L'amore difficile, Extraconiugale e Gli imbroglioni

I motorizzati, L’amore difficile, Gli Italiani e le donne, La donna degli altri è sempre più bella, Siamo tutti pomicioni, Le motorizzate, Le tardone, Queste pazze, pazze donne, Veneri al sole, Veneri in collegio, Gli imbroglioni, I maniaci, L’amore in 4 dimensioni, L’amore facile, L’idea fissa, Io uccido, tu uccidi, Extraconiugale, Obiettivo ragazze, Avventura al motel, I quattro tassisti, I marziani hanno 12 mani, Letti sbagliati, Le sedicenni: uomini nel mirino (1962-65)

              “Ci si va prima con gli altri, che cambia se ti sposi?
              Anzi, non devi neppure stare attenta ai figli."
              C. Spaak parla dell’amore extraconiugale ne L’amore difficile

Camillo Mastrocinque si inserisce nel ciclo dei film a episodi con I motorizzati (dic. 1962; min.), una garbata satira (basata su una sceneggiatura di Castellano, Pipolo, Ennio De Concini ed altri) della nuova mania delle autovetture, divenute un bene di consumo di massa nella seconda metà degli anni cinquanta (dopo la comparsa della Seicento e della Cinquecento). La novità del film consiste nel fatto che gli episodi si intrecciano l’un l’altro in un vivace caleidoscopio, senza che i singoli protagonisti dei vari racconti facciano la propria vicendevole conoscenza. Le storie girano intorno alla passione per le quattroruote: in particolare colpisce nel segno la vicenda del ragioniere Nino Bersetti (Nino Manfredi), animato da uno sconsiderato “amore” per la propria Seicento (tra lei e un figlio non ha avuto dubbi nel scegliere l’autoveicolo) il quale si trova obbligato dal capoufficio (Luigi Pavese) a simulare un incidente (per frodare l’assicurazione) e a farsi semidistruggere l’auto. La novità dell’acquisto di una Cinquecento anima anche la vita della spassosa coppia Adolfo Tieri-Bice Valori: quest’ultima, una chiacchierona irresistibile, guida come una pazza e contraddice costantemente il povero marito, ridicolizzandolo in ogni situazione. Ottimo anche l’episodio con Ugo Tognazzi il quale, uscito da un cinema (dove ha visto La maschera del demonio di Bava), piomba in una vicenda “gotica” simile a quella del film: l’uomo si ritrova in auto (un auto che, in realtà, non è la sua) una donna che crede morta e del cui corpo cercherà di liberarsi in modi rocamboleschi. Scoprirà poi che la donna è viva... Le atmosfere oscure e notturne sono ben realizzate e Tognazzi impersona con efficacia l’uomo qualunque prigioniero di una situazione terrificante.
Indovinato anche l’episodio con Walter Chiari alle prese con un auto “dispettosa” che, per due volte, lo blocca al parcheggio (dapprima le chiavi restano chiuse nella macchina; poi addirittura la cravatta del protagonista) e gli impedisce di raggiungere la fidanzata che lo attende insieme ai genitori. Ci sono anche Franco e Ciccio, ladri di auto alquanto pasticcioni, in un piccolo episodio.
Commedia leggera e spiritosa, concentrata sui “piaceri” del nascente consumismo e, di riflesso, sulla loro influenza sui rapporti interpersonali. L’attenzione dei protagonisti si sposta sempre più dagli individui alle cose: Manfredi ama la sua Seicento come fosse un figlio; Bice Valori la utilizza per suscitare invidia nei conoscenti; Walter Chiari vi trova un ostacolo al proprio fidanzamento mentre Tognazzi la utilizza per portare a spasso un presunto cadavere.
Lo strepitoso successo commerciale porterà al progetto de Le motorizzate (regia di M. Girolami) dell’anno successivo.

Ritroviamo Nino Manfredi, nella doppia veste di protagonista e regista (al proprio felice esordio) ne L’amore difficile (dic. 1962; 120 min.), una serie di quattro episodi ispirati a racconti letterari.
In quello diretto dall’attore ciociaro - L’avventura di un soldato (da un racconto di Italo Calvino) - si mette in scena il lungo, silenzioso e fortunato corteggiamento di un soldato nei confronti di una vedova (Fulvia Franco) in un vagone ferroviario. Quano lo scompartimento si svuota, l’uomo potrà amoreggiare con la donna senza che i due si siano scambiati una sola parola.
Riuscito appare anche l’episodio Le donne (da un raccono di Ercole Patti) in cui sergio Sollima descrive una domenica di un intellettuale (Enrico maria Salerno) molto fortunato con l’altro sesso: dapprimasi ritrova in casa una ex amante (Caludia Mori), neomaritata, che gli si offre lo stesso; poi va al mare con una giovane amica (Catherine Spaak) che, a sua volta, vorrebbe far l’amore con lui ma l’uomo, di fatto già “sazio”, rifiuta allorché la scopre vergine.
Più prevedibile e monocorde è invece L’avaro (da un racconto di Moravia) , diretto da Lucignani, in cui uno strepitoso Gassman, seduce la bella moglie (Nadja Tiller) di un conoscente, ma quando quest’ultima gli si propone, l’uom, intimorito dalle numerose spese in cui l’avventura amorosa lo precipiterà (la donna è fuggita dal marito ed è senza soldi), la rifiuta.
Originale e complesso appare invece Il serpente (da un racconto di Mario Soldati), diretto da Alberto Bonucci, in cui una moglie (Lilli Palmer) avanti con gli anni, stanca del marito professore, cerca nei dintonrni di Segesta l’occasione per sentirsi ancora giovane e deisderabile. Quando due impetuosi siciliani le danno un passaggio, lei spera che succeda qualcosa; indispettita dall’indifferenza dei due, li denuncia per violenza carnale. Nella stazione dei carabinieri il comandante (Gastone Moschin) però intuisce la verità e, interpellato il marito, cestina il fantasioso racconto della donna.
Quattro registi, tutti esordienti, raccontano il nuovo pianeta femminile disinibito e intraprendente, mettendo in scena le fantasie “progressiste” di quattro scrittori. L’intellettuale, il soldato e il professore sono oggetto delle attenzioni di donne che sanno ottenere, senza troppa fatica, quello che desiderano dai loro partner, spesso indecisi o smarriti. Solo Nadja Tiller fallisce poiché si scontra con un uomo che ama più il denaro delle donne, vive in un appartamento grigio con la madre e considera l’altro sesso come foriero di pericolose dilapidazioni pecuniarie.
