La polizia ringrazia e La polizia incrimina la legge assolve

La polizia ringrazia, Milano trema: la polizia vuole giustizia, La polizia incrimina la legge assolve, La polizia è al servizio del cittadino? e La polizia sta a guardare: ordine pubblico e tentazioni golpiste (1972-73)

                “In molti sensi... sono un conservatore.
                 Infatti mi accorgo che, quando si vogliono
                 cambiare le cose, si finisce quasi sempre per
                 cambiarle in peggio. Quindi meglio tenersele
                come sono... “.
                G. Andreotti a O. Fallaci (febbraio 1974)

Il commissario Morosini, interpretato da Enrico Maria Salerno ne L’uccello dalle piume di cristallo (Argento, 1970), torna in una veste aggiornata in La polizia ringrazia (febbraio 1972; 99 min.), pellicola girata da Steno (qui si firma Stefano Vanzina, per indicare la presunta importanza del lavoro) su sceneggiatura propria e di Lucio De Caro. Mentre il crudele filone degli animali è giunto al suo apice, appare questo nuovo film che diverrà l’apripista di un genere commercialmente fortunato quanto quello improntato al sadismo argentiano e assai più longevo. Questa volta però le cose vanno diversamente e si può tranquillamente affermare che tra l’episodio “pilota” e le decine di “sequel” c’è una divaricazione politica notevole; d’altronde una certa differenziazione politica si è rilevata anche nei seguaci di Dario Argento. In entrambi i casi pochi sono i film orientati a sinistra. Tuttavia il fatto abbastanza sconcertante è che il cosiddetto poliziottesco italiano venga inaugurato da una pellicola inequivocabilemnte di sinistra, pienamente calata nelle atmosfere del cinema “civile” di Petri, Rosi e Damiani, seppure con minori ambizioni artistiche. La seconda stranezza consiste nel fatto che bisogna attendere circa un anno e mezzo prima di vedere comparire nelle sale la nutrita schiera di prodotti similari. La questione esige una minuziosa analisi in relazione al complicato contesto storico-politico italiano.
Il film di Steno, ambientato a Roma, descrive l’odissea del commissario Bertone, stufo del garantismo di leggi troppo tenere nei confronti dei criminali, nonché di una magistratura inetta che non emette le dovute condanne; stufo inoltre di giornalisti tutti di sinistra, soliti abbandonarsi al più bieco giustificazionismo su base ambientale e infine stufo di un sistema carcerario che fa uscire dopo pochi anni i peggiori malviventi. Insomma uno scenario identico a quello dell’Italia attuale (2009; manca solo la polemica sulla criminalità extracomunitaria, ma la sostanza è la stessa). Questo commissario è vox populi, interpreta cioé un malcontento realmente diffuso tra la popolazione: soprattutto i negozianti protestano e accusano la polizia di non proteggerli a sufficienza (stesse tematiche odierne).
Il film dunque parte “alla grande” come un vero e proprio manifesto di destra anche se il tratteggio dei giornalisti, chiaramente amicale (tra tutti primeggia Mariangela Melato, giornalista di sinistra nonché amante del commissario) genera qualche primo dubbio. I reporter ricordano al pubblico addirittura lo scottante caso Pinelli (in un tono colpevolista che non lascia adito a dubbi sulla posizione degli autori) e Bertone, messo all’angolo, reagisce come può. Dunque i criminale fanno i loro comodi, la povera gente subisce, i magistrati se ne disinteressano, Bertone inveisce. Senonché, a un certo punto, il commissario viene sorpassato a destra da un nucleo di misteriosi giustizieri che eliminano uno per uno, con esecuzioni spettacolari ispirate alla pena di morte, i principali maliventi del momento, malviventi o assolti dalla magistratura o resisi irreperibili. Insomma un vero e proprio squadrone della morte, ispirato ad analoghe esperienze sudamericane, inserito però nel gioco politico italiano. Bertone, la cui figura tra l’altro appare inizialmente ricalcata su quella del Callaghan (1971) di Don Siegel, si rende allora conto di avere evocato un mostro ed ora cerca, con tutte le proprie forze, di fermarlo; senonché questa organizzazione paramilitare segreta non è un qualcosa di improvvisato e tanto meno agisce su basi impulsive. Essa realizza, invece, un vero e proprio progetto politico eversivo, volto a screditare le istituzioni, a rimarcarne l’inefficienza, a sottolineare l’esigenza di reintrodurre la pena di morte e, per quella via, prepara la strada all’instaurazione di un’autorità forte, di estrazione militare. Insomma il film delinea lo strisciante golpismo di destra che andava ramificandosi nel paese quale ovvia reazione alla crescita delle sinistre e del pericolo comunista.
