Quel bandito sono io, Donne e briganti ed O.K. Nerone

Botta e risposta, Quel bandito sono io, Donne e briganti, E’ l’amor che mi rovina e O.K. Nerone: un bandito “illuminato” e un imperatore “americano” (1950-51)

                   “Il cinema prima di essere arte, è         industria. E’ un’industria che si rivolge a        molti, fatta per molti”.
                  Mario Soldati

In questo inizio di decenno la politica della Lux torinese apre a una serie di coproduzioni europee di dubbio valore, certamente dettate da motivazioni economiche. Mario Soldati, autore di pellicole di notevole interesse nella seconda metà degli anni quaranta si presta a dirigere questi insoliti e discontinui film, in ogni caso poco personali, per motivi abbastanza oscuri (a parte le ovvie esigenze personali di carattere economico).
Nel solco del grande successo de I pompieri di Viggiù (1949; più volte citato nei dialoghi) Soldati comincia con il film-rivista Botta e risposta (febbraio 1950; 83 min.) nel quale l’inesistente traliccio narrativo (un commesso ritira un abito in una sartoria parigina che deve consegnare, con urgenza, a una cantante a Roma) è il pretesto per una serie di numeri musicali e di avanspettacolo. Il cast che anima questo fimetto è piuttosto consistente: tra gi attori si notano Nino Taranto, Fernandel e Isa Barzizza mentre tra i musicisti vi sono un giovanissimo Claudio Villa, Renato Rascel, Ella Fitzgerald e soprattutto Louis Armstrong il quale concede una lunga, spettacolare esibizione con i suoi All Stars (tra cui il pianista Earl Hines, la cantante Velma Middleton e il trombonista Jack Teagarden); in essa il celebre trombettista e cantante esegue That’s My Desire (1947; un successo americano scritto da Helmy Kressa e Carrol Loveday per Frankie Laine) sfoggiando la consueta abilità musicale accanto alla ben nota galleria di grottesche mimiche facciali. Insomma gigioneggia (con grande rabbia dei coevi, seriosi jazzisti bebop) per divertire un pubblico italiano ancora “alle prime armi” quanto a swing, blues e ragtime. E’ certamente questo episodio - un documento di cui tener conto in future, auspicabili antologie visive dedicate al musicista di New Orleans - l’elemento più interessante di questo raro film (invisibile da un paio di decenni).
Per il resto questa girandola musicale, sceneggiata da un piccolo esercito di scrittori (tra i quali Steno e Monicelli), è un modesto passatempo volto ad allietare sia le orecchie, sia gli occhi attraverso una costante esposizioni di briose e poco vestite ballerine (scontato il giudizio di “escluso” del Centro Cattolico). Il pubblico comunque sembra gradire, decretando il successo commerciale della pellicola.
Si prosegue con Quel bandito sono io (maggio 1950; 85 min.), fim derivato dalla omonima commedia (1947) di Peppino De Filippo la quale, sebbene ambientata a Napoli, attinge a piene mani dal John Ford del piacevole Tutta la città ne parla (1935), film tratto dal racconto Jailbreak dello scrittore William R. Burnett. Il nocciolo della narrazione è basato sul gioco del sosia: un efferato criminale è identico a un morigerato impiegato e pertanto ne prende il posto, creando una serie di situazioni comiche per la verità alquanto prevedibili.
La pellicola di Soldati, coprodotta dalla inglese Renown, è interamente girata con un cast di attori britannici sconosciuti in Italia (questo fatto è certamene una delle ragioni del disastroso fiasco commerciale del lavoro), tra i quali si nota la brava Margaret Rutheford nel ruolo della petulante suocera ed è animata da troppe, divergenti intenzioni e prospettive. La smaccata (e fallimentare) parodia del noir americano si intreccia a frammenti seriosi mentre la tentazione di dar vita a una sorta di opera buffa cinematografica (vi si coglie una divisone in “tre atti”), generata soprattutto dalla umoristica musica di Rota, deve venire a patti con i numerosi inserimenti di musica swing, del tutto irrelati allo spirito del melodramma giocoso. Il risultato, totalmente estraneo al coevo panorama cinematografico italiano, non accontenta nessuno: pubblico e critica disertano il film e solo gli studiosi più eccentrici della nostra era, troppo spesso pronti a giustificare e “interpretare” qualunque sciocchezza, possono esprimere parole di interesse per questo lavoro.