La regia di Sollima è abile e sicura, quelle di Lucignani e Bonucci sono piuttosto statiche mentre lo stile di Manfredi, il quale gira un film semimuto, pieno di piccoli dettagli descrittivi indovinati e originali, è la vera sorpresa del film. L’attore ebbe addirittura problemi con unos cettico e impaurito produttore il quale non comprendeva l’intento dell’esordiente di cimentars con una scelta tanto stravagante, insolita e poco comemrciale, non lontana dal cinema neorealista più radicale.
Il film ebbe notevole successo e generò una sorta di ironica imitazione con L’amore facile (Puccini, 1963).

Negli anni sessanta Marino Girolami è tra i più prolifici autori di film a episodi. Nei giorni di Natale del 1962 esce Gli Italiani e le donne (dic. 1962; 113 min.) in cui si avvicendano cinque raccontini (infinito il numero degli sceneggiatori) che avrebbero fatto miglior figura sui palcoscenici dell’avanspettacolo.
Ne I galli del Colosseo un terzetto di amici (tra cui Carlo delle Piane) fa la corte alle turiste scippandole... Ne La traversata di Milano Gino Bramieri non riesce a trovare, in tutta la città, un posto in cui amoreggiare con l’amichetta. Ne L’auto garconniere Raimondo Vianello, in auto con l’amante, viene derubato di tutto (autovettura e indumenti): tornerà a casa vestito da mendicante e cercherà invano di nascondere la verità alla sospettosa moglie (Sandra Mondaini). Ne L’abito non fa il monaco Walter Chiari, attore di fotoromanzi, cerca di sedurre una bella signora (Moira Orfei) fingendosi dapprima un prete, poi un avvocato; senza accorgersene, finirà a letto con la sgraziata serva della donna. In Chi la fa l’aspetti due amiconi, Aldo Fabrizi e Alberto Lupo, vorrebbero tradire le rispettive consorti (Ave Ninchi e Lia Zoppelli) ma gli esiti sono disastrosi.
Il film non possiede il sufficiente brio per risultare divertente. I primi due episodi sono fiacchi e tirati per le lunghe; il terzo, sicuramente il migliore, si avvale soprattutto della bravura di Vianello e della Mondaini. Walter Chiari risulta alquanto stereotipato nelle sue macchiette e brucia un raccontino che avrebbe potuto essere divertente (brillante tuttavia il colpo di scena finale). Bravi, infine, gli interpreti dell’ultimo racconto ma argomento e situazioni sono troppo logori per riuscire interessanti.
Anche il pubblico non appare entusiasta e, nonostante il valido cast, diserta il film.
Girolami tratta i medesimi argomenti ne La donna degli altri è sempre più bella (feb. 1963; 105 min.), pellicola divisa in cinque episodi sceneggiati, tra gli altri, da Tito Carpi e Roberto Gianviti.
In Bagnino Lover, un bagnino (Walter Chiari) il quale si finge gay per evitare le tardone, finisce col diventare l’accompagnatore della bella moglie (Maria Grazia Spina) di un marito infedele (Franco Fabrizi); quest’ultimo, pertanto, si sente tranquillo ma sbaglia...
Ne I promessi sposi due “arcaici”siciliani (Franco  e Ciccio) arrivano a Roma alla ricerca di una compaesana (Anita Todesco; fidanzata del primo e desiderata dal secondo) che si è invaghita del direttore artistico, un progressista snob, di una compagnia teatrale.
Ne La dirittura morale un costruttore (Mario Carotenuto) fa credere a un ricco commendatore (Loris Gizzi) che la sua bella amante (Maria Grazia Buccella) è sua moglie, al fine di compiacerlo e di ottenere un’importante commessa; seguono i consueti equivoci generati dalla furibonda moglie (Rosalia Maggio) che ha scoperto la messa in scena.
In Luna di miele un gelosissimo marito (Aroldo Tieri) in viaggio di nozze a Roma è quasi certo che la bella moglie (Helène Chanel) lo tradirà con un personaggio famoso (glielo ha predetto una chiromante); e ha ragione...
Ne La natura vergine Vianello e la Mondaini finiscono in vacanza con la loro assurda (microscopica) roulotte in un luogo sperduto; l’annoiato Vianello si rianima quando scopre nelle vicinanze  un campo nudisti...
Rispetto alla pellicola precedente, La moglie degli altri... migliora sotto molteplici profili. Tutti gli episodi posseggono una storiella discreta, gli attori e i dialoghi sono convincenti, il ritmo è brillante. Il tradimento, soprattutto femminile, e la ricerca di diversivi rispetto alla routine coniugale sono gli assi portanti della narrazione. Le figure legate alla vecchia tradizione del marito capofamiglia e della moglie servile ed ubbidiente - residui degli anni cinquanta (in particolare Franco, Ciccio, Aroldo Tieri e Rosalia Maggio) - appaiono ormai smarrite e sconfitte in un contesto completamente mutato.
Il film è un mezzo fiasco commerciale.
Anche peggio va Siamo tutti pomicioni (luglio 1963; 90 min) in cui Girolami, basandosi su una sceneggiatua di Tito Carpi e Roberto Gianviti, racconta quattro storielle prevedibili e poco divertenti.
Ne Il colonnello e la signora, un soldato (Enio Girolami) aiutato da amici pasticcioni (tra cui Carlo Delle Piane) riesce a sedurre la bella moglie (Margaret Lee) di un colonnello scozzese (Umberrto d’Orsi) assai tonto.
Ne Le gioie della vita Mario Carotenuto nel ruolo di un modesto rappesentante, riesce a garantirsi i favori sassuali di una giovane (Loredana Cappelletti), facendole credere di essere un ricchissimo imprenditore.
Ne Pomicione di provincia due siciliani (Paolo Panelli  Alberto Bonucci), in trasferta a Roma, tentano di sedurre alcune fanciulle (tra cui Maria Grazia Buccella).
Ne Il piazzista Raimondo Vianello, sorpreso dalla moglie Sandra Mondaini in casa con l’amante, è costretto a comprare l’intero catalogo di eletrodomestici del piazzista Gino Bramieri mentre quest’ultimo finge di essere il marito dell’ “intrusa”.
