Il segno di Venere, Bravissimo! e Lo scapolo

Il segno di Venere,  Un eroe dei nostri tempi, Buonanotte... avvocato, Accadde al penitenziario, I pappagalli, Piccola posta, Bravissimo!, Lo scapolo: il matrimonio secondo Sordi (1955)

                    “Ma quali Fiamminghi!... Rifatti i denti”
                    A. Sordi ne Lo scapolo

Ne Il segno di Venere (mar. 1955; 95 min.) Dino Risi riprende la coppia Alberto Sordi-Peppino De Filippo così come l’aveva delineata Giorgio Bianchi in Via Padova 43 (1953; vedi) ovvero il giovane comico nel ruolo dello “scocciatore” nei confronti del più anziano e li pone nello sfondo di una vicenda corale che ha come perno la coppia di cugine Agnese e Cesira (Sophia Loren e Franca Valeri). La prima, vistosa e giunonica, attira su di sè l’interesse di tutti gli uomini che incontra, con grande disappunto della seconda che invano si sforza di assecondare quelli di cui fa la conoscenza. Tra questi ci sono Ignazio (Raf Vallone), un vigile del fuoco che finirà con lo sposare Agnese, Alessio (Vittorio De Sica), poeta squattrinato e pieno di debiti ed infine il fotografo Mario (Peppino De Filippo). Il racconto si compone di differenti episodi che si intrecciano in modo funzionale e rendono varia e piacevole la narrazione. Il modello rimane, in fondo, quelo de I vitelloni felliniani anche se al centro ci sono ora due fanciulle anziché un gruppo di giovanotti di belle speranze. In entrambi i casi le scorribande dei protagonisti, quasi sempre notturne (come notturne erano quelle dei personaggi felliniani) delineano lo stile di vita di una nuova generazione più emancipata e indipendente rispetto a quella del ventennio fascista, ma anche più smarrita e soggetta a cocenti delusioni. Invano il padre (Virgilio Riento) di Agnese le ricorda che è inutile che vada cercando un lavoro, in quanto tale scelta le rovinerà la reputazione mentre è di gran lunga meglio che attenda l’uomo giusto, scelto insieme alla famiglia, del qual essere semplicemente la moglie. Agnese e Cesira, cugina milanese in trasferta a Roma, si muovono invece secondo i canoni della nascente modernità, girano sole, lavorano e si accompagnano col primo venuto con esiti, però, tuttaltro che lusinghieri. Cesira verrà rifiutata da tutti i suoi conoscenti, compreso lo scapestrato Romolo (Alberto Sordi), ladro di automobili che vive di espedienti cercando di imbrogliare il prossimo; Agnese vive una mediocre storia amorosa con Ignazio il quale, scoperto di avere messo incinta la donna, cerca invano di sfuggie ai propri obblighi: il matrimonio si farà, ma senza entusiasmo. Romolo finisce in galera e Alessio, uno sfacciato opportunista, nella casa di una benestante e matura vicina di casa di Cesira.
Il segno di Venere, sceneggiato tra gli altri da Ennio Flaiano, Dino Risi e Luigi Comencini, inizia come una commedia brillante ma si trasforma, cammin facendo, in un racconto amarognolo, nel quale la ricerca della felicità, impostata secondo i canoni modernisti dell’amore e dell’emancipazione femminile, non giunge ad alcun felice risultato. In tal senso il film appare abbastanza inusuale per la sua vena scettica e per la sua capacità di incentrare la narrazione su personaggi cinici, poco brillanti e, come tali, abbastanza realistici. Il racconto segue una propria logica e non si preoccupa di deludere il grande pubblico, evitando di calcare i toni melodrammatici e di assicurare un artificioso lieto fine.
Bellissimi, infine, gli esterni in una Roma periferica e poco riconoscibile.
Il successo commerciale fu notevole.

Ritroviamo la coppia Sordi-Valeri in Un eroe dei nostri tempi (set. 1955; 90 min.), pellicola firmata da Monicelli sulla base di una sceneggiatura del regista e di Rodolfo Sonego.
