La polizia accusa, il servizio segreto uccide

La città gioca d’azzardo, La polizia accusa il servizio segreto uccide, Morte sospetta di una minorenne, La polizia ha le mani legate, La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori, Il giustiziere sfida la città, A tutte le auto della polizia, Roma violenta, Mark il poliziotto, Mark il poliziotto spara per primo e La polizia interviene: ordine di uccidere: destabilizzare per stabilizzare (1975)

                                     “E' stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra 
                                     reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione a
                                     oggi [...] Questo tentativo disgregante, che è stato portato avanti
                                     con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie
                                     consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non
                                     soltanto in ordine interno, ma anche in ordine internazionale,
                                     questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che
                                     questo tentativo è ancora in corso..."
                                     A. Forlani, La Spezia, novembre 1972

                                     “E’ meglio un brutto processo che un bel funerale”
                                       capit. Murri in La polizia interviene: ordine di uccidere

Dopo il grande successo de Milano trema (1974, vedi), Sergio Martino gira altri tre film liberamente ascrivibili al poliziesco italiano. Ne La città gioca d’azzardo (gennaio 1975; 95 min.), il regista romano insieme all’abituale sceneggiatore Ernesto Gastaldi, nonché riutilizzando il nuovo volto dell’attore francese Luc Merenda, “miscela” gli schemi del giallo italiano con quelli del recente successo internazionale de La stangata (Roy Hill, 1973), riprendendo inoltre una evento chiave de Lo spaccone (Rossen, 1961; in entrambi  film hollywoodiani, Paul Newman interpreta il ruolo di un giocatore professionista).
In una Milano poco visibile (il film è girato con mezzi modesti), Luca Antieri è un ottimo baro al tavolo del poker e lavora nella bisca clandestina del “presidente” (Enrico Maria Salerno). Tutto andrebbe per il meglio se il giovane non si innamorasse di Maria Luisa (Dayle Haddon), ovvero della donna di Corrado (un efficace Corrado Pani), il figlio del capo. Quest’ultimo, un sadico frustrato, perde la testa: fa pestare a sangue Luca (gli spappola le mani come accadeva al Paul Newman “spaccone”, giocatore di biliardo), ammazza il padre e ne prende il posto. Nel frattempo Luca è riuscito a fuggire in costa azzurra (Nizza, Montecarlo) con la sua bella dove lo raggiungono nuovamente Corrado e i suoi sicari. Dopo avergli teso una trappola sotto forma di partita di poker nello yacht di un ricco texano, i malviventi cercano di amazzarlo in un lungo inseguimento sulle tortuose strade costiere francesi, ma finiscono ammazzati, precipitando in una scarpata.
Come si vede la polizia c’entra poco (c’è un episodio secondario riguardante un commissario corrotto che prende tangenti dal clan del “presidente” e che viene ucciso in piazza Repubblica) come pure la problematica dell’ordine pubblico. I vocaboli stilistici, i volti e le location tipici del nuovo genere vengono ora dirottati verso un racconto tutto interno a un clan malavitoso, illustrandone le faide interne. Inoltre, prendendo spunto dal tono scanzonato del recente film americano con Redford e Newman, Martino opta per una colonna sonora (firmata Luciano Michelin) spumeggiante, evidentemente ispirata all’ormai celebre ragtime The Enterteiner di Scott Joplin (quello che, in genere, oggi viene impropriamente chiamato “La stangata”).
Nell’insieme il film, per quanto poco originale nel suo insieme, è godibile: accantonate le problematiche sociopolitiche e gli annessi sermoni (spesso assai pesanti e goffi), il film scorre veloce, ben interpretato da tutti i protagonisti, tenendo desta l’attenzione sia per le molte svolte narrative, sia per le belle sequenze relative ai tavoli da gioco. L’inseguimento finale è abbastanza insolito (i due fuggiaschi corrono su una moto) mentre l’unico punto debole è la parentesi romantica in costa azzurra, girata secondo moduli usurati e noiosi.
Martino aveva già oscillato verso sinistra nel suo primo poliziesco (Milano trema, 1974; vedi); ora vira decisamente in quella direzione con La polizia accusa, il servizio segreto uccide (aprile1975; 100 mi.), film assolutamente straordinario per l’epoca e suggestivo anche rivisto ai nostri giorni. Il regista, inseme a una nuova schiera di sceneggiatori (Felisatti, Pittorru e altri), realizza un film-saggio sul golpismo italiano che racconta gli eventi del 1974 calati in un contesto sociopolitico del tutto verosimile, già allora delineato con chiarezza dalla stampa di sinistra e sostanzialmente confermato dagli eventi giudiziari nei decenni seguenti. Il film di Martino è il primo e forse perfino l’unico a trattare in modo diretto, senza infingimenti o allegorie (si veda il ben più celebrato Cadaveri eccellenti, Rosi, 1976), la questione del partito golpista italiano. Nonostante il coraggio e la schiettezza dell’operazione, la stampa di sinistra rimane tiepida e distante da un autore che ritiene estraneo alla propria “aurea” cerchia e se la prende con le goffaggini (certamente esistenti) del testo. Ma se non mancano episodi grossolani (soprattutto il combattimento in stile bellico al campo dei fascista), l’insieme è notevole e rimane un punto fermo nella filmografia sulle questioni del terrorismo di destra.