Solo l’ultimo episodio, a tratti realmente spassoso, si salva grazie alla bravura degli interpreti e a una situazione abbastanza originale. Gli altri si snodano stancamente senza sorprendere mai lo spettatore. Il tema è quello consueto del maschio, seduttore incallito, a volte fortunato (primi due episodi), altre volte no (terzo e quarto episodio). In ogni caso i ritratti femminili sono quantomai taglienti, poiché ritraggono ora oche giulive, ora donne che si concedono sulla base di un mero calcolo di interesse. Anche la lieve misoginia che attraversa il film suona scontata e poco approfondita.
Nella tarda estate esce Le motorizzate (ago 1963; 100 min.) nel quale Girolami, basandosi su una sceneggiatura di Tito Carpi e Beppe Costa, ironizza sul nuovo fenomeno delle donne al volante. Il lavoro si compone di cinque episodi.
In Carmelitane sprint due suore democristiane (la manesca Ave Ninchi e la graziosa France Anglade) stanno portando a votare un arzillo vecchietto (Carlo Pisacane) con nostalgie fasciste quando tamponano un auto con alcuni militanti del PCI; finisce a botte. L’episodio ripropone l’acceso clima politico di quel 1963 (il film, girato a Roma, mostra una città tappezzata di manifesti elettorali).
Ne La roulotte squillo Bice Valori è una prostituta che si è attrezzata addirittura con una roulotte.
Ne La signora ci marcia il podista Walter Chiari è corteggiato da una spregiudicata automobilista (Sophie Desmarets), in barba alla sua pedante fidanzata ufficiale (Valeria Fabrizi).
Ne Il vigile ignoto Totò, come sempre povero in canna e poco propenso a cercarsi un lavoro, si finge vigile, emette false contravvenzioni, canalizza il traffico verso un garage “amico” ...
Ne Un investimento sicuro il pedone Raimondo Vianello, urtato e lievemente ferito da una neopatentata Sandra Mondaini, cerca di trarne il massimo beneficio economico; finirà completamente ingessato in un letto d’ospedale.
L’argomento è stimolante e offre un vivace spaccato di una modernità che passa anche attraverso la conquista dell’automobile da parte del pianeta femminile. Purtroppo i singoli episodi sono spesso fiacchi e poco divertenti come nel caso dei primi due racconti. Decisamente più brillanti sono le vicende del corridore Walter Chiari, animate da dialoghi ricchi di sottintesi così come quelle del vigile Totò il cui eloquio contiene numerosi passaggi degni dei suoi film migliori. La simpatia di Vianello e Mondaini riempie in modo sufficiente l’episodio conclusivo in cui recita con brio anche Riccardo Billi: il primo dà vita al personaggio di un piccolo truffatore, la seconda è perfetta nel ruolo della sprovveduta pronta ad innamorarsi del malcapitato mentre il terzo, in combutta col primo, si finge dottore.
La colonna sonora contribuisce al divertimento con una spiritosa canzoncina di Carlo Savina. Gli incassi sono questa volta dignitosi, anche perché il film sfrutta l’enorme successo de I motorizzati di Mastrocinque dell’anno precedente.
Girolami contina a sformare film anche nel 1964. Si inizia con Le tardone (gen. 1964; 120 min.) nel quale il regista, autore della sceneggiatura con Tito Carpi, Walter Chiari ed altri, alterna i consueti toni farseschi con qualche tocco amarognolo.
Ne La svitata Didi Perego è una donna di mezza età che viene costantemente presa in giro da una compagnia di giovani in ambiente balneare. Uno di loro (Enio Girolami) le fa la corte per riderne con gli amici; lei capisce il gioco ma fa finta di niente e alla fine seduce realmente il giovanotto.
Ne Delitto quasi perfetto Ciccio e Franco tentano invano di ammazzare una terribile vegliarda (Ave Ninchi) per conto del marito; alla fine ammazzeranno il committente.
In 40 ma non li dimostra Walter Chiari, pescatore veneto rude e brillante, corteggia una attrice quarantenne (Gloria Paul) ringiovanita da un trucco perfetto; lei prima ci sta, poi fugge. Quando l’uomo la ritrova, struccata, quasi non la riconosce.
Ne L’armadio assistiamo a una divertente variazione del tema dell’amante nascosto in camera da letto: in questo caso gli amanti di Lina Volonghi, che il marito (Luigi Pavese) ritiene una moglie inappuntabile, sono addirittura tre (Umberto Orsi ed altri) più uno finto (Raimondo Vianello) inviato dal marito per incastrare la donna.
In Canto flamenco la proprietaria (Franca Marzi) di un locale cerca di evitare che il giovane amante (Gabriele Tinti) fugga con una bella danzatrice di flamenco (Paquita Rico)
Le tardone è un buon prodotto: le vicende sono abbastanza originali, gli attori sono perfettamente calati nelle parti e i dialoghi risultano sufficientemente spiritosi. Inoltre il primo e soprattutto il terzo episodio riescono ad inserire una nota malinconica non stereotipata. La critica sociale è del tutto assente come pure qualunque intenzione di affresco sociale; al contrario la pellicola si esaurisce in una serie di ritrattini, alcuni estremamente gustosi e riusciti come quello dell’attrice che sente arrivare la fine della giovinezza e della moglie ricca e burbera che gestisce uno stuolo di amanti. Meno interessanti risultano i siparietti di Ciccio e Franco e come pure l’episodio con Franca Marzi.
Il film ottiene un buon successo.
Nel successivo Questo pazze, pazze donne (mag. 1964; 95 min.) Girolami, che riprende il titolo del recente kolossal Questo pazzo, pazzo, pazzo pazzo mondo (Kramer, 1963; uscito in Italia nel marzo 1964) si mantiene al buon livello del film precedente.
Si comincia male in realtà con il pessimo Il gentil sesso dove si narrano i contrasti tra un bellimbusto (Enio Girolami) e i fratelli della sua fidanzata, perennemente tradita. Il secondo episodio però, Siciliani a Milano, con Franco e Ciccio è notevole. Si tratta di una variante del solito racconto della finta moglie che un venditore spaccia per tale con un cliente, al fine di ingraziarselo. Franco e Ciccio, tonti come sempre, invece utilizzano proprio le loro belle mogli (Valeria Fabrizi e Maria Grazia Spina) e finiscono semicornuti..
Ne Il gentil sesso un parlamentare (Enrico Maria Salerno) che gira l’Italia facendo comizi contro il permissivismo sessuale, finisce bloccato in un letto in una casa popolata da ragazzine perennemente in bikini e donne seminude. La sua situazione, già precaria, non potrà che peggiorare.