Vi si raccontano le peripezie e soprattutto le paure di Alberto (A. Sordi), un mediocre impiegato di un cappellificio. Da un lato egli risulta essere la variante del personaggio de I vitelloni: non a caso il film si apre con la consueta sequenza di vagabondaggio notturno durante la quale il nostro eroe si aggira con due compagni di lavoro - Mario Carotenuto e Leopoldo Trieste - con cui condivide più di una avventura, sempre a sfondo sessuale. Dall’altro egli soffre di manie di persecuzione e teme chiunque abbia un qualche rapporto con lui: teme una vedova (Franca Valeri) che lo corteggia, teme il padrone del’industria in cui lavora (e di cui accetta supinamente ogni ordine), teme gli operai aggressivi che lo incitano allo sciopero, teme le forze dell’ordine... Questi eccessi di cautela ne fanno una figura di codardo totale perennemente in fuga da qualcuno o da qualcosa e quasi privo di quegli elementi di simpatia che spesso accompagnano le interpretazioni del comico romano. Il personaggio così scivola nella caricatura ripetitiva e un po’ stucchevole.
Nella seconda parte del racconto, la più complicata ed artificiosa, Alberto finisce con l’essere sospettato di avere messo una bomba ad un comizio e farà non poca fatica a dimostrare la propria estraneità ai fatti. Inutile dire che sono state proprie le sue eccessive paure a fargli commettere una serie di sciocchezze che hanno finito per porlo al centro dell’attenzione mediatica, successiva all’attentato. Esortato dal commissario ad essere meno pauroso e più convinto delle proprie azioni, finirà col divenire un celerino...
La pellicola di Monicelli, seppur girata con garbo e ben interpretata da tutti, appare poco riuscita a causa dell’indecisione tra l’analisi delle vicende private (sentimentali e lavorative; non manca il maldestro tentativo di sedurre una diciottenne, Giovanna Ralli, che in realtà è già fidanzata ed addirittura incinta) del personaggio, così da avvicinarlo ai consueti modelli ben noti de I vitelloni e de Il seduttore, e la dimensione politica che, tra scioperi, crumiri, comizi e attentati, cerca di farsi largo soprattutto nella seconda parte con il risultato di produrre un lavoro sfocato e, spesso, troppo inverosimile. Tra ballerine, vedove, prostitute, giovinette gravide e fidanzati maneschi, il racconto allinea una serie di siparietti sostanzialmente autonomi che stentano a dar vita ad un quadro unitario. Alberto Sordi, sempre eccellente, riesce a tenere in piedi i numerosi episodi grazie alla consueta verve comica, ma intorno a lui personaggi e situazioni appaiono e scompaiono troppo rapidamente, senza venire circostanziati ed approfonditi.
Il successo commerciale è infatti modesto.

Giorgio Bianchi torna a dirigere Alberto Sordi (dopo Via Padova 43, 1953; vedi) in Buonanotte... avvocato (mar. 1955; 90 min.), pellicola sceneggiata da Sordi, Scola ed altri (partendo da un soggetto di Raffaele Matarazzo) e completamente incentrata sull’estro del nuovo divo il quale tiene la scena dalla prima all’ultima immagine.
La vicenda costituisce una variante del recente Il seduttore (Rossi, 1954; vedi). Si inizia in tribunale (reminiscenza del fortunato Un giorno in pretura, Steno, 1954; film che segna l’affermazione definitiva di Sordi) dove vediamo all’opera l’incapace avvocato Alberto (A. Sordi) il quale appare del tutto disinteressato alla propria carriera professionale mentre è completamente assorbito dalla smania di portare a termine qualche avventura extraconiugale. La moglie Clara (un’ottima Giulietta Masina) lo lascia solo per qualche giorno (si reca a un imprecisato pellegrinaggio) e l’uomo si organizza per andare al night con il collega Vittorio (Vittorio Caprioli) altrettanto disinibito e sempre pronto ad ascoltare tutte le sciocchezze inventate da Alberto intorno alle proprie prodezze amorose. La sera in questione però si ritrova in casa Bianca Maria (Mara Berni), bellissima moglie del geloso inquilino (Andrea Checchi) del piano di sopra, in fuga dalle esagerate persecuzioni di quest’ultimo. Alberto la ospita e cerca di sedurla ma senza successo. Il giorno dopo, pensando di essere stato derubato dalla donna, la ritrova e le chiede una somma di denaro; Bianca Maria, incolpevole, crede di essere ricattata e paga. Iniziano una serie di malntesi che termineranno con un brillante chiarimento e con la pacifica ricostituzione dell’ordine familiare (di entrambe le coppie).