Il commissario Solmi (Luc Merenda) indaga sull’omicidio di Chiarotti, un detective dilettante ucciso da un sicario che voleva riprendersi alcune intercettazioni. Nei nastri ci sono dialoghi riguardanti il colpo di stato che settori dei servizi segreti, dell’esercito, della stampa e dell’industria stavano progettando per l’estate 1974, dopo che terroristi “amici” avevano generato l’opportuno clima di incertezza con la strage di Brescia (maggio) e quella sul treno Italicus (agosto). Il commissario non molla la pista, arresta uno spione (modellato sulla figura di Giannettini) che cerca, a sua volta, di recuperare i nastri, arresta il killer di Chiarotti, si confronta con il capitano Sperli (Tomas Milian) dei servizi, che crede amico e che si rivelerà invece una delle menti del complotto. Giunto a focalizzarre un chiaro quadro politico complessivo, Solmi, insieme a un nucleo di polizia, interviene direttamente al campo d’addestramento delle milizie paramilitari pronte per il golpe (episodio che rievoca la battaglia di Pian del Rascino, Rieti, tra carabinieri e gruppi fascisti avvenuta il 30 maggio, quasi una risposta alla strage bresciana) e scopre tra i congiurati anche Sperli il quale gli spiega la filosofia “superomistica” del golpe, volta a salvare le influenzabili masse dal comunismo. A quel punto, quando il commissario sembra avere trionfato, i livelli alti reagiscono e fanno ammazzare tutti: Solmi (sotto casa, secondo i moduli del delitto Calabresi), Sperli, i vari sicari arrestati. Il complotto dilegua nel nulla.
Il 1974 fu l’ultimo anno delle trame nere filogolpiste, volte a equiparare l’Italia alla Spagna e alla Grecia nello scenario mediterraneo, con il benestare (e probabilmente la regia occulta) degli Stati Uniti di Nixon e Kissinger. Anche questo importante fatto viene chiaramente delineato nella cattura di uno dei killer più efficienti, killer che risulta essere, appunto, un agente americano. I numerosi attentati del periodo miravano a creare il disordine necessario a giustificare la fine del regime democristiano e il passaggio a una giunta autoritaria di stamo laico-militare. Erano i cosiddetti progetti della Rosa dei venti e del golpe bianco di Edgardo Sogno, più o meno giustificati dal contesto internazionale. A quel clima di disordine e paura dovevano, in qualche modo, contribuire anche i film polizieschi di destra nei quali l’illustrazione di una violenza criminale fuori controllo serviva a descrivere uno stato imbelle e inefficiente, che andava riformato in direzione autoritaria per il benessere di tutti. Le trame golpiste svaniscono nel nulla a partire dall’autunno 1974 quando lo scenario internazionale cambia: Nixon si dimette, la Grecia e il Portogallo tornano alla democrazia. In Italia il progetto violento, semicileno, viene accantonato per lasciare il posto alle trame più sottili della Loggia P2 e del suo Progetto di Rinascita Nazionale, trame che prevedono un’occupazione progressiva dei posti chiave dell’apparato dirigente e un lento ma inesorabile cambiamento del quadro politico volto a emarginare il partito comunista il quale, con “la scusa” del terrorismo e della crisi economica, era ormai entrato nella stanza dei bottoni (nel governo Andreotti del 1978 farà addirittura parte della maggioranza di governo, pur senza avere ministeri). Questa seconda strategia avrà successo e produrrà l’epoca del pentapartito che governerà in modo positivo l’Italia degli anni ottanta.
L’Italia a un passo dall’Apocalisse è, dunque, quella descritta da Martino il quale racconta, con notevole lucidità, le trame golpiste un attimo dopo il loro fallimento e quando tutti i protagonisti sono ancora ben attivi sulla scena politica. Una pellicola coraggiosa ed esplicita che non ebbe all’epoca i dovuti riconoscimenti. 
Se la criminale strategia golpista non può che essere condannata in modo deciso, va anche detto tuttavia che il quadro politico italiano era realmente a un passo dal disastro, intendendo per disastro l’ascesa comunista nelle istituzioni italiane con sviluppi futuri per il quadro italiano ed europeo incalcolabili. Non va dimenticato che il PCI faceva parte organica del sistema sovietico e l’ingresso dei “sovietici” nelle stanze del governo della penisola era un fatto inaccettabile per la stabilità del quadro europeo (come inaccettabili furono le svolte “democratiche” di Budapest, Praga e, in seguito, Danzica nel periodo 1956-80 nell’impero russo). Di tutto questo il film di Martino si dimentica allegramente: ritrae la solita simpatica e onesta giornalista (Delia Boccardo) che lavora a Paese Sera (quotidiano del PCI), oscura il quadro politico reale (gli uomini della DC e del PCI sono del tutto assenti nel film) e illumina uno solo dei due estremismi in lotta. Intanto i consensi alle sinistre aumentano e alle elezioni amministrative del giugno 1975 (due mesi dopo l’uscita del film), per la prima volta nel dopoguerra, i risultati del PCI (33%) sfiorano pericolosamente quelli della DC (35%).
