Mi permette babbo? e Il conte Max

Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo, Mio figlio Nerone, Mi permette babbo?, Arrivano i dollari, Souvenir d’Italie, Il conte Max, Il medico e lo stregone, Era di venerdì 17: ambizioni e meschinità di Alberto Sordi (1956-57)
 

                 “Sordi non va visto come attore ma anche come autore
                perchè ha inventato un personaggio comico di grande
                modernità... un tipo vile, ipocrita, conformista... ed ha
                cercato di divertire con questo personaggio e questo è
                veramente il massimo che un attore può fare”
                M. Monicelli

Bolognini dirige Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (apr. 1956; 95 min.), una commedia all stars, sceneggiata da Ettore Scola e Ruggero Maccari (ed altri), in cui si intersecano numerose vicende nello scenario di una Roma indaffarata e vivace.
I quattro protagonisti appartengono al corpo cittadino dei vigili e coltivano differenti passioni. Il vigile Alberto (Alberto Sordi) è una guardia intransigente, appioppa multe a tutti, vive nel mito dell’ordine che regna in “alta Italia” e studia il francese, nella speranza di potere passare lunghi periodi nella idolatrata Parigi. E’ una sorta di simpatico scocciatore che finirà trasferito, appunto, a Milano.
La guardia scelta Peppino (Peppino De Filippo) compone inni bandistici di scarsa qualità e cerca invano di farli eseguire dalla banda dei vigili al posto delle abituali ouverture rossiniane. Il brigadiere Pietro (Aldo Fabrizi), invece, è un bonaccione che vive solo per la figlia (Valeria Moriconi) la quale sta per sposarsi con un pugile di talento (Tiberio Mitri). Infine il maresciallo (Gino Cervi) si impegna nel mantenere il necessario equilibrio tra i suoi sottoposti, cercando di smussarne gli ardori e di ottenere comportamenti di buon senso. In un ruolo appena secondario (in qualità di amico di Alberto) troviamo anche un bravo Nino Manfredi.
La pellicola, a cuasa del suo andamento eccessivamente frammentato, volto ad accontentare le troppe star del film, non appassiona mai. Riesce tuttavia ad essere sempre interessante e a mantenere un valido carattere corale da cui emerge uno spaccato interessante della Roma di metà decennio, fatta da individui attivi e fiduciosi, ciascuno dei quali assorbito da una propria importante passione. C’è la giovane che vuole sposarsi, il pugile che pensa alla carriera, i quattro protagonisti di cui si è detto e un fondale animatissimo fatto di automobilisti e motociclisti, impegnati nella loro vivace routine quotidiana. E’ l’Italia della ripresa economica, fiduciosa e in perenne movimento.
Il personaggio principale resta Sordi, il comico più popolare di quegli anni, il cui personaggio è una sorta di variante, un po’ risaputa, di quell’Americano a Roma (Steno, 1954) che lo ha consacrato nell’immaginario collettivo un paio di anni prima. Anziché stravedere per gli yankee, ora il nostro eroe sogna la raffinatezza di Parigi e l’ordine di Milano, storpia il francese che si affanna a studiare con scarsi esiti e applica il codice stradale con assoluto rigore, scontentando tutto e tutti. E’ un personaggio poco innovativo nella galleria del grande comico e poco definito: la sua presunta e moderata cattiveria discende esclusivamente dalla sua fissazione vagamente paranoica per l’ordine nordico alla quale finisce col sacrificare tutta la propria esistenza. Gli altri eprsonaggi sono abbastanza scontati: in particolare Fabrizi sembra ripetere il parsonaggio di Prima comunione (Blasetti, 1950) nella sua ansia di procurare alla figlia un dignitoso vestito bianco ed una cerimonia adeguata, nonostante i pochi risparmi.
