Quelli della calibro 38 e Genova a mano armata

Roma l’altra faccia della violenza, Italia a mano armata, Quelli della calibro 38, Il grande racket, I violenti di Roma bene, Paura in città, Liberi armati e pericolosi, Pronto ad uccidere, Genova a mano armata e I padroni della città: il poliziesco in disarmo (1976)

              “I comunisti non hanno sorpassato, ma hanno ben ragione di essere soddisfatti. 25 senatori e 49    deputati in più rappresentano una crescita che non     potrà non avere conseguenze...
              Nelle altre scuderie politiche il malumore dilaga...   Dimezzati i socialdemocratici e i missini mentre i   liberali perdono i tre quarti dei parlamentari...”   Andreotti, 22 giugno 1976 (Diari 1976-1979)

Le elezioni, dunque, sono passate, la DC ha faticosamente tenuto (38% rispetto al 35% del PCI), l’allarme sociale può ora moderare i toni mentre la destra estrema, per quanto ridimensionata, rimane una minacciosa spada di Damocle le cui propaggini si insinuano fin dentro la Democrazia Cristiana come dimostra la brillante ascesa della Loggia massonica P2 nella seconda metà degli anni settanta. Questo cinema poliziesco che parla di situazioni sociali precarie, che invoca leggi più decise e che, al tempo stesso, getta il più completo discredito sull’alta borghesia reazionaria e sulla destra laica che in qualche modo la rappresenta, funziona nel solito modo: destabilizzare il quadro sociale per rafforzare la stabilizzazione politica centrista, ammonire attraverso una visione inquietante - basata sugli opposti estremismi - per valorizzare la funzione tranquillizzante di quel centro politico che governa l’Italia dai tempi di De Gasperi.

Dopo lo scadente, estremistico Roma violenta (1975, vedi), Marino Girolami sceglie di ammorbidire i toni con Roma l’altra faccia della violenza (luglio 1976; 90 min.) non tanto nella violenza delle situazioni, bensì nel taglio ideologico del racconto. Siamo in una Roma sempre dominata dalla criminalità ma con modalità meno esasperate: manca il tono apocalittico del film precedente, sia perché la scadenza elettorale è ormai passata, sia perché a interpretare il ruolo del commissario c’è ora il bravo Marcel Bozzuffi la cui recitazione controllata e ricca di mezze tinte (quasi un allievo del commissario Maigret) invita più alla riflessione amara che alla reazione viscerale. Inoltreil soggetto riprende il taglio politico di numerosi film moderati, centristi e “antigolpisti” ossia pronti a indicare nelle frange estreme del neofascismo romano più un pericolo che una risorsa. I delinquenti del film, sceneggiato da Vincenzo Mannino con altri, sono sapientemente distribuiti a sinistra (la banda di rapinatori guidata da Franco Citti) e a destra (il turpe quartetto neofascista che reinterpreta la recente tragedia del Circeo). E’, anzi, soprattutto alle gesta di questi ultimi che si dedica Girolami, stigmatizzando i comportamenti e le violenze superomistiche di questo gruppetto di annoiati altoborghesi che delinque per divertimento. Il commissario è consapevole di poter fare assai poco in quanto i ricchi genitori dei giovani criminali possono proteggerli con facilità da ogni accusa mentre al padre (Anthony Steffen) della vittima (una ragazza uccisa a sangue freddo dagli improvvisati rapinatori, durante la sua festa di compleanno) non resta che inseguirli uno per uno e ammazzarli. Tra di loro ritrova perfino il proprio figlio...
Insomma, nel modesto prodotto di Girolami si ritrovano tematiche tutte ampiamente sfruttate: delinquenza sfrenata, polizia inerme, cittadino che si ribella. La colonna sonora è ordinaria, spesso brutta (virando verso inopportune melodie dolciastre) come deprecabile è l’uso del rallentatore nelle sequenze d’azione (forse un tentativo maldestro di imitare le grandi sequenze d’azione di Peckinpah). Restano all’attivo della pellicola un’ambientazione romana insolita (grigie periferie), la suggestiva maschera di Bozzuffi e un ritmo che si impone attraverso una serie di svolte narrative non tutte prevedibili.