La vicenda, di taglio teatrale (tutta in interni e completamente basata su dialoghi) mostra un Sordi scatenato e fin eccessivo nel suo ampio repertorio di mimiche e smorfie, al punto da ingenerare una certa saturazione. Intorno al mattatore gli attori sono tutti eccellenti e tengono saldamente in piedi il canovaccio senza importanza.
Come ne Il seduttore, Sordi replica il personaggio che fu di Franco Fabrizi ne I vitelloni (Fellini, 1953), in una versione umoristica ed innocua, illuminando un’Italia ancora patriarcale, ove l’istituto del matrimonio era un’architrave dell’ordine costiutuito e nel quale il tradimento scoperto costituiva una reale tragedia, implicando la marginalizzazione del coniuge colpevole. Pertanto si ride fino ad un certo punto dell’intraprendenza dell’avvocato e delle gelosie drammatiche del marito sospettoso mentre il disordine morale nel quale imperversa Alberto viene associato alla sua scadente qualità umana (è un pessimo avvocato; mente come respira; maltratta moglie e domestica, l’ottima Tina Pica, senza reale motivo... ). Insomma il suo “modernismo” (la smodata riceca del piacere, a scapito dell’ordine sociale) viene sostanzialemente isolato e condannato da un contesto ancora tradizionale, in attesa della grande “rivoluzione” culturale degli anni sessanta.
Gli incassi sono buoni.

Nel successivo Accadde al penitenziario (ott. 1955; 95 min.) Giorgio Bianchi da un lato prosegue Accadde al commissariato (Simonelli, 1954) e dall’altro ricopia fedelmente Un giorno in pretura (Steno, 1954). La pellicola, sceneggiata da Scola, Maccari e Giovanni Grimaldi, è un film a episodi mascherato in cui, al posto del pretore, c’è l’umanissimo secondino Cesare (un perfetto Aldo Fabrizi) il quale solidarizza con i carcerati e li aiuta in ogni modo. Tra questi ultimi ci sono tre protagonisti  (gli stessi del film di Steno) ai quali viene dedicato un ampio episodio ciascuno nel quale si spiegano i loro trascorsi. De Filippo è affezionato all’ambiente carcerario e fa di tutto per ritornarvi una volta rimesso in libertà; in particolare egli si reca in un ristorante, si fa servire con generosità e non paga. Walter Chiari, impiegato presso un orefice, è nuovamente protagonista di un episodio patetico: come in Un giorno in pretura viene truffato da una bella donna (allora Sophia Loren, ora Mara Berni) la quale riesce a farsi consegnare un prezioso gioiello senza pagarlo. Si tratta di due episodi dignitosi ma privi di meriti speciali mentre, anche questa volta, è il racconto con Alberto Sordi a spiccare, grazie alla bravura del comico romano il quale, questa volta, impersona un ubriaco che molesta tutto e tutti in una serena nottata nel centro di Roma, tra Campidoglio e fontana di Trevi; riesce anche a rovinare una rapina presso un negozio di stoffe. Portato in questura e tornato savio si rivela, a sorpresa, ancor più folle rispetto agli atteggiamenti assunti da ubriaco: insulta deliberatamente il vicecommissario e lo provoca fino a che non viene spedito in galera, nonostante fosse sostanzialmente incolpevole.