Quella del film di Bolognini è ancora un’Italia tradizionale che crede nella famiglia quale momento culminante di un percorso umano che porta dalla giovinezza alla maturità e che non ha ancora sopravvalutato l’universo dei beni consumistici. Il vestito bianco da sposa deve esserci per una questione di decoro e di rispetto dei valori tradizionali che simboleggia; la sua qualità estetica (viene creato da un sarto abituato a fare esclusivamente divise militari) è poco rilevante. Una sorta di diffusa felicità atraversa le vicende del racconto e l’unica nota amara - il trasferimento di Alberto a Milano - è la conseguenza necessaria di una fissazione quasi patologica, estranea al contesto romano. Le vivaci musiche di Carlo Rustichelli unite alle sinfonie rossiniane completano il quadro spumeggiante del racconto.
Il film ottenne un grande successo.

Qualche mese dopo esce Mio figlio Nerone (agosto 1956; 90 min.), farsa romana diretta da Steno e basata su una sceneggiatura firmata, tra gli altri, da Diego Fabbri e Rodolfo Sonego. Un paio d’anni dopo Due notti con Cleopatra (Mattoli, 1954; vedi), Sordi ritorna a quel tipo di comicità macchiettistica e puerile che aveva caratterizzato i suoi sfortunati esordi cinematografici (si veda Mamma mia che impressione!, Savarese, 1951) e che continua portare sfortuna all’attore romano.
Anche questa pellicola, impostata come un semikolossal - lo dimostra l’importante cast che allinea Gloria Swanson, Vittorio De Sica e una giovanissima Brigitte Bardot - si riduce a un tedioso girotondo teatrale in cui si ripetono senza sosta gli sciocchi tentativi di Nerone di sopprimere la madre Agrippina (una godibile Gloria Swanson) che lo vorrebbe grande condottiero anziché pigro nullafacente, dedito alle sole grazie femminile, impersonate innanzitutto dalla solare Poppea (Brigitte Bardot). Nel ruolo del servitore ipocrita si aggira Seneca (un prevedibile Vittorio De Sica).
Il problema del film è che l’inconsistente soggetto, accompagnato da una messa in scena priva di fantasia, riesce a rendere noiosa perfino la maschera di Sordi. Unico elemento di interesse è la presenza della grande diva del muto Gloria Swanson.
Gli incassi furono infatti modesti.

Decisamente più interessante è Mi permette babbo? (ott 1956; 90 min.), girato dal veterano Mario Bonanrd (alle sue ultime pellicole) sulla base di una sceneggiatura firmata,tra gli altri, da Ettore Scola, Steno e Ruggero Maccari.
Sordi torna ad interpretarvi il ruolo del furbastro scansafatiche, il cantante Rodolfo Nardi, il quale vive a casa del suocero, il benestante macellaio Alessandro (un ottimo Aldo Fabrizi) il quale continua, da anni, a pagargli le lezoni di canto senza che arrivi mai il giorno del debutto. Rodolfo, un basso realmente appassionato di lirica, conosce ormai tutte le parti più importanti del suo repertorio ma il suo maestro, lo squattrinato Edmondo d’Aragona (l’impagabile Achille Majeroni), conoscendo lo scarso valore dell’allievo, tira per le lunghe. Rodolfo, in casa, circondato da macellai sempliciotti (i tre cognati), spadroneggia e irrita il suocero (come il resto della nutrita famigliola) il quale dà un ultimatum al genero e al suo maestro. Così, per correre ai ripari, Edmondo riesce a far debuttare Rodolfo nel ruolo minore del dottor Grenvil ne La traviata all’Opera di Roma. Durante la rappresentazione Rodolfo, sebbene dissuaso da tutti, decide di aggiungere il breve (ma d’effetto) intervento di chiusa (“è spenta”), un originale verdiano che da decenni (forse da un secolo) non si usava cantare (peraltro, in alcune edizioni recenti - ad esempio alla Scala nel 2013 - la battuta è stata reinserita). La trovata - un vero e proprio schiaffo alle convenzoni dato da un esordiente raccomandato - fa infuriare l’intero cast (ci sono Rosanna Cartieri e Giulio Neri), nonché il direttore artistico del teatro. Rodolfo viene messo al bando dai palcoscenici e riprende la vita sfaccendata di sempre; i parenti - inconsapevoli del gesto di rottura messo in atto dal loro congiunto - attendono un secondo “esordio”...