Soldati cerca tuttavia di inserire, nell’insignificante marasma, alcuni suoi temi e alcune finezze visive. Egli imposta la narrazione lungo “tre atti” (la famiglia dell’impiegato minacciata fugge da Napoli; gli equivoci a villa Catoni in Sorrento; la rapina con breve epilogo poliziesco), ognuno dei quali rivela la propria origine letteraria nella pesantezza della statica ambientazione in interni. Ciononostante Soldati cerca di ravvivare la formula dell’opera buffa organizzando, ogni volta, un “finale d’atto” caotico (le pagine migliori) in cui ci si spinge nell’ambito della più surreale inverosimiglianza. Tra l’altro, nel primo “finale” si cita apertamente il Trovatore verdiano, del quale si utilizzano alcuni costumi di scena (facilitano la fuga della famiglia perseguitata). Come già rilevato, la colonna sonora di Rota, di buona fattura, contribuisce a creare questa atmosfera di giocoso dramma lirico.
In secondo luogo la coppia protagonista, il modesto impiegato e la moglie arpia, profondamente insoddisfatta del carattere mite e riservato del marito e pronta a flirtare con tutti gli spasimanti (in particolare col pericoloso sosia), rimanda alla coppia de Le miserie del signor Travet (il capolavoro del Soldati degli anni quaranta). La nuova moglie “ribelle” però mostra maggiore spudoratezza nel concedere i propri favori (scontato il giudizio negativo del Centro Cattolico) mediante una serie di battute di natura sessuale assai esplicite che indicano un costume sociale che va lentamente (ma inesorabilmente) mutando. La figura femminile diviene sempre più esigente e autonoma, sebbene un certo gusto misogino degli autori si palesa nelle sciocche e irrazionali tendenze masochistiche della donna, pronta a sottomettersi all’uomo duro e spietato (il titolo allude proprio allo scherzo dell’impiegato il quale, nel confuso finale, cerca di farsi passare per il bandito, così da apparire più desiderabile alla moglie svanita). 
Alcuni elementi di interesse sono dunque presenti nell’opera. Il suo fallimento deriva dalla incapacità del regista e degli sceneggiatori di rendere divertente e originale un intreccio il quale risulta addirittura sbilanciato verso la farsa aperta; e non c’è cosa peggiore di una farsa che non diverte nessuno. D’altronde il film inizia con la questione di una partita di soldi falsi contraffatti male e pertanto non utilizzabili: l’autore sembra quasi volere avvertirci che anche lo spettacolo che segue è contraffatto e inguardabile, è anch’esso in qualche misura una “truffa” mal riuscita.
Otto anni dopo il mediocre Fra’ Diavolo (1942; vedi) di Zampa, sceneggiato tra gli altri da Leo Longanesi, in cui si tesseva l’elogio del bandito difensore della patria invasa dagli odiosi Francesi, Soldati dirige per la Lux Donne e briganti (novembre 1950; 90 min.) basandosi su soggetto e sceneggiatura di Pierre Lestringuer. Si tratta questa volta di una coproduzione italofrancese nella quale però i ruoli principali sono affidati a popolari attori italiani e in cui il regista si impegna maggiormente (rispetto al precedente film “inglese”) per creare un lavoro stilisticamente compatto e avvincente. Il personaggio di Michele Pezza (Amedeo Nazzari), lazzarone ignorante ma leale e galantuomo, al servizio del re di Napoli Ferdinando IV (un gustoso Giuseppe Porelli) e del cardinale Ruffo (un subdolo Enrico Viarisio), nel fronteggiare (negli anni a cavallo tra Settecento e Ottocento) con la sua banda di ladroni gli invasori francesi, viene rivisitato con totale libertà nella rocambolesca narrazione.
