Autostop rosso sangue, La mazzetta e La settima donna

Autostop rosso sangue, Gli uccisori, Doppio delitto, La mazzetta, Giallo napoletano,  La settima donna, Il commissario Verrazzano, Indagine su un delitto perfetto, Avere vent’anni, Vacanze per un massacro, La ragazza del vagone letto, La compagna di viaggio, Murder Obsession, La casa sperduta nel parco: enigmi e sequestri (1977-80)

              “In quel decennio [gli anni settanta] non si fa in tempo
               a registrare un sequestro che qualche giorno dopo
              ne viene compiuto un altro”
               M. Guarino, Poteri segreti e criminalità (2004)

Pasquale Festa Campanle si cimenta con il thriller in Autostop rosso sangue (feb 1977; 105 min.), storia abbastanza scontata dell’autostoppista Adam (David Hess) che viene malauguratamente caricato in auto da Walter e Eve, una coppia in crisi coniugale (Franco Nero e Corinne Clery). L’uomo è, in realtà, un efferato criminale che porta con sè due milioni di dollari, frutto di una rapina. Mentre viaggiano verso il Messico (si immagina di essere in California, ma la pellicola è a girata in centro Italia) succedono brutalità di ogni genere. Quando finalmente la coppia, o meglio Eve, riesce fortunosamente ad ammazzare l’intruso, le sorprese non sono ancora finite: un gruppo di teppisti in moto causa un gravissimo incidente d’auto alla coppia: Eve è morente e Walter, felice di essersi liberato anche della moglie, se ne va solo, felice e con la valigia dei soldi. Ora è lui a fare l’autostop...
All’inizio della pellicola il protagonista inquadra la moglie dentro il mirino del proprio fucile da caccia: sembrava uno scherzo ed invece era una precisa premonizione dell’inatteso finale. La coppia è ai ferri corti: lei lamenta la mancanza di un amore appassionato (dopo nove anni... ), l’uomo è stanco delle chiacchiere vuote della compagna e della sua sessualità poco generosa. Le cose peggiorano durante il viaggio (non a caso è lei a voler imbarcare lo sconosciuto) e dopo che Eve ha reagito in modo ambiguo alle violenze di Adam (dapprima facendo resistenza ma poi adeguandosi in modo troppo partecipativo), il marito cova una sorda rabbia che si traduce nello spietato finale in cui Walter finisce con l’identificarsi con Adam e regredire al suo stato primitivo (non a casa il nome Adam) di vagabondo solitario. D’altronde anche Eve (appunto Eva) rappresenta una sorta di donna allo stato naturale, svincolata dai rapporti sociali e tornata ad uno stato originario, libero dalle convenzioni sociali.
Dunque Adam è il detonatore di una crisi di coppia assai diffusa nell’italia del 1977, dopo un decennio di “rivoluzione sessuale”. Il pianeta femminile non riesce ad accettare un’unione ormai abitudinaria e cerca nuove emozioni amorose a costo di distruggere il matrimonio; l’uomo, in questo caso una figura complessivamente mediocre, fatica ad accettare il luna-park dell’amore e arriva a disamorarsi fino al punto di gioire per la morte della compagna. In tal senso il racconto fotografa in modo preciso la coeva realtà sociale italiana, anche se la colloca in un immaginario paesaggio Usa. La nuova etica libertaria ha dissolto i legami istituzionali, ha restituito la libertà ai singoli i quali, a loro modo, sono tornati “in guerra” tra loro.
Come thriller la pellicola funziona grazie alla bravura degli interpreti, ai numerosi snodi narrativi e a un buon ritmo complessivo; ci sono evidenti riferimenti a classici del periodo come Duel (Spielberg, 1972) nello spettacolare duello tra camion e auto, come pure al genere del road movie (Easy rider innanzitutto) con il racconto a tappe, la valorizzazione del paesaggio, la cultura hippy. Inoltre Autostop rosso sangue possiede fortissimi punti di contatto con La lunga spiaggia fredda (Gastaldi, 1971; vedi), altra pellicola pseudoamericana e coinvolta con l’ideologia hippy in cui una coppia in crisi veniva presa in ostaggio da una banda di motociclisti e la donna finiva con l’innamorarsi del loro leader.