La pellicola possiede indubbie doti di originalità sia nel contesto familiare - il contrasto quotidiano tra una famiglia di concreti macellai e un aspirante basso - sia nella trovata che anima la lunga sequenza operistica. Il difetto del lavoro è nella staticità del racconto che inizia come finisce e si ripete sempre identico, basandosi esclusivamente sulla bravura dei due protagonisti. Intorno a loro ci sono tutte figure sfocate di cui vengono solo accennate una serie di eventi mentre anche la stimolante vicenda operistica, con la ribellione del basso alle convenzioni teatrali, viene lasciata senza seguito e senza commento al punto che i familiari neppure si accorgono della trovata anarcoide messa in atto da Rodolfo.
Mi permette babbo? è un film che ritrae con rispetto e con vivace umorismo l’universo del teatro lirico, testimoniando un’epoca culturale in cui il melodramma verdiano è ancora estremamente popolare in ogni classe sociale. L’invasione della musica rock con la conseguente messa in ombra della cultura musicale europea, deve ancora iniziare (Elvis Presley sta muovendo i primi passi oltre oceano). Inoltre la pellicola illustra in modo brillante la differenza tra il mondo del lavoro quotidiano e l’universo artistico in cui valgono differenti regole; così mentre la famiglia dei macellai rivela l’Italia indaffarata della ripresa economica, Rodolfo dà voce a quell’altra Italia che aborre la fatica fisica e la routine quotidiana e che sogna, spesso senza averne le capacità, una carriera internazonale nel mondo della musica. In ogni caso, quello che traspare dal vivace film di Bonnard è un’Italia positiva che, a tutti i livelli, si prodiga per giungere alla meta, si tratti del semplice benessere familiare o del successo artistico.
Il carattere statico e ripetitivo della sceneggiatura non aiutò il film che ottenne un modesto successo economico.

Qualche mese dopo esce Arrivano i dollari (mar 1957; 90 min.), commedia brillante firmata da Mario Costa sulla base di uan sceneggiatura di Ruggero Maccari ed altri.
Vi si raccontano le peripezie di cinque fratelli ai quali piove addosso un’inattesa eredità da uno zio che era espatriato in Sud Africa. La moglie (Isa Miranda) di quest’ultimo, sconosciuta ai cinque, irrompe nella loro tranquilla esistenza (siamo in un paesino di poche anime) e li mette alla prova: l’eredità potrà essere assegnata solo a coloro che avranno dimostrato di avere superato alcuni loro ben noti difetti. Così Alfonso (un Sordi in piena forma) deve attenuare il proprio meschino opportunismo e la propria vanità (si fregia del titolo nobiliare di conte, per avere sposato una contessa, poi deceduta), Giuseppe (Nino Taranto) deve superare la propria feroce avarizia, Michelino (Riccardo Billi) deve riuscire a controllare la propria isnana gelosia che lo ha portato a segregare in casa la bella moglie (Diana Dei), Piero (Raimondi) deve rinunciare alla vita dello scapolo impenitente e Cesaretto (Mario Riva) deve evitare gli alcolici.
La vicenda, ben interpretata da tutti gli attori, dà luogo ad una serie di situazioni farsesche spesso esilaranti: la moglie di Michelino si scatenerà in un locale notturno in balli sensuali sotto gli occhi disperati del marito, Giuseppe deve divenire prodigo e Alfonso deve attenuare la propria ribalderia mentre la zia controlla i cinque fratelli e li obbliga a “redimersi”. In fondo essi devono abdicare alla propria visione patriarcale, nella quale possono sbizzarrirsi e fare propri comodi (sono in fondo i classici vizi capitali) e divenire “moderni”: la moglie va “condivisa” con gli altri, il matrimonio diviene un obbligo sociale, l’alterigia nobiliare è un difetto da cui mondarsi come pure l’eccessiva attenzione al proprio patrimonio. La zia porta insomma una ventata di novità progressiste in un piccolo paesino in cui ancora valgono le vecchie e un po’ “ottuse” regole tradizionali ed in cui le donne avevano ancora un ruolo del tutto marginale.