Con La polizia accusa, il servizio segreto uccide Martino si riallaccia alle atmosfere, alla visione ideologica e alle trame oscure illustrate nel film capostipite del poliziesco italiano: La polizia ringrazia.
Altrettanto sorprendente è il successivo film di Martino, Morte sospetta di una minorenne (agosto 1975; 100 min.): il regista, dopo aver messo sotto accusa il partito del golpe, attacca frontalmente l’anonima sequestri che in quei mesi stava mettendo sottosopra la penisola con una quantità inverosimile di rapimenti. Anche in questo caso l’autore, qui coadiuvato da Ernesto Gastaldi in sede di sceneggiatura, riprende tesi diffuse nella stampa di sinistra e accusa, senza mezzi termini, settori della nomenclatura finanziaria milanese e romana, con appoggi in Svizzera e negli apparati di sicurezza americani, di coordinare e gestire il grande affare dei sequestri. Il film non arriva a ipotizzare motivazioni politiche (il finanziamento di correnti della destra conservatrice e paragolpista), limitandosi a sottintenderle. Nonostante questo chiaro orientamento a sinistra, neppure questa volta Martino ottiene apprezzamenti dalla critica di quella parte politica: Paese Sera, ad esempio, tratta il film con la consueta supponenza riservata ai prodotti scadenti, estranei al cosiddetto “cinema d’autore”.
La pellicola esordisce imitanto il film di Dallamano La polizia chiede aiuto (anche in quel caso protagonista era Claudio Cassinelli) ossia miscelando thriller argentiano, prostituzione minorile e poliziottesco. Il regista romano possiede ora un motivo in più per farlo: il grando successo di Profondo rosso (marzo 1975) ha rilanciato il cinema visionario di Dario Argento e appare evidente che tutte le brutali sequenze che illustrano gli omicidi di prostitute, coinvolte nel caso, si ispirano alla nuova fatica del maestro italiano (perfino l’appartamento di una di queste è ricalcato su quello della medium del film argentiano), cui va aggiunta una godibile colonna sonora di Michelini che ricalca apertamente lo stile progressive rock di quella popolarissima dei Goblin. Se in più punti gli autori cercano di far rivivere lo stile del più puro cinema di paura, l’impianto complessivo del racconto si sgancia però da quella formula, non disdegna momenti umoristici (per la verità presenti anche in Profondo rosso; Martino arriva a copiare l’auto con la portiera bloccata di David Hemmings e Daria Nicolodi) e, soprattutto, inquadra gli episodi brutali in un intreccio poliziesco che chiama in causa i livelli più alti della politica e del mondo finanziario.
Alcune prostitute vengono uccise ma non per questioni riguardanti il racket, né, tanto meno, per soddisfare le ossessioni morbose di uno psicopatico, bensì perché una di loro, nipote del potente banchiere Pesce (Massimo Girotti), ha scoperto che lo zio coordina l’anonima sequestri e lo ricatta. Non solo la ragazza, ma anche le amiche e tutte quelle che vengono a contatto con questa inconfessabile verità, vengono eliminate mentre polizia e magistratura non osano indagare con decisione sull’intoccabile banchiere. Al commissario Germi (un simpatico Claudio Cassinelli) il quale, con inutile tenacia ha scoperto tutto, non resta che farsi giustizia da solo.
Martino, dunque, allinea stili differenti che, nonostante un certo forzato eclettismo, approdano a un piacevole prodotto, ben recitato, ambientato in una Milano periferica (bella la sequenza delle Varesine con la sparatoria sull’otto volante), popolato di figure secondarie ben disegnate, denso di eventi e di svolte narrative inattese e calate in una storia scandita da un ritmo ineccepibile. Anche la colona sonora, per quanto derivata da quella dei Goblin, funziona egregiamente.
Magnifica, infine, la sequenza dell’inseguimento ambientata al cinema Jolly con finale sul tetto apribile in cui si proietta un precedente film di Martino (Il tuo vizio è una stanza chiusa... ). Va precisato che tale cinema non esiste a Milano (il cinema Jolly milanese era tutt’altra cosa) mentre nel film si lascia intendere che si tratti di una sala della metropoli lombarda e, come tale, viene spesso citata da critici poco informati. Lo scrivente, purtroppo, non è stato in grado di appurare in quale città si trovi questo cinema Jolly, dotato di un simpatico tetto apribile.

