Mondo cane e Ti-Koyo

Mondo cane, La donna nel mondo, Mondo cane 2, I Malamondo, Universo di notte, In Italia si chiama amore, Supersexy ’64, Sexy magico, L’amore primitivo, Tentazioni proibite, Il pelo nel mondo, Mondo balordo, Le schiave esistono ancora e Ti-Koyo e il suo pescecane: un esotismo traumatico e spesso pretestuoso (1962-64)

            "Dietro ognuna di esse c'è sempre una storia dolorosa. Quasi tutte
            hanno da mantenere una vecchia mamma, una sorella malata,
            dei bambini, una fuoriserie, una cameriera, un superattico".
            Si parla delle prostitute (Il pelo nel mondo, 1964)

Il trio Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi e Paolo Cavara, al proprio esordio registico, firma Mondo cane (mar. 1962; 110 min.), un documentario sui generis destinato a iniziare il filone dei cosiddetti mondo movies (in qualche modo anticipato dal blasettiano Europa di notte, 1959)..
La pellicola non documenta alcunché: semplicemente cerca nel mondo quelle situazioni più estreme, bizzarre o raccapriccianti che possono maggiormente turbare o anche far riflettere il pubblico civilizzato europeo e americano. Attraverso brevi sequenze - microepisodi compiuti, collegati attraverso suggestivi rimandi (quasi una sorta di libera associazione mentale) - gli autori mostrano situazioni parzialmente o totalmente estranee alla cultura europea, basata sul prevalere della razionalità, del pensiero scientifico e delle sue conseguenze tecniche. Viene dunque dato largo spazio a popolazioni primitive di vario genere (aborigeni australiani, nativi delle Americhe) le cui usanze, i cui modi di essere e il cui stato radicalmente arretrato sono di per sè uno spettacolo inquietante ed anche orribile. Il commento verbale, sebbene sempre misurato e “oggettivo”, lascia trasparire l’evidente distacco e il desiderio di mostrare un universo sociale che è rimasto bloccato ad epoche preistoriche. La cosa viene anzi detta esplicitamente allorchè, scrutando da lontano un gruppo di selvaggi che vive in una spelonca, si avvisa il pubblico che è come osservare l’uomo di molte migliaia di anni fa. Alla scadenti condizioni di vita, tipiche di un universo che non ha saputo assumere il controllo della natura, rinchiudendola cioè in formule matematiche da cui trarre gli strumenti tecnici del suo sfruttamento, si accompagna la visione di figure umane di rara bruttezza (secondo i canoni europei), segnate da tratti  somatici disarmonici e sgradevoli.
Il racconto si dilunga anche su inenarrabili violenze commesse su animali, all’interno di rituali tipici di queste popolazioni. E’ questo un altro tratto che illustra il relativismo di ogni concezione del mondo, che ridicolizza le visioni moralistiche dell’ecologismo (soprattutto quello futuro), che ricorda l’infinita molteplicità delle umane usanze e che rende, in definitiva, dirompente l’impatto del film sulle platee europee: tori decapitati, cinesi che mangiano cani, serpenti scuoiati e cotti...
Mondo cane, girato alle soglie della rivoluzione antropologica del ’68, è uno degli ultimi film che proclama, senza dirlo esplicitamente, la superiorità dell’individuo euroamericano, mostrando peraltro ampi dubbi anche sullo stato evolutivo di molte zone del sud latino. La visione di popolazioni in cui ancora vige probabilmente il cannibalismo si accompagna alla documentazione di usi e costumi di un sud arretrato e stolto: così masse curiose di affollano a Castellaneta per assistere all’inaugurazione (set. 1961) di un monumento a Rodolfo Valentino, popolani fanatici a Nocera Terinese (Catanzaro) si feriscono le gambe con cocci di bottiglia per spargere il proprio sangue in occasione di una processione cattolica mentre a Villa Franca de Xira (vicino Lisbona) decine di giovani affrontano a mani nude tori furibondi e liberi (un po’ come a Pamplona), mettendo inutilmente a rischio la propria integrità fisica, in ossequio a irrazionali ed inutili esibizioni di coraggio. Al contrario le poche immagini che mostrano europei del centro nord, (ad esempio militari inglesi in servizio in varie colonie, turisti alle Hawaii) ce li descrivono come figure austere e perplesse di fronte a tanta barbarie o divertite al cospetto delle danze di benvenuto delle indigene hawaiane.
Mondo cane è oggi un film anacronistico: dopo il ’68 e il proliferare in tutte le universià della cosiddetta antropologia culutarale (Lèvi-Strauss e company) che tende a equiparare tutte le culture del pianeta nel consueto ugualitarismo massonico che tutto confonde e appiattisce, pellicole come questa risultano quasi una sorta di bestemmia (si vedano le critiche dell’epoca già ampiamente negative e le violente reaioni di tanti spettatori, disturbati da questa visione di sapore colonialista) e vengono scomunicate dal pensiero unico prevalente. Solo il pregevole, isolato Apocalypto (Gibson, 2006) ripropone una visione simile in relazione all’universo dei nativi americani, prima dell’arrivo di Colombo (non a caso anche questa pellicola fu molto osteggiata). Pur non trattandosi certo di un capolavoro cinematografico, Mondo cane del trio di esordienti (destinato ad una lunga ed articolata carriera) mostra la realtà quale essa indubbiamente è e sottintende una visione gerarchica delle razze e delle culture, alcune destinate a dominare il pianeta (grazie al sapere scientifico prima ancora che all’uso della forza; ma le due cose sono ovviamente strettamente connesse), altre a rimanere emarginate in un limbo fuori dalla storia.