In tal senso il quartetto di ottimi comici - Sordi, Billi, Riva e Taranto - interpreta con gusto il ruolo del borghese reazionario, ostile ai cambiamenti e diffidente verso le novità, tanto più se promulgate da una donna. Tuttavia l’avidità - il desiderio di meritarsi l’eredità -  li porta a tradire se stessi, le proprie convinzioni e abitudini con esiti del tutto incerti. Nel finale un Alfonso, convinto di avere messo nel sacco la bella zia (con cui sta partendo), si sente dare una serie di ordini imperiosi e accenna commenti assai perplessi...
Commedia gustosa, Arrivano i dollari!, ottenne un successo abbastanza modesto.

Nello stesso mese esce nelle sale il terzo film di Antonio Pietrangeli, Souvenir d’Italie (mar. 1957; 110 min.), sceneggiato con Age, Scarpelli, Dario Fo e Armando Crispino, in cui si narrano le esili avventure di un trio di turiste in giro per la penisola.
Le tre fanciulle (June Laverick, Isabelle Corey, Ingeborg Schoener), una inglese, una francese ed una tedesca (ma, purtroppo, parlano tutte un perfetto italiano, senza accenti... ), percorrono le tappe classiche del viaggio italiano (Portofino, Venezia, Firenze, Pisa, Roma, Tivoli), si dicono interessate alle bellezze artistiche italiane ma quello che realmente cercano è, ovviamnete, l’amore. Due di esse convolano a felici nozze (con Antonio Cifariello e Gabriele Ferzetti) mentre la terza riparte delusa (Massimo Grotti l’ha illusa...), ma forse sull’aereo troverà il compegno ideale.
Le vicende sono senza interesse, come pure i dialoghi e il superficiale ritratto delle tre protagoniste; è però un’occasione per vedere squarci dell’Italia dell’epoca. Inoltre la vicenda della capricciosa fanciulla francese che seduce, a furia di civetterie, un serio avvocato (Gabriele Ferzetti) è una sorta di prova generale del successivo, più interessante Nata di marzo (1958; sempre con Gabriele Ferzetti e con Jacqeline Sassard nel ruolo di Isabelle Corey).
L’unico episodio vitale, in una pellicola alquanto scialba, è quello con Sordi alias Sergio Battistini, ex garzone di barbiere, che ripete l’ineffabile macchietta dello scroccone che si fa mantenere da donne ricche e mature (in questo caso si tratta di Isabel Jeans). Folgorato dalla bellezza della turista francese si propone di seguirla e di cambiar vita: sottrae un’ingente somma alla propria ”padrona” e fugge con la giovane; molto presto le forze dell’ordine, però, lo arrestano. In una pellicola languida, rassicurante e “turistica”, Sordi inserisce la sua figura canagliesca e fortemente realistica: la bellezza sensuale della giovane lo attrae ma lo stile avventuroso e spartano delle tre fanciulle (autostop, vita in tenda ecc.) lo spaventa, gli appare un’inutile fatica alla quale, tuttavia, si sottomette per un breve periodo di tempo. Allorchè viene arrestato appare perfino sollevato dalla prospettiva di ritornare nell’universo elegante da cui è fuggito per un colpo di testa.