Mentre le gesta della squadra anticrimine si fanno sempre più odiose (vengono massacrati una prostituta, un gay e un operaio molto attivo nelle manifestazioni politiche, accusato senza prove della morte di un poliziotto), Bertone intuisce l’apparato politico-militare sotteso dietro gli squadroni, va a trovare il capo dell’organizzazione, l’ex questore Stolfi (Cyril Cusack), tenta di arrestarlo ma viene ucciso dai suoi adepti. A questo punto, scoperte tutte le carte, il film di Steno, musicato da Stelvio Cipriani con epiche sonorità morriconiane, idonee a creare la necessaria solennità intorno agli eventi, ricopia la conclusione aperta di Indagine su un cittadino (Petri, 1969): di fronte al corpo di Bertone, fatto ritrovare sotto un ponte del Tevere, un coraggioso magistrato (Mario Adorf) - all’inizio inquadrato come ipergarantista e quindi “amico” dei criminali - capisce, cerca di impostare un’indagine e viene intimidito da un misterioro, potente personaggio. Al pubblico viene lasciato intendere che, se si ostinerà a perseguire i golpisti, farà la stessa fine di Bertone.
La pellicola è un prodotto medio privo di pagine eccellenti. Gli autori dimenticano spesso l’intreccio narrativo, peraltro quasi inesistente (la caccia a un rapinatore assassino che ha preso in ostaggio una ragazza), e si abbandonano a lunghe e noiose sequenze puramente didascaliche (usi e costumi della malavita romana, difetti della magistratura ecc.) che rivelano la finalità propagandistica del prodotto. Nonostante l’evidente collocazione a sinistra del racconto, buona parte della critica più o meno militante riuscì a definirlo un film reazionari o addirittura fascista. Gli anni settanta furono un’epoca di purissimo fanatismo politico, almeno in Italia, sorta di Vietnam europeo dove si giocava un’importante guerra di posizione tra alcuni settori della destra Usa, decisi a dissolvere l’impero sovietico, e altri dell’Urss, decisi invece a espandere a occidente, con mezzi non convenzionali, la propria dittatura. 
Nell’estate 1971 la destra missina aveva conosciuto una forte ascesa alle elezioni amministrative e prometteva di fare anche meglio alle importantissime elezioni anticipate del maggio 1972. La pellicola di Steno giunge dunque opportuna per ricordare agli Italiani che se certamente il degrado è forte, soprattutto nelle metropoli, tra criminalità comune, disordini di matrice politica e stragi (piazza Fontana, dicembre 1969), tuttavia la cura tipica per questi “malanni” (il fascismo nacque da un contesto parzialmente simile) si sarebbe rivelata assai peggiore del male da debellare. Lo ricorda esplicitamente lo stesso Bertone quando afferma che le dittature (evidente il riferimento al fascismo) sanno combattere meglio il crimine ma rendono impossibile la vita alla gente comune, abolendo le libertà democratiche. In quella primavera del 1972 - quando il film esce nelle sale ottenendo un inatteso, enorme successo - al governo c’è, per la prima volta, il “conservatore” Giulio Andreotti il quale sta appunto combattendo su due fronti: quello abituale, socialcomunista, ma anche quello in pericolosa ascesa alla sua destra. Alle elezioni politiche infatti il MSI ottiene l’8,7% dei consensi, il suo massimo storico, e, poco dopo, il riconfermato governo Andreotti inizia un’aperta guerra contro la Destra Nazionale, autorizzando (con una votazione parlamentare) l’avvio del processo contro Almirante per ricostituzione del partito fascista. I voti democristiani, “in libera uscita”, dovevano tornare “a casa”.
La polizia ringrazia è anche un film filogovernativo, perfino anticipatore di quel compromesso storico di cui si comincerà a parlare nel 1973. Il centrista Bertone, la giornalista di sinistra e il magistrato democratico si ritrovano alleati per una giusta causa: combattere le trame nere e difendere le istituzioni democratiche da svolte avventuriste.
