Piccolo mondo antico, Tragica notte e Malombra

Piccolo mondo antico, Tragica notte e Malombra: furore e delirio (1941-42)

            “Il vento durava a fischiare e urlare, le onde schiamazzavano intorno al palazzo, selvaggi spettatori accorsi a un dramma che non cominciava mai, invasi dalle furie dell’impazienza”
             A. Fogazzaro, Malombra (Parte quarta, cap VII)

Mario Soldati nasce a Torino nel novembre 1917. Laureatosi nel 1927 in Storia dell’arte si trasferisce a Roma dove frequenta corsi di perfezionamento. Alla fine del decennio è a New York dove tiene anche una serie di lezioni presso la Columbia University. Rientrato in Italia si introduce alla Cines dove lavora tra l’altro sui set di alcuni film di Mario Camerini. Nella seconda metà degli anni trenta inaugura sia la propria attività di scrittore, sia quella di regista dapprima con un paio di pellicole minori (1938), poi con la garbata commedia Due milioni per un sorriso (codiretta da carlo Borghesio) e con Dora Nelson (1939), lavoro in buona parte ispirato al film omonimo (1935) del francese Renè Guissart. L’anno successivo Soldati dirige Tutto per la donna (1940), riduzione filmica della commedia omonima di Nicola Manzari.
Il regista torinese giunge a una prima compiuta affermazione del proprio stile con l’acclamata versione di Piccolo mondo antico (aprile 1941; 107 min), fedele trascrizione in immagini (sceneggiato con l’aiuto di Mario Bonfandini, Emilio Checchi e Alberto Lattuada) del popolare romanzo (1895) di Antonio Fogazzaro. La vicenda é nota: intorno al 1850 nella Lombardia lacustre confinante con la Svizzera Franco Maironi, discendente di una famiglia nobile e Luisa Rigey, figlia di un semplice funzionario dello stato si amano e si sposano contro il parere della nonna del giovane, marchesa autoritaria ed austriacante e vanno a vivere a Oria sul lago di Lugano. Il giovane è in conflitto con la vecchia signora anche in questioni politiche essendo un acceso patriota, impegnato nella lotta risorgimentale per la cacciata degli austriaci dal Lombardo Veneto. La stizzita nobildonna perseguita in ogni modo la coppia “ribelle” dopo avere naturalmente diseredato il nipote; questo scontro culmina, cinque anni dopo, nel tragico evento della morte accidentale della piccola Ombretta, figlia dei due coniugi, affogata nel lago proprio mentre la madre, accecata dall’odio, era corsa a chiedere giustizia alla marchesa intorno alle complicate questioni di un testamento segreto. Il lutto divide i coniugi, porta la madre, quasi folle, ad isolarsi dal mondo mentre Franco, trasferitosi a Torino, si impegna sempre più nella lotta per l’Italia. Nel sereno epilogo il giovane, arruolatosi nell’esercito sabaudo, rivede (dopo quattro anni) la moglie la quale va a salutarlo all’Isola Bella dove Franco transita, in partenza per la decisiva campagna bellica del 1859.
La scrittura di Soldati è meticolosa, elegante, giocata sulla valorizzazione di ampie scenografie di interni, del suggestivo paesaggio lacustre e di una fotografia improntata ad espressivi chiaroscuri. C’è qualcosa del futuro Visconti in questa scrittura solenne ed a tratti melodrammatica, capace di rievocare un universo lontano di ambienti e di cose con proprietà e verosimiglianza. Purtroppo c’è poco altro all’attivo dell’operazione: la recitazione ed i dialoghi si snodano scolastici e prevedibili, senza poter contare su alcuna pagina realmente creativa. La recitazione è generica quando non francamente imbarazzante: così la retorica patriottica di Franco si materializza negli atteggiamenti artificiosi e stereotipati di Massimo Serato mentre il terrificante dolore materno di Luisa (Alida Valli) giunge alla fine di una pellicola in cui la povera Ombretta, figura disegnata con evidente impaccio, è stata regolarmente tenuta a distanza, quando non apertamente trascurata, dalla madre, nelle precedenti sequenze. Solo la grande sequenza tragica della morte della piccola resta realmente nella memoria grazie soprattutto alla cupa, impressionante atmosfera temporalesca che spazza cose e persone sulla riva del lago e all’uso incisivo del montaggio alternato che accosta la corsa indemoniata di Luisa che si ferma solo dinanzi alla portantina della marchesa e il gioco solitario e fatale della bambina con la sua barchetta nel porticciolo di casa.
La pagina conclusiva, con quelle masse di soldati felici di andare alla guerra di liberazione del nord Italia, non solo è quento di più convenzionale si possa immaginare ma costituisce ovviamente un episodio di sottintesa propaganda bellica. Come per Una romantica avventura (1940) di Camerini, il Risorgimento viene presentato come epoca di rigenerazione nazionale di un popolo e, come tale, in perfetta continuità con l’era fascista; le guerre ottocentesche alludono a quelle del regime nell’ambito di un’ideale continuità volta a costruire la presenza di un’Italia forte e autorevole nel consesso delle nazioni europee. Il fascismo fu per certi aspetti la realizzazione dell’opinabile ideale mazziniano del sorgere della terza Roma, erede di quella imperiale e pagana di duemila anni prima nonché contrapposta a quella imbelle e cattolica del Vaticano: le numerose pellicole di argomento risorgimentale girate durante gli anni trenta costituiscono una netta conferma di tale concezione storico-politica. Inoltre, come è logico, nel film di Soldati il nemico austriaco è una presenza quasi invisibile (per evitare di indisporre l’animo italiano nei confronti dell’alleato hitleriano) cui si sostituisce una lunga fila di mediocri italiani felici di collaborare con il padrone di lingua tedesca, a cominciare dalla figura della terribile marchesa.