Tra gli episodi più significativi risalta il finale con gli indigeni che ascoltano un sacerdote cattolico italiano (in modo goffo fanno la comunione) e che guardano, colmi di stupore e paura, grandi aerei da carico atterrare e decollare, uno spettacolo che supera la loro immagnazione e che finisce con l’identificare gli europei con figure semidivine che viaggiano su “uccelli meccanici” che arrivano dal Paradiso...
Il successo fu enorme e abbastanza inatteso (il film si colloca al ventunesimo posto negli incassi della stagione).
Un anno dopo il medesimo trio di registi propone La donna del mondo (gen. 1963; 110 min.), raccolta di microepisodi che ricalca lo stile del precedente film, trattando però la condizione della donna nei diversi continenti. L’ottica è la medesima: conservatrice e cattolica; pertanto la visione si concentra sull’altissimo numero di realtà che mostrano una donna sottomessa all’uomo (il commento verbale dice chiaramente che tale sottimissione è la premessa necessaria per la conservazione dei matrimoni); laddove avviene l’opposto il commento e le immagini contengono un’evidente sottolineatura ironica o sarcastica: si vedano gli episodi relativi all’industria del divorzio nel Nevada e alle forme di matriarcato che sopravvivvono in alcuni angoli del pianeta. Per il resto il film privilegia la visione di una donna gentile e docile, che utilizza le proprie grazie per compiacere l’altro sesso e farsi in definitiva accettare come amante (le danzatrici di Tahiti, Le prostitute di Honk Kong; le modelle di Tokyo) o come sposa e madre.
La conclusione è nuovamente lasciata ad una serie di suggestioni cattoliche con l’episodio fortemente critico nei confronti di una madre francese che ha deciso l’eutanasia nei confronti di una figlia focomelica, la lunga sequenza inerente a Lourdes (decine di donne in attesa della grazia) e alle due suore che accudiscono i selvaggi Maori. La seconda, in particolare, con quelle masse di persone in fiduciosa attesa dell’evento sembra essere un’esplicita risposta alla versione cinica e  blasfema che compariva in uno degli episodi de La dolce vita (Fellini, 1960), allorchè due pestiferi bambinetti millantavano visioni sacre e prendevano per il naso una folla immensa. Ne La donna nel mondo il pensiero tradizionale riafferma le proprie ragioni in polemica con le suggestioni scettiche e massoniche del capolavoro felliniano.
Anche questo mondo movie fu salutato da un enorme successo (ventesimo posto nella classifica degli incassi).
Jacopetti e Prosperi (senza Cavara) firmano Mondo cane 2 (nov. 1963; 100 min.), l’inevitabile seguito della fortunata opera d’esordio.
Si tratta di un film-fotocopia che non solo non aggiunge nulla, ma appare anche assai meno interessante. Si ha quasi l’impressione che sia stato composto con gli scarti dei film precedenti. Manca al nuovo lavoro il respiro ampio del primo, il discorso esplicito su riti e usanze di dfferenti etnie e tutto si riduce ad un elenco di stramberie poco significative, pescate qua e là per il mondo. Ci si dilunga sull industria delle parrucche, si mostrano ancora riti sacri per imbecilli (alcuni invasati cercano di sfondare a testate un garage... ) del sud Italia e si termina con un assurdo concerto di uno schiaffeggiatore che si accanisce su un certo numero di poveretti mentre un pianista esegue la celeberrima Seconda rapsodia ungherese di Liszt.
L’episodio più significativo è quello ambientato a Saigon che illustra il suicidio del buddista Quang Duc che, nel giugno 1963, si dà fuoco per protestare contro il clima di oppressione posto in essere dal governo cattolico (sostenuto dagli americani) del Vietnam del Sud ai danni dei religiosi buddisti.
Gli incassi furono ancora notevoli.
Oltre vent’anni dopo Stelvio Massi riprende questo filone e firma il mediocre Mondo cane oggi - L’orrore continua (ago 1985; 75 min.), opaca e tediosa raccolta di stranezze e orrori alternati con più innocue esibizioni di nudi femminili. Manca qualunque visione d’insieme anche se rimane il consueto, sano qualunquismo scettico, volto a esaltare la superiorità culturale di chi osserva. Stesse osservazioni valgono per l‘altrettanto mediocre Mondo cane 2000: L’incredibile (1988; 75 min.) sempre di Stelvio Massi, in cui ci si sofferma anche sul mondo omosessuale (Gay Pride) e sulla piaga della prostituzione infantile.