La pellicola, piacevole nel suo insieme, non costituisce un’opera chiave né per la comemdia italiana, né per la carriera dei suoi interpreti, Sordi compreso. Inoltre l’ambiente carcerario, alquanto claustrofobico, stereotipato e in fondo estraneo (per come viene descritto) al tessuto sociale, non aiuta mentre la briosa colonna sonora di Rota, capace di sottolineare soprattutto le piroette del Sordi “alcolico”, non risulta per il resto particolarmente memorabile.
Gli incassi, per quanto dignitosi, non eguagliarono quelli di Un giorno in pretura.

Nel film d’esordio di Bruno Paolinelli, I pappagalli (dic. 1955; 95 min.) si prende a modello lo schema narrattivo di Accadde al penitenziario (tra gli sceneggiatori ritroviamo infatti Scola e Maccari). Questa volta, sempre a Roma, Aldo Fabrizi è il portiere di un caseggiato di periferia e deve nuovamente fronteggiare Peppino de Filippo e Alberto Sordi in un intreccio di episodi che fa perno, soprattutto, sulle piacenti e sempliciotte donne di servizio dello stabile durante una qualunque domenica. Una di queste (Cosetta Greco) cede alla spietata corte di Alberto Sordi il quale, solo in casa (la moglie, Madeleine Fischer, è andata ad un torneo di bridge), perfido e quasi mefistofelico, incanta la poverina con ogni furbizia (piccoli regali e grosse promesse) mentre, in strada, la attende il fidanzato. Ottenuto ciò che voleva, immediatamente Sordi la maltratta e, in seguito, dice alla moglie di licenziarla. E’ l’episodio più originale ed incisivo, come sempre grazie alla duttile maschera del comico romano.
C’è  poi la storia di una domestica (Maria Pia Casilio) che riesce a convincere un ufficiale a sospendere la consegna in caserma del fidanzato; un’altra, giovane e delusa, tenta invece di suicidarsi mentre una terza trova l’amore grazie all’iniziativa del portiere. La seconda storia corposa è tuttavia quella incentratata su Peppino De Filippo, squattrinato cleptomane che si aggira per il palazzo rubando tutto quello che gli viene a tiro, per la disperazione di Fabrizi. Legato ad una domestica “colta” (Elsa Merlini) del palazzo, passa con lei la domenica, dapprima visitando una tremenda mostra di arte astratta (il pittore è Gianrico Tedeschi e la situazione sembra anticipare certe situazioni ironiche del cinema di Woody Allen), poi sopportando (e disturbando) un noioso concerto per archi; le cose migliorano quando la coppia si reca ad una festa paesana.
I pappagalli è una commedia piacevole, priva di grandi ambizione e capace tuttavia di far respirare, a distanza di sessant’anni, l’atmosfera particolare, un po’ uggiosa, di una domenica qualunque a Roma, tra divertimenti dozzinali, speranze amorose, strade semideserte e trattorie popolari. La descrizione evidenzia la distanza esistente tra classe borghese agiata (i proprietari degli appartamenti) e classe popolare (le domestiche), illuminando i rapporti di classe di tipo paternalistico che regolano la convivenza delle due realtà, nonché le piccole propotenze dei “datori di lavoro”e le lamentele un po’ patetiche delle serve. Il cuore del racconto è, però, situato nella consueta battaglia dei sessi, tra profittatori (Sordi e De Filippo) e vittime, tra fidanzate deluse ed altre piene di speranza: nella futura dimensione coniugale, per la quale le giovani lottano, si gioca l’intero destino di un’esistenza in una realtà abissalmente lontana da quella odierna. Il rapporto sessuale era allora, per la parte femminile, preziosa merce di scambio da concedere con cautela (o meglio ancora non concedere) per non vedere sfumare la prospettiva matrimoniale.
Si può notare, infine, che se la dimensione musicale operistica era ancora molto popolare (si veda quanto scritto per Bravissimo!), di contro l’interesse per concerti di musica strumentale appare tutt’altro che vivace: al concerto di musiche vivaldiane, rese artificiosamente noiose, c’è un pubblico anziano e snob mentre Peppino De Filippo, trascinatovi contro voglia dall’amica, non vede l’ora di tagliare la corda. Una situazione analoga tornerà, di lì a poco, ne Il marito di Nanni Loy, con Alberto Sordi.