Si noti infine che, a capo delle suddette trame, c’è un attore hollyoodiano (di origini irlandesi), allusione tutt’altro che secondaria al ruolo fondamentale che i vari servizi segreti USA, unitamente a settori atlantisti e a logge segrete, stanno svolgendo nella penisola a favore di una svolta autoritaria.
Un’ultima annotazione. L’anno successivo Callaghan torna in azione in Magnum Force (T. Post; tit. it. Una 44 magnum per l’ispettore C.), sceneggiato da John Milius e Michael Cimino, in un contesto - quello degli squadroni della morte - largamente ispirato al film di Vanzina.

La prima esplicita imitazione del successo di Steno giunge circa un anno e mezzo dopo con Milano trema: la polizia vuole giustizia (agosto 1973; 105 min.), firmato dall’abile Sergio Martino su sceneggiatura di Ernesto Gastaldi. La pellicola, ricca di scene di grande impatto spettacolare (si contano numero inseguimenti automobilistici e alcune scene di efferata violenza), ottiene un successo commerciale quasi altrettanto grande del modello e rende effettiva l’esistenza di un preciso genere poliziesco italiano. La storia invece è quanto di più delirante e assurdo: non solo la sceneggiatura è di una radicale inverosimiglianza; quello che lascia sgomenti è la confusione ideale che permea l’intero racconto il quale elogia l’uomo forte, reclama la pena di morte, dipinge gli ambienti hippies con sommo disprezzo (come già nel recente e decisamente migliore I corpi presentano tracce di violenza carnale , sempre di Martino - Gastaldi) e, giunto a due terzi, vira verso la “favola” nera e complottista, tira in ballo servizi segreti e politici altolocati pronti a generare il caos per avere l’occasione di attuare un golpe risanatore. Insomma Martino e Gastaldi appiccicano a un film di estrema destra un finale di estrema sinistra, ricopiato scolasticamene dal finale de La polizia ringrazia. Ma, in quel caso, Steno aveva solo rimescolato le carte all’inizio, facendo del commissario Bertone, un irrequieto in buona fede, un uomo dubbioso e tormentato, pronto però a schierarsi dalla parte delle istituzioni al minimo sentore di complotto autoritario. Inoltre quel commissario era blandito da amici di sinistra.
Il commissario Caneparo (un monocorde Luc Merenda) invece non ha dubbi: di fronte ai criminali più feroci non esita a sparare e a far giustizia sommaria, coperto da poliziotti che la pensano come lui. Nell’episodio iniziale reminiscenze del magnifico I senza nome (Melville, 1970; l’evasione dal treno, le retate nella campagna) si sommano con quelle del fondamentale C’era una volta il West (Leone, 1968; l’omicidio della bambina, un atto di crudeltà inutile, messo in scena per giustificare la smanie da giustiziere di Caneparo). Poi un commissario, amico del protagonista, viene giustiziato da un misterioso sicario proprio quando aveva scoperto chi tirava i fili di una misteriosa banda di rapinatori. Caneparo allora prosegue rabbiosamente il lavoro dell’amico: sospeso dai ranghi (dopo la fredda eliminzaione dei due evasi) non esita a intrufolarsi nella banda del Padulo (Richard Conte), non prima di avere raccolto le confidenze di una ingenua hippy che lo crede un malavitoso (il modello è ora Sbatti il mostro in prima pagina; la ragazza somiglia, anche fisicamente, alla Laura Betti imbrogliata da Volonté, reazionario direttore de Il Giornale). Nel finale, totalamente assurdo, si scopre che Padulo è solo una pedina nelle mani di golpisti che finanziano rapine violente e sanguinose, affidate a dilettanti, per creare il terrore e potere quindi attuare una specie di colpo di stato (il film non è ovviamente in grado di approfondire i piani di golpisti tanto idioti). Anche i colpi di scena finali, con il solito insospettabile poliziotto che fa parte dell’organizzazione illegale, sono ricalcati da La polizia ringrazia.