Morricone si adegua e compone un’efficace colonna sonora “chitarristica” che evoca realtà americane e, alla lontana, i soundtrack dei suoi western italiani del decennio rpecedente.
La pellicola riscosse un discreto successo commerciale.

Tra i peggiori gialli del periodo ricordiamo, per dovere di cronaca, Gli uccisori (ago 1977; 85 min) quarto e ultimo lungometraggio di Fabrizio Taglioni.
Vi si racconta di un omicidio londinese, legato a un furto e della ricerca dell’assassino nelle foreste venezuelane dove quest’ultimo è fuggito. La pellicola che non mostra nè Londra, nè il Venezuela, divaga con inserti documentaristici senza interesse, si impantana in ridicole schermaglie con malavitosi sudamericani e giunge a una frettolosa conclusione in cui vengono rovesciate le premesse iniziali (la vittima è in realtà il colpevole e il viaggio risulta una simulazione... ). La pellicola è al di sotto dei limiti della decenza (tecnica filmica, dialoghi, recitazione ecc.). Tra gli attori si ricorda Beba Loncar.

Steno torna periodicamente al poliziesco. Cinque anni dopo La polizia ringrazia (1972), firma Doppio delitto (nov. 1977; 105 min.), un brillante giallo impostato su un classico intreccio ripreso dai romanzi di Agatha Christie (anche se la vicenda è  ispirata al romanzo Doppia morte al governo vecchio di Ugo Moretti del 1960 e sceneggiata dal regista con Age e Scarpelli) ed infarcito di colte citazioni letterarie e filmiche.
In un vecchio e blasonato stabile romano un principe, vicino agli ambienti vaticani, e il suo elettricista vengono folgorati da un abile assassino che devia la potenza di un fulmine lungo un corrimano metallico. Numerosi sono i sospettati, tutti inquilini dello storico edificio: la bella moglie della vittima, Ursula Andress, un tempo diva cinematografica, il suo amico e sceneggiatore Peter Ustinov che cita continuamente Delitto e castigo e la stringente indagine del celebre giudice Porfirij Petrovic, lo scultore bizzarro Jean Claude Brialy che vive circondato da strane statue, la figlia naturale del defunto nonchè inquieta comiziante Agostina Belli, il pettegolo venditore di vecchi libri Mario Scaccia. Uno di loro è il colpevole e viene smascherato in un brillante finale che ripete alcune situazioni chiave del famoso Psycho (Hichcock, 1960). Indaga Mastroianni il quale riprende il ruolo del commissario poco convinto e poco autoritario de La donna della domenica (Comencini, 1975).
Il film è un divertissement ricco di riferimenti, ben scritto e ottimamente recitato dal superbo cast. Senza aggiungere nulla alla storia del poliziesco filmico, riesce ad interessare dall’inizio alla fine pervenendo ad una soluzione tutt’altro che prevedibile. Le spiritose e, a tratti, morriconiane musiche di Ortolani contribuiscono a rendere la narrazione leggera e vicina ai toni della commedia, senza mai scadere nella farsa o nella parodia. Non mancano le immancabili frecciate anticlericali sotto forma di critiche ai vizi sessuali della vittima, sorta di Jekyll e Hyde, dedito alle cerimonie dell’aristocrazia nera come pure a orgette domstiche per le quali aveva attrezzato un intero appartamentino. Il film, che riesce a restituirci il clima politico di quegli anni, tra orgoglioso femminismo, comizi improvvisati con annesse raccolte di firme, ossessione antifascista e libertà sessuali, ha inoltre il merito di ricordarci che siamo negli anni delle prime televisioni libere che, di notte, a volte, trasmettevano film pornografici.
Gli incassi furono solo discreti.

Sergio Corbucci abbandona i piacevoli racconti umoristici per inserirsi nel thriller italico con La mazzetta (mar. 1978; 110 min.), trasposizione cinematografica dell’omonimo giallo (1976), opera d’esordio di Attilio Veraldi.