E’ in definitiva quello il nemico contro cui lottano Franco e Luisa, un nemico quieto e opportunista, indolente e legato alle proprie abitudini quotidiane nel quale si può intravedere, spostandosi nel presente storico, l’ostacolo più efficace alla sciacurata politica del duce in quegli anni turbolenti ovvero l’attendismo e l’atteggiamento lassista di chi assiste con distacco e scetticismo all’intervento italiano nel conflitto europeo. E si tratta ormai (dopo Taranto, la Grecia e la perdita della Cirenaica) di una fetta crescente di popolazione. Ancora una volta il cinema si allinea con la politica antiborghese del regime indispettito nei confronti di un ceto medio pacifista ed insensibile al disegno mussoliniano della fascistizzazione integrale e della creazione dell’ “Uomo Nuovo”.
Un anno dopo Soldati gira Tragica notte (aprile 1941; 85 min), una pellicola ispirata liberamente al romanzo La trappola (1928) di Delfino Cinelli (lo scrittore toscano muore nel marzo 1942) e sceneggiata con Maro Bonfantini ed Emilio Cecchi. La vicenda si impernia intorno alla mortale inimicizia tra il bracconiere Nanni (Andrea Checchi) e il guardiacaccia Stefano (Carlo Ninchi); quest’ultimo fa credere al primo che la moglie Armida (Doris Duranti) lo tradisce con un suo caro amico, il conte Paolo. Il malcapitato, progressivamente assorbito da un cieco furore, cade nella trappola e solo in extremis, allorché sta per uccidere il presunto rivale, comprende la situazione ed ammazza invece Stefano.
Il lavoro si riduce a una goffa riformulazione dell’insinuante complotto ordito da Iago nei confronti di Otello (Shakespeare, The Tragedy of Othello, 1604) mediante una serie di situazioni mal poste, spesso inverosimili ed incongruenti. Come per Piccolo mondo antico l’unico pregio del film vive nella dimensione paesaggistica ovvero nell’ambientazione in un paesino rurale della Maremma ed in alcuni esterni fiorentini mentre i personaggi sono solo stereotipi, marionette schematiche inserite in un canovaccio narrativo astratto e votato alla grossolana ricerca dell’effetto forte.
A fine anno esce Malombra (dicembre 1942; 94 min), trascrizione filmica del primo romanzo (1881) di Fogazzaro (già portato sullo schermo da Carmine Gallone con Lyda Borelli nel 1916), sceneggiato da Soldati con Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Renato Castellani ed altri. La pellicola cerca di ripetere il successo di Piccolo mondo antico di cui ripete la suggestiva ambientazione lacustre (siamo sul lago di Como) questa volta però virata verso tonalità inquiete e gotiche. Vi si narra, come noto, della follia di Marina la quale si crede la reincarnazione di Cecilia, una sua antenata la quale, rinchiusa dal marito nel palazzo, impazzisce e si suicida. Marina (Isa Miranda) ne segue le orme, dapprima la vendica uccidendo lo zio, conte Cesare (Gualtiero Tumiati), poi lo scrittore Corrado Silla (Andrea Checchi) invaghitosi di lei e probabile figlio naturale del conte ed infine si avvia al suicidio sul lago in tempesta, ripetendo il gesto di Cecilia. 
Con l’eccezione dell’ottima ambientazione, di una fotografia assai espressiva nei suoi insistiti chiaroscuri e del colto utilizzo di belle pagine del repertorio pianistico romantico (il secondo brano dei Davidsbundlertanze op 6 di Schumann il cui dolce melodizzare diviene simbolo dell’infinita tristezza di Marina; lo Scherzo n 1 di Chopin il cui moto inesausto, aspro e travolgente cerca di esprimere la demoniaca follia che attanaglia la protagonista), la pellicola naufraga negli stereotipi speso impacciati e risibili. La ricerca di atmosfere sinistre fallisce anche a causa dei limiti interpretativi della Miranda (per quel ruolo Soldati aveva chiesto inutilmente Alida Valli) la cui mimica spiritata risulta artefatta e cade più volte nel comico involontario (si veda in particolare la notturna sequenza di Marina e Corrado sulla barca a remi scossa da violenti flutti).
Si segnala infine la grande scena conclusiva della follia durante la quale il selvaggio paesaggio naturale (un atmosfera cupa e temporalesca) si fonde con gli sconvolti ed a loro modo solenni atteggiamenti della protagonista, dando luogo ad una bella pagina. Ancora una volta il cinema italiano si ispira alla grande tradizione lirica poiché risulta evidente, anche grazie all’uso di una colonna sonora sinfonica di taglio operistico, che questo epilogo (peraltro fedelmente ricalcato sul testo di Fogazzaro) richiama le celebri scene della follia della Lucia di Lammermoor (Donizetti, 1835) e di Macbeth (Verdi, 1846), anch’esse momenti climax che si collocano nell’ultimo atto dei rispettivi melodrammi.
Soldati gira Malombra per la Lux film di Gualino e il film, allineato con la politica culturale assai fredda, quando non ostile nei confronti del regime e dell’avventura bellica (si veda quanto detto in riferimento ai Promessi sposi cameriniani) della casa di produzione, vive in un paesaggio senza tempo, completamente avulso dalla minacciosa, coeva realtà storica. In tal senso il film contiene significative differenze rispetto al “bellicoso” Piccolo mondo antico girato nei primi mesi dell’intervento.