Don Camillo e Il ritorno di don Camillo

Don Camillo, Il ritorno di Don Camillo e Don Camillo e l’onorevole Peppone: per una pacificazione nazionale (1952-55)

            “Gino Cervi corrisponde esattamente al mio Peppone. Fernandel non ha
            la minima somiglianza col mio don Camillo. Però è talmente bravo che ha
            soffiato il posto al mio pretone. Così ora, quando mi avventuro in qualche
            nuova storia di don Camillo, mi trovo in grave difficoltà perché mi tocca di
            far lavorare un prete che ha la faccia di Fernandel”.
            G. Guareschi

Dopo avere acquistato i diritti del volume di racconti Mondo piccolo: Don Camillo (1948), Peppino Amato cerca invano un regista importante per questa trasposizione filmica. Guareschi, l’inventore della piccola (per ora) saga ambientata a Brescello, nella pianura padana, è un monarchico che non lesina critiche alla DC (finirà addirittura in galera a metà del decennio per avere sostenuto che De Gasperi, in alcune lettere da lui ritenute autografe, aveva invitato gli alleati a bombardare le periferie romane per demoralizzare il fascismo) e quindi si colloca idealmente fuori dal perimetro di uno spettacolo filmico egemonizzato dalle sinistre i cui pochi autori centristi vengono guardati con sufficienza. Amato e Rizzoli allora progettano un film europeo di largo respiro: dopo avere inutilmente interpellato alcuni prestigiosi registi italiani (in particolare De Sica che rifiutò ripetutamente) i produttori invitano il veterano Julien Duvivier a dirigere la pellicola e reclutano nientemeno che Fernandel – il massimo comico francese del decennio – per interpretare il ruolo di Don Camillo. D’altronde questo film (come i seguenti della serie) è impostato intorno a un’ottica conservatrice di cui il sacerdote è fiero portatore mentre Peppone rimane l’antagonista alquanto debole poiché quasi sempre è quest’ultimo a cedere, a venir meno ai propri sbandierati e artificiosi ideali (ateismo, ugalitarismo estremo) ed a recarsi nella canonica del curato a chiedere ora questa ora quella cosa (si tratti del battesimo del figlio o di ripetizioni di italiano).
Il film propone un’ottica di collaborazione tra le classi, invita a una pacificazione nazionale e dipinge i comunisti come persone stravaganti che hanno tralasciato i valori tradizionali e si sono calati in un improbabile abito rivoluzionario e filosovietico. Da questo punto di vista la Francia ha problemi simili a quelli italiani, dovendo i centristi fronteggiare un agguerrito PCF (la cui percentuale elettorale era intorno al 25%) e, dunque, Don Camillo può aiutare anche loro, influenzando le masse popolari in una direzione anticomunista. La questione poi è ancor più insidiosa per i filosovietici in quanto i comunisti non vengono dipinti come violenti o pericolosi, bensì come una banda di gente simpatica e schietta la quale, per rivendicare alcuni diritti spesso anche giusti (maggiore equità nelle paghe; maggiore sforzo dei proprietari nel distribuire a tutti opportunità di lavoro dignitosamente pagate) ha però scelto una strada disseminata di contraddizioni e certamente sbagliata in quanto legata a doppio filo con un terrificante sistema totalitario e illiberale quale quello sovietico (e su questo punto il film non va troppo per il sottile).
Dunque la creazione di questo Don Camillo (i cui primi racconti apparvero sul settimanale “Il Candido”, a partire dal dicembre 1946; il giornale di taglio monarchico e conservatore, viene edito a Milano da Rizzoli a partire dal dicembre 1945: per un lungo periodo Guareschi lo dirige e, in ogni caso, vi collabora fino al giorno della chiusura, nel 1961), prete conservatore ma ex partigiano, che i padroni spesso definiscono addirittura prete bolscevico, è una trovata geniale di Guareschi e della
propaganda conservatrice, tanto più che questa irruenta figura ispira una sincera simpatia.
Don Camillo (marzo 1952; 107 min.) traduce in immagini la prima raccolta dello scrittore emiliano, Mondo piccolo: Don Camillo (1948), attingendo ai racconti "Peccato confessato", "Il battesimo", "Scuola serale", "Incendio doloso", "Il tesoro", "Rivalità", "Delitto e castigo", "Ritorno all'ovile", "La disfatta", "Uomini e bestie", "La processione", "Il comizio", "I bruti", "Sciopero generale" e "Giulietta e Romeo" (il più delle volte i dialoghi letterari vengono riproposti parola per parola) ed ottiene un successo strepitoso non solo in Italia, con grande scorno dei progressisti i quali aggrediscono il film con ogni mezzo (si parlò di “barzelletta”, di “retorica gonfia, ipocrita, irritante”).