Luciano Ercoli, esperto di film gialli (aveva firmato due buone imitazioni argentiane all’inizio del decennio), gira un unico poliziesco che si intitola La polizia ha le mani legate (marzo 1975; 100 min.), ma avrebbe potuto benissimo adottare il titolo di Martino sulla “polizia che accusa” e “il servizio segreto che uccide”. Uscito pochi giorni prima di quello, il lavoro di Ercoli, basato su una sceneggiatura di Gianfranco Calligarich, si occupa appunto di trame nere, stragi terroristiche e tentazioni golpiste, raccontate dal medesimo punto di vista (di sinistra) rispetto al film di Martino e Gastaldi, solo attenuando il taglio documentaristico e cercando di confezionare, innanzitutto, un thriller in qualche misura autonomo dal quadro sociopolitico che racconta. Tanto è vero che in nessun momento i personaggi intonano sermoni politici, né di destra, né di sinistra, mentre le ambizioni golpiste di oscuri potentati, che godono evidenti protezioni nell’ambito dei servizi segreti, non vengono né motivate, né tantomeno inserite in un preciso quadro di tensioni sociopolitiche.
Il commissario Rolandi (ancora un bravo Claudio Cassinelli che, forse per caso, porta il nome del tassista accusatore di Valpreda per la strage di Milano), che abituamente indaga su questioni di droga, incrocia eventi che riguardano la strage avvenuta all’hotel Parco dei Principi a Milano (in realtà si tratta della Villa reale di Monza mentre il nome rievoca quello di un noto convegno della destra conservatrice, tenutosi nell’omonimo hotel romano nel maggio 1965). In realtà l’attentatore (Bruno Zanin) ha clamorosamente sbagliato e, anziché minare un traliccio (come sembra volesse fare Feltrinelli nel marzo 1972), aveva fatto saltare un albergo. Rolandi indaga di nascosto mentre l’apparato golpista elimina uno a uno i componenti della cellula terroristica rivelatasi inaffidabile, nonché chiunque sia venuto a contatto con la verità (testimoni, poliziotti ecc.). Invano il commissario cerca di precederli: i servizi operano in maniera molto efficiente, avendo propri uomini infiltrati in ogni settore della stato (polizia e magistratura). L’esasperato commissario, individuato il principale “traditore” nel sostituto procuratore incaricato delle indagini, decide di ammazzarlo.
Il film di Ercoli, come quello di Martino, è un buon prodotto medio, ben recitato (bravo anche Franco Fabrizi, nel ruolo di un incauto poliziotto eliminato dagli spioni), ambientato in un’indaffarata Milano autunnale (numerose le sequenze recitate intorno al palazzo di Giustizia), ricco di colpi di scena e preciso nel delineare il quadro politico e nell’attribuire responsabilità. Ministri conservatori, magistrati compiacenti e servizi sembrano operare all’unisono per creare le condizioni affinché l’Italia svolti definitivamente a destra mentre la colpevolezza di questi ultimi per le stragi di Milano e Brescia viene data per scontato, senza troppi giri di parole. La penisola è dunque prigioniera di un terrorismo di stato che solo alcuni generosi poliziotti democratici (Rolandi si porta dietro il Moby Dick di Melville, per ricordarci che sta combattendo una partita impari) cercano di contrastare a rischio della vita.
Ercoli dunque gira un nuovo capitolo del poliziesco complottistico di sinistra (nel solco de La polizia ringrazia) che appare oltremodo coraggioso (ma anche in questo caso univoco, non illuminando le cause che hanno portato al formarsi di spietati apparati paragolpisti) nel delineare un quadro disarmante. La critica “militante” invece non “ringrazia” gli autori della pellicola e li liquida con la solita sufficienza.
Con La città scolvolta: caccia spietata ai rapitori (agosto 1975; 95 min.) Fernando Di Leo firma il suo secondo poliziottesco (dopo Il poliziotto è marcio) sempre prodotto da Galliano Juso, con Luc Merenda e Vittorio Caprioli nei ruoli fondamentali. Il regista pugliese si muove con notevole libertà e cerca di accontentare destra e sinistra, utilizzando uno stile eclettico che pesca dove gli fa comodo. Così assistiamo alla strana reazione dei quotidianisti, la maggior parte dei quali si mostra irritata dall’ennesima apparizione del giustiziere solitario, emblematico di una maggioranza silenziosa “reazionaria”; alcuni recensori però (ad esempio quello de Il Giorno) parlano di film coraggioso che illumina i veri scenari che si celano dietro l’industria dei sequestri, scenari criminali ovviamente di estrema destra.
Accanto al tema dei rapimenti, voluti da apparati potenti, laico-liberali e di destra (che si identificano con settori dell’industria e della finanza milanesi) decisi a spingere i democristiani romani verso scelte autoritarie e accanto alla consueta figura del giustiziere piccolo borghese, intollerante delle chiacchiere e degli ideologismi, Di Leo inserisce questa volta il filone strappalacrime inaugurato da L’ultima neve di primavera (Del Baldo, novembre 1973) che si concretizza nella figura del padre solo e disperato dopo la morte dell’unico figlioletto e nella biasimevole colonna sonora di Bacalov affidata a languide perorazione degli archi. Per aggiungere anche un tocco umoristico (affinché non manchi proprio nulla al variegato spettacolo), ecco di nuovo (si veda il testimone de Il poliziotto è marcio) un macchiettistico Caprioli nel ruolo di un commissario impotente e un po’ imbecille.