Ne La garconniere Raimondo Vianello, Umberto d’Orsi e Magali Noel mettono in scena l’ennesima variazione sul tema dei mariti traditi, dando vita a un brillante girotondo incentrato su un appartamentino destinato a ritrovi amorosi. Vi si incrociano il padrone (d’Orsi) con la moglie del suo segretario (Magali Noel) e il segretario (Vianello) con la moglie del padrone (Jeannette Batty)...
Sebbene gli episodi non pretendano di essere nient’altro che delle scenette di varietà ben rappresentate, i racconti con Franco e Ciccio e con Salerno illustrano le novità di un’Italia sempre più disinibita, nella quale le figure maschili invano si attengono ad una moralità d’altri tempi, risultando anacronistiche. Stesso discorso vale, in fondo, anche per il siparietto con Vianello preso in giro da una moglie decisa ad ottenere, con qualunque mezzo, miglioramenti del proprio tenore di vita. Il successo in sala è buono.
Risultati scadenti ottiene invece Girolami nel dittico Veneri al sole (dic. 1964; 105 min.) e Veneri in collegio (gen 1965; 95 min.). Il primo, diviso in tre episodi, è un filmetto balneare.
In Intrigo al mare assistiamo al tedioso girotondo intorno alla misteriosa valigietta della bella Gloria Paul; scopriremo che contiene i disegni di una casa di mode parigina. L’episodio vorrebbe ironizzare sulla recente moda delle spy story... (Agente 007 licenza di uccidere esce in Italia nel gennaio 1963).
In Una domenica a Fregene, il più riuscito dei tre racconti, Franco Franchi rovina la gita al mare del suo principale Ciccio Ingrassia. Quest’ultimo, in compagnia dell’amante Franca Polesello, non solo non riesce a liberarsi dell’incredibile impiccione, ma finisce col farsi scoprire dalla moglie la quale lo declassa a fattorino e mette il suo ex dipendente a capo dell’azienda. L’episodio conta su alcune simpatiche gag.
In Come conquistare le donne Raimondo Vianello mette in atto differenti strategie di seduzione, tutte con esiti disastrosi. Nonostante l’innata simpatia del comico, qui spalleggiato da Luigi Pavese, l’episodio si trascina stancamente.
Ancora peggiore risulta Veneri in collegio in cui un unico, debole soggetto occupa l’intero film. Una bella ragazza (Ursula Davis), ospite di un collegio, diventerà presto la moglie di un ricco arabo. Tutti la vogliono vedere, fotografare, intervistare e c’è anche chi la vuole... sposare. Nel noioso balletto ritroviamo i soliti noti ossia Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Enio Girolami, Franco e Ciccio (gli unici che riescono ad animare, nel loro breve intervento, questo film catatonico).
La lunga sequenza in cui un fotografo viene calato con una fune da un tetto e viene tenuto appeso nel vuoto (al fine di poter fotografare la ragazza) ricalca quella celeberrima del furto in Topkapi (Litvak, 1964), uscito sugli schermi italiani nell’ottobre 1964.
Entrambi i film vengono accolti tiepidamente dal pubblico.

Lucio Fulci dà un proprio interessante contributo a questo genere di commedia con un paio di pellicole. Ne Gli imbroglioni (set. 1963; 98 min.), scritto con Castellano e Pipolo e molti altri, utilizza una simpatica cornice in pretura. Davanti a un giudice (José Lopez Vasquez) sfilano una serie di figure comiche, ben note al grande pubblico.
Ne La società calcistica Aroldo Tieri, presidente di un club, cerca di vendere un calciatore a Raimondo Vianello il quale, invece, si perde in pesanti apprezzamenti su una passante (Dominique Bosquero) che è poi la moglie di Tieri. Finisce a botte.
Ne I siciliani Franco e Ciccio, in buona forma, cercano di vendere a un turista tedesco una finta mummia etrusca (ossia Franco Franchi).
In Le suore suor Celestina (Antonella Lualdi) aggredisce un ispettore tributario che scopre il suo traffico esentasse di biancheria intima in un negozio.
In Medico e fidanzata assistiamo ai litigi tra futura suocera (Xenia Valderi) e futuro genero (Walter Chiari) intorno alla rottura di un fidanzamento. La promessa sposa (Luciana Gilli) è alquanto invadente; dal canto suo il fidanzato corteggia le altre e trasforma un corteo funebre di un parente della futura sposa in un raduno di tifosi grazie ad una radiolina che trasmette un incontro calcistico. Faranno pace.
La commedia ha un buon ritmo, interpreti tutti azzeccato (bravissimo il pretore e i suoi ridicoli aiutanti) e gag non sempre scontate. La battaglia dei sessi è l’ argomento centrale se si pensa che l’episodio con Walter Chiari è il più esteso ed articolato e mostra fidanzata e fuotura suocera decise nel voler “educare” fin dall’inizio il loro futuro congiunto. 
Il successo commerciale del film conferma le qualità sopra descritte e convince Fulci, Castellano e Pipolo a confezionare un secondo prodotto simile.
Nasce così il deludente I maniaci (mar. 1964; 90 min) dove, fin dal titolo, il modello non è tanto il film composto da tre o quattro episodi estesi bensì il film organizzato in numerose brevi scenette come nel fortunato I mostri (Risi, 1963). Evidente, tra l’altro, il ricalco degli episodi “letterari” interpretati da Gassman nel film precedente in quello, assai fiacco, con Enrico Maria Salerno e Umberto d’Orsi (intitolato La parolaccia).
Tra gli episodi più estesi citiamo Lo sport in cui, per una scommessa persa, il tifoso Vianello porta la moglie Lisa Gastoni sul marciapiede a fingersi prostituta, dove viene importunata da Franco Fabrizi; L’hobby in cui Barbara Steele e Gaia Germani indagano su chi sia la nuova misteriosa donna del loro marito/amante e scoprono stupefatte che questi preferisce fare semplicemente dello sport, evitando compagnie femminili; Il pezzo antico in cui Vittorio Caprioli e Franca Valeri vanno per monasteri in cerca di pezzi d’antiquariato e comprano, invece, cianfrusaglie moderne in stile antico; Le interviste in cui il ministro Raimondo Vianello risponde con la medesima tiritera a qualunque domanda gli viene posta intorno ai tanti scandali politici del periodo (anche in questo caso è evidente il rimando a I mostri ovvero all’episodio La giornata dell’onorevole con Tognazzi); La cambiale in cui due coppie firmano centinaia di cambiali pur di accontentare le proprie mogli - in competizione intorno al proprio tenore di vita - e finiscono in miseria.