Gli incassi furono modesti.

Il medesimo schema narrativo troviamo pure in Piccola posta (dic. 1955; min. 95), pellicola sceneggiata dal regista con Lucio Fulci e Sandro Continenza, nella quale i differenti episodi sono riuniti dal pretesto della rubrica sentimentale tenuta su una rivista femminile da Lady Eva (Franca Valeri). Gli racconti principali, abilmente intrecciati, sono tre: il primo riguarda un vigile urbano (l’immancabile Peppino de Filippo) al quale la moglie prepara una cena a sorpresa con la famiglia del suo superiore che risulterà rovinosa. Il secondo narra di una aspirante attrice (Maria Luisa Pancani) che dapprima tenta il suicidio, poi finisce in casa di Lady Eva dove troverà l’anima gemella in un aitante veterinario (Sergio Raimondi). Il terzo e di gran lunga il più esteso, permette ad Alberto Sordi di creare uno dei suoi personaggi più tracotanti e neri: fingendosi un nobile toscano, l’uomo gestisce una casa di riposo per donne anziane e benestanti dove le medesime vengono maltrattate e derubate. A queste si aggiunte una miliardaria ottantenne (Amalia Pellegrini; ivi spedita da lady Eva) dalla pelle dura, alla ricerca di un fidanzato. Sordi la circuisce e, divenuto erede unico delle sue fortune, cerca di ammazzarla in differenti modi...
Inutile dire che è sostanzialmente quest’ultimo episodio la vera ragion d’essere del film. In esso Sordi approfondisce la propria maschera cinica e beffarda, immergendola in un clima segnato da un umorismo nerissimo e portandola ad un passo dal racconto criminale. Proprio per questo carattere estremistico del racconto e delle sue situazioni (una lunga serie di tentati omicidi, resi ancor più incalzanti dalla folla di creditori che minaccia il perfido e squattrinato direttore dell’ospizio), Piccola posta tende ad abbandonare il bozzetto realistico, a disiniteressarsi della realtà sociale così presente in tante pellicole simili, per avventurarsi in un territorio più fantastico e surreale con esiti intermittenti. Va rilevato che, tolta la buona interpretazione di Sordi e della Valeri (quest’ultima meno convincente rispetto a ruoli più realistici come quello de Il segno di Venere), resta poco di interessante in quanto il contesto narrativo (l’ospizio, le vecchiette, i creditori, l’aspirante attrice... ) appare stereotipato e poco avvincente.
Gli incassi sono, infatti, solo discreti.

A differenza delle pellicole di Bianchi che sono degli evidenti ricalchi, Bravissimo! (ott. 1955; 90 min.), opera d’esordio di Luigi Filippo d’Amico, sceneggiata insieme ad Age e Scarpelli, è alquanto originale, sia per l’idea centrale, sia per gli sviluppi dell’intreccio.
Il maestro precario Ubaldo (Alberto Sordi) sbarca il lunario tenendo a bada un piccolo esercito di bambini in età prescolare; uno di loro, Gigetto (Giancarlo Zarfati) gli rimane in casa poiché suo padre è finito in galera. Il maestro cerca invano di liberarsene, portandolo dai parenti più prossimi ovvero una coppia di zii (Turi Pandolfini e Mario Riva) gretti e disinteressati a prendersi cura del nipote. Nel frattempo però scopre che il bambino è un incredibile fenomeno: possiede una voce da baritono e intona senza problemi celebri brani operistici di Figaro e di Rigoletto. Inizia l’ascesa del pvoero maestro il quale, grazie al talento del bambino, diviene presto ricco. A quel punto gli ipocriti zii, scoperto a loro volta le lucrose capacità del ragazzino, fanno causa a Ubaldo per riavere il loro congiunto. Dopo numerose peripezie (tra l’altro, a seguito di una bronchite, Gigetto perde il suo incredibile dono musicale mentre il maestro diventa finalmente di ruolo) il ragazzino si ritrova solo e Ubaldo, superando l’iniziale opportunismo, decide di tenerlo con sé come un vero figlio, in attesa dell’uscita del padre dalla galera.
