North by Northwest

North by Northwest: ai confini della realtà (1959)

                “I film sono sogni a occhi aperti”
                A. Hitchcock parlando con F. Truffaut (1967)

Dopo il cupo e wagneriano Vertigo, il regista inglese sente il bisogno di un racconto radicalmente antitetico, brillante, movimentato, perfino comico. Nasce così, sulla base della sceneggiatura originale di Ernest Lehman scritta in accordo col famoso cineasta, North by Northwest (136 min.), una delle pellicole di maggior successo di Hitchcock. Se a uno sguardo superficiale, come si è detto, i due lavori appaiono molto lontani, in realtà essi possiedono un’essenziale componente comune: sono due racconti che confinano col sogno. Nel film con la Novak per la verità il sogno mistico della protagonista - che impregnava di sé immagini e suoni - era una mera simulazione per incastrare l’ingenuo detective; nel film con Cary Grant invece, dietro pretese apparenze di perfetto realismo, si cela (neanche troppo nascosta) la trama del sogno. Possiamo considerare il film di Lehman - Hitchcock un’opera piacevole, fresca e sorprendente la quale riesce ad assorbirci completamente non per la sua vicenda narrativa (nient’altro che un guazzabuglio di situazioni arcinote, presenti sia nel precedente cinema di Hitchcock, sia in generale nei prodotti hollywodiani degli anni quaranta e cinquanta; non ci soffermiamo sugli infiniti, possibili rimandi poiché questo è lo sport preferito dei critici che hanno già dissezionato ogni dettaglio di North by Northwest), ma per la sfrontata capacità dei due autori di giocare con il pubblico, imbastendo una narrazione che, in ogni suo episodio (il film è sostanzialmente un mosaico di episodi autonomi, anche in tal senso, dunque, strutturato come un lungo sogno) infrange i confini del verosimile con incredibile eleganza, brillante umorismo e favolosa fantasia.
Nel primo episodio il frenetico pubblicitario Roger Thornhill di New York viene scambiato per Kaplan (un presunto agente del governo) da una banda di spie guidata da vandamm (James Mason) che vende segreti di stato ai russi. Viene sequestrato nella villa di un diplomatico dell’Onu presa in prestito dai trafficanti e poi fatto ubriacare a forza. L’uomo si salva, torna sul luogo del misfatto con la polizia che, però, crede agli impostori e gli conferma la multa per guida in stato di ubriachezza. Ecco dunque i giochi di scambio del sogno: le spie confondono Thornhill e Kaplan, la polizia non riconosce gli impostori nella villa. Come si nota tutti gli eventi sono completamente inverosimili poiché i singoli personaggi agiscono in modo dissennato: spie che confondono agenti segreti e pubblicitari, poliziotti che non conoscono i proprietari di un imponente villa posta nella loro giurisdizione.. . Il dramma spionistico si tinge presto di commedia con un esilarante Cary Grant alticcio che sfotte poliziotti e giudici. Il sogno è iniziato e, nonostante gli inseguimenti, le violenze e i morti, in nessun momento si trasformerà in un incubo.
Nel secondo episodio Roger si reca nella stanza d’albergo del presunto Kaplan; quando reincrocia i suoi sicari su un ascensore viene salvato da sua madre che, con tono domestico, li prega davanti a una piccola folla di non far del male al suo figliolo. Una situazione di pura tensione si volge all’umorismo più inatteso, assecondando nuovamente l’illogicità onirica dell’intreccio. L’effetto è superlativo.
Nel terzo episodio Roger si reca all’Onu per incontrare Vandamm e chiedergli spiegazioni, scopre lo scambio di persona e nel frattempo uno dei sicari ammazza il diplomatico lanciandogli un coltello nella schiena davanti a centinaia di persone. Anche questo evento, iniziato secondo moduli realistici, si risolve in una fantasia onirica: uccidere in un palazzo ipercontrollato è un gesto illogico; peraltro neppure si comprende se l’obiettivo del sicario fosse Roger o il diplomatico.
Nel quarto episodio una tavolata di simpatici vecchietti, che pretende di rappresentare i vertici dei servizi segreti americani (ma siamo in un sogno e lo accettiamo divertiti) ci raccontano che Kaplan è una figura immaginaria che loro coltivano, facendolo spostare di città in città, dietro al trafficante di segreti per farlo sentire controllato. L’espediente è ovviamente irrealizzabile nel quotidiano o talmente complicato da venire facilmente scoperto da chiunque; ciononostante le spie si accaniscono con questo fantasma, cercando di dargli un volto. Intanto Roger riesce a fuggire, prendendo un treno per Chicago.
