Il cavaliere del sogno

Il cavaliere del sogno: un Donizetti patriottico (1946)

                                                     “Invii lettera a Mr. G.no Doniz., ... quel no nel
                                                     G. indicherà a Mich[ele Accursi] ricevente, che son per noi”
                                                     lettera di Lamberti a Mazzini (Parigi, 30-1-1844)

I principali studiosi di Donizetti si sono sempre preoccupati di affermare che l’operista bergamasco era completamente estraneo alla lotta posta in essere dalle società segrete e dalla Massoneria per realizzare l’unità italiana e il trionfo del liberalismo nella penisola. Lo scrivente, invece, ha dimostrato nel saggio dedicato a Verdi e Mazzini (2001; vedi) che le abitazioni di Donizetti a Parigi funzionavano da caselle postali clandestine della più eversiva tra le società segrete del periodo, la Giovine Italia di Mazzini, e che parte della corrispondenza destinata al musicista era in realtà da smistare agli affiliati.
Quando dunque si visiona il bizzarro e godibile film Il cavaliere del sogno (settembre 1946; 85 min.) di Mastrocinque su soggetto e sceneggiatura di Vittorio Nino Novarese (già tra gli sceneggiatori del bel Rossini di Bonnard, 1942; vedi) - probabilmente l’unica pellicola esistente, dedicata alle gesta dell’operista - si resta stupiti nel rilevare che, per una volta, gli autori di cinema, solitamente trasandati e pasticcioni quando alle prese con vicende biografiche, sembrano intuire la verità storica più degli stimati musicologi.
Il racconto si svolge in flashback: Donizetti (Amedeo Nazzari) è in fin di vita a Bergamo (notevoli gli scorci di una Bergamo alta, opportunamente adattata) nel 1848 e l’antica amante Luisa (Mariella Lotti) si reca al suo capezzale. Si rievoca il loro primo incontro avvenuto a Napoli durante le prove della Lucia di Lammermoor (1835; di cui si ascoltano le pagine principali, dal duetto amoroso, poi vero Leitmotiv degli amanti, al celebre sestetto, all’aria finale di Edgardo), poi l’idillio amoroso in una locanda svizzera nel 1841 e infine gli eventi successivi in una Bergamo scossa da trame patriottiche (nel 1842 il musicista fece realmente tappa a Bergamo).
Luisa è una principessa, sposa di un alto dirigente austriaco (lo vedremo, nel finale, addirittura ministro dell’interno dell’impero asburgico) e, dunque, la loro parentesi amorosa è presto troncata dallo spietato consorte. Nel frattempo il musicista salva dall’arresto un gruppo di cospiratori che si erano riuniti in una taverna della città, facendoli passare per suoi conoscenti radunatisi al fine di festeggiare l’amico tornato nella città natale. Subito dopo cerca di intercedere presso il marito di Luisa per altri patrioti bergamaschi, condannati a morte, ma senza successo.
Sebbene Donizetti non venga ritratto come un affiliato delle società segrete, egli parteggia caldamente per la causa italiana e non esita a rischiare la vita per difendere i suoi amici liberali.
Tra l’altro la pellicola esaurisce nel primo quarto d’ora ogni riferimento all’attività creativa del maestro (citando, come si è detto, le sue pagine più famose), mentre per il resto l’argomento principale - accanto a quello della coppia amorosa, bloccata dal marito della donna (come in ogni melodramma che si rispetti, ecco il classico triangolo ovvero gli amanti tenore-soprano/il baritono quale pericoloso elemento di ostacolo) - è quello patriottico-risorgimentale.
Il film possiede un proprio fascino: le ambientazioni sono precise, gli eventi storichi vengono rispettati, il gioco a incastri della sruttura narrativa in flashback funziona, la fotografia possiede eleganti chiaroscuri che sottolineano la complessiva, acuta drammaticità del contesto e infine gli interpreti lavorano in modo convincente. Nazzari è esemplare nel dar vita a un Donizetti ora ironico, ora tormentato, ora esuberante; notevole anche Mario Ferrari nei panni del gelido uomo di potere austriaco; più convenzionale invece la Lotti.
Solo su un punto la pellicola di Mastrocinque e Novarese è reticente: non racconta - e non ptrebbe fare altrimenti - la vera origine del male che condusse Donizetti alla tomba, ossia la sifilide, poiché ciò avrebbe inevitabilmente guastato l’incantata atmosfera che pervade il fim, quella propria di un romantico melodramma donizettiano.