Le stesse considerazioni valgono per il successivo, scadente Italia a mano armata (novembre 1976; 100 min.) - sempre firmato da Girolami e sceneggiato da Vincenzo Mannino - in cui torna in scena (purtroppo) il monocorde commissario Betti (Maurizio Merli). La vicenda, ambientata tra Torino, Milano e Genova, è scontata, tra sequestri di bambini e rapine in banca; manca, tuttavia, l’elegante tocco che aveva saputo portare Marcel Bozzuffi nel precedente Roma l’altra faccia della violenza. L’unica godibile novità è l’ingegnoso trucco del falso ostaggio durante le rapine (in realtà un complice della banda): la prima volta funziona, la seconda Betti smaschera la sceneggiata. Per il resto location, inseguimenti, dialoghi, musiche e snodi narrativi sono privi di interesse.
Ancor più evidente, rispetto alla pellicola con Bozzuffi, appare il taglio strettamente poliziesco del racconto che evita facili generalizzazioni e non cerca di creare inutili allarmi sociali: la malavita insomma esiste, è crudele ma circoscritta e non minaccia più la convivenza civile. Come si è detto, appare ormai superata l’emergenza politica e, con essa, la necessità di diffondere incertezze e paure.
Nell’ultima sequenza Girolami si libera dello stucchevole commissario Betti (giunto alla sua terza avventura, dopo Roma violenta e Napoli violenta), facendolo ammazzare da imprecisati killer.

Massimo Dallamano conferma il proprio talento nella sua ultima pellicola, Quelli della calibro 38 (luglio 1976; 105 min.), un buon poliziesco basato su una sceneggiatura del regista, di Ettore Sanzò e di altri.
Il commissario Vanni (Marcel Bozzuffi) dirige una squadra speciale (dotata di calibro 38) all’interno della polizia e dà la caccia al perfido Marsigliese (Ivan Rassimov) il quale mette a ferro e fuoco Torino, piazzando bombe alla stazione di Porta Nuova e in vari mercati rionali. Anziché stragi rosse o nere, si tratta di stragi finalizzate al ricatto rivolto alle autorità cittadine. Vanni riuscirà ad avere la meglio sul gruppo criminale dopo lunghe e complicate indagini.
Il film cerca di cambiare registro rispetto agli standard del poliziesco italiano (peraltro anche i precedenti polizieschi di Dallamano erano del tutto eccentrici): i criminali vengono da fuori (l’emergenza nazionale sembra proprio finita, ad elezioni consumate), attuano un’insolita tattica stragista (che prende spunto dalle recenti stragi italiane, ma anche anticipa le stragi mafiose con sfondo ricattatorio del biennio 1992-93), la polizia segue percorsi d’indagine oculati e intelligenti (evitando i soliti banali pestaggi) che rendono la narrazione ricca di svolte interessanti. L’interpretazione è complessivamente di buon livello (brava anche Carole André nel ruolo di un’improbabile proprietaria di un night club, legata agli assassini) e la colonna sonora morriconiana di Stelvio Cipriani è efficace e tesa. Infine l’ambientazione torinese (con qualche inserto francese, a Nizza e Montecarlo) è estremamente curata (il lungo Po, il parco del Valentino, Stupinigi, p. Vittorio Veneto, il Palavela) entro immagini che possiedono perfino qualche valore figurativo (fatto assolutamente inedito in questo cinema poliziesco, in genere disinteressato alla qualità espressiva delle singole inquadrature). La pellicola di Dallamano è pertanto un buon prodotto medio che assorbe l’attenzione dello spettatore senza tediarlo con sermoni sociopolitici.
Nel novembre 1976 Massimo Dallamano muore a soli cinquantanove anni in un incidente stradale.

