, mentre la colonna sonora, puramente morriconiana, funziona discretamente. Anche i paesaggi, trovati nel Lazio, sono più che accettabili.
Il film fu un mezzo fiasco.

Per il proprio secondo lungometraggio (dopo il buon esito de La donna del lago) Luigi Bazzoni sceglie di ambientare in una sorta di West spagnolo l’abusata vicenda di Carmen (P. Méimée, 1845; Bizet, 1875). Ne fuoriesce il mediocre L’uomo, l’orgoglio, la vendetta (dic. 1967; 90 min.) il cui roboante titolo, invano, cerca di rievocare quello della terzo western di Leone.
L’ufficiale Don Josè (Franco Nero) si lascia irretire dalla prostituta Carmen (Tina Aumont): uccide uno dei suoi amanti (un suo superiore di grado), abbandona l’esercito, si unisce ad una banda criminale dominata dal malvagio marito (Klaus Kinski) di Carmen, assalta una diligenza ed infine, reso folle dalla gelosia, uccide la donna che, nel frattempo, si è legata a un torero.
Bazzoni può avvalersi di validi interpreti la cui prova è anche l’unico motivo degno di nota del film. Nella prima parte il regista mette in scena una Spagna cartolinesca mentre nella seconda, ambientata tra paesaggi rocciosi, si perde in interminabili quadri paesaggistici ed in un uso “sperimentale” della macchina a mano che, unito alla pochezza di storia e dei personaggi, risulta presto irritante. L’autore delle musiche rievoca spesso il celebre tema del destino che apre la Carmen di Bizet, senza riuscire a donare alla pellicola una cifra musciale che riesca a sopperire alle lacune narrative.
Il film si colloca tra i numerosi tentativi di rendere “adulto” il western italico, inserendovi argomenti sociali e politici, nonchè un tipo di linguaggio filmico trasgressivo, tipici della seconda metà degli anni sessanta. Ovviamente i banditi sono dei poveri diseredati con alle spalle un’infanzia difficile, i signori e gli ufficiali vengono descritti con la prevedibile antipatia mentre Carmen diviene un’eroina femminista in lotta contro lo strapotere maschile... Il risultato è quanto mai mediocre e fa rimpiangere la rozza ingenuità dei western di mero intrattenimento.
Gli incassi furono buoni.

Sergio Garrone esordisce alla regia con Se vuoi vivere... spara (dic. 1967; 90 min.), un western abbastanza insolito e dotato di alcuni pregi.
Nel solito villaggio di confine, dominato da uno spietato possidente terriero, gli stranieri vengono prima derubati al tavolo del oker e poi ammazzati con un pretesto; Johny Dall (Ivan Rassimov), invece, riesce a sopravvivere e si lega ad una famiglia di coloni perseguitata. Quando quest’ultima verrà sterminata (in una sequenza che anticipa quella celebre di C’era una volta il West), Dall decide di vendicarla. Con l’aiuto di un simpatico bounty killer (Riccardo Garrone) riuscirà - non prima di essere stato più volte catturato e pestato - a sterminare i nemici.
Garrone non segue gli stereotipi leoniani e si ispira semmai al western americano. Il suo eroe non è un personaggio misterioso e cinico, bensì un uomo qualunque che non disdegna di fare l’agricoltore e che riprende la pistola solo perchè costretto dalle circostanze. Tolta la figura del protagonista e un’attenta cura alla costruzione delle inquadrature, mai banali, il resto del racconto si svolge su binari consueti e non riesce a innovare il logoro canovaccio che rende queste pellicole simili e intercambiabili.
Gli incassi furono modesti.

Anche Mario Lanfranchi esordisce alla regia con un wester insolito e degno di un certo interesse, Sentenza di morte (dic. 1967; 95 min.). Il canovaccio è sempre quello: un pistolero (Robin Clarke) decide di vendicare la morte del fratello e, anni dopo l’evento, insegue i quattro colpevoli (nell’ordine Richard Conte, Enrico Maria Salerno, Adolfo Celi e Tomas Milian in versione albina), ne stermina le rispettive bande e poi li uccide. Si tratta dunque del primo western a episodi (quattro racconti nettamente distinti e separati) nei quali la noia della narrazione, prigioniera di ogni immaginabile stereotipo, viene valorizzata da inquadrature sempre di buona fattura e da un certo gusto melodrammatico (Lanfranchi era, a quel tempo, già un ottimo regista di opere liriche per la Rai) che anima alcuni scenari estremi come la lunga, estenuante partita a poker con Enrico Maria Salerno e le suggestive scenografia notturne, solcate da bagliori, che segnano la morte del “predicatore” Adolfo Celi. In fondo i quatro episodi corrispono ai quattro atti di un melodramma o di uan sinfonia con gli “allegro” (ossia gli episodi più vivaci) in prima e quarta posizione, una sorta di andante (la partita a poker) al canonico secondo posto e uno scherzo bizzarro (Adolfo Celi predicatore sanguinario) come terza parte.
Inoltre Lanfranchi inserisce una colonna sonora inedita e ironica: alle consuete trombe spagnoleggianti sostituisce un jazz soffice e suadente.
Tutto ciò non basta, tuttavia, a fare di Sentenza di morte una pellicola riuscita e tantomeno importante nel panorama filmico italiano. Il film fu un insuccesso commerciale.