In una Napoli canagliesca due costruttori  - Michele Meletti (Paolo Stoppa, qui memore del ruolo di don Calogero Sedàra, Il Gattopardo) e Nicola Casali (Gennaro Di Napoli) - si fanno una guerra spietata. Il primo utilizza il simpatico faccendiere Sasà Iovine (Nino Manfredi) per aggiustare i propri guai familiari e professionali. Quest’ultimo, nel tentativo di recuperare alcuni documenti scottanti, trafugati dalla figlia ribelle (Imma Piro) dell’uomo d’affari, incappa in una serie di cadaveri e diviene il bersaglio prediletto di una coppia di gemelli killer (Sal e Giovanni Borgese; invenzione ripresa dal Beineix di Diva, 1981) al servizio di Casali. Sasà si muove in un labirinto pericoloso e percorre un lungo e istruttivo tunnel insieme al commissario Assenza (Ugo Tognazzi): dopo essere scampato a differenti tentativi di omicidio ed essere incappato in un altro cadavere (Marisa Merlini, ex moglie di Meletti) scopre che il principale colpevole di tutto è proprio il suo datore di lavoro (scoperta abbastanza scontata) e soprattutto che gli scottanti documenti, finalmente recuperati, non serviranno a nulla poichè magistratura, potere inquirente, costruttori e potere politico si sono accordati in una cordata inossidabile al fine di difendere i propri affari milionari: l’eventuale comparsa di quei documenti rimarrebbe ininfluente. Questo cupo finale, tutto politico, costituisce la vera sorpresa della pellicola: esso evidenzia l’inutilità degli sforzi del singolo che cerca di riportare un minimo di legalità e giustizia in un contesto sociopolitico irrecuperabile poichè organizzato secondo una logica totalmente illegale. Due anni dopo il celebre I tre giorni del condor (Pollack, 1976), anche gli “eroi” italiani Manfredi e Tognazzi si arrendono allo strapotere del sistema e lo fanno con un finale brillante e disincantato (all’opposto di quello angoscioso di Pollack) che prende le forme del racconto popolare, intonato da un coro di pesonaggi umili, presi dalla strada.
La mazzetta è un perfetto connubio di commedia e thriller, arricchito dal un ritmo narrativo serrato e da incisive musiche jazzistiche di Pino Daniele: vi si trovano attori perfetti, un’ambientazione suggestiva (tra Napoli e Roma), un sottile equilibrio tra realismo e caricatura e un intrigo fin troppo complicato di cui, però, si intravede fin dall’inizio la soluzione. La morale è che i potenti, quando e se si rovinano, lo fanno a causa delle loro questioni private - gli omicidi di Meletti contemplano una serie di semplici vendette familiari - mentre il contesto sociopolitico appare saldamente irretito in saldi e amorali blocchi di potere rispetto ai quali si può solamente scegliere di aderire o di rimanerne fuori. Sasà, con cui Corbucci simpatizza, lungi dall’essere un moralizzatore, è solo un nullafacente che vive ai margini di questo potere criminale e vivacchia delle sue briciole: non ha alcun interesse a cambiarlo o a metterlo in seria difficoltà E quando pure, in un sussulto di orgoglio, egli decide di percorrere una via più “morale”, scopre che, a causa del proprio radicale isolamento, non approderebbe ad alcun risultato. Questo lucido affresco nichilista viene raccontato dall’autore con lieve, distaccata eleganza, evitando toni moralistici o melodrammatici.
Corbucci, insomma, fotografa una realtà malavitosa antica e “accettata” con la quale è necessario convivere. Di lì a poco il clamoroso caso del sequestro (apr. 1981) dell’assessore ai lavori pubblici Ciro Cirillo, ad opera delle br, e della sua liberazione grazie alla mediazione di una Dc che non aveva trattato neppure per Aldo Moro, illumina in modo alquanto istruttivo il medesimo, corrotto paesaggio politico partenopeo: il potere politico tratta solo e quando gli conviene, al di là delle fasulle proclamazioni d’intenti.
Il grande successo de La mazzetta “obbliga” Corbucci ad una replica. Nasce così Giallo napoletano (apr.1979; 110 min.), nuovo poliziesco come il precedente ammorbidito dal contesto partenopeo e da attori abituati ai toni leggeri della commedia. In particolare la centralità di Mastroianni rimanda a La donna della domenica (1975; vedi) ovvero l’analogo, fortunato tentatico di Comencini di coniugare suspense e commedia.