L’emergenza politica è superata anche per Castellari il quale, dopo l’apocalittico dittico genovese (La polizia incrimina... e Il cittadino si ribella; 1973-74), ripiega sul mediocre fumetto de Il grande racket (agosto 1976; 110 min.) basato su una sceneggiaura di Arduino Mauri e Massimo De Rita.
Una gang di taglieggiatori semina il panico a Roma. Il maresciallo Palmieri (F. Testi) invano li combatte con i mezzi leciti e cerca di prevenirli grazie a un infltrato (Vincent Gardenia). Un ingenuo commerciante (R. Palmer) li denuncia e ci rimette la figlia, rapita da un collegio di suore e ignobilmente stuprata (secondo un infantilismo narrativo che deriva dagli eccessi fumettistici dei vari Diabolik, Kriminal e Satanik). Nel gran finale il protagonista abbandona i carabinieri, recluta uno squadrone della morte (siamo sempre a La polizia ringrazia, ora però senza corollari politici) e tende un agguato mortale ai boss in un casermone isolato. Moriranno quasi tutti (modello evidente - ma lontano quanto a esiti - è Il mucchio selvaggio di Peckinpah, 1969).
Le tematiche sono quelle di sempre: gangster sadici, polizia inefficace, magistratura giustificazionista e cittadino che finisce col farsi giustizia da solo. Però ora l’attenzione è tutta rivolta agli eventi che appaiono circoscritti e non emblematici di realtà più vaste. Mancano insomma i sermoncini e gli ipocriti allarmismi destinati a far crescere i voti democristiani e missini, il che tuttavia non basta per ottenere l’assoluzione dalla critica di sinistra. Il Morandini dell’epoca (quotidianista del Giorno) tuona: “E’ un film fascista. E’ un film abietto. E’ un film idiota”. E’, invece, un modesto fumetto dagli snodi narrativi pasticciati, unicamente teso a costruire una serie di sequenze d’azione (alcune ben girate) nel quale si scontrano figure umane bidimensionali e totalmente inverosimili. Insomma una specie di western urbano senza ambizioni sociopolitiche. Inutile scomodare il ventennio per così poco, tanto più (lo ripeto) che il film non vuole destare allarme sociale (gli stessi delinquenti, per quanto insopportabili, si limitano a chiedere il pizzo; in sostanza crimini di routine circoscritti alla piccola criminalità, senza addentellati nell’alta borghesia e tanto meno nella sfera politica), né (come accadeva invece nei titoli precedenti di Castellari e soci) si inneggia a uno stato forte, a una polizia con poteri eccezionali e alla pena capitale.
La pellicola scorre veloce ma risulta lo stesso noiosetta a causa della genericità delle figure umane. Si anima soltanto nelle vivaci sequenze d’azione che rimangono tra le migliori nel loro genere (soprattutto il lungo ed elaborato episodio conclusivo), montate a ritmo serrato e aiutate dalla colonna sonora dei fratelli De Angelis.

Sergio Grieco, giunto ormai al termine di una lunga carriera (37 film, a partire dal 1951) firma con I violenti di Roma bene (agosto 1976; 85 min.) uno scadente clone dei film sulle bande neonaziste della capitale e sullo stupro del Circeo. Girato a basso costo con attori improvvisati (con l’eccezione del solito Antonio Sabàto), dialoghi approssimativi e ridicoli, una fotografia sciatta e una sceneggiatura (del regista con altri) zeppa di luoghi comuni (scippi, rapine e stupri ad opera di borghesi annoiati e presuntuosi e, intorno a questi, poliziotti irascibili, avvocati accomodanti, genitori indulgenti e magistrati inetti), il lavoro passa inosservato e lo stesso regista sembra vergognarsene poiché lo firma con lo pseudonimo di Segri.
Anche in questo caso tutto si riduce a un fumettone dove risalta soprattutto la caccia aperta tra “guadie e ladri” mentre ambizioni morali e tentativi di costruire affreschi sociali, più o meno politicamente orientati, vengono tralasciati.
La stagione del poliziesco apocalittico sembra proprio terminata.