Il film termina con un tredicesimo episodio più esteso, Il week-end, con Franco, Ciccio, Margaret Lee ad altri, con la solita gorandola di coppie clandestine in uno stesso appartamento, visitato dai due ladri siculi. Sebbene si tratti del più ovvio dei racconti, è anche l’unico a strappare qualche sorriso grazie alla bravura dei due popolari comici.
Gli argomenti del film sono spesso intriganti; ad esempio Fulci aggredisce la mania per l’antico, tipico di una società che è da poco approdata ad un certo benessere e che, nei decenni seguenti, diverrà un fatto dilagante ad ogni livello. Il regista ha il merito di ridicolizzare questo tabù culturale anche se poi la realizzazione è troppo scontata in tutti i suoi passaggi. Ne L’hobby invece si delinea un individuo che, stanco delle faticose schermaglie “domestico-femminili”, anch’esse conseguenti al diffuso benessere, preferisce isolarsi in campagna, all’aperto, per una partita tutta “maschile”di football. Figure femminili divenute egemoni nell’ambito familiare, nonché strettamente legate ai nuovi beni di consumo della civiltà capitalista si ritrovano anche ne La cambiale, episodio ottimo nel testo ma, coem gli altri, scadente nella monotona realizzazione.
Il pubblico si accorge del carattere poco brillante dell’operazione e non accorre in massa, come nel caso de Gli imbroglioni.

In quegli anni anche Gianni Puccini si cimenta in una serie di film a episodi. Si comincia con Amore in 4 dimensioni (mar. 1964; 107 min.), film collettivo particolarmente audace per l’epoca.
In Amore e alfabeto Massimo Mida racconta l’arrivo a Milano del “terrone” Carlo Giuffrè il quale, povero e analfabeta, muove a compassione un tassista. Finirà con lo sposargli la figlia (Franca Rame)...
In Amore e vita del francese Jacques Romain, Silva Koscina assume una provocante domestica (Franca Polesello) per poter sorprendere il marito infedele (Gastone Moschin) e separarsi; il piano riesce ma la Polesello si porta via anche l’amante della Koscina.
In Amore e arte di Puccini, un famoso sceneggiatore (Philippe Leroy) è in crisi di idee a causa di un’esigente moglie-bambina (Lena von Martens) che lo “esaurisce”. Assume allora un bravo aiutante (Fabrizio Capucci) che, in breve, diviene l’amante della moglie...
In Amore e morte di Mino Guerrini, Alberto Lionello cede alle lusinghe della sconsolata vedova Michele Mercier, amoreggia con lei e le paga conti molto salati; scoprirà che si tratta di uuna simulatrice, per niente vedova...
I quattro episodi sono ben condotti anche se largamente prevedibili e si avvalgono di un ottimo cast. Le figure maschili sono vittime di donne abilissime nell’utilizzare il proprio charme: del tutto estranee all’universo maschile (nessuna di loro sa bene di cosa si occupi il proprio marito o amante), esse sanno come manipolare le loro vittime e come ottenere ciò che preferiscono. La pellicola mostra dunque ancora figure femminile di vecchio stampo, che non gareggiano col maschio, né ambiscono a superarlo nel suo campo (il mondo delle professioni) e le ritrae con evidente compiacimento, legato ad una certa misoginia. Insomma si mette in guardia il pubblico maschile dagli stratagemmi - tutti a sfondo sessuale - del mondo femminile. Inoltre i registi non lesinano ironie a quell’universo cinematografico autoriale che mostra figure femminili tormentate e introverse. Nel terzo episodio si citano i film di Antonioni come esempi di uno snobismo artistico inutile di fronte al quale gli spettatori borghesi applaudono intimiditi, per non sembrare ignoranti. Nel quarto poi Lionello paragona la propria avventura sessuale nel letto di una imbrogliona a quella dei protagonisti di Hiroshima mon amour (Resnais, 1959).
Amore in 4 dimensioni è un esempio di cinema conservatore, insensibile alle lusinghe delle nuove idee ugualitarie che permeano gli anni sessanta. I personaggi del film citano, certamente, il nuovo governo di centrosinistra, ma lo fanno con preoccupazione ed ironia.
Il film riscosse un buon successo.
Si continua con L’amore facile (ott. 1964; 100 min.) il cui titolo capovolge quello del recente L’amore difficile firmato da Manfredi, Sollima ed altri. La pellicola, sceneggiata dal regista con Sandro Continenza, si compone di cinque episodi.
Ne Una domenica d’agosto (titolo, tra l’altro, di un celebre film di Emmer) due coppie (Franca Polesello ed altri) su una cabriolet, in viaggio verso il mare, litigano con numerosi vigili e accumulano un certo numero di contravvenzioni.
Ne Il vedovo bianco Philip Leroy appioppa la propria bella amante inglese (Britt Semand) all’amico Vittorio Caprioli che, dopo averla sposata (dietro lauto compenso), deve anche farle buona guardia. Invano egli cerca di approfittare della situazione. Deceduto l’amico in un incidente aereo, Caprioli, non solo “eredita” la scontrosa amante, ma prende il posto del defunto anche con la moglie (Eleonora Rossi Drago).
Ne Un uomo corretto Franco si fa prestare dall’usuraio Ciccio i soldi con cui paga i favori sessuali della moglie (Linda Sini) di quest’ultimo; poi finge col marito di averli già restituiti alla moglie che non può negare il fatto... E’ l’episodio più divertente sia per il ontenuto dell’episodio, sia per la consueta bravura dei due interpreti. Verrà rifatto in 40 gradi all’ombra del lenzuolo (S. Martino, 1976; epis. I soldi in bocca, con Barbara Bouchet e Enrico Montesano).
In Una casa rispettabile Riccardo Garrone invita, di notte, nella propria stanza in affitto, la fidanzata (Lena von Martens); la padrona di casa Didi Perego sorprende la coppia, caccia la donna e ne prende il posto...
Ne Divorzio all’italoamericana Raimondo Vianello, un poveraccio che fa la guida turistica tra i ruderi romani, irrettito dalla bella e ricca Barbara Steele, cerca di ammazzarle il marito senza riuscirvi.