Tra le righe del film si può infatti notare una riflessione sulla nascente moda del turismo di massa: le tre ragazze vogliono sapere tutto di quei monumenti romani che appaiono, per certi aspetti, sconosciuti a chi li vede quotidianamente (si veda la figura di Cifariello, un meccanico romano che poco sa del Colosseo e dei Fori); pur di visitarli le ragazze si sottopongono ad ogni privazione (viaggiano dove capita e con chi capita, dormono in orribili campeggi) al punto che un loro interlocutore, compreso il loro stile di vita, le sfotte dicendo loro che quel tipo di vacanza è peggio di un lavoro. E’ sottinteso, poi, che il lavoro, in questa visione (come in tutto il cinema di stampo conservatore), non “nobilita” affatto l’uomo ma è solo una triste necessità posta in essere per sbarcare il lunario, un’obbligatoria cessione di una parte consistente del proprio tempo finalizzata al reperimento di quelle risorse che rendano confortevole la propria esistenza.
Sta per nascere il turismo come industria di massa, connessa ad una visione sempre più storicizzata del reale, visione che possiede, come proprio implicito messaggio, il carattere progressista dell’inarrestabile divenire della Storia.
In alcuni ruoli minori compaiono Vittorio De Sica, Mario Carotenuto e Francesco Mulé. Il titolo riprende quello dell’omonima canzone (1955) di Lelio Luttazzi.
Il film riscosse un ottimo successo commerciale.

Nell’estate 1957 esce Il conte Max (lug. 1957; 97 min.), fedele remake firmato da Giorgio Bianchi del film di Camerini (Il signor Max) di vent’anni prima. Il ruolo dell’edicolante ambizioso è ora affidato ad Alberto Sordi mentre De Sica, protagonista della pellicola cameriniana, riveste il ruolo del vero conte Max.
La pellicola ricalca in modo assai poco creativo l’originale (situazioni e dialoghi sono pressoché identici, con poche varianti, soprattutto relative all’inserimento della figura del conte, del tutto marginale nel film del 1937). Alberto, edicolante di via Veneto, vuole entrare a far parte del mondo aristocratico; così segue la bella baronessa Elena di Villombrosa (una brava Anna Vernon), conosciuta casualmente a Cortina, in svariate peripezie. Nel frattempo Lauretta (Susanna Canales), cameriera di quest’ultima, si innamora dell’edicolante Alberto e sospetta che impersoni il tronfio conte Max. Nel finale Alberto si disamora del fatuo universo nobiliare e si fidanza con Lauretta, senza rivelarle la propria (ormai dismessa) doppia vita.
Il film di Bianchi è più vivace e divertente di quello abbastanza “ingessato” di Camerini ed il merito è, come sempre, dell’estro di Alberto Sordi. Il suo popolano ambizioso e poliglotta è una figura tra le più riuscite della sua carriera. Tuttavia il film, nel complesso, appare anacronistico: tutta quella satira dell’aristocrazia esterofila, tipica della politica culturale fascista (si veda quanto scritto per il film di Camerini), una volta catapultata nella seconda metà degli anni cinquanta appare insolita e poco interessante. L’aristocrazia, ridotta a classe marginale (rispetto al ruolo ricorperto negli anni del regno d’Italia), nel dopoguerra è quindi un falso bersaglio come pure stravagante appare l’ambizione di un popolano di farsi nobile in un’epoca in cui tutti rincorrono semplicemente la ricchezza. Tutto ciò rende il film un po’ vacuo e decisamente noioso (nella sua prevedibilità) per chinque ricordi abbastanza bene l’originale. Insomma Bianchi ha semplicemente provveduto a fornire a Sodi uno scenario preconfezionato in cui poter esibire il proprio indubbio talento.
Il film riscosse un buon successo.
Nel 1991 Christian De Sica confeziona un terzo rifacimento intitolato ancora Il conte Max nel quale riveste il ruolo del protagonista (non più giornalaio, bensì meccanico) accanto ad Ornella Muti. La scadente pellicola, di taglio schiettamente televisivo, ricalca l’originale solo nella prima metà; poi propone un’altra storia.