Giuseppe Rosati ripropone il commissario Murri, già protagonista del precedente La poliza interviene: ordine di uccidere, in Paura in città (agosto 1976; 100 min.), su sceneggiatura propria e di Giuseppe Pulieri. Le differenze però sono molte. Innanzitutto a Leonard Mann subentra lo stereotipato Maurizio Merli mentre a una vicenda audace e politicamente assai impegnativa (quella dei sequestri gestiti da lobby finanziarie di estrema destra) subentra il solito teatrino, ormai standardizzato e logoro, del commissario giustiziere che dà la caccia a una banda di malavitosi sanguinari, aiutato da un questore compiacente (di nuovo uno spaesato James Mason, abituato a ben altre produzioni) e ostacolato dal solito magistrato ottuso, antipaticissimo e chiaramente di sinistra.
L’intreccio è inesistente: una banda, evasa dal carcere romano di Regina Coeli, semina il panico e prepara una grande rapina ferroviaria a un treno della Banca d’Italia che trasporta venti miliardi di banconote rovinate e destinate al macero (questo insolito obiettivo è l’unico elemento originale della pellicola). Per riempire un film male organizzato, gli autori inseriscono una serie di scalcinati riempitivi: rapine, aggressioni e violenze sparse che finiscono col ribadire che l’Italia è in preda a un preoccupante disordine criminale. Murri ha modo di sentenziare che “la repubblica fa acqua da tutte le parti”.
Rosati, insomma, cerca di tornare al film apertamente politico, almeno in parte (senza troppi proclami comunque), riafferma l’insufficienza delle attuali leggi garantiste e plaude al suo commissario che ammazza senza esitazioni criminali spesso impossibilitati a difendersi. Vi sono però anche altri elementi di discreto interesse in quanto abbastanza inediti: Murri stringe una relazione sentimentale con una prostituta d’alto bordo (Silvia Dioniso), figlia di un uomo finito in carcere per avere praticato l’eutanasia sulla moglie malata di cancro (evento al quale si guarda con palese indulgenza). Nell’ambito di un contesto ideale decisamente reazionario, trova quindi spazio un evidente laicismo di destra (quello che animava le pagine del periodico “Il Borghese”, per intendersi) nel quale anche le prostitute possono divenire compagne dell’eroe, tanto intransigente su tutto il resto, mentre la decisione di porre fine alla vita umana - certo in un contesto delicato ed estremo, quello della atroce sofferenza terminale - viene accolta come necessaria e inutilmente sanzionata dalle leggi dello stato.
Paura in città rappresenta insomma un film emblematico della cosiddetta “destra nazionale”, al tempo stesso laica e liberale sulle tematiche del privato e autoritaria su quelle della lotta alla criminalità e della sicurezza. Seppur parecchio mediocre come film, esso sembra inaugurare un nuovo corso politico, assai poco “democristiano”.

Due anni dopo Un umo, una città (vedi) Romolo Guerrieri, uno dei pochi autori di sinistra del poliziesco italiano, gira Liberi, armati e pericolosi (settembre 1976; 100 min.), un lavoro pregevole e decisamente superiore alla media, basato su una sceneggiatura di Fernando Di Leo e Nico Ducci. Gli autori traspongono il filone dei “pariolini annoiati e criminali” nella Milano di Scerbanenco: vi si raccontano infatti le gesta sciagurate di un terzetto di giovinastri che ruba e uccide per semplice divertimento. Dà loro la caccia un inflessibile e sermoneggiante commissario (un bravo Tomas Milian), lontanissimo dagli spiritati giustizieri alla Maurizio Merli, che non esita a convocare in questura i genitori dei giovani malviventi (tutti appartenenti alla ricca borghesia lombarda) e a far loro un predicozzo sull’amore genitoriale (peraltro il punto più basso del film). La solita, illusoria impostazione del racconto alla Rousseau deve forzatamente incolpare le famiglie di mancate attenzioni per giustificare i crimini insensati del terzetto benestante, né manca il patetico raffronto tra questa criminalità gratuita e quella proletaria dei navigli che si presuppone dotata di una differente misura e umanità (lo scontro tra il terzetto e i due malviventi “professionisti” che, come il commissario, si allargano in un assurdo sermone per poi finire ammazzati come idioti). D’altro canto due dei tre accoliti (Stefano Patrizi e Benjamin Lev, entrambi in piena forma) sono psicopatici talmente efferati da madare all’aria qualunque tesi giustificazionista del loro operato. I due personaggi, anzi, si ricordano per essere due creature di pura malvagità, degne di figurare accanto ai mascalzoni della kubrickiana Arancia meccanica.
La sceneggiatura, pur senza grandi colpi di scena, tiene costantemente desta l’attenzione in quanto le differenti caratterizzazioni dei personaggi animano in modo brillante la lunga fuga. Il capo inflessibile e sadico (Patrizi), il suo giullaresco compare (Lev) al quale spettano numerose indimenticabili battute, alcune di sapore metafilmico (“Milano violenta, la polizia rallenta”, “Miracolo a Milano”, “La mala ordina” ecc.) e l’introverso Luis (Max Delys), trascinato in una scia di sangue che lo sconvolge, danno vita a una dialettica in costante tensione che si acuisce con l’inserimento forzato nel gruppo di Lea, la fidanzata di quest’ultimo (un’insolitamente espressiva Eleonora Giorgi). A loro si contrappone il serioso Milian che non li molla e finisce per avere la meglio dopo una lunga battuta con i cani in mezzo ai boschi pavesi (ancora una volta nel poliziesco italiano rieccheggiano le atmosfere del capolavoro di Melville, I senza nome, 1970).
La colonna sonora di sapore jazzistico di Enrico Pierannunzi e Gianfranco Plenizio fornisce un ulteriore motivo di interesse: il principale tema melodico, spesso affidato all’armonica e al flauto, sottoposto a differenti variazioni, genera un contesto di distaccata amarezza e sottintende uno sguardo dissonante del regista nei confronti dei suoi personaggi, sguardo che viene raddoppiato nell’atteggiamento riluttante di Luis e disorientato della sua ragazza.
Riassumendo, il film di Guerrieri parte come la solita denuncia intorno a una gioventù opulenta, nichilista e malvagia per divenire, una volta abbandonato il contesto urbano, un’avvincente schermaglia tra il bene e il male, tra la violenza e la riprovazione, tra una sorda e demoniaca bestialità raffigurata dagli sguardi gelidi di Patrizi e Lev e una sofferenza colpevole che abita i volti angelici del pentito Delys e soprattutto di Lea.
Passate le elezioni, anche il cinema di sinistra evita di accentuare la banale propaganda (il presunto fascismo del terzetto e, soprattutto, di una banda di loro amici tra i quali figura l’esordiente Diego Abatantuono) e cerca di allargare il quadro verso riflessioni più universali e sincere.