Alcuni criminali sequestrano il figlio del miliardario Filippini (uno svogliato James Mason, chissà come finito in questa produzione secondaria italiana) e, per caso, anche il suo amichetto, figlio di Mario Colella (Luc Merenda), un modesto meccanico. Siccome il padre sembra non voler pagare, i criminali ammazzano il ragazzino “povero” per convincere Filippini che fanno sul serio. A quel punto Colella, disperato, si getta alla caccia dei rapitori, sale l’intera scala gerarchica (disseminando il percorso di cadaveri) fino a giungere in uno studio finanziario ”molto in alto”, in cima alla milanese torre Velasca. Qui, fnalmente al cospetto dei capi, estrae un bel mitra e li stende tutti.
La vicenda, largamente inverosimile nell’ultima parte (le sfere alte certo non sono così sciocche e masochiste da ricevere in gruppo il padre di una delle loro vittime... ), corre veloce e, nelle sezioni violente, appare ben girata. Gli attori sono discontinui (bravo soprattutto Merenda, Mason fuori parte, Caprioli troppo gigione spezza il ritmo e altera la tensione narrativa), le ambientazioni discrete (ancora le Varesine milanesi) e le musiche suonano fuori registro in un film che vorrebbe accontentare tutti.
L’anonima sequestri è guidata dall’estrema destra (cosa assai probabile, per la gioia delle sinistre) mentre la piccola borghesia ne ha le scatole piene di destra e sinistra, vuole soprattutto tranquillità e giustizia a costo di sostituirsi a una polizia inetta e controllata dalle alte sfere (come ne La polizia ringrazia). Su un quotidiano, stampato per l’occasione, Di Leo e lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi mettono in prima pagina “Fanfani spinge per riportare l’asse politico verso il centro”, svelando il significato ultimo dell’operazione idealogica: dar voce a quella maggioranza piccolo borghese (personificata nell’eroe Colella) che non vuole la sinistra nel governo e neppure guarda con favore a regimi paramilitari. Di Leo e Gastaldi auspicano, insomma,  un saldo governo democristiano di centro, istituzioni più efficienti (che rendano non necessari gli exploit dei vari Colella), leggi certe e poste in essere, nessun cedimento a sinistra o a destra. L’opera finale, dunque, irrita soprattutto le frange estreme del quadro politico, per collocarsi in un’area di supporto al cauto centrismo del partito di maggioranza tentato, in quei mesi, da pericolose oscillazioni a sinistra. Non a caso Il Giorno, uno dei pochi giornali a guardare con qualche favore al film, è pur sempre (nonostante le sue simpatie socialiste) un quotidiano vicino alla DC.
Il modo migliore per stabilizzare il centro politico rimane quello di destabilizzare (moderatamente) il quadro sociale, evocando il pericolo di un crescendo di tensione causato dai cosiddetti opposti estremismi.

Ancora i seguestri sono al centro de Il giustiziere sfida la città (agosto 1975; 95 min.) nel quale si ritrova il binomio Umberto lenzi - Tomas Milian che aveva ottenuto enorme successo con il violentissimo Milano odia (1974; vedi). Questa volta però Lenzi cambia registro, trasforma Milian (che porta il nome di Rambo, ripreso dal romanzo americano First Blood, 1972, di David Morrell, che diverrà celebre nella versione filmica con Stallone del 1982) in un simpatico e scanzonato giustiziere il quale, per vendicare la morte dell’amico Pino Scalia, dichiara guerra alle gang milanesi di Conti e di Paternò (Joseph Cotten). Come in Per un pugno di dollari il protagonista le mette una contro l’altra e, dopo lunghe peripezie, libera il bambino tenuto in ostaggio da una delle due bande.
La pellicola si regge unicamente sulla capacità di Milian di tenere banco: la sua interpretazione, moderatamente giullaresca, è sempre interessante mentre l’intreccio è assolutamente risibile in ogni sua svolta narrativa. Le azioni dei malviventi sono totalmene illogiche (non si capisce per quale motivo diano retta a Rambo, ficcandosi in ogni genere di guai) mentre la polizia è del tutto assente. Lo sceneggiatore Vincenzo Mannino pensava probabilmente più a un western che a un poliziesco ambientato nella metropoli lombarda. All’attivo dunque restano solamente l’ottima presenza di Milian, qualche squarcio periferico di Milano e la brutale sequenza dell’omicidio di Flora (Femi Benussi), l’amica di Rambo, che, probabilmente, ispirerà una delle sequenze iniziali di C’era una volta in America (Leone, 1984).
Politicamente il film aderisce, senza troppa convinzione, al filone dei giustizieri, della connessa, generica sfiducia nelle istituzioni repubblicane (peraltro assenti nel film) e della implicita richiesta di governi più autoritari.

Sempre di minori si occupa anche il regista napoletano Mario Caiano al suo esordio nel poliziesco italiano. Nel suo A tutte le auto della polizia (agosto 1975; 95 min.) però si tralasciano i sequestri per riesumare l’intrigo centrato sulla prostituzione giovanile, raccontato dal punto di vista di una coppia di commissari (Enrico Maria Saerno e Antonio Sabàto), con l’aggiunta di inserti argentiani. Insomma Caiano riprende l’eclettica miscela già vista ne La polizia chiede aiuto (1974; vedi) di Massimo Dallamano con esiti certamente non originali ma comunque godibili.