Monicelli ripropone la coppia De Sica-Sordi ne Il medico e lo stregone (dic. 1957; 100 min.), simpatica pellicola sceneggiata con Age, Scarpelli, Ennio De Concini ed altri e ambientata in un piccolo paesino immaginario (in realtà Civita di Bagnoregio ed altri paesini del viterbese) nel quale si confrontano-scontrano Francesco, il nuovo medico condotto (Marcello Mastroianni) e don Antonio,  una sorta di guaritore-astrologo-chiromante (un brillante Viuttorio De Sica). Il primo rappresenta la scienza e la modernità: egli giunge in una comunità ignorante e superstiziosa che per anni si è affidata alle ricette fantasiose ed ai filtri magici di Don Antonio il quale intuisce immediatamente il pericolo costituito dal “rivale” che potrebbe soffiargli tutta la “clientela”; così egli mette in atto ogni stratagemma per screditare il concorrente. Francesco, infatti, esasperato da una serie di piccoli complotti ed incomprensioni sta ormai per partire quando sarà proprio Don Antonio ad invocarne l’intervento per salvare la figliola che ha tentato il suicidio per amore.
La pellicola si inserisce nel felice sottogenere della comemdia paesana, resa popolare dal ciclo di Pane amore e fantasia (Comencini, 1953), arricchita da una spiritosa colonna sonora di Nino Rota. Vi ritroviamo infatti De Sica, in piena forma, il quale corteggia una donna matura (Marisa Merlini) che attende da quindici anni il ritorno del fidanzato dalla Russia; c’è poi l’amore giovanile di una ragazza (Lorella De Luca) un po’ scapestrata (la figlia di don Antonio) per il militare di turno ed altri elementi di pittura paesana: Stride con tutto questo quadro il breve ma straordinario intervento di Alberto Sordi nel ruolo di quel Corrado, lungamente atteso dalla matura fidanzata, il quale si rifa vivo solo per una fugace visita al fine di farsi prestare del denaro: l’uomo, per nulla dispersosi in Russia, è un qualunque poveraccio (pineo di debiti) che sfrutta il sentimentalismo della vecchia fidanzata per raggranellare qualche soldo. Quella di Sordi è l’ennesima rappresentazione della figura del cinico opportunista in uno squarcio, però, fulmineo e tagliente, soprattutto nel suo contrasto con il carattere abbastanza zuccheroso del racconto complessivo.
Lo scontro tra medico e stregone è certamente lo scontro secolare tra cultura magica e cultura scientifica, così come sopravviveva ancora in alcune realtà meridionali del dopoguerra. Tuttavia essa si configura anche come conflitto tra Tradizione e Modernità per ciò che riguarda gli usi e i costumi sociali. Don Antonio rappresenta il buon senso patriarcale di una cultura antica: egli cerca di salvare la sconsiderata figlia dal matrimonio col primo sconosciuto che le è venuto a tiro; si oppone fermamente alla richiesta di aborto di una giovane la quale è stata “sedotta e abbandonata”, convincendola a proseguire nella gravidnza attraverso un’abile perorazione della maternità quale unica finalità dell’esistenza feminile. Al contrario lo scialbo ed irascibile dottorino, pur avendo dalla sua tutte le ragioni scientifiche, non riesce a calarsi in quel contesto sociale e a far beccia nel cuore dei popolani. Solo quando don Antonio “abdica”, allora il paese si rivolge a lui.
La Modernità trionfa: il medico resta padrone del campo e don Antonio è costretto a partire per il nord (al fine di seguire la capricciosa figliola e il suo fidanzato); tuttavia alla stazione il commovente incontro con la ragazza che, seguendo il consgilio del guaritore, non ha abortito ed ora lo ringrazia, felice del suo bimbo, ricorda che anche la Tradizione possiede le proprie arcaiche verità che, spesso, confliggono con il gelido modernismo popolato di opportunismi e capricci individualistici.
Il film ottenne un buon successo.