Innanzitutto la pellicola si segnala come testimonianza di un’Italia che, a metà del decennio, ama ancora il melodramma e lo considera la principale arte nazionale. Il jazz, per quanto diffuso dopo il 1945, rimaneva un’arte apprezzata da una minoranza mentre il rock nasceva negli Usa propro in quei giorni. Inoltre si può apprezzare Sordi in una valida caratterizzazione, quella del maestro elementare, che svilupperà ulteriormente nel notevole Il maestro di Vigevano (Petri, 1963; vedi).
Bravissimo! è una favola malinconica nel quale si mette in scena la meschinità di una piccola borghesia, disagiata e disattenta ai valori umani e familiari. Il piccolo Gigetto, rimasto solo, richiede poche attenzioni, ma le riceve solo nel momento in cui tutti scoprono in lui un fenomeno da circo, capace di arricchirli e di farli uscire da una grigia quotidianità. Ubaldo non esita allora a sottoporre il bambino a una logorante trafila di impegni (studio serrato delle partiture operistiche, prove e impegni pubblicitari, viaggi ed esibizioni televisive) inadatte alla sua giovanissima età. Gli zii, ovviamente, sono pronti a continuare per quella via non appena dovessero ottenere l’affidamento di Gigetto. Solo nel consolatorio finale, la svolta umana di Ubaldo porta un lieve sorriso in una vicenda solo siperficialmente leggera e umoristica.
Sordi, sempre perfetto, replica la propria cinica maschera di individuo frustrato, sempre in attesa di un’occasione per sollevarsi da un universo mediocre (personificato dallo spettrale paesaggio urbano fatto di desolati condomini popolari) e per prendersi una rivincita nei confronti di chi l’ha sempre sottovalutato o maltrattato. La scoperta delle doti del piccolo Gigetto gli dona qualche settimana di gloria durante le quali l’uomo può vendicarsi della bella vicina di casa che non lo prendeva in considerazione a causa del suo stato di docente precario e del direttore scolastico che lo teneva ai margini. E’ uno scenario coerente e duro nel quale gli interessi materiali sottintesi, vagamente celati, guidano segretamente i gesti, le parole e le scelte di tutti i personaggi di quell’ambiente periferico e modesto. D’altronde anche l’ambiente del tutto differente del ricco impresario (Gianrico Tedeschi) è retto della medesime regole. I grandi sentimenti, gli amori impossibili ed artificiosi non abitano qui: d’Amico descrive dunque un contesto sociale in cui ogni libresco sentimentalismo è bandito.
Il film ottiene un successo commerciale appena discreto, forse proprio a causa del suo taglio narrativo poco accomodante.

Ne Lo scapolo (dic. 1955; 90 min.), opera seconda di Antonio Pietrangeli, sceneggiata con Ruggero Maccari, Ettore Scola ed altri, Sordi è chiamato ad interprteare, per l’ennesima volta, il ruolo del seduttore, questa volta però senza moglie ed, anzi, acerrimo nemico dell’istituto matrimoniale. Quasi ogni dialogo del protagonista, di nome Paolo, nella prima metà del racconto, verte intorno alla sua allergia per qualunque legame fisso e definitivo, volto a limitare la sua libertà personale. Tutti lo conoscono per uno scapolo convinto e determinato e le numerose fidanzate (questa volta il personaggio non è il solito vanaglorioso inconcludente) tentano invano di incastrarlo. La pressione intorno a lui è però crescente e bastano un paio di serate a vuoto e qualche malore intestinale per intimidire il nostro eroe e farlo venire a più miti consigli. Nella parte finale dunque Paolo cerca realmente moglie, vaglia una serie di candidate, tutte alquanto deludenti (una è troppo colta e asfissiante, un’altra ha una madre appiccicosa, un’altra ancora è un’incredibile oca) fino a optare per Carla (Madeleine Fischer), tra tutte quella più seria e impegnativa.