La giovanissima Anna Icardi, figlia di un importante primario (Gabriele Ferzetti), viene uccisa in circostanze misteriose. I commissari Solmi e Carraro indagano con cautela (gli Icardi hanno amici potenti), scoprono un giro di prostituzione giovanile per gente altolocata e, infine, arrivano faticosamente a individuare l’assassino dopo che quest’ultimo ha fatto strage di testimoni (tre le vittime).
Caiano appare molto più interessato all’intreccio giallo che a questioni sociopolitiche. Partendo da una sceneggiatura di Massimo Felisatti e Fabio Pittorru (in quegli anni impegnati nella serie teevisiva Qui Squadra Mobile), i regista riesce a raccontare in modo pignolo e relativamente appassionante un classico whodonit nel quale inserisce numerose sequenze erotiche e tre ammazzamenti violentissimi per rendere più commerciale il suo prodotto. Da un lato dunque riprende luoghi comuni della commedia sexy uniti a inutili ambizioni di denuncia sociale (in quei mesi esce lo scadente Storie di vita e malavita di Lizzani, preteso documentario sulle prostituzione giovanile), dall’altro inserisce episodi ricchi di tensione, riportati in auge da Profondo rosso (Argento, 1975). Nonostante questo “opportunismo” stilistico, il film possiede una propria interessante solidità, legata alla buona costruzione dell’intreccio e a un tono realistico che evita inutili umorismi come pure inverosimiglianze eccessive. Mancano gli inseguimenti in auto (con l’eccezione del breve, frettoloso finale) mentre grande attenzione viene posta sull’esame delle prove e sulle tecniche di indagine.
Nella modesta pittura d’ambiente Caiano e i suoi sceneggiatori battono sullo stereotipo di un’alta borghesia egoista e disattenta ai propri figli, corrotta e potente, pronta a far uso di droghe e ad approfittare di baby prostitute alla quale contrappone l’onestà fattiva e generosa degli operatori della polizia, tutti di estrazione umile o piccolo borghese. Gli autori insomma ribadiscono una generica insofferenza per le classi alto borghesi (la stessa che animava il cinema fascista degli anni quaranta come pure quello “neorealista”), raccontano le nuove, confuse libertà govanili senza mettere in discussione la rivoluzione sessuale degli anni sessanta e le connesse ridicole mitologie che si trovano all’origine di quei comportamenti e, dunque, firmano un film che si colloca idealmente a sinistra.

Al contrario con Roma violenta (agosto 1975; 90 min.) di Marino Girolami, su sceneggiatura di Vincenzo Mannino, compare il più sfacciato, estremista e reazionario prodotto del filone. Trattandosi di un lavoro esplicitamente pensato per condizionare l’opinione pubblica più sprovveduta, il film risulta verboso e scadente proprio in quanto pellicola di mera propaganda, priva di qualunque verosimiglianza. Per una volta ha ragione il quotidiano comunista Paese Sera nel ricordare agli spettatori che la Roma descritta da Girolami non esiste e che la pellicola è una semplice e anche abbastanza pericolosa provocazione.
Il film, ambientato in una Roma periferica e poco riconoscibile (si intravede giusto il palazzo dell’Eur), narra le gesta del fanatico commissario Betti (un monocorde Maurizio Merli che invano cerca di imitare il Callaghan americano di Eastwood) il quale pesta e ammazza qualunque criminale gli capiti a tiro. Non esiste un vero e proprio intreccio: si susseguono una sequela di episodi tutti simili, basati su una grottesca criminalità dedita a piccoli furti (su un autobus, in un supermercato), eppure violentissima e pronta a sparare su tutti (senza troppo calcolare le conseguenze in termini di anni di galera). Betti picchia selvaggiamente i testimoni, ammazza i criminali appena può, viene espulso dalla polizia e finisce a dirigere una squadra di giustizieri notturni (sul modello de La polizia ringrazia, 1972) composta da onesti professionisti i quali, non avendo altro da fare nella vita, si “divertono” a passare le notti a pattugliare alcuni quartieri romani e ad affrontare i criminali. Il film procede noiosamente tra vendette e contro vendette: i giustizieri fanno arrestare alcuni rapinatori; altri allora irrompono in casa dell’avvocato Sartori (Richard Conte; il coordinatore dei vigilantes) e gli stuprano la figlia (in stile Arancia meccanica). A quel punto parte la reazione di Betti e compagni. Così fino alla fine.
Roma violenta, che ottenne un notevole successo avviando un dittico dedicato al commissario Betti (segue Italia a mano armata, 1976), risulta uno dei più fastidiosi prodotti del genere poliziesco italiano. Le condivisibili richieste della maggioranza silenziosa (leggi più dure, pene certe) vi vengono esposte in forma caricaturale e falsa. Basti dire che manca completamente una criminalità alta e che tutto si riduce a una serie di rapine più o meno efferate. Le scene spettacolari sono piuttosto goffe (si vedala sequenza dell’inseguimento e dell’ostaggio scaraventato dall’auto dai rapinatori in fuga, realizzata con modalità quasi dilettantesche) e i dialoghi sono ridicoli (appena inizia una rapina la vittime, anziché pensare a scamparla, iniziano regolarmente una sorta di sermone sull’Apocalisse incombente, sulle leggi insufficienti e sulla scarsa operatività della polizia).