Con l’eccezione dell’episodio con i due comici siciliani, il film propone situazioni e dialoghi molto prevedibili, ripetitivi e tirati per le lunghe. A differenza di altri film del periodo (ad esempio L’amore difficile), dall’insieme esce confermata una visione ancora “patriarcale” della società italiana, con donne quasi tutte “casalinghe”, situate in posizione di sudditanza che utilizzano le proprie grazie per ottenere favori dai maschi “padroni”. Questi allegri caroselli, basati su racconti degni delle tavole della Rivista, rappresentano il lato conservatore nell’universo della commedia italiana ed illuminano un mondo minoritario, in via di estinzione. In tal senso meritano una speciale attenzione.
Nello stesso mese esce L’idea fissa (ott. 1964; 100 min.) un film composto da quattro episodi, il primo e l’ultimo firmati da Puccini e i restanti da Mino Guerrini. L’esito è quanto mai modesto, anche perché gli autori (coadiuvati da un esercito di sceneggiatori tra cui Biancoli e De Concini), in questo caso, decidono di raccontare vicende apertamente estreme e farsesche, poco indovinate nel trattamento a causa di dialoghi e situazioni privi di mordente, nonché di evidenti prolissità.
Ne La prima notte,  un siciliano gelosissimo (Lando Buzzanca) in viaggio di nozze a Napoli con l’illibata consorte (Maria Grazia Buccella), cede lo jus primae noctis a un finto ricco (Umberto d’Orsi) che lo ripaga con un assegno a vuoto di un milione.
In Basta un attimo un marito (Renato Tagliani) che sorveglia la moglie (Ingeborg Schoner) giorno e notte, scopre che quest’ultima è riuscita a tradirlo ripetutamente.
Ne L’ultima carta una moglie (Eleonora Rossi Drago) convince il marito (Carlo Giuffré) a prostituirsi per soldi con delle affamate tardone.
In Sabato 18 luglio Philippe Leroy scopre che la moglie Sylva Koscina lo tradisce tutte le notti.
Il primo episodio riprende un argomento antico (già presente in vecchi film come Centomila dollari, Camerini 1940, con Amedeo Nazzari), in seguito riformulato nel ben noto Proposta indecente (Lyne, 1993), giocando la carta della comicità stereotipata di Buzzanca. Il secondo, leggermente più originale, riprende spunti da novelle del Boccaccio (Peronella ossia il racconto dell’orcia e del marito deficiente, in seguito adattata da Pasolini nel Decameron) mentre il terzo si trascina in una ripetitiva mediocrità.
L’inverosimiglianza dell’insieme rende la pellicola poco significativa anche in riferimento agli usi e costumi dell’epoca. Il secondo episodio ci mostra l’ansia del maschio alle prese con un nuovo tipo di figura femminile del tutto amorale e pronta a tutto pur di soddisfare il proprio innsauribile desiderio mentre il terzo conferma tale tratto femminile nella spregiudicatezza della moglie la quale, pur di mantenere il proprio tenore di vita, non esita a “svendere” il proprio marito. Insomma donne al comando, ormai sganciate da qualunque orizzonte etico. Ciononostante il tema appare solo sfiorato, trattandosi di episodi calati in un contesto apertamente surreale.
Il successo commerciale della pellicola fu discreto.
L’anno successivo Puccini, coadiuvato da Ennio De Concini per la sceneggiatura, tenta di rinnovare la formula del film a episodi coniugando farsa, melodramma e poliziesco in Io uccido... tu uccidi (mar. 1965; 130 min.; il titolo rieccheggia Io bacio... tu baci con Celentano e Mina) con esiti disastrosi. Il regista propone sei lunghi episodi (la durata del film è decisamente fuori dalla media, sorpassando di molto gli abituali 90/100 min.), nessuno dei quali lascia un ricordo positivo.
Franco e Ciccio occupano il primo e l’ultimo racconto ovvero Cavalleria rusticana, pessima variante dell’intreccio operistico di Mascagni e Una boccata di fumo, un siparietto domestico con Ciccio che tiranneggia Franco cui è stato assolutamente vietato il fumo.
La danza delle ore, basato sulla ben nota musica di Ponchielli (da La Gioconda, 1876), racconta le peripezie di un nipote (Paolo Panelli) che, per causare la dipartita del ricchissimo zio sofferente di cuore, gli procura una finta infermiera (Margaret Lee) che lo provoca ballando seminuda; ovviamente il trucco fallisce: stremata, muore la donna!! La  formula verrà ripresa in numerosi film degli anni settanta tra cui L’infermiera (1975) di Nello Rossati con Ursula Andress. Questo episodio, diretto da Puccini è l’unico a possedere una certa verve, grazie soprattutto alla bellezza della protagonista.
Con La donna che viveva sola, affidato nientemeno che a due mostri sacri del cinema d’autore francese quali Emmanuelle Riva e Jean Louis Trintignant, il film piomba in un grigio melodramma che mette in scena l’amore impossibile di una professoressa per una sorta di brillante gigolò. Quest’ultimo viene accusato ingiustamente di omicidio e la donna, pur di scagionarlo, si fa ammazzare dal sicario autore del primo omicidio, rendendone così possibile la cattura. L’episodio si trascina senza interesse e modifica l’atmosfera del film. L’idea-cardine (commissionare un delitto di cui si è vittima) tornerà nei poco riusciti La vittima designata (Lucidi, 1969) e Ho affittato un killer (Kaurismaki, 1990).
Con Giochi acerbi giungiamo al punto più basso del film: tre bambini trovano il modo di ammazzare chiunque li infastidisca; si salva il finale: con un pretesto, il commissario Andrea Checchi in vacanza dalla moglie...
Anche Il plenilunio si perde per strada: promette una Eleonora Rossi Drago licantropa, ma, dopo un interminabile prologo, non ci mostra nulla; il presunto seduttore Thomas Milian viene infettato e abbattuto dal servitore della donna.
Il film si svolge quasi completamenti in interni, la qual cosa aggiunge una monotona teatralità all’insieme. Più che altrove, il rapporto di questi episodi surreali con la realtà socioeconomica dell’epoca appare del tutto inesistente.
Il pubblico decretò un successo discreto.

Mino Guerrini, già presente ne L’amore in 4 dimensioni, è anche il regista di uno dei tre episodi di Extraconiugale (dic 1964; 100 min.), una pellicola brillante in cui, fin dal titolo, si prendono di mira le nuove libertà sessuali degli anni sessanta.
Ne La doccia - regia di Massimo Franciosa - si raccontano le disavventure di Gastone Moschin, serio ingegnere sposato con Liana Orfei che deve mantenere, in casa, il cognato ovvero lo sfaticato “terrone” Lando Buzzanca. L’ingegnere si ritrova poi ad essere l’amante della cantante Lena Von Martens, fidanzata del cognato e, a quel punto, accetta di buon cuore di ospitare l’inutile parente e la sua futura sposa.