Si torna nell’anonimato politico con Pronto ad uccidere (ottobre 1976; 90 min.), pellicola di Franco Prosperi (da non confondere con l’omonimo documentarista di Mondo cane) sceneggiata da Claudio Fragasso, Antonio Cucca ed altri nella quale Torlani (Ray Lovelock), il solito poliziotto infiltrato nella mala, appare deciso a fare piazza pulita di malviventi di ogni genere per vendicare la madre ferita da alcuni banditi e costretta su una sedia a rotelle. Il boss Giulianelli (Martin Balsam) ci casca, lo assume come braccio destro e finisce arrestato dal commissario Sacchi (Riccardo Cucciolla).
Ambientato tra Roma, Genova e Sanremo il film è ordinario: scazzottate, corse in auto e violenze varie non si distinguono dallo standard consueto. Va solo ricordato il tenace inseguimento che mette a confronto Torlani su una moto e un ladro su un camion: l’originale sequenza verrà ripresa, quasi alla lettera, nel celebre inseguimento di Indiana Jones deciso a recuperare l’arca nella parte finale de I predatori dell’arca peduta (Spielberg, 1981). E’ evidente che questo nostro cinema minore, molto tempo prima dell’era di Tarantino, ha ispirato Hollywood sia in alcune invenzoni narrative (il filone dei giustizieri urbani), sia in alcune ardite soluzioni spettacolari.
Nel film di Prosperi musica, regia e dialoghi sono di routine, senza però cadere nel banale e, complessivamente, il lavoro si lascia seguire senza provocare speciali emozioni.
L’impostazione ideale non va oltre l’idea usurata dell’occhio per occhio: in più punti ricompare il flashback al rallentatore (versione povera delle grandi sequenze di Peckinpah) del protagonista che assiste impotente al ferimento della madre, elemento volto a giustificare le spietate eliminazioni che, a sua volta, Torlani mette in atto ai danni dei criminali che incontra sulla sua strada. In ogni caso gli autori situano eventi e motivazioni nella sfera del privato ed evitano qualunque allargamento del discorso in sfere sociopolitiche. I facili allarmismi sembrano realmente scomparsi dagli schermi, a partire dalla seconda metà del 1976.