L’indubbio mestiere di Martino non basta, questa volta, a salvare lo sconcertante pasticcio. Una cosa è muoversi nell’onirico e notturno universo argentiano (del quale Martino era stato, forse, il migliore seguace) nel quale tutto può accadere, un’altra cosa è raccontare intrighi polizieschi che si svolgono “in pieno sole”, nelle strade affollate di Milano e che, pertanto, si pretendono minimamente credibili. Un gruppo di golpisti che adopera bande di picoli rapinatori per arrivare al colpo di stato appare una vera assurdità in un’Italia che ha retto il durissimo colpo della strage di piazza Fontana (1969), quella certamente progettata con finalità golpiste.
Martino e Gastaldi cercano, forse, di entrare nelle “alte sfere” del “cinema civile” italiano e di farsi benvolere dagli intellettuali di sinistra i quali, tuttavia, non abboccano, snobbano il suo film e, se ne parlano, tendono a definirlo comunque “fascista”.
Il risultato è, dunque, un clone malriuscito del film di Steno, in cui si favoleggia un dilagare della violenza spicciola indotto da misteriosi potentati. Dopo l’uscita del celebre romanzo Il Contesto (Sciascia, 1971), a sua volta ispirato al cosiddetto caso De Lorenzo (1964), nel cinema politico italiano si moltiplicano le storie che adombrano misteriosi poteri forti, pronti a intervenire per salvare la penisola dal caos crescente. La pellicola di Martino segue l’onda, senza troppa convinzione. Nel 1976 Rosi trascriverà quel romanzo in Cadaveri eccellenti, pellicola in qualche modo riassuntiva di questo cinema delle inquietanti trame politiche che incombono dentro la convulsa realtà italiana, ormai a un passo dalla guerra civile.

Contemporaneamente esce nelle sale La polizia incrimina, la legge assolve (agosto 1973; 100 min.) firmato da Enzo Castellari, uno specialista del cinema d’azione, già autore di alcuni buoni western, basato su una sceneggiatura scritta dal regista con Tito Carpi e altri. Con questo film il genere accantona le ambiguità e vira a destra.
Il perennemente arrabbiato commissario Belli (Franco Nero, reduce dal cinema civile “alto” di Damiani) indaga a Genova sulla lotta tra due clan di malavitosi per il controllo del commercio di droga. C’è il gruppo di Cafiero (Fernando Rey, già protagonista del celebre Braccio violento della legge, Friedkin 1971, cui Castellari apertamente si ispira, sia nel racconto generale, sia nell’ambientazione a Marsiglia dell’episodio conclusivo) e quello, più spietato, del Libanese. Quest’ultimo si collega ai più potenti industriali della città (i fratelli Griva, Silvano Tranquilli e Duilio Del Prete) e, per loro tramite, fino a imprecisati centri di potere romani. Tra inseguimenti mozzafiato, morti a ripetizione, sevizie e minacce si giunge al finale aperto: i criminali vengono catturati ma il commissario Belli intuisce che ormai è un sopravvissuto “per caso” e che il suo destino è segnato.
La polizia dunque è sola e impotente: poteri più alti la controllano. Quando il commissario capo Scavino (James Whittmore) decide di aprire formalmente l’inchiesta contro i fratelli Griva, viene freddato sotto casa da un killer, secondo modalità ispirate al recente delitto Calabresi (maggio 1972; quasi un omaggio al poliziotto milanese); al commissario Belli invece ammazzano la figliola e seviziano l’amante (Delia Boccardo). Il cittadino è solo, la polizia dovrebbe salvare la società (come urla il Belli, protagonista di una serie di verbosi proclami) ma ha le mani legate mentre la malavita può fare ciò che gli pare, avendo protezioni sicure. Sono addirittura due i bambini ammazzati, secondo una poetica della crudeltà che, dopo i bagni di sangue argentiani, trasgredisce la regola non scritta di non ammazzare fanciulli sullo schermo.