Il film, estremamente piacevole e ben girato, interpretato in modo coinvolgente e magnifico dai due principali interpreti, si dipana lungo una serie di episodi distinti che rispecchiano il tipo di scrittura di Guareschi. Manca pertanto un respiro unitario come pure una vicenda forte e ben strutturata. Le piccole storie si alternano in modo abbastanza autonoma, alcune sono più riuscite (come quella dell’inaugurazione contemporanea della Casa del popolo e della Casa dei fanciulli), altre alquanto scontate (la vicenda amorosa di Romeo e Giulietta ricicla stancamente l’eterna questione degli innamorati appartenenti a famiglie nemiche); e tuttavia non sono gli eventi a interessare, bensì i personaggi, le singole bizzarre situazioni, i dialoghi spesso arguti. Così appare impagabile il costante “dibattito” tra l’impetuoso Don Camillo e l’apollineo Gesù il quale, tra l’altro, ricorda continuamente al curato che la religione va tenuta ben scissa dalle cose politiche (alla faccia di tutti i cattolici con simpatie socialisteggianti); altrettanto riusciti sono i duetti tra il sacerdote e Peppone, basati sull’evidente conflitto tra il costante richiamo alla bontà e al perdono del primo e le sanguigne esigenze della lotta di classe del secondo. Tuttavia quando le cose tendono a precipitare in tragedia - come nel lungo episodio dello scipero a oltranza dei contadini che sta per causare la morte di numerose vacche - l’iniziativa risolutrice di Don Camillo - che riesce ad entrare nelle stalle per sfamare le bestie - trascina Peppone il quale, senza farsi vedere dai suoi, si schiera con il curato. Insomma quando le situazioni si fanno serie, emerge il fatto che i violenti metodi di lotta comunista sono inaccettabili e perfino irrazionali (far morire gli animali avrebbe impoverito certamente i padroni, ma, di conseguenza, avrebbe aumentato il numero dei disoccupati e, in  definitiva, impoverito soprattutto i contadini); in quei casi il capo comunista Peppone getta la maschera rivoluzionaria, abbandona l’ideologia astratta ed agisce scondo i canoni di un sano realismo. Questo implicito auspicio alla collaborazione nazionale corrisponde purtroppo solo ai desiderata degli autori poiché nella storia della repubblica italiana, di tragedie in nome del comunismo ne abbiamo subìte un numero eclatante.
Tra le altre figurine degne di nota c’è poi l’anziana maestra monarchica (in cui certamente si rispecchia il monarchico Guareschi) la quale, pur non lesinando insulti di ogni tipo alla “marmaglia” comunista, poi però l’accoglie in casa propria e allestisce una sorta di scuola serale per militanti sprovvisti delle più elementari nozioni di grammatica.
Il bel commento musicale di Alessandro Cicognini, orecchiabile e solenne quanto basta, rielabora in modo curioso la frase iniziale di Bandiera rossa (canto che risale a fine Ottocento), riprendendone il disegno melodico in una forma mutata e resa quasi irriconoscibile – quasi a volerne stemperare le durezze “militari” - anche perché si è passati dall’abituale rito di marcia di tutti gli inni a un più disteso e cantabile ritmo composto. Esso rimarrà la sigla principale dei cinque episodi della saga.
In Don Camillo l’anticomunsimo dell’autore si coniuga con il suo grande amore per la terra padana e con la convinzione che i suoi compaesani di sinistra siano come vittime di una momentanea malattia, di una infatuazione illogica dalla quale, prima o poi, si riavranno. Certo questa accondiscendenza e questo non riuscire a prendere troppo sul serio il marxismo, le case del popolo, la liturgia della rivoluzione e quant’altro mandò in bestia gli intellettuali dell’epoca, tanto più che il film divenne un enorme successo popolare (incassò addirittura un milardo e mezzo e fu primo nella stagione 1951-52, distanziando decisamente il secondo film, Anna di Lattuada, che guadagnò un miliardo circa) con il quale biosognava, per forza, fare i conti. Quel popolo per la cui “maturazione” i De Sica e i De Santis firmavano pellicole pensose e desolate, disertava in massa quegli appuntamenti troppo didattici e si riversava a festeggiare Fernandel e Cervi in un’allegra sagra paesana, francamente reazionaria.