Genova a mano armata (dicembre 1976; 93 min.), unica incursione nel poliziesco italiano di Mario Lanfranchi, conferma la tendenza in atto: scarsa attenzione alle problematiche sociali e al contesto politico, esigenza di adottare figure nuove negli usurati intrecci del genere filmico, atteggiamento ironico e distaccato. Lanfranchi, ottimo regista teatrale, inserisce l’inedita figura del detective (Tony Lo Bianco), per giunta di origine americana, nella vicenda genovese: l’uomo indaga sul sequestro e sulla morte di un ricco armatore per conto della figlia (Maud Adams). Un branco di gangster, guidato dal Francese, tenta di ammazzarlo in tutti i modi mentre il locale commissario (un ottimo Adolfo Celi) cerca invano di ostacolarne le gesta. Colpi di scena a ripetizione portano alla scoperta del colpevole nella figlia della vittima la quale, dismessi gli affari nautici del padre, si dedica ora a un lucroso commercio di droga.
Pellicola gradevole e insolita, Genova a mano armata coniuga gli stretti vicoli della città, i suoi desolati paesaggi portuali e le sue malinconiche sirene con un vivace andamento ritmico e si ispira nelle figure ciniche e negli ambienti degradati a un certo cinema noir americano e alle atmosfere dei romanzi di Hammett e di Chandler. Il punto di forza resta il serrato e ironico confronto tra il detective dai modi spicci e violenti e il commissario rispettoso delle leggi: gli attori, perfettamente calati nei loro ruoli, tengono desta l’attenzione mentre le sequenze d’azione, tra pestaggi e sparatorie tendono a essere un po’ scontate.
Il film scritto e diretto da Lanfranchi è uno dei pochi esempi di poliziesco italiano che privilegia un autonomo stile “letterario” (c’è perfino una sequenza ambientata in un teatro), nel quale la battuta verbale è spesso più interessante dello scontro fisico, tralasciando qualunque tentativo d’indagine sociale. I personaggi, ripresi dalla tradizione hard boiled statunitense, si sovrappongono - non senza qualche forzatura - ai realistici scenari genovesi e danno vita a una torbida vicenda ritmata da brillanti musiche jazzistiche, anch’esse in stile americano.
Il poliziesco italiano accoglie così differenti stimoli da altri filoni del giallo internazionale e abbandona ogni forma di propaganda sociopolitica.

Ennesima conferma del generale cambiamento di registro del poliziesco si ha con I padroni della città (dicembre 1976; 93 min.) di Fernando Di Leo, su sceneggiatura propria e del tedesco Peter Berling. La pellicola, piacevole e scontata, ricicla per l’ennesima volta lo schema di Per un pugno di dollari (Leone, 1963): due piccoli malviventi (uno è l’attore fassbinderiano Harry Baer, l‘altro è l’italiano Al Cliver) riescono a mettere l’una contro l’altra due organizzazioni malavitose per le quali fingono di operare ovvero quella di Luigi (Edmund Purdom) e quella dello Sfregiato (Jack Palance). Li aiuta Napoli (un simpatico ed eccessivamente macchiettistico Vittorio Caprioli). Nel gran finale, ambientato nel solito magazzino abbandonato, i nostri eroi avranno la meglio su tutti gli altri.
Lo scenario urbano è quindi un mero pretesto: Roma è invisibile, la polizia non esiste e la gente comune non entra a far parte dell’intreccio; infatti I padroni della città è un semplice western urbano tutto giocato, in modo claustrofobico, negli ambienti della malavita (bische, locali notturni, uffici di rappresentanza) e privo, perfino, del canonico inseguimento d’auto. La pellicola, evidentemente girata con pochi mezzi, possiede tuttavia un buon ritmo, è ben interpretata e vanta qualche raffinatezza stilistica nella resa dei conti finale: vi si nota un bel montaggio nervoso e frammentato, l’uso della camera a mano e numerosi stacchi sul movimento, tutti elementi che animano le altrimenti usurate scelte narrative. Anche l’ironia, profusa a piene mani (non solo nell’umoristico personaggio di Napoli), denota il tentativo di prendere le distanze da un genere precocemente invecchiato e già sottoposto a satira (si veda Squadra antifurto di Bruno Corbucci).

Dopo le elezioni del giugno 1976, il quadro politico sembra essersi stabilizzato attraverso la collaborazione in divenire tra DC e PCI e la destra politica, pur disapprovando fermamente la linea del compromesso storico, accantona l’idea di fomentare - attraverso un uso spregiudicato dei media - un generico malcontento popolare sui temi della sicurezza, base necessaria per leggi autoritarie, limitative del diffondersi del progressismo ideologico, soprattutto tra i giovani. Il cinema poliziesco torna a essere semplice intrattenimento che attinge a differenti tradizioni filmiche mentre i poteri filoatlantici scelgono altri percorsi, “riattivano” le BR (nel cui operato, tuttavia, si intuiscono anche le intromissioni dei servizi segreti comunisti e francesi) e facilitano l’espandersi del terrorismo rosso in una serie di operazioni tortuose che culmineranno nel sequesto Moro ovvero nella decapitazione politica di quella sinistra democristiana che da anni lavorava al progetto del compromesso storico.