Paolo Cavara, coregista dei primi due capitoli della trilogia citata, prosegue con I Malamondo (gen. 1964; 95 min.), un documentario che restringe il campo alla gioventù europea e alle sue inquietudini.
Assistiamo così a tutte le inutili stravaganze degli studenti (meglio sarebbe dire di balordi attentamente selezionati) di mezzo continente, da Cambridge a Glasgow, da Parigi a Roma (con Celentano che canta a piazza Trastevere), da Amsterdam ad Heidelberg. Ovunque la stessa prevedibile solfa: giovani che, per combattere la noia di una società opulenta, si abbandonano a orgette adolescenziali, a pericolose corse motociclistiche o a violenze inutili (su una matricola o su un povero maiale); anche la noia dell spettatore è forte di fronte a questo spettacolo ripetitivo che, probabilmente, poteva stimolare il pubblico dell’epoca per la generosa serie di nudità. Si tratta, tuttavia di sequenze di taglio documentaristiche, interpretate da gente comune e prive di qualunque carica erotica.
Il film termina con uno spogliarello su una spiaggia, vano tentativo di imitare il celebre finale de La dolce vita (Fellini, 1960).
Gli incassi furono buoni.

Il produttore Alessandro Jacovoni firma con Universo di notte (nov. 1962; 110 min.) il proprio unico lungometraggio da regista.
La pellicola, nel solco dei lavori di Jacopetti e Prosperi, si limita a illustrare una serie di balletti e strip-tease (Parigi, Las Vegas) accanto a qualche escursine “buddista” a Bangkok e alle solite prostitute sulle barche di Honk Kong; le crudeltà si limitano a un combattimento tra galli.
Qualche bel paesaggio asiatico non riesce a salvare il film dalla prevedibile monotonia. L’innocuo lavoro fece tuttavia parlare la moralistica rivista Cineforum di “corruzione del gusto... “.
Gli incassi furono buoni.