Raffaele Capece (M. Mastroianni), suonatore di mandolino con un padre (Eduardo De Filippo al proprio ultimo film) dedito al gioco d’azzardo, si ritrova inguaiato in una serie di oscuri delitti legati ad un altrettanto oscuro ricatto che passa anche attraverso la citazione di una melodia musicale. La matassa è realmente ingargugliata e ne fanno parte un paio di violenti camorristi (gli spassosi Franco Iavarone e Natale Tulli), un famoso direttore d’orchesta (Michel Piccoli), la sua amante (Zeudi Araya), sua nuora (Ornella Muti) ed una misteriosa suora (Capucine). Raffaele indaga insieme ad un imbranato commissario (Renato Pozzetto) che non perde occasione per vantare la propria superiore milanesità. La soluzione, tutt’altro che originale e decisamente troppo artificiosa, è in una villa abbandonata con regolare cadavere murato e atroce delitto commesso nei giorni delle quattro giornate di Napoli (set. 1943) ai danni di un ricco ebreo. Il colpevole di allora, il direttore d’orchestra, è ora sotto ricattato da più persone...
Come si nota il film ripropone luoghi comuni del cinema argentiano (la villa, il cadavere nascosto, la nenia musicale, il detective improvvisato), come pure hitchcockiano (l’innocente costretto a divincolarsi in situazioni contorte che lo accusano, come in Intrigo internazionale); la soluzione invece pare ripresa di peso dal recente Il gatto dagli occhi di giada (Bido, 1977), pellicola anch’essa di stretta osservanza argentiana. Questo insieme di prestiti rende la pellicola alquanto prevedibile e poco sorprendente; ciononostante Giallo napoletano si lascia seguire con piacevole curiosità grazie al magnifico cast, diretto con abilità dal regista romano ed alla suggestiva ambientazione partenopea. Indimenticabile la sequenza in cui Natale Tulli demolisce l’abitazione del protagonista.
Il film ottenne un notevole successo commerciale.

Franco Prosperi firma con La settima donna (apr. 1978; 90 min) una delle sue migliori pellicole. In una villa isolata, dove cinque allieve (tra cui Laura Trotter e Sherry Buchanan) preparano al maturità aiutate da una suora (Florinda Bolkan) e coadiuvate da una donna di servizio, irrompono tre rapinatori in fuga (Ray Lovelock, Stefano Cedrati e Water Andreini). Gli uomini, gente brutale con tendenze sadiche, tengono segregate le giovani per due giorni: ammazzano dapprima la serva e un postino; poi violentano alcune ragazze e la suora ed infine ne ammazzano una (che aveva tentato la fuga) in modo orribile. A quel punto la suora accantona il crocifisso (che tiene al collo), si impossessa di una pistola e risolve la situazione, aiutata dalle traumatizzate vittime.
La vicenda non brilla per originalità (dal celebre Ore disperate, 1955, di Wyler i film basati su questo schema sono innumerevoli) e le sequenze più crude sono evidentemente ispirate ad Arancia meccanica (Kubrick, 1971); ciononostante l’intreccio abilmente costruito, i singoli caratteri perfettamente delineati, la lenta e verosimile metamorfosi della suora (una Florinda Bolkan di eccezionale bravura), il clima di terrore giocato in un efficace crescendo che culmina nell’esplosione di violenza conclusiva, fanno del film uno degli esempi più riusciti in questo genere. Si aggiunga l’ambigua figura del capobanda - un Ray Lovelock in gran forma - che cerca di farsi passare (con le ragazze) per un “ladro gentiluomo” finito, per errore, in occasionale compagnia di bruti inpresentabili e si otterrà una miscela di notevole impatto dove i momenti di relativa calma si alternano a improvvise ed impreviste manifestazioni di aggressività, segnate spesso da un sadismo psicopatologico.