Mario Soldati gira un fedele remake di Quattro passi tra le nuvole (Blasetti, 1942; vedi) con Era di venerdì 17 (dic. 1957; 97 min.), affidando il ruolo dell’infelice commesso viaggiatore, già perfettamente interpretato da Gino Cervi, ad un ottimo Fernandel (ormai popolare in Italia dopo le prime pellicole della serie di Don Camillo). La vicenda è riprodotta senza troppe varianti: Paolo, un viaggiatore di commercio, si imbatte in Maria, una sofferente giovane (Giulia Rubini) che rientra in famiglia, portando con sè una triste novità: è stata sedotta ed abbandonata ed aspetta un figlio. Il protagonista si impietosisce, accompagna la donna fino a casa, in campagna, facendosi passare per il marito, per attenuare il duro colpo e per evitare che la giovane venga messa alla porta da un padre (Fosco Giachetti)  tradizionalista e conservatore. La situazione si complica e quando alla fine il bonario inganno viene svelato, Paolo riuscirà a far accettare alla famiglia contadina la dura realtà: Maria viene perdonata.
La pellicola era perfettamente in linea con la politica ruralista del regime mussoliniano così come una certa sua anticonvezionalità modernista era affine a un certo neopaganesimo che attraversava la logica del regime. La donne era innanzitutto fattrici ed ogni figlio era, in ogni caso, un contributo alla nazione ed alla sua forza. Queste tematiche, calate in un’Italia ancora conservatrice ma alle soglie del boom economico, sortiscono un effetto differente. Lo scontro è ora, in modo più netto, quello tra Modernismo e Tradizione: la famiglia è un luogo triste ed oppressivo (si veda il prologo in cui Paolo litiga con una moglie poco comprensiva), la campagna è un luogo magico in cui le tradizioni possono venire momentaneamente sospese e superate per accogliere le usanze e gli imprevisti dei tempi nuovi (la giovane che lavora in città da sola e viene sedotta). Soldati, come Blasetti, guarda con affetto al mondo rurale, ma lo giudica troppo rigido ed ancorato a convenzioni ormai superate: Paolo, uomo di città, semplice e tutt’altro che rivoluzionario, vi porta una parola di novità e di modernità, coniugata con il tipico umanitarismo che diventerà la religione dei tempi nuovi.
Va detto che il film di Blasetti terminava con il rientro di Paolo nella grigia casa cittadina: in particolare il film del 1942 spendeva molte più immagini e situazioni per caratterizzare il contrasto tra una realtà urbana corrotta e senz’anima ed una campagna innocente e felice. Questa visione, tipica del ventennio fascista, non viene riproposta in quanto insensata negli anni cinquanta.
La presenza di Sordi è questa volta limitata alla figura di un autista che ritarda in ogni modo la partenza della corriera perché sta per diventare padre. Il comico inserisce dunque un ulteriore elemento di tradizionalismo (l’attesa per la nascita del figlio quale momento centrale dell’esistenza) e rafforza quella concezione ancora (nel complesso) patriarcale della società che anima sia il film di Soldati, sia quello antecedente di Blasetti. In entrambi i casi il matrimonio - argomento sul quale si dibatte a più riprese nel racconto - esiste solo in quanto permette la procreazione e la continuità della discendenza. Per quanto venato di modernimso, Era di venedì 13 rimane la testimonianza di una società ancora saldamente patriarcale, in cui la figura femminile ha poche occasioni di porsi su un piano ugualitario rispetto all’uomo/capofamiglia. Infatti le donne di casa (la madre e la zia - Leda Gloria e Tina Pica -  della protagonista) sarebbero subito pronte al perdono della colpa della congiunta in quanto non sono le “titolari” del nome della famiglia e del suo onore. La visione odierna di questi due film permette di misurare gli enormi cambiamenti avvenuti nel campo della concezione familiare ovvero dell’accantonamento del modello patriarcale, della messa in auge di quello matriarcale e del matrimonio percepito come semplice scelta di un compagno, più o meno transitorio, che possa “allietare” la quotidianità; in tale contesto il problema della discendenza diviene una questione marginale e “facoltativa”.
Il successo fu alquanto modesto.

testo scritto nel lug. 2014