Virgilio Sabel, al proprio secondo lungometraggio, decide di confezionare una versione italiana di Mondo cane e La donna nel mondo con In Italia si chama amore (mar. 1963; 100 min.), sceneggiato (prendendo spunto anche da fatti di cronaca) con l’aiuto di Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa e Luigi Magni. La pellicola mostra le usanze italiche intorno ad amore e famiglia, prendendo una posizione antitetica a quella egemone nei mondo movies. All’atteggiamento conservatore e vagamente derisorio relativo all’ascesa dell’universo femminile e all sue ambizioni paritarie si contrappone invece una sistematica difesa delle “esigenze” affettive e amorose della donna, ingiustamente represse dalla presunta ottusità maschile. Sabel, animato da un evidente masochismo, allinea una serie di casi maschili penosi e grotteschi spacciati come la regola alla quale accosta figure femminili sensibili e offese dalle pretese autoritarie dell’altro sesso. Gli autori prendono costantemente le difese della donna, augurandosi che anch’essa possa, in futuro, collezionare amori differenti senza doversene vergognare: insomma si auspica la totale uguaglianza dei sessi, dimenticandosi che le secolari differenze hanno a che fare con motivazioni insite nella natura più profonda degli uni e degli altri e non si tratta, quindi, di capricci della Storia. L’implicita ideologia massonica costituisce il non detto di questa come di altre centinaia di stolte pellicole in cui si aderisce al dogma dell’ugualitarismo più radicale.
Siamo pertanto di fronte al solito minestrone: il legame familiare è descritto come una prigione, la necessità per i figli di un ambiente confortevole e sicuro viene considerata un’opzione secondaria mentre tutte le attenzioni sono per l’amore femminile e le sue bizzarrie, di fronte alle quali la società si “attarderebbe”, prigioniera di rigidità “inconcepibili”. Ovviamente il film ricorda la presenza dell’istituto della separazione legale, lo giudica insufficiente e caldeggia l’introduzione del divorzio in modo che anche l’universo femminile possa dirsi realmente paritario e possa inseguire tutte le sue velleità.
Il documentario illustra alcune scenette che si vorrebbero esemplari mentre sono inverosimili e spesso folli: in esse si addita la presunta idiozia maschile. Un paranoico corteggia invano una donna per oltre vent’anni; un separato si alza ogni mattino alle sei, rientra nella casa familiare e finge di svegliarsi nel letto coniugale per nascondere la realtà ai figli; un giovane meridionale viene incastrato dalla fidanzata (viene obbligato a passare la notte con lei) che crede vergine (invece c’è già stato qualcuno... ); una moglie cerca di denunciare il marito adultero ma viene dissuasa dai carabinieri, a dimostrazione che l’uomo può fare come gli pare mentre regole più stringenti perseguono il concubinaggio delle donne. Il carabiniere però ricorda al pubblico che nel secondo caso potrebbero nascere figli illegittimi in un contesto familiare, obbligando un uomo a crescere il figlio d’altri e che il legislatore ha voluto soprattuto proteggere l’istituto familiare e non tanto perseguitare il bel sesso. Nella confusione modernista prevalente nel nuovo millennio forse un bambino vale un altro; negli anni sessanta era ancora nitida la concezione di discendenza legata alla trasmissione di precisi caratteri familiari (genetici si direbbe oggi).
La pellicola è nel complesso piacevole, superiore a numerosi mondo movies grazie al brio della narrazione e alla eccentrica casistica delle situazioni; il commento, affidato alla voce di Nino Manfredi, aggiunge il giusto tocco ironico (anche se, come già detto, squilibrato a sinistra).
Gli incassi furono modesti.