Manca completamente il mondo esterno il cui silenzio appare, in certi casi, inverosimile; in particolare la morte del postino avrebbe dovuto suscitare scontate reazioni e interessanti complicazioni che la sceneggiatura preferisce non affrontare, probabilmente anche per questioni di costi di produzione. Anche i riferimenti alla realtà sociopolitica del periodo sono labili: la vicenda possiede una propria atemporalità in quanto carnefici e vittime non accennano mai a gusti e usanze di quello scorcio di decennio se non per un accenno al diffusissimo e redditizio reato del sequestro di persona, tipico di quegli anni. Le vittime sono candide giovinette che non discuotono di nulla che non sia la loro tragica situazione, la qual cosa le rende ancor più fragili e indifese.
Prosperi conferma le proprie doti nel successivo Il commissario Verrazzano (dic. 1978; 95 min.) pellicola incentrata su un pensieroso e malinconico Luc Merenda, poliziotto che si pone agli antipodi di quelli esagitati e iperattivi che segnano il cinema coevo.
Sebbene il titolo alluda al filone “poliziottesco”, ormai alle sue ultime battute, in realtà la sostanza dell’opera relega nella cornice le tipiche situazioni di quel genere filmico (inseguimenti, sparatorie, rapine e scazzottate) mentre offre allo spettatore un classico enigma dentro al quale il protagonista riprende movenze e atteggiameni del classico e solitario detective americano (il modello rimane ovviamente Philip Marlowe di Chandler). Insomma più un noir che un poliziesco. Inoltre la presenza di un paio di ampie sequenze ambientate in discoteca (obbligatorie dopo il trionfo de La febbre del sabato sera) conferma che il decennio della lotta politica sta declinando in favore della ricerca di una felicità tutta circoscritta alla sfera del privato.
L’affascinante Giulia Medici (Janet Agren) si rivolge al commissario affidandogli il compito di indagare sull’ambiguo suicidio del ricco fratello, rapidamente archiviato dalla polizia. Verrazzano svolge una sua inchiesta, si scontra con situazioni poco chiare che coinvolgono Kora, la bella moglie (Maria Baxa) del morto, che si è subito risposata con Marco Verelli, un boss della malavita (Chris Avram), traffici di quadri e reti di usura. Intanto i malavitosi si fanno pericolosi: ammazzano prima il gatto, poi l’amante (Luciana Paluzzi) del commissario; infine muore anche Kora sbranata dai suoi stessi cani da guardia. Il commissario scioglie l’enigma, impostato secondo schemi tipici dei romanzi della Christie: la coppia che appare nemica - Giulia e Marco - è invece legata da un segreto patto criminale ed è all’origine di tutte le malefatte.
La soluzione, per la verità, si intuisce agevolmente a metà racconto; ciononostante la bravura degli interpreti, l’efficacia della messa in scena, la rapidità del racconto riescono a tenere desta l’attenzione in ogni momento del film. Senza brillare di originalità (ci sono “reminiscenze” dal primo Callaghan di Siegel nella spettacolare sequenza della rapina sventata da Verrazzano e da Il lungo addio di Altman nella insistente presenza del gatto amico del detective) il film di Prosperi conferma l’abilità de cinema italiano degli anni settanta nel confezionare prodotti di media qualità. L’aura malinconica che accompagna la vicenda esprime compiutamente quel sentimento, diffuso nel decennio in questione, di scontentezza e di sottesa tensione verso un (presunto) universo sociale rinnovato e migliore.

Giuseppe Rosati gira il suo ultimo film, Indagine su un delitto perfetto (ott. 1978; 90 min.), miscelando intrigo alla Christie e dettagli alla Argento in una Londra dozzinale. Pur disponendo di un ottimo cast, l’autore perviene a un’opera deludente e pasticciata.
Qualcuno uccide, in modo sadico, i pretendenti alla carica di presidente di una potente multinazionale: dapprima muore Leonard Mann (ma tutti si accorgono che è una messa in scena), poi Joseph Cotten, infine Adolfo Celi e sua moglia Janet Agren. L’assassino, la cui identità è scontata, lavorava in accordo con una bella infermiera (Gloria Guida) che si faceva passare per amante e complice di tutti. Finale pessimo, inverosimile e frettoloso, con un’unica novità: la coppia assassina trionfa.
Tempi morti, dialoghi banali, musiche senza mordente, attori poco convinti ed esterni ordinari rendono la visione alquanto noiosa.