Nel quinto episodio - il viaggio in treno - il nostro eroe viene apertamente abbordato dalla bionda Eve (Eve Marie Saint) che lo salva dalla polizia per poi spedirlo in pasto ai killer di Vandamm. La donna (amante del capoclan ma anche agente del governo) utilizza metodi spicci di corteggiamento nei confronti di un sorpreso Roger, anticipando così le disinvolte figure femminili della trilogia Psycho - Uccelli - Marnie (il nome di Eva, appiccicato alla seduttrice, dota il personaggio di una valenza universale ed è un’evidente e misogina allusione a un certo matriarcato femminile americano). Anche questi eventi sono stravaganti (in particolare la presenza di un Don Giovanni in gonnella che seduce Roger sul treno e poi, giunti a destinazione, lo scaccia) solo se confrontati con la cadenza del quotidiano; in questa fantasia onirica sono perfettamente a loro agio.
Nel celeberrimo sesto episodio - il cuore stesso del film (si colloca nel suo centro narrativo e perfino “geografico”, tra New York e Rapid City) - Roger aspetta invano Kaplan alla fermata di un autobus in mezzo al deserto; il solito sicario si presenta nientemeno che su
un vecchio biplano dotato di mitragliatrice e cerca di ucciderlo in questo modo grottesco. Ovviamente finisce col precipitare addosso a un grossa autocisterna. La sequenza non è dotata di alcuna suspence (come dicono in coro i critici, chissà perché); essa invece lascia esterrefatti per il proprio carattere fantastico e inatteso: un aereo (un vecchio trabiccolo) che cerca di uccidere un uomo isolato in un deserto ovvero il metodo più sconclusionato che si potesse scegliere dal punto di vista logico. Ma se parliamo di coerenza onirica allora questo centro vitale del racconto è un vero capolavoro che provoca lo stupore generale (in primis quello di Roger che tutto si aspetta tranne che di essere aggredito da un biplano). Non tensione bensì sorpresa visionaria.
Nel settimo episodio, sempre a Chicago, Roger irrompe a un’asta dove si trovano Vandamm e i suoi killer, li minaccia (gesto di per sé insano: la preda si trasforma in cacciatore disarmato... ), poi per riuscire a fuggire illeso è costretto a disturbare l’asta con battute provocatorie abbastanza divertenti fino a che viene portato via dai poliziotti. Come nella sequenza dell’ascensore, una situazione di pura tensione si trasforma in commedia umoristica di sapore slapstick, rimandando cioé alle surreali sciocchezze delle screwball comedies degli anni trenta (Cary Grant era stato, tra l’altro, il protagonista della più famosa di tutte, Susanna! di Hawks, 1938). Di nuovo l’anarchia del sogno si inserisce nel racconto e ne annulla il presunto rigore drammatico.
Nell’ottavo episodio i due innamorati inscenano
la finta morte di Roger nelle vicinanze del monte Rushmore, unico mezzo per Eve - ora sospettata di essere in combutta con i governativi - di convincere Vandamm della sua fedeltà. Anche questa trovata narrativa (una finta morte, dottori, ambulanze, notizie false ai giornali) si trova “ai confini della realtà” come pure l’intero celebre finale coi due amorosi in fuga, aggrappati al volti statuari dei quattro presidenti del monte Rushmore. E’ questa la seconda (dopo la sequenza del biplano) grande trovata apertamente onirica, realizzata con ottimo senso dello spettacolo. Inutile ricordare che Roger ed Eve sono fuggiti da una villa scolpita nella roccia sul monte Rushmore che ricopia la nota villa Fallingwater (1934; situata nel cuore della Pennsylvania, a sud di Pittsburgh), costruita da Wright. Come si sa, nel sogno persone e cose vengono riposizionate con totale fantasia.
Infine anche l’argomento del contendere è del tutto vago e indefinito come potrebbe essere solo in un sogno. Quali sono i documenti trafugati? A chi fanno comodo? Perché si trovano in una statuetta antica da aggiudicarsi in un’asta? Perché il presunto Kaplan appare così pericoloso alle spie? Non ci sono risposte, non servono e danneggerebbero il libero fluire del puzzle onirico.
Il ritmo brioso e inarrestabile di questo film-fuga è scandito con sicurezza dalla solenne e frastornante partitura di Bernard Herrmann e, in particolare, dal suo tema principale (lo si sente fin dai titoli di testa), che corre senza sosta su un ritmo indiavolato di siciliana sul quale si snodano grappoli di note in moto perpetuo. Tale tema accompagna tutte le situazioni chiave del film.
Il pubblico tendenzialmente si irrita di fronte ai sogni prolungati sullo schermo e, ancor più, di fronte ai racconti filmici che si rivelano dei sogni; se però gli viene proposto un sogno travestito da dramma spionistico, perfino dotato di divagazioni “colte” sulle dure necessità imposte dalla guerra fredda, allora quel pubblico si divertirà moltissimo, senza protestare.