L’esperto documentarista Mino Loy gira Supersexy ’64 (ago 1963; 90 min.), una scialba sequela di spogliarelli filmati in differenti contesti. Manca qualunque riflessione che illumini le circostanze esterne di questi spettacoli apparentemente diversi e in realtà sempre uguali, in qualunque continente li si vada a cercare.
Gli incassi furono modesti.
Il successivo Sexy magico (set. 1963), firmato sempre da Mino Loy con Luigi Scattini, offre qualcosa di più: accanto a numeri di strip-tease alquanto audaci per l’epoca, ci sono anche squarci documentaristici di Mogadiscio, Mombasa, Salisbury (oggi Harare; ex Rhodesia, oggi Zimbabwe) che dovevano risultare allora  tediosi riempitivi e che, invece, costituiscono oggi l’elemento più interessante della pellicola. Vi si mostra un’Africa ancora sottomessa alla cultura bianca in cui stanno però radicandosi i primi fermenti rivoluzionari e antieuropei.
Gli spogliarelli del film - veri ed unici protagonisti del lavoro - dimostrano con chiarezza che questi mondo movies erotici sono i veri antesignani del cinema a luici rosse della seconda metà degli anni settanta.
Gli incassi furono discreti.
Scattini intuisce che il genere è ormai in via di esaurimento e l’anno seguente firma L’amore primitivo (giu 1964; 90 min,) in cui tenta un audace abbinamento: un ridotto e poco interessante mondo movie sui rituali amorosi africani ed asiatici viene incorniciato da un episodio comico in cui Franco e Ciccio, improbabili camerieri di un lussuoso hotel, impazziscono per le forme generose di Jayne Mansfield la quale, per provare che nel vecchio continente gli uomini si comportano come nel terzo mondo, si esibisce in un brillante strip-tease (ovviamente memore di quello della Loren di Ieri, oggi, domani, 1963); il prevedibile esito è la riduzione ad uno stato ululante e scimmiesco della coppia comica.
La pellicola coniuga a più riprese le sequenze documentaristiche, dotate di validi squarci paesaggistici, con i siparietti buffi di Franco e Ciccio. L’esito compelssivo è tuttavia scadente: la Mansfield appare inespressiva mentre la coppia comica risulta bloccata entro una situazione ripetitiva e scontata.
La parodia, tuttavia, sancisce la conclusione di un’epoca filmica (allo stesso modo la comparsa dei due film su Trinità, intorno al 1970, segnerà la fine del periodo d’oro del western italiano): i mondo movies appaiono rapidamente superati dalle commedie italiane che divengono via via più esplicite quanto a erotismo, rendendo inutili questi pretestuosi documentari.
Gli incassi furono notevoli.

Osvaldo Civirani esordisce alla regia con tre mondo movies, il terzo dei quali è Tentazioni proibite (nov. 1963; 90 min.). Il titolo promette donne poco vestite e la pellicola mantiene la promessa attraverso un lungo ed articolato viaggio nei locali notturni di Amburgo, Londra e Parigi. Accanto alle numerose sequenze di spogliarelli (l’ultimo su una gondola nel Canal Grande...), vero ed unico motivo d’essere del film, si alternano siparietti in cui ci si lamenta della crescente emancipzione dell’universo femminile e si preconizza un futuro segnato da un regime di matriarcato.
Con questa tediosa pellicola Civirani innanzitutto soddisfa le esigenze di un pubblico desideroso di spettacoli audaci, sostanzialmente assenti nella penisola, anche per l’ancora saldo prevalere della mentalità cattolica (entreranno in tutte le case con il dilagare delle tv private, alla fine degli anni settanta). Inoltre avanza il sospetto che la strisciante rivoluzione degli anni sessanta (per ora è solo il centrosinistra di Fanfani e Moro, ma presto si vedrà ben altro), stia per cambiare gli equilibri della nostra società patriarcale, dando al mondo femminile un potere nuovo e preoccupante. In tal senso Civirani accoglie la tendenza prevalente in questi documentari e palesa una visione irridente e irriverente delle novità egualitarie che sono in cammino: è una visione che si dimostrerà, purtroppo, minoritaria e che il tempo spazzerà via rendendo questi monotoni mondo movies un reperto di grande interesse sociologico, un vero e proprio tuffo in un’epoca e in una mentalità (Denkstil) che non esistono più.
Gli incassi furono modesti.

Marco Vicario e Antonio Margheriti firmano Il pelo nel mondo (feb. 1964; 90 min.), mediocre mondo movie che copia situazioni e immagini già viste nella trilogia di Jacopetti e Prosperi. Per Vicario si tratta del film d’esordio mentre per Margheriti è il primo ed unico tentativo in questo genere filmico. Il titolo allude ovviamente all’universo femminile; ciononostante il film offre pochissime esibizioni (spogliarelli) del gentil sesso mentre i registi si soffermano, in modo apertamente misogino, sui presunti progressi del ruolo della donna nel mondo. In particolare si prende di mira la donna al volante (simbolo di evidente emancipazione) di cui si mette in dubbio l’abilità e, soprattutto, si fa immediatamente notare la connessa nascita della prostituzione motorizzata.
Per questo cinema conservatore la donna è legata tradizionalmente al piacere sessuale e alla procreazione; ogni altra attività femminile appare fuorviante e fonte di disordine sociale.
La pelliccola riscosse un discreto successo.