Lo strepitoso consenso imponeva una seconda puntata che giunse immediata. Il ritorno di Don Camillo (settembre 1953; 115 min.), girato con la stessa squadra e tratto dalla seconda serie di racconti Don Camillo e il suo gregge (1953) di Guareschi (il quale collabora direttamente alla sceneggiatura), è però un film di qualità nettamente inferiore. Il carattere frammentario del precedente lavoro viene ora esasperato e mostra la corda: appare evidente che il film procede per sussulti, tra episodi drammatico-tragici (questa volta prevalenti) ed episodi sorridenti. La coppia di protagonisti è sempre validissima e, da sola, motiva l’interesse della pellicola; il contorno e i contenuti reiterano senza troppa fantasia quanto mostrato in Don Camillo.
Questa seconda puntata apre con le ultime immagini della prima e ci mostra il protagonista “esiliato” in un impervio paesino di montagna. Questo obbligatorio episodio iniziale è girato in modo superficiale e noioso: di questo nuovo ambiente non ci viene mostrato quasi nulla ed è evidente che gli autori non vedono l’ora di ricollocare il loro Don Camillo a Brescello. Quando ciò avviene, rispuntano le scaramucce di sempre: la rivalità tra la chiesa e la casa del popolo; i lavori per il campanile pericolante che vengono rimandati sine die da Peppone, il crollo della campana, Don Camillo che irrompe alla casa del popolo durante un incontro di pugilato e, salito sul ring, atterra il pugile vincitore della competizione ecc.
Tra i tanti racconti spunta anche quello dell’ex fascista Marchetti (Paolo Stoppa) al quale si vorrebbe far bere un bicchiere di olio di ricino per pareggiare i conti con quanto accadde nel ventennio: l’episodio è pasticciato e dapprima l’olio se lo deve bere Peppone, poi tocca all’ex fascista. In ogni caso – a parte il carattere estremamente generico dell’episodio – appare interessante la notizia che anche don Camillo avesse dovuto sottostare al supplizio negli anni mussoliniani, la qual cosa chiarisce, una volta per tutte, la sua collocazione (e quella di Guareschi) conservatrice ma decisamente antifascista e per nulla nostalgica.
L’ultimo episodio invece passa a toni dramamtici: prendendo ispirazione dalla recente alluvione del Polesine, gli autori immaginano una simile disgrazia a Brescello: inutile dire che, posti di fronte alla furia della natura, Don Camillo e Peppone, cattolici e comunisti fanno fronte comune e ritrovano quella intima solidarietà di compaesani che rimane il vincente substrato dell’intera narrazione.
L’episodio è poco controllato, semplicistico e un po’ retorico; tuttavia esso offre l’occasione per l’ennesimo invito politico all’unità nazionale, ad una fraterna collaborazione tra le classi sociali che metta tra parentesi le illusioni dle comunismo, del paradiso in terra, della Russia sovietica e di Karl Marx.
Per certi aspetti questi film tratti da Guareschi, più che accusare i comunisti di tradimento nazionale (cosa che è sempre presente ma tra le righe, senza un serio approfondimento del problema), costituiscono un costante invito ai “rossi” a divenire “rosa” (ossia a trasformarsi in partito socialdemocratico, scisso da Mosca e dalla concezione leninista) e soprattutto una profetica anticipazione della stagione del cosiddetto compromesso storico (epoca seguente al golpe cileno del 1973). Il tema del totalitarismo sovietico viene sfiorato anche ne Il ritorno di don Camillo nella gustosa scenetta di un Peppone tronfio perché si crede invitato dalla sezione provinciale a visitare l’Urss (si tratta invece del solito perfido scherzo di don Camillo), ma purtroppo la situazione non viene sviscerata in tute le sue potenzialità e rimane a livello di semplice scherzo tra amici–nemici, risolto in poche battute.
Questa seconda pellicola ottiene anch’essa un vasto successo (incassa un miliardo), non pari però a quella del film d’esordio.