Il film fu un fiasco commerciale.

Avere vent’anni (ott. 1978; 95 min.) di Fernaldo Di Leo entra in questa rassegna solo marginalmente. La pellicola racconta le disavventure di due belle, intraprendenti ed anche ingenue hippy (Gloria Guida e Lilli Carati) – un po’ Alice nel paese delle meraviglie - che approdano in una scalcinata e totalmente inverosimile comune romana diretta da Vittorio Caprioli e popolata da grigi stereotipi. Si succedono una serie di episodi  inconsistenti e tediosi che sembrano usciti dalle coeve commedie erotiche (di cui peraltro la Guida era una delle priuncipali star). Poi verso i due terzi del film entra inscena un poliziotto violento ed esagitato (Giorgio Bracardi) che cerca vanamente di imitare il celebre commissario di Volontè da Indagine (Petri, 1970). Questi sgombera la comune e sottopone ad un lungo ed insensato interrogatorio alcuni suoi occupanti. Le ragazze vengono rispedite al paesello e mentre vi tornano fanno un pessimo incontro: in una trattoria periferica ballano e si dimenano come facevano sempre, ma ora in presenza di una gang malavitosa la quale prende male gli insulti della spavalda coppia e, come nel finale di Easy Rider, tende un agguato alle due poverette e le ammazza nel boschetto antistante l’osteria.
Non si tratta di un vero thriller: l’atmosfera è quella umoristica delle commedie di Laurenti e Cicero (questi è tra l’altro il cosceneggiatore, insieme al regista); senonchè nel cupo finale Di Leo riprende la logica dell’intero filone del giallo argentiano e mostra la reazione di uomini bruali e “all’antica” (tutto tranne che “progressisti”), estranei alle atnosfere libertarie che si vivevano nella capitale, di fronte a giovani disinibite, provocanti e prive di tutela. Le ragazze vogliono solo giocare, utilizzare la loro arma migliore (il loro corpo), accontentare superficialmente il loro pubblico ed andarsene per la loro strada; gli uomini, invece non accettano questo relativamente nuovo tipo di figura femminile che, tra l’altro, si sopravvaluta, ritiene scontate una serie di garanzie liberali e non conosce i pericoli del mondo reale. Infastiditi da questo atteggiamento libertario e provocatorio il branco criminale le punisce selvaggiamente, ammazzandole in modo atroce (come in un incubo onirico argentiano). La modalità del massacro è ripresa da un altrettanto crudele sequenza de L’ultimo treno della notte (Lado, 1975) e  La settima donna (apr. 1978).
L’interesse inizia e finisce con questo tetro finale, peraltro anch’esso realizzato in modo alquanto sommario, con un banale effetto notte, immagini opache, caotiche e poco studiate. Avere vent’anni rimane quindi una riflessione intelligente, di marca conservatrice (come tutto il cinema di Di Leo), intorno alla rivoluzione antropologica in atto, allo scontro inevitabile tra visione arcaica e patriarcale e nuova concezione emancipata e femminista. All’attivo del film c’è inoltre la magnifica presenza di due attrici non eccelse ma tuttavia nel fiore della loro gioventù.
Al fine di ottenere un migliore esito comemrciale, il film fu ritirato e uscì in una seconda versione tagliata e con un differente lieto fine: fu un mezzo fiasco. La versione originale verrà ristabilita solo con l’uscita dle dvd (2004).
Gli incassi furono complessivamente modesti.
Decisamente migliore, ma non di molto, è Vacanze per un massacro (gen. 1980; 90 min.) dove, tra lungaggini furbastre, si narra di Joe (Joe Dallessandro), ergastolano evaso alla ricerca del suo bottino, nascosto in una casa di campagna. Qui deve fare i conti con i tre inquilini ovvero un cacciatore (Gianni Macchia), sua moglie (Patricia Behn) e la sorella di quest’ultima nonchè amante del primo (Lorraine De Selle). Il protagonista sequestra tutti, amoreggia con la cognata del cacciatore, riduce all’impotenza quest’ultimo, tornato dalla caccia come il protagonista di Cane di paglia (Peckinpah, 1972) e ritrova i suoi soldi. Si giunge alla resa dei conti: il cacciatore e la sua amante assalgono Joe di sopresa e vengono ammazzati; poi l’evaso, in crisi affetiva, si innamora e chiede alla vedova di scappare con lui, abbassa la guardia e ci rimette le penne.