Dunque il film esprime il sentimento di violenza diffuso nella società italiana dell’epoca, dà voce alla maggioranza silenziosa e al suo desiderio d’ordine e accusa i potentati di essere corrotti e collusi con la mafia (secondo una logica parafascista che invoca una rivoluzione d’ordine, simile a quella del 1922). Castellari ha poi la faccia tosta di far nascondere il killer di Scavino tra gli operai che occupano una fabbrica, dove poi lo va a stanare il commissario Belli, infischiandosene degli slogan (“fascisti, carogne, tornate nelle fogne”) che gli operai intonano a gran voce. Insomma il disordine nasce dalla combinazione industriali - politici - magistrati (si intuisce che sono d’accordo nel non procedere contro i potenti) - clan malavitosi - operai in sciopero. Il borghese medio, onesto e lavoratore, legato ai semplici valori famliari (si vedano gli episodi di Belli con la figlia), quello già esaltato dal cinema fascista degli anni quaranta, viene rappresentato da un Franco Nero esasperato e impotente (per la verità piuttosto monocorde, perfino goffo a tratti). La classe intermedia torna dunque a far sentire la propria voce sullo schermo.
Lo fa inoltre all’interno di una pellicola che, se si basa su una sceneggiatura ovvia e caotica nell’ammassare ammazzamenti, si avvale però di uno stile barocco, visionario e ricco di pagine notevolissime. Castellari sa usare soprattutto il montaggio creativo: gli atti di violenza vengono iterati in differenti immagini che infrangono le regole temporali del racconto filmico (forse ispirandosi alla celebre sequenza dell’esplosione della villa nel finale di Zabriskie Point, Antonioni, 1970), i flashback sono inserti fulminei di poche immagini che si affacciano improvvisi, spostando di colpo l’asse narrativo dal livello oggettivo a quello soggettivo mentre l’uso del flash forward (ad esempio la conclusiva premonizione dimorte) è così efficace da confondere i piani di realtà e immaginazione.
Il regista inserisce un’ulteriore novità: accantonate le consuete sonorità morriconiane, egli utilizza veri e propri riff di matrice rock (inventati da Guido e Maurizio De Angelis); per tale via toglie solennità alle immagini, calandole in contesti sonori pulsanti e aggressivi. E’ la stessa operazione che metterà in atto, di lì a poco, con più clamore e maggiore determinazione, l’Argento di Profondo rosso (1975).
In qualche modo Castellari rovescia la visione istituzionale e democratica de La polizia ringrazia di cui, tuttavia, condivide i pessimismo di fondo, e inaugura il filone del poliziottesco arrabbiato, anarchico e reazionario.
L’ascesa del MSI alle elezioni politiche del 1972 trova ora un proprio riscontro cinematografico.

Il commissario Sironi (di nuovo Enrico Maria Salerno) la pensa come il commissario Belli. Nella stessa Genova lotta, senza successo, contro una feroce organizzazione criminale che tiene in pugno i mercati generali del capoluogo ligure e alla fine, sconvolto, decide di ammazzare personalmente l’intoccabile capo del clan criminale. La polizia è al servizio del cittadino? (settembre 1973; 98 min.), titolo che rieccheggia uno degli interrogativi che tormentavano il protagonista del film di Castellari, è un mediocre film di Romolo Guerrieri, sceneggiato da Massimo De Rita e Dino Maiuri. Le vicende poliziesche sono quanto mai prevedibili: il clan con agganci molto “in alto”, un aiutante del commissario che tradisce, la solita sequela di morti ammazzati, una seconda parte basata su un interminabile pedinamento che rimanda al Braccio violento della legge (Friedkin, 1971), un finale leggermente inatteso perché estremizza la fisionomia del protagonista, facendone un giustiziere. Mancano ritmo, convinzione e sequenze mozzafiato.
Vi sono tuttavia alcuni elementi di interesse nelle vicende secondarie. Il commissario Sironi (un nome vagamente nostalgico) ha un figlio che milita addirittura in Lotta Continua: mentre il padre rischia la pelle quotidianamente contro i potenti del crimine, il figlio (Alessandro Momo), di tutto ignaro, nonché plagiato dall’astratto e libresco formulario marxista, partecipa a ridicoli e velleitari cortei politici (come tali vengono inscenati da Guerrieri); quando poi il ragazzo, con tutti gli amici, finisce in questura per un fermo, aggredisce il genitore con le consuete chiacchiere socialisteggianti e, come contropartita,  si becca dal padre-commissario il sermone pasoliniano sui poliziotti figli dei proletari meridionali costretti a sopportare le inutili ingiurie dei benestanti figli “contestatori” della medioalta borghesia italiana; poliziotti, gli ricorda Sironi, che, mentre loro giocano alla rivoluzione, rischiano la vita per dar la caccia a veri malviventi e assicurare il benessere del cittadino medio. Basterebe questo episodio per chiarire i riferimenti ideologici del film di Guerrieri, in tutto simili a quelli della pellicola coeva di Castellari.