Bianchi Montero firma alcuni mondo movies tra cui il mediocre Mondo balordo (mar. 1964; 95 min.), pellicola che allinea le consuete stramberie cercate col lanternino ai quattro angoli del pianeta. L’unica sequenza degna di nota è quella che ritrae la Berlino “ferita”, divisa dal muro (da soli tre anni) con immagini malinconiche e desolate in cui si mostrano le abitazioni della DDR che si affacciano sul muro, con le finestre sigillate da mattoni e i luoghi dove sono stati uccisi alcuni giovani che tentarono di varcare il muro. Il tono fieramente anticomunista e il fatto stesso di avere inserito l’artificioso e meschino smembramento della ex capitale tedesca tra le balordqaggini del pianeta rende il film meritevole di menzione e conferma l’apparteneza degli autori dei mondo movies, con il loro sano scetticismo di fronte a tutte le novità moderniste dell’occidente, all’ala destra della cinmatografia italiana.
Mondo balordo è invece assai scadente quanto a qualità delle immagini, sempre assai “ristrette” intorno ai protagonisti; mancano quelle ampie immagini documentaristiche che, a volte, rendono interessanti queste disordinate carrellate di episodi. Ad esempio nell’ampio racconto ambientato a Napoli non si vede quasi nulla della città camana.
Gli incassi furono modesti.

Roberto Malenotti esordisce alla regia con Le schiave esistono ancora (mag. 1964; 95 min.), un mondo movie a tema che pretende di dimostrare l’esistenza di una moderna schiavitù nell’Africa del nord, con tanto di mercati clandestini e efficienti organizzazioni volte alla consegna “a domicilio” di donne e ragazzini. I malvagi si anniderebbero soprattutto nella ricca penisola araba dove sceicchi senza scrupoli arricchiscono in questo modo i propri harem di concubine.
Difficile dire se esisteva qualcosa di simile a un simile traffico; quello che è certo è che le immagini di Malenotti (in parte, sembra, girate da Folco Quilici che poi si rititò dal progetto), non suonano veritiere e lo testimona anche Giulio Questi in un suo recente (2014) libro di memorie in cui afferma che il film è completamente falso e, nelle parti “scottanti”, costruito in studio.
In ogni caso il problema di questi tediosi mondo movies consiste proprio nel fatto di essere una inarrestabile sequenza di immagini “mute” sopra le quali si snoda un’inarrestabile commento esterno al quale dobbiamo forzatamente dare ascolto. Nulla ci assicura la reale concordanza di immagini e affermazioni del narratore, tanto più che ci viene regolarmente mostrato un caleidoscopio di inquadrature che non si sofferma a lungo su alcuna realtà. Manca quasi sempre il commento attendibile dei protagonisti di quelle immagini. Restano nella memoria quindi solo centinaia di paesaggi e volti africani, che dopo un iniziale interesse (negli anni sessanta era quasi impossibile accedere a queste realtà), affondano in una ripetitività ridondante.
Gli incassi furono buoni.