Quando le sceneggiature vengono scritte per dimostrare una tesi (di destra o di sinistra), invece che per cercare di raccontare una realtà, gli esiti sono sempre disastrosi.

Stelvio Massi si muove invece in una direzione stilistica decisamente antitetica con il suo Mark il poliziotto (agosto 1975, 90 min.) che ottiene un successo quasi pari a quello del film di Girolami. Anche il suo commissario (Franco Gasparri) è un duro che non molla la presa e che usa le maniere forti. Tuttavia gli autori (il merito va equamene diviso con lo sceneggiatore Dardano Sacchetti) si concentrano sull’intreccio abbastanza solido e ricco di eventi ben concatenati, evitando sermoni e chiacchiere. Inoltre Mark è un personaggio che sa anche sorridere, fermarsi a pensare e fare qualche battuta ironica, il che rende la sua figura più sfaccettata, simpatica e godibile, seppure platealmente ricalcata sul Callaghan americano e affidata a un attore troppo fanciullesco per il ruolo.
In una Milano periferica (numerose le sequenze ambientate sulla nuova e ancora “deserta” tangenziale est, completata nel 1973, nonché sulle stradine un po’ tortuose della Brianza; il protagonista però abita in piazza S. Stefano) Mark dà la caccia al grande spacciatore Benzi (Lee J. Cobb) il quale, però, vanta frequentazioni alte (tra le quali nientemeno che il questore) e ha sul proprio libro paga anche qualche poliziotto. Il potente criminale, sentitosi braccato, fa ammazzae tutti i possibili testimoni e perfino gli aiutanti di Mark per fargli il vuoto attorno; quest’ultimo però, sebbene espulso dalla polizia, riesce a scovare la base operativa di Benzi, vi si intrufola, ammazza tutti i suoi complici e lo mette alle corde in un finale estremamente efficace, in puro stile western.
Mark il poliziotto rimane un film del “partito d’ordine” che, però, non si dilunga in prediche; ciononostante appare evidente che i criminali hanno infettato il sistema, pagano poliziotti e ricevono pezzi grossi dello stato e che gli onesti funzionari come Mark vengono lasciati soli. L’opzione per uno stato rinnovato, autoritario e forte - che sappia proteggere i suoi cittadini in balia di subdole ramificazioni criminali e di uno spaccio di droga capillare e ricattatorio - è, dunque, ben presente tra le righe del racconto.
Tenuto conto dell’inatteso successo, Massi e Sacchetti confezionano prontamente una seconda puntata, Mark il poliziotto spara per primo (dicembre 1975; 90 min.), anch’essa di buon valore, nella quale il protagonista si sposta a Genova, indaga su un misterioso serial killer (Sfinge) che uccide e piazza bombe senza apparenti motivazioni. Intanto in città agisce anche l’anonima sequestri, segretamente pilotata dal solito Benzi (Lee J. Cobb), ora non solo banchiere ma anche politico di rilievo. In realtà la matassa è complicatissima: il partner di Benzi cerca in ogni modo di farlo fuori mentre Sfinge (una figura di folle, ripresa dai romanzi neri degli anni quaranta di Cornell Woolrich) ce l’ha proprio con Benzi le cui disinvolte speculazioni edilizie hanno causato la morte della sua fidanzata (nel crollo di un ponte). L’inverosimile ma intrigante vicenda, dopo alcuni inseguimenti d’auto realmente notevoli (uno finisce proprio sotto la Lanterna), termina con una grande sequenza d’azione in cima alla torre del gas cittadino (ovviamente minata dal folle).
Massi e Sacchetti non sanno maneggiare troppo bene le gesta dello psicopatico: copiano qualcosa da La sposa in nero (Truffaut, 1968; l’omicidio iniziale fuori dalla chiesa), qualcosa da primo Callaghan, qualcosa dal recente Profondo rosso; cadono inoltre in troppe assurdità (Sfinge minaccia di far saltare la città se Benzi non si suicida come se non fosse in grado di sparargli come ha fatto con tanti altri... ). Meglio invece vanno le cose in relazione al plot principale, quello dei sequestri e delle gesta di una malavita che fa parte delle istituzioni. Ritorna l’ormai insistente Leitmotiv di organizzazioni criminali legate a potentati politici, la cui finalità non può che essere una svolta autoritaria (Benzi, che impersona idee conservatrici, si presenta alle elezioni locali). Al contrario Sfinge, un pazzo realmente sconvolto dalla propria tragedia oltre che strumentalizzato dall’organizzazione malavitosa, è una versione allucinata del cittadino in rivolta.
Insomma il film si mantiene in equilibrio al centro: l’ordine è messo a dura prova, i magistrati sono come sempre lassisti, Mark deve procedere con i soliti metodi spicci e sostanzialmente illegali; d’altro canto, però, a destra ci sono personaggi poco raccomandabili che usano qualunque mezzo (droga, sequestri) per arrivare al Potere. La morale implicita è che la cosa migliore rimane stringersi intorno al partito di governo che c’è (la DC) ed evitare scelte azzardate nonostante il momento eccezionale.