Ne Il mondo è dei ricchi - regia di F. Guerrini - si narrano le disavventure di un mediocre impiegato mantovano (Enzo La Torre), sottomesso alla moglie “saccente” (Franca Rame) e al datore di lavore. Convintosi di avere vinto al totocalcio (ma è una beffa dei colleghi) diviene un leone: maltratta la moglie, si fa l’amante, prendi a calci il padrone e un amico rompiscatole...
Ne La moglie svedese il siciliano Renato Salvatori torna a Roma (dopo cinque anni) con la moglie svedese, disiniibta e, all’occasione, nudista. La famiglia, guidata da Turi Ferro, inorridisce e lo fa “rinsavire”: scoperto il tradimento della donna con un amico svedese, Salvatori li uccide entrambi, riacquistando la stima della famiglia. L’onore è salvo.
Il film, vivace, ben recitato e ricco di spunti, risulta piacevole e ripropone i soliti temi inerenti il conflitto tra Modernità e Tradizione. Soprattutto nell’episodio di Montaldo appare evidente che le radici esistenziali del marito “svedese” riaffiorano con forza e portano a rifiutare quello stile libertario e promiscuo che gli sembrava tanto ovvio in terra nordica. In realtà, a parte la divagazione scandinava, questo è il tema di un’intera società, costretta ad abbandonare usi e costumi secolari per aderire ad una faticosa modernità, basata su un disordine sessuale travestito con inutili pretesti sentimentali. Anche nell’originale episodio di Guerrini, la violenta reazione del povero impiegato, costretto dalla sprezzante moglie a sorbirsi film giapponesi di alta cultura e programmi “culturali”, è significativa: fa a pezzi la televisione e obbliga la moglie ad abbandonare velleitarie divagazioni culturali e a tornare tra le pentole. Nell’episodio di Franciosa invece siamo in presenza di una tematica più ovvia (quella tra nord e sud, efficienza e lassismo) e di tendenze extraconiugali prive di troppi addentellati (a parte la citazione del recente ma già celebre spogliarello della Loren di Ieri oggi domani, rifatto dalla Von Martens davanti a Moschin).
Il film, nel suo complesso, offre un umorismo di marca conservatrice del tutto godibile e decisamente “poco corretto” se confrontato con i parametri odierni.
La pellicola ottiene un successo assai modesto.

Anche Mattoli, giunto ormai quasi al termine della sua lunga carriera, si inserisce nel filone con Obiettivo ragazze (ago 1963; 100min,), una serie di episodi di ambientazione militare.
Nel primo Tony Renis, che interpreta se stesso, è una recluta piuttosto speciale nella scuola pisana di paracadutismo; i camerati gli fanno credere che la casa dell’inflessibile sergente Renzo Palmer è un bordello e le sorelle del militare le tenutarie...
Nel secondo (il peggiore) il marinario Alighiero Noschese viene convinto da un ipnotizzatore di essere una donna...
Nel terzo il soldato Walter Chiari cerca di farsi esonerare dal servizio corteggiando la figlia (Diletta d’Andrea) del maresciallo Carlo Campanini; si troverà invece arruolato come militare di carriera...
Nel quarto Franco e Ciccio si ritrovano prigionieri, in Etiopia, di un manipolo di donne africane decise a tagliar loro gli attributi, a meno che non lascino la divisa e divengano etiopi, cosa che fanno rapidamente.
Obietivo ragazze è una pellicola innocua di mero intrarttenimento, girata con buona professionalità, moderatamente divertente e, nonostante il titolo, priva degli abituali ammiccamenti sessuali tipici del genere. Mattoli gira con lo stile sobrio del decennio precedente, evita spogliarelli (sebbene il secondo episodio sia ambientato nel mondo della rivista), limita i riferimenti sessuali a qualche doppio senso verbale e rispolvera anche il bravo Campanini, un comico che era spesso presente nelle sue pellicole degli anni quaranta e cinquanta. Tony Renis regge bene la parte, Franco e Ciccio non deludono e Noschese si traveste da donna.
La pellicola riscosse un buon successo.

Più scadenti sono invece i siparietti inventati da Polselli in Avventura al motel (mar. 1963; 100 min.) nel quale, tra l’altro, ritroviamo alcune vecchie glorie degli anni quaranta. Le vicende, sceneggiate dal regista con Bruno Corbucci e Gianni Grimaldi, ruotano intorno alle coppie che decidono di passare una notte in un piccolo motel gestito da un proprietario compiacente e popolato da fanciulle disponibili.
Sfilano una coppia innamorata in fuga da genitori ostili, un aviatore  (Aroldo Tieri) con l’amante tra un volo e l’altro, un allenatore (Gino Cervi) alla ricerca di un calciatore fuggito dalla clausura degli allenamenti prepartita, una coppia sicula in viaggio di nozze infastidita da un viaggiatore di commercio (con la coppia Franco e Ciccio), un anziano marito (Macario) che si sfoga con delle prostitute per le angherie che subisce a casa dalla moglie...
La cornice del motel è monocorde (tra l’altro impedisce la presenza di esterni e, quindi, rende il film teatrale) e i raccontini alquanto prevedibili; anche gli attori, seppur esperti, appaiono a disagio con l’eccezione dell’inossidabile coppia di comici siculi la cui scenetta è l’unica ad avere un po’ di mordente.
La pellicola circolò molto poco e passò inosservata.

Giorgio Bianchi si inserisce nel filone con il modesto I quattro tassisti (dic. 1963; 95 min.), pellicola basata su quattro episodi sceneggiati da uno stuolo di scrittori (Castellano e Pipolo, De Bernardi, Amendola... ) e affidati a quattro divi del cinema degli anni cinquanta.
Ne Lo sposo la tassista Didi Perego, mentre porta Gino Bramieri all’altare, lo convince a non sposarsi o meglio a cambiare partner...
Ne Un’opera buona Peppino De Filippo molesta la finta suora Graziela Granata e poi compra, a caro prezzo, il suo silenzio
In Caccia al tesoro Macario scorrazza la svampita Yvonne Furneaux durante una lunga nottata torinese.
Ne L’uomo in bleu il tassista Aldo Fabrizi è minacciato di morte dall’assassino Gianrico Tedeschi e viene salvato in extremis da due poliziotti che scambiano la strana coppia per due omosessuali litigiosi.