La terza puntata, Don Camillo e l’onorevole Peppone (ottobre 1955; 95 min.) viene scritta da Guareschi (autore di soggetto e sceneggiatura, il quale attinge però anche a suoi precedenti racconti come Panzer) in carcere (dove sta scontando oltre un anno di reclusione a causa del ben noto processo che lo ha contrapposto a De Gasperi sulla questione di alcune scottanti lettere dello statista di dubbia autenticità) e affidata alla regia di Carmine Gallone. Sebbene questa volta Guareschi non parta (se non in minima parte) da suoi precedenti racconti, bensì abbia carta bianca, l’esito è del tutto simile a quello delle pellicole precedenti e la qualità – piuttosto scontata – non supera quella de Il ritorno di don Camillo.
Il film è quindi strutturato in storielle ben distinte e abbastanza generiche quanto ad approfondimenti. L’evento che le tiene unite è, questa volta, la scadenza elettorale alla quale punta Peppone per divenire onorevole. Tra alti e bassi, tra pagine banali ed episodi brillanti si nota un unico ricorrente elemento: la costante polemica politica che contrappone il “clericale” don Camillo al “sovietico” Peppone: ed è questa sola una ragione bastante per rendere valido ed interessante il lavoro (oltre alle già notate qualità inerenti gli interpreti e l’ambientazione). In fondo questo ossessivo battere il chiodo di un assurdo Pci che guardava con ammirazione a un paesa retrogrado e dittatoriale quale l’Urss (dal quale era generosamente finanziato) è tutt’altro che scontato: nel cinema del periodo il tema è ovviamente latitante (per non “infastidire” l’intellighenzia nostrana, quasi tutta progressista) e dunque appare gustosa la trovata di Guareschi di far divertire milioni di italiani (anche questa pellicola incassa circa un miliardo) ridicolizzando la distorta esterofilia dei socialcomunisti, acritici adoratori di “baffone” (morto nel 1953 e non ancora sconsacrato dal XX congresso del Pcus, 1956) e dei suoi sistemi autoritari.
Gli episodi più esilaranti hanno tutti a che fare con questa tema: don Camillo compra l’Unità da Peppone e si stupisce che non sia scritta in russo; il curato sfotte il trabiccolo del sindaco chiedendogli se è un auto russa e se va “a promesse elettorali”; durante un comizio basato sui soliti luoghi comuni sovieto-marxisti, don Camillo diffonde sulla piazza il canto patriottico “La canzone del Piave” e costringe Peppone a passare a toni più nazionalisti; nella fattoria di un aderente al partito è tenuto nascosto un carro armato in attesa della “rivoluzione proletaria” (tematica oggi poco comprensibile ma di grande attualità ancora negli anni cinquanta, poiché numerosi erano gli arsenali segreti del Pci, formati da armi non riconsegnate alla fine della guerra civile). Guareschi dunque parla in modo semplice e schietto, denuncia l’antiitalianità delle forze di opposizione e le invita a smetterla con questa farsa filosovietica; purtroppo nessuno dei dirigenti del partito comunista gli ha dato retta e si è dovuto attendere ben oltre la caduta del muro di Berlino per vedere finalmente posto in atto questo radicale ripensamento (avvenuto nel 1991, quando Mosca non poteva più fare regalie di alcun genere, essendosi sciolto il PCUS... ) che si è rapidamente trasformato in un’imbarazzata cancellazione di quel passato. Insomma Guareschi aveva ragione e Togliatti – che in un comizio definì Guareschi “tre volte idiota moltiplicato tre” (riferendosi alla ben nota invenzione umoristica dei trinariciuti) - aveva torto (lo dimostra la Storia a partire dal 1989).
A parte questo tema e i suoi sviluppi filmici, le altre storielle sono schizzi poco interessanti: Peppone vorrebbe tradire la moglie con una giovane segretaria del partito; la banda di Peppone ruba le galline a don Camillo; il sindaco deve fare gli esami di quinta elementare e viene aiutato dall’amico sacerdote ecc.
Ricordiamo infine che nel 1983 Terence Hill dirige un remake del primo Don Camillo nel quale interpreta il ruolo principale e affida all’attore inglese Colin Blakely la parte di Peppone. Gli episodi sono all’incirca gli stessi (si aggiunge quello della vincita al totocalcio che appartiene invece al terzo film della serie), l’ambientazione è stata spostata a Pomponesco negli anni ottanta, Don Camillo scorrazza su una motoretta da cross che ha sostituito la vecchia bicicletta e il tutto suona terribilmento sciatto e televisivo. Da dimenticare.