Decisamente da antologia la sequenza con Mark che insegue un killer dentro un cinema in cui proiettano nientemeno che La polizia ha le mani legate (Dallamano, 1974): l’inseguimento “reale” e i colpi di pistola esplosi da Gasparri si mischiano a quelli “sullo schermo” di Cassinelli che sta, a sua volta, inseguendo un assassino. Gli spettatori in sala fuggono sconcertati e confusi.

Con il suo quarto film Giuseppe Rosati dirige una delle pellicole più accanitamente politiche del genere poliziesco. Si tratta de La polizia interviene: ordine di uccidere (settembre 1975; 90 min.), basato su una sceneggiatura del regista coadiuvato da Giuseppe Pulieri, nel quale si afferma senza mezzi termini che l’attività dell’anonima sequestri è gestita da politici di estrema destra legati a settori militari americani, a danno non solo delle sinistre ma anche e soprattutto delle attuali forze di governo (la DC). Il film illustra insomma l’insidiosa lotta in corso tra il centro moderato al governo e la destra all’opposizione, pronta quest’ultima (sostenuta da numerosi settori della nomenclatura interni ed esterni, di cui si è già ampiamente detto) a far sloggiare la DC, accusata di debolezza, per prenderne il posto. Tale conflitto era un fatto reale e incombente che segnava l’intera politica di quegli anni e solo gli sprovveduti e i faziosi potevano definirlo una lite in famiglia. Si ricordi, a questo proposito, l’allarme lanciato da Arnaldo Forlani (un dirigente democristiano certo non simpatizzante per la sinistra) nel suo comizio a La Spezia nell’autunno 1972 quando disse esplicitamente che era in corso un potente (“ben finanziato e inserito ai più alti livelli”) complotto dell’estrema destra per instaurare un regime autoritario nella penisola.
Il racconto di Rosati verte intorno al capitano Murri (il poco credibile Leonard Mann), poliziotto spiccio che odia i delinquenti e, se può, li ammazza senza troppi complimenti. Questi scopre che dietro l’anonima sequestri ci sono un importante senatore omosessuale (James Mason) e figure oscure legate ai servizi americani (nel borsello di uno di loro si ritrovano perfino dei codici Nato). A quel punto Murri, sostenuto da un preoccupato ministro (Enrico Maria Salerno), evidente simbolo del cauto centrismo democristiano, decide di non dare tregua ai golpisti i quali, a loro volta, cercano di eliminarlo in tutti i modi. Compreso che nessun processo potrà mai avvenire nei riguardi di gente tanto potente, Murri procede in modo sbrigativo e ammazza quelli che è riuscito a individuare. Poi dà le dimissioni.
Insomma l’esigenza di ordine e di leggi più dure è sacrosanta (componenti centriste del film) ma l’ordine democratico non va sconvolto: in tal senso il film è il più esplicito (anche rispetto al coevo Morte sospetta di una minorenne) nell’ammonire l’opinione pubblica nei confronti dei settori più fanatici della destra e nel rinnovare l’invito al grande pubblico di sostenere il centrismo moderato e fermo della DC. Si avvicina lo scontro finale e decisivo (le elezioni politiche del 1976, con il PCI ormai a un passo dalla maggioranza relativa) e, in definitiva, questo tipo di cinema agisce - in modo probabilmente inconsapevole - secondo il classico canone del destabilizzare per stabilizzare: esso crea panico e sottolinea i pericoli presenti nel tessuto sociopolitico al fine di convincere l’opinione pubblica a rafforzare l’unica compagine politica credibile sia nei confronti della minaccia comunista, sia di certo avventurismo golpista dalle conseguenze incalcolabili.
La polizia interviene è, tra l’altro, una pellicola con poche sequenze di vera azione: abbondano al contrario i colloqui e le riflessioni politiche aperte sia nei dialoghi dei golpisti, sia in quelli tra Murri e il ministro, sia infine nel decisivo scontro finale tra il protagonista e il suo più caro amico che, si scopre all’ultimo, appartiene alla fazione eversiva. In questi dialoghi, sempre appropriati e interessanti, si delinea un quadro convincente e credibile, si citano eventi della sciagurata guerra fascista di Grecia (per gettare un ponte tra il nuovo e l’antico: la marcia su Roma fu, a suo modo, un golpe), si parla di industriali che preferiscono pagare i sequestri che le tasse (alludendo ai riscatti come a una sorta di nuova tassa pagata a sostegno delle forze neogolpiste che, in fondo, pretendono di agire in favore degli stessi capitalisti che sequestrano) e si fa luce su un conflitto che po' essere risolto solo facendo ricorso alla forza, al di fuori delle regole istituzionali (Murri agisce nello stesso modo dei terroristi; solo in questo modo riesce a vincerli).
Inutile ricordare che anche questa coraggiosa ed esplicita pellicola viene presa a calci da tutti gli “illuminati” quotidiani dell’epoca.