I quattro racconti, ambientati quasi interamente all’interno di autovetture, soffrono del loro impianto teatrale: i dialoghi si ripetono senza riuscire a divertire, gli attori, pur sempre bravi, appaiono (a parte Bramieri) ormai a fine corsa e le situazioni sono tutte ampiamente scontate. Vi si nota solamente una particolare cattiveria nei confronti dell’universo gay, aspetto presente in numerose pellicole del periodo, segno di una differente sensibilità in materia. In quegli anni, infatti, l’argomento si prestava semplicemente a battute di grana grossa, volte ad incentivare il riso di un pubblico popolare, battute che oggi appaiono datate e poco divertenti.
Gli incassi sono discreti.

Dopo aver contribuito in veste di sceneggiatori a decine di commedie italiane, Castellano e Pipolo esordiscono alla regia con I marziani hanno 12 mani (mag. 1964; 90 min.), una storiella surreale che, fatta salva la cornioce “spaziale”, si risolve in un film a episodi.
Quattro marziani, tra cui Paolo Panelli e Carlo Croccolo, vengono mandati sulla Terra, a Roma, in missione esplorativa. All’inizio cercano di sottrarsi alla seduzione delle belle donne che incontrano (Magali Noel, Annie Gorassini, Dominique Boschero, Margaret Lee) ma, molto presto, decidono di rimanere sul nostro pianeta a far compagnia ai “terricoli”. In un episodio (il migliore) ritroviamo anche Franco e Ciccio, due scrittori di romanzetti di fantascienza scambiati dai “marziani” per importanti scienziati.
Il film possiede un simpatico brio; le scenette sono quasi tutte riuscite e si ricordano, in particolare, il delirante episodio ambientato allo stadio (con il marziano che poco capisce del tifo calcistico) e l’innocente strip di Margaret Lee dinanzi a Franco e Ciccio “ibernati”. Panelli si innamora di una poasseggiatrice (Magali Noel) di cui sistema il protettore (Aldo Giuffré) mentre Croccolo minaccia atti terroristici contro l’Italia di fronte ad un estasiato ambasciatore austriaco (era l’epoca delle bombe in Alto Adige, ampiamente citate nell’episodio). Vivaci e originali quel tanto che suggerisce l’insolito soggetto risultano anche le musiche di Morricone.
Sebbene il film possa considerarsi riuscito e riscuota un buon successo commerciale, Castellano e Pipolo non firmeranno altre regie cinematografiche per oltre un decennio.

Steno si inserisce nel filone con Letti sbagliati (mar. 1965; 100 min.), un’antologia di quattro racconti compelssivamente piacevoli, scritti da Sandro Continenza.
Ne Il complicato un ricco industriale (Lando Buzzanca), in uno scompartimento letto, scommette una forte somma con il proprio compagno di cabina (Aldo Giuffré) che non esistono le avventure di viaggio; un’amica (Ingeborg Schoener) di quest’ultimo provvede a sedurlo o quasi...
In 00 sexy - Missione biondo platino Raimondo Vianello escogita un complicatissimo metodo per sedurre in ascendore un’affascinante vicina (Margaret Lee); nella trappola finirà però sua moglie (Fulvia Franco) con un aitante garzone...
In Quel porco di Maurizio l’avvocato Carlo Giuffré viene sedotto da una giovanissima studentessa (Beba Loncar) dalle maniere fintamente ingenue, già aggredita in treno da un suo assistito (Aldo Puglisi)...
Ne La seconda moglie Franco e Ciccio rievocano il celebre Rebecca (Hitchcock, 1940) in uno spassoso episodio in cui Franco si finge paralitico, nonché fratello della prima moglie (di cui era, invece, l’amante); così si fa mantenere da Ciccio e per giunta tenta anche di amoreggiare con la sua seconda moglie (Olimpia Cavalli)...
Steno si conferma un artigiano brillante, perfettamente a proprio agio in questo genere di commedie leggere. Il racconto con la coppia di comici siciliani, entrambi in gran forma, è di gran lunga il migliore; efficace risulta anche l’interpretazione di Vianello, esilarante ingegnere aeronautico che tratta tutti con sufficienza mentre prepara il suo complicato trabocchetto. Più ripetitivi gli altri due episodi, il primo dei quali sembra fare la caricatura dell’episodio “ferroviario” diretto da Manfredi ne L’amore difficile (1962; vedi).
Come tanti altri prodotti simili, il film  propugna una visione conservatrice della coppia, con figure femminili ”domestiche” e attente innanzitutto alle proprie qualità seduttive e figure maschili che non sanno trattenersi di fronte alle provocazioni dell’altro sesso.
All’epoca gli incassi furono scarsi.

Si può inscrivere al genere del film a episodi anche la pellicola Le sedicenni (dic. 1965; 90 min.) di Luigi Petrini, racconto corale delle vicende assai poco interessanti di alunni e professori di un liceo. L’argomento giovanile era allora poco frequentato (si ricorda in particolare Terza liceo, 1954, di Emmer) anche perché il pubblico delle sale era prevalentemente adulto e non sembrava molto attratto dalle insipide storielle di ragazzotti in età scolare. Al contrario, man mano che l’età media dello spettatore tenderà a scendere (soprattutto a partire dagli anni novanta), i film di ambientazione scolastica o con protagonisti degli adolescenti tenderanno ad aumentere vetiginosamente (il ciclo di Harry Potter è, in tal senso, esemplare come pure la ripresa della saga di Star War).
Le sedicenni, basato su una sceneggiatura di Castellano e Pipolo, intreccia vicende tutte ugualmente banali: un giovane si innamora di una norvegese che alla fine dovrà ritornare nel suo paese, un poliziotto (Carlo Giuffré) viene corteggiato da una sedicenne e finisce col cederle; un giovanotto possiede molte fidanzate tutte col nome Maria e quando una gli telefona avvisandolo che è incinta, lui non sa di chi si tratta...
Il film, recitato in modo sommario e ambientato in una Roma poco distinguibile, si consiglia solo a chi voglia rivedere gli arredi dei bar dell’epoca (numerose le sequenze calate in tali contesti). I dialoghi sono soporiferi e il ritmo è blando. Il ritratto è quello di una gioventù senza qualità, tutta assorbita dai primi flirt, lontanissima da quella politicizzata che, tra poco più di due anni, metterà a soqquadro le università di mezza Italia.
Gli incassi furono scarsi.