La pellicola è ben recitata e scritta; nonostante i sopracitati tempi morti, riesce ad interessare dall’inizio alla fine; viene però rovinata dalla conclusione insulsa (il criminale innamorato) e, per giunta, prevedibile nei suoi sviluppi (la morte del protagonista). Anche la scelta della colonna sonora è deprecabile poichè si tratta di quella di Milano calibro 9 (Bacalov), molto efficace in un contesto urbano, ma inadatta a questo film “crurale”, interamente ambientato in una casa di campagna. Rimane all’attivo del film il complesso teatro della crudeltà tra i quattro pesonaggi che delinea distinti e precisi caratteri tali da rendere tutti equamente scostanti e antipatici. La tensione è realmente alta e ben congegnata (non si na mai bene cosa attendersi, tranne che nello sciagurato finale), le due protagonsite sono realmente seducenti e Dallessandro appare allucinato quanto basta. Sebbene gli uomini siano armati e apparentemente forti, sono le donne a tenerli al guinzaglio (la cognata comanda sul cacciatore e la moglie sull’evaso), testimoniando che, perfino in un giallo del conservatore Di Leo, si prende atto del loro potere in ascesa.

Alla fine degli anni settanta Ferdinando Baldi, esperto di cinema western e d’azione, firma una coppia molto modesta di pellicole di ambientazione ferroviaria. La ragazza del vagone letto (dic. 1979, 90 min.), si muove nel solco di L’ultimo treno della notte (Lado, 1976; vedi): un trio di balordi sequestra i passeggeri di un intero vagone letto. La finalità primaria è spassarsela con alcune belle donne che appaiono indifese di fronte alla aggressiva brutalità del terzetto; alcune cedono volontariamente (Zora Kerova, Fiammetta Flamini), altre invece sotto ricatto (Giulia Dionisi).Tutti i viaggiatori - medio borghesi descritti come vigliacchi, viziosi ed ipocriti - sembrano addirittura meritarsi quanto accade loro e l’unico in grado di reagire è un detenuto, colpevole di imprecisati reati politici, il quale riesce a difendere l’intero convoglio e a uccidere il terzetto criminale. Perfino il poliziotto che lo scortava appare incapace e inutile (ammanettato al sedile, non riuscirà in alcun modo a liberarsi).
La pellicola somiglia superficialmente al notevole film di Lado: come allora un gruppo di giovinastri dà libero fogo alle proprie pulsioni; nel film di Baldi, però, la narrazione è molto più rilassata e superficiale, quasi un pretesto per lunghe sequenze erotiche che finiscono con l’annacquare la tensione del racconto; anche il contesto, popolato di inverosimili macchiette borghesi, tende a evocare le commedie softcore del periodo (quelle animate dalla Fenech e da Banfi). Ciononostante la pellicola offre una possibile lettura politica non secondaria e perfettamente calata nell’ideologia prevalente di quegli anni. Il vagone letto è dunque un’Italia allo sbando ove la maggioranza è composta da figure sbiadite, corrotte e indecenti (in particolare si nota il servile funzionario delle ferrovie che fornisce clienti alla prostituta Silvia Doonisio... ); su questo fondale opaco spadroneggiano tre balordi che evocano con forza gli estremisti di destra protagonisti dell’orribile massacro del Circeo. L’unico in grado di frotneggiarli, ammazzarli e di riportare il treno Italia sui giusti binari è ovviamente il detenuto ovvero un estremista di sinistra (forse un brigatista) il quale, liberatosi dalle manette, agisce con ammirevole generosità, rischiando la vita pur di salvare la prostituta (l’unica altra figura descritta con toni positivi) e gli altri. Insomma dentro il prevedibile filmetto si nasconde un’orgogliosa perorazione dell’ideologia marxista secondo la quale solo gli umiliati e gli offesi sono in grado di rovesciare un universo sociopolitico inetto e declinante.