Bianchi Montero offre con Le due facce del dollaro (dic. 1967; 95 min.) un film insolito in cui alcune componenti de Il buono, il brutto, il cattivo si fondono con lo schema del caper movie (7 uomini d’oro, Vicario, 1965). Ne nasce una pellicola piacevole e relativamente originale, soprattutto nella parte centrale.
L’orologiaio Matematica (Jacques Herlin) organizza un colpo perfetto ai danni della guarnigione del forte Henderson. Insieme ad altri tre complici (Maurice Poli, Gerard Herter e Gabriella Giorgelli), che tra loro non si conoscono, penetra nella piazza d’armi e riesce a sottrarre un ingente quantitativo d’oro. La parte del leone la interpreta il falso colonnello (Andrea Bosic) il quale, dopo avere ammazzato quello autentico, si muove con grande padronanza tra gli ufficiali della guarnigione. Attraverso un meccanismo complicato i sacchi d’oro giungono sul calesse dell’orologiaio il quale, uscito dal forte, si ricongiunge ai compici. Inizia allora un prevedibile gioco al massacro che termina con la morte di quasi tutti i criminali. L’ultimo sopravvissuto verrà arrestato dai soldati.
Finalmente un western senza il solito paesello tenuto in pugno da notabili perfidi, aiutati da bande mercenarie. Anche la parte finale de Le due facce del dollaro, per quanto mutuata dal citato film leoniano, possiede qualche guizzo vitale grazie anche alla buona interpretazione degli attori. Va inoltre notato che la pellicola non contrappone buoni e cattivi: l’intero panorama è occupato da protagonisti spietati e privi di qualunque remora morale; infatti tutti ammazzano gente innocente senza pensarci troppo. Per quanto sgredevole questo panorama umano, non troppo dissimile da quello dei film di Leone, è lo specchio della coeva società italiana, nuovamente viva e agguerrita, nonchè priva di inibizioni moralistiche.
Il successo fu buono.

La coppia Franco e Ciccio, guidata da Gianni Grimaldi, dà vita a Il bello, il brutto, il cretino (ago 1968; 90 min.), mediocre parodia del noto film di Sergio Leone. La vicenda viene clonata senza troppe variazioni (manca solo il lungo episodio del convento) in un racconto in cui le battute della coppia non paiono irresistibili - manca quasi totalmente il riferimento sarcastico alla attualità e quel tono surreal-anarcoide (con l’eccezione di una fulminante battuta “pornografica” tra Franchi e la Petry, sfuggita alle maglie della censura) che rende interessanti alcuni titoli dei due comici siciliani - mentre la vicenda si snoda noiosmente prevedibile. Anche comprimari e scenari mostrano la pochezza di risorse a disposizione.
Tra partite a poker, finte impiccagioni e insoliti rodei Franco e Cicco sono a caccia del tesoro sepolto in un cimitero; si affianca loro il bello (Mimmo Palmara) e una ragazza da saloon (Birgit Petry) che finirà con il beffare i tre contendenti.
Gli incassi furono discreti.

Una seconda parodia della coppia Franco e Ciccio del film di Leone, 2 Rrringos nel Texas (ago. 1967; 95 min), esce pochi giorni dopo la prima; la capacità del mercato di assorbire due film molto simili negli stessi mesi testimonia la grande popolarità del duo comico.
La pellicola, diretta da Marino Girolami, è di buon livello, soprattuto grazie all’inserimento di un surreale cavallo parlante che anima tutte le sequenze del racconto. Questa componente, unita agli infiniti riferimenti all’Italia contemporanea (soprattutto alla Sicilia), rendono il lavoro spiazzante e piacevole, trasformandolo in un film quasi surrealista. Va detto che si tratta di uno dei rari casi in cui la versione caricaturale è più interessante degli infiniti, monotoni cloni degli archetipi leoniani.
La vicenda è pretestuosa, trattandosi di un fedele ricalco delle situazioni principali de Il buono, il brutto, il cattivo. Il duo comico riesce a vivacizzare il canovaccio inserendo battute comiche che divertono nel loro ribaltare luoghi comuni e modi di dire usurati, spesso inserendo gustosi riferimenti all’attualità. Tra gli episodi più incisivi: Franco, unico maschio appetibile, folleggia in una festa di sole donne; l’incontro col cavallo parlante al forte dei sudisti e il vano tentativo di spiegare a un capitano le importanti informazioni riferite dal medesimo; una delirante partita a poker; una scena di finta tortura con il cranio di Franco che sopporta l’impatto di un pesante masso; l’episodio “pacifista” del ponte con sudisti e nordisti che fingono di combattersi, aspettando la fine della guerra. L’intera sequenza conclusiva del cimitero è invece fiacca e costituisce la parte meno riuscita del film. In essa, tuttavia, si nota una pesante allusione politica: tra i nomi sulle tombe Franco legge il nome di Aldo Moro, allora presidente del consiglio ed emblema di quella svolta a sinistra che certo non poteva essere gradita a un dichiarato conservatore quale Franco Franchi. Certo si tratta di una sinistra allusione - che tornerà in modo assai più esplicito in Todo modo (Petri, 1976) - se si pensa al tragico destino dello statista pugliese.
Tra le presenze femminili ricordiamo Helene Chanel e Gloria Paul. Gli incassi furono buoni.

testo scritto nel feb. 2017