Folco Quilici realizza, con il quarto lungometraggio Ti-Koyo e il suo pescecane (nov 1962; 110 min), una pregevole, poetica favola ecologista la cui attualità era destinata a durare nei decenni.
Girato nelle isole della Polinesia francese, il film - per metà documentario - racconta la bizzarra amicizia tra il protagonista, prima bambino, poi uomo, e un pescecane. Il giovane è, fin da piccolo, un solitario vagamente ribelle; preferisce la compagnia del suo grosso pesce a quella della comunità di pescatori cui appartiene. Col passare degli anni questi ultimi cedono al fascino della modernità: abbandonano le case di paglia per abitazioni in muratura e lasciano le imbarcazioni a vela per andare a pescare su navi a motore di una impresa che ha sede legale a Los Angeles. Insomma barattano l’innocenza selvaggia con i vantaggi del consorzio civile e del progresso tecnologico. Ti-Koyo invece rifiuta completamente questo passaggio dallo stato di natura alla modernità di stampo ameicano: vive appartato in un angolo fascinoso dell’arcipelago in compagnia esclusiva del suo grosso pescecane che ha battezzato Manidù ossia fratello. Anche l’arrivo di Diana, giovane americana di cui si innamora, non riesce a distoglierlo dalla suo stile di vita solitario.
Quando Manidù viene catturato dai pescatori, Ti-Kyo riesce a salvarlo ma lo sforzo (taglia una grande rete subacquea) lo porta a un passo dalla morte. Ciononostante egli prosegue la propria esistenza poetica e unica di “buon selvaggio”, immerso nei paesaggi naturali insieme al suo inseparabile pescecane. Nel finale riuscirà a trascinare nel proprio “paradiso” anche la povera Diana...
La pellicola, girata con perfetto senso del paesaggio, accompagnata da un ammirevole soundtrack (firmata da Francesco De Masi) dai suoni liquidi e debussiani, eleva un inno alla vita naturale e descrive i turisti americani come un branco di deficienti. Il suo ecologismo radicale, sostanzialmente incompreso e trascurato negli anni sessanta - in cui cinema “impegnato” significava altro (da Salvatore Giuliano a Tutti a casa... ) - riesce invece a cogliere in anticipo quel pensiero naturalista e antimoderno, soprattutto antiamericano, che diverrà patrimonio comune del pensiero progressista alla fine degli anni sessanta. In fondo Ti-Koyo non è altro che un hippy i cui atteggiamenti antisistema, nei quali qualunque modifica dell’ambiente è considerata semplice corruzione delle antiche, autentiche usanze, non sono tanto dissimili da quelli dei protagonisti de Il laureato (1967), Easy Rider (1969) e Fragole e sangue (1970). Da questa ideologia ecologista, di adorazione acritica della natura, discenderà l’animalismo più settario di fine secolo e tutte le questioni alimentari del nuovo millennio (vegetariani e vegani), capricci di una società opulenta che può permettersi qualunque stramberia.
L’elegante e sincera favola di Ti-Koyo (una pellicola assai presente nelle sale parrocchiali del periodo), estranea alla brutale logica dei mondo movies, contiene una visione radicale e antiumana che troverà sviluppi impensabili negli anni sessanta, soprattutto dopo il tramonto dell’ideologia marxista (1989) e la fine dell’anelito verso il cosiddetto “paradico comunista”. Dagli anni novanta terzomondismo, animalismo e ideologia antiglobalizzazione daranno un contenuto ideologico a tutti quei settori minoritari - non a caso radicalmente antiamericani come il cinema di Folco Quilici - che, similmente a Ti-Koyo, non accettano le trasformazioni (anche quelle più banali e ovvie come la sostituzione di capanne con abitazioni in muratura o di barche a vela con barche a motore) e le novità della tecnologia. Il credo del “buon selvaggio” consiste nelle poche, chiare affermazioni di Ti-Koyo: il diritto di lavorare solo quando se ne ha voglia e il desiderio d non andare più lontano di dove possa spingersi la propria piroga; insomma una filosofia libertaria e indolente, priva di qualunque curiosità per le scoperte e gli sforzi del consorzio umano.
Questa visione singolare dell’universo umano avvicina Ti-Koyo soprattutto al tragico protagonista di Into the Wild (2007), magnifica pellicola di Sean Penn che racconta, senza infingimenti e romanticherie, la tragica odissea dell’ingenuo idealista Cristopher McCandless (un personaggio realmente esistito) il quale, nel 1990, rifiuta l’intero mondo civile (compresa una famiglia che lo adora) per andare a morire in un contesto naturale inospitale e malevolo con il quale il giovane, assai inespetro rispetto al personaggio di Quilici, non è in grado di confrontarsi. La Natura, tanto esaltata da queste sciocche frange minoritarie, è un ambiente minaccioso e spietato nel quale il singolo è comunque destinato a soccombere (lo stesso Ti-Koyo giunge a un passo dalla morte).
Il film ottenne un buon successo.

testo scritto nel gen. 2017; ultimo aggiornamento: mag.2017