Nessuna lettura simbolica può invece salvare il successivo, pessimo La compagna di viaggio (nov. 1980; 85 min.), seconda pellicola “ferroviaria” di Baldi. In un vagone letto una varia umanità, ossessionata da pulsioni sessuali di differente natura, viene tenuta in ostaggio con discrezione da un ladro (Gastone Moschin) e dalla sua complice (Anna Maria Rizzoli), intenti a rapinare un carico di diamanti presente sul treno. La pellicola tenta di coniugare commedia erotica e caper movie senza riuscire ad interessare in nessuno dei due settori: la commedia è penosa, affidata a caratteri privi di qualunque carica umoristica (anche l’erotismo è sofcato e generico) mentre l’intreccio poliziesco è risibile.
Baldi spreca un notevole cast che allinea, oltre alla coppia citata, Marisa Mell, Marina Frajese, Serena Grandi e Moana Pozzi.

Sette anni dopo il brutto Estratti dagli archivi della polizia... (vedi), Riccardo Freda termina la propria lunga carriera con il mediocre Murder obsession (ott 1980; 85 min.), ennesima variazione sul canovaccio gotico che riunisce un gruppo di persone in un luogo chiuso in cui una mano assassina colpisce a ripetizione.
Un attore in crisi (Stefano Patrizi) torna nella villa della madre (Anita Strindberg) insieme alla troupe (ci sono Laura Gemser, Martine Brochard e Laura Dionisio) del suo ultimo film. Il misterioso omicida ammazza in modo sadico, al suono di musiche barocche e romantiche (Sogno d’amore e Primo concerto per pianoforte di Liszt, preludi e fughe dal Clavicembalo ben temperato di Bach): le modalità sono quelle del cinema di Argento (c’è anche un’angosciosa corsa della Dionisio in un bosco sotto una pioggia scrociante nel segno di Suspiria) mentre il commento sonoro rimanda al cinema gotico di Bava degli anni sessanta. Il tutto si trascina stancamente tra tempi morti, scenari polverosi e grigi (tipici di tutto questo cinema a basso costo), dialoghi farneticanti e musiche d’altri tempi: il principale sospettato è ovviamente il protagonista ed è altrettanto chiaro che il colpevole ha invece a che fare con la perversa madre e con un omicidio risalente a vent’anni prima (come in Profondo rosso o, se si preferisce, Marnie di Hitchcock). Di suspense neanche l’ombra. D’altronde l’autore si espresse in modo intequivocabile intorno all’opera: “Una merda. Gli attori erano scarsi e così i soldi”.

Dopo due cannibal movie Deodato gira il meno interessante La casa sperduta nel parco (nov. 1980; 90 min.). In sostanza il film dilata la celebre sequenza di Arancia meccanica in cui Alex e i drughi entrano nella casa dell’intellettuale e gli seviziano la moglie. Il nuovo Alex (David Hess), già protagonista de L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1972; pellicola simile a questa) e de L’ultimo treno nella notte (Lado, 1975), insieme a Rickie (Giovanni Lombardo Radice), si introduce in una villa borghese alla periferia d New York, riduce all’impotenza i maschi e abusa delle femmine. Il teatro della crudeltà va per le lunghe – il film è interamente ambientato tra quelle mura domestiche – anche se va detto che gli attori sono tutti all’altezza dei ruoli mentre i dialoghi e le svolte narrative sono sufficientemente interessanti. Nel finale arriva un colpo di scena inatteso ma anche parecchio inverosimile: la coppia era stata attirata appositamente in quella casa da uno degli invitati della festa che voleva vendicare la sorella violentata e uccisa dal protagonista (è il prologo del film). Certamente la sorpresa è forte ma, in quel caso, i criminali avrebbero dovuto essere ridotti all’impotenza in breve tempo mentre invece hanno spadroneggiato per l’intero film, ferendo seriamente più di una persona. Invece gli organizzatori della trappola riescono ad aver ragione di Alex solo in extremis.
Deodato commissiona ancora a Ortolani una delicata colonna sonora che si rivela però meno efficace di quella di Cannibal Holocaust. Il film ottiene un discreto successo.

testo scritto nel gen. 2016; ultimo aggiornamento: feb.2018