Se quest’ultima è certamente superiore quanto a sapienza cinematografica, il film di Guerrieri tuttavia ha il merito di fotografare meglio Genova, il suo porto, il centro elegante di piazza De Ferraris e corso XX Settembre, gli ampi spazi antistanti la stazione Brignole.

Enrico Maria Salerno “fa carriera” e, in La polizia sta a guardare (novembre 1973; 95 min.), diventa questore. Il personaggio è comunque il solito: un poliziotto che vuole adottare le maniere forti contro tutto e contro tutti. Il film, ambientato a Brescia, è scritto e diretto da Roberto Infascelli (già produttore de La polizia ringrazia, alla sua seconda ed ultima regia; morirà in un incidente nel 1977; alla sceneggiatura collabora Augusto Caminito), già produttore de La polizia ringrazia. La sceneggiatura ricalca, in modo fedele, proprio il film di Steno, cui aggiunge una grossa e scottante novità: l‘argomento dei sequestri di persona, inquadrati come parte di una strategia eversiva di destra. Dunque un altro poliziottesco decisamente di sinistra, anche se, in un susseguirsi di recensioni deliranti, l’Unità definisce il film un sottoprodotto reazionario mentre sul quotidiano conservatore Il Tempo, Rondi elogia le qualità filmiche del lavoro.
Il questore Cardone vuole bloccare il dilagare dei sequestri e cerca di bloccare i beni dei rapiti. Sostiene che coi sequestratori non si deve mai trattare (cinque anni dopo, durante il caso Moro, tutta l’Italia si dividerà sulla questione). E’ l’unico a darsi tanto da fare, laddove procuratori, commissari ed ex questori lascerebbero correre, forse perché, in tal senso, hanno ricevuti ordini dall’alto. Per rimettere lo zelante questore al suo posto i criminali gli rapiscono il figlio e gli chiedono un riscatto simbolico; a quel punto, in modo prevedibile, l’uomo cede. Come il commissario Bertone, anche Cardone è un uomo d’ordine che si deve ricredere e che si ritrova ampiamente superato a destra da trame oscure e reazionarie contro le quali, alla fine, si trova a combattere. Nella conclusione a sorpresa si scopre che, a capo della macchinazione, c’è l’ex questore Jovine (Lee J. Cobb) che ripete il personaggio di Stolfi de La polizia ringrazia (si noti che, anche in questo caso, si tratta di un attore hollywoodiano, nuova allusione alla matrice atlantista delle trame golpiste) e, sopra di lui, si intuiscono poteri ben più autorevoli.
Il film di Infascelli si snoda abbastanza prevedibile, punta poco sugli effetti spettacolari e molto sull’intreccio, si avvale di un Enrico Maria Salerno in buona forma, possiede un ritmo incalzante ma è rovinato dalle troppe figure di contorno, inconsistenti e quasi ridicole (l’inerte procuratore interpretato da Jean Sorel. il solito avvocato garantista, il figlio rapito che invoca il martirio in nome degli ideali paterni... ). Quello che invece risalta, nella pellicola, è l’aver aggredito frontalmente il problema dell’anonima sequestri, un’organizzazione che imperversò negli anni settanta colpendo perfino pezzi di nomenclatura (si pensi al sequestro squisitamente politico del figlio sedicenne di Francesco De Martino, ex segretario del PSI, nell’aprile 1977, durato 40 giorni, quasi certamente finalizzato a bloccare ogni ulteriore carriera politica dell’anziano leader socialista, legato al PCI) e l’avere raccontato al grande pubblico quello che si andava dicendo in cenacoli assai più ristretti ossia che l’attività dei sequestratori era volta a finanziare forze golpiste e partiti della destra pronti, in caso di emergenza nazionale, a prendere il posto della troppo debole DC.
La polizia sta a guardare è dunque un vero e proprio sequel del film di Steno e, insieme all’episodio politicamente abbastanza confuso di Sergio Martino, cerca di dar vita a una corrente di sinistra nel poliziottesco italiano, una sorta di versione divulgativa e popolare del cinema civile e filocomunista di Rosi, Petri e Damiani.