La pellicola, che si avvale del contributo di numerose attrici di valore (Sandra Milo, Rossana Podestà, Pina Bottin), ha un buon ritmo, ottimi dialoghi e un disegno delle situazioni abbastanza equilibrato: Sordi, pur avendo modo di esibire i consueti tic e l’abituale cinismo, evita di strafare e cerca di donare all’insieme un tono di convincente realismo. Come per le altre pellicole incentrate su questo argomento (Il seduttore, Bunanotte... avvocato), il tema è quello della libertà maschile, vincolata dalle quotidiane abitudini imposte dalla vita coniugale. In questo caso poi tale argomento è oggetto di riflessioni più approfondite in quanto il personaggio non ha moglie ed anzi cerca appunto di evitare questo passo che coincide, spesso, con la fine della giovinezza e l’inizio della maturità.
La tematica, però, è anche quella più generale del passaggio da una società patriarcale ad una matriarcale: la stoica resistenza di Paolo, il quale sembra voler difendere un acuto senso di autonomia ed indipendenza, e di voler evitare il fastidio di un’esistenza fatta di continui compromessi con la “controparte”, è destinata a crollare a causa, soprattutto, della debolezza psicologica del personaggio (in nessun momento egli parla di figli o sente l’esigenza di legarsi ad una donna per questo motivo e, per la verità, anche le numerose aspiranti fidanzate di tutto discorrono tranne che di maternità) il quale decide di accettare le limitazioni imposte dal legame coniugale, stanco di cercare semplici compagnie saltuarie e soprattutto incapace di sostenere un’esistenza solitaria. In questo cedimento dell’uomo che accetta di inserirsi in una dimensione matriarcale (quella domestica e familiare, con donne tutte emancipate ed autonome) senza peraltro avere una finalità genitoriale, segna la sconfitta della società patriarcale così come in effetti va configurandosi in questi anni cinquanta. E’ lo stesso Paolo a spiegarlo ai suoi compaesani, durante una breve trasferta al paese della madre: in presenza del futuro cognato (Nino Manfredi), anch’egli titubante sulla scelta matrimoniale, egli ricorda a tutti che a Roma le donne sono autonome, lavorano, hanno una propria dimensione indipendente mentre lì, nel piccolo paese, tutto è ancora fermo alle regole tradizionale, con donne che attendono in casa, con la famiglia, la venuta del futuro marito che le chieda in spose. Pertanto Paolo è decisamente un conservatore e un uomo all’antica e lo dimostra anche la sferzante battuta - “pensa ai Fiamminghi!... Ma rifatti i denti!” -  rivolta alla ragazza “studiosa” (ma con i denti sporgenti) che lo aveva sottoposto ad uno stringente “interrogatorio” culturale. Il fare leggero e quasi sprezzante del personaggio allude alla sostanziale inutilità inerente alle attività poste in ssere con tanto entusiasmo dall’universo femminile poiché, in defiitiva, è soprattutto l’aspetto fisico quello a segnare il destino coniugale ed amoroso di una donna.
Ciononostante è proprio a una di quelle vituperate donne “lavoratrici” (si noti che tutte le aspiranti fidanzate sono assorbite, a tempo pieno, da un impiego e perfino quella del paese risulta impegnatissima nei suoi studi artistici) che Paolo finisce col cedere e che, si può immaginare, non esiterà a metterlo in una situazione di assoluta parità nell’ambiente domestico. Dunque, la sconfitta dello scapolo (l’etimologia significa appunto ex capulum, senza cappio laddove coniugato, cum iugum, allude allo stare sotto un giogo), è due volte più grave e significativa di un cambiamento sociale in atto, seppur ancora sottotraccia. Il regista e gli sceneggiatori - tutti in qualche modo “progressisti” - guardano con favore a questo cedimento ed, in generale, ad una dimensione paritaria e, di fatto, matriarcale quanto meno nella dimensione domestica. In tal senso il cinema italiano, egemonizzato da sceneggiatori “illuminati”, contribuisce non poco nel creare una nuova, disinibita ed estroversa figura femminile.
Il film ottiene un buon successo commerciale.

testo scritto nel novembre 2013