Accantonata completamente la verità storica, alla quale cercava in qualche modo di attenersi il lavoro di Zampa, il film di Soldati è ambientato in un meridione senza tempo nel quale l’eroe non può che restare tale (anche grazie alla perfetta, esuberante interpretazione di Nazzari) sebbene intorno a lui tutto il resto cambi (rispetto alla versione di Zampa), in omaggio ai “tempi nuovi” (e ai soldi d’oltralpe dei coproduttori): come ci si poteva aspettare dalla “illuminista” Lux, i Francesi sono questa volta circondati di ogni simpatia: sono invasori sì, ma in buona fede; stanno esportando i fatidici valori della repubblica, della libertà e dell’uguaglianza (parole che campeggiano ovunque, sulle pareti degli alloggi dei soldati) in una terra arretrata, governata da un re fanfarone che fa le pernacchie e da un intrigante cardinale; inoltre, proprio tra le fila dell’eroe, si annida un perfido traditore (un ottimo Paolo Stoppa) che mette in opera ogni marchingegno pur di far arrestare “l’amico” Fra Diavolo e prendersi finalmente la bella Marietta (Maria Mauban), fidanzata del brigante (nonché figlia naturale del re borbonico). Ben vengano dunque questi luminosi francesi, uomini duri ma leali, che sanno riconoscere il valore altrui (il generale Hugo diventa presto amico del ribaldo Michele Pezza e nel finale è proprio lui a salvarlo dalla forca), tanto più che la politica antifrancese del fascismo, alla quale si allineava rigorosamente la pellicola di Zampa (ora imbarazzante e tutta da dimenticare) è definitivamente tramontata. Pertanto, in ambito politico, la Lux firma una pellicola schiettamente massonica, volta a giustificare le invasioni e le razzie francesi in Italia poiché poste in essere dagli alleati di loggia.
Le battaglie di Fra’ Diavolo, l’unico a rimanere coraggiosamente tra i monti a combattere un nemico fortissimo e imbattibile, vengono invece chiaramente improntate al ricordo della Resistenza così come la fuga di re Ferdinando IV in Sicilia appare un evidente ricalco di quella di Vittorio Emanuele III a Brindisi. A concludere l’impossibile carrellata storica ecco la reggia di Caserta, in cui viene sontuosamente ambientata la parte conclusiva, divenire un imprecisato palazzo della monarchia esiliata in Sicilia. Il cinema di argomento storico si conferma così uno strumento di propaganda politica assai duttile, fantasioso e sempre “al passo coi tempi”.
Venendo a parlare del racconto in immagini bisogna invece dire che la qualità delle inquadrature è assai alta, pittorica, ricca di suggestioni e immersa in una luce venata da morbidi chiaroscuri; abile è l’uso dei primi piani, profondamente espressivi grazie sia al taglio originale delle immagini, sia alla ammirevole prestazione dell’intero cast italofrancese. Soprattutto Nazzari, lo sfrontato eroe contadino, e Stoppa, una sorta di perverso Jago sempre intento a tutti tradire, sono i veri dominatori della scena. Inoltre la sceneggiatura è in continuo movimento: girata quasi tutta in esterni, animata da continui colpi di scena, essa risulta coinvolgente e costituisce l’antitesi della pesante staticità teatrale che viziava Quel bandito sono io. A queste qualità bisogna aggiungere l’ottima colonna sonora di Rota la quale, attraverso intensi melodismi di sapore verdiano e incisive variazioni del popolare tema della Marsigliese, immerge l’intera vicenda in un’atmosfera di melodramma giocoso, questa volta pienamente riuscito e senza compromessi.
Se Donne e briganti appare solo un divertissement rispetto ai lavori più nobili firmati da Soldati nel periodo 1945-49, d’altro canto si tratta di un divertissement estremamente raffinato e pienamente godibile. Il pubblico se ne accorge e decreta il caloroso successo del film.
Con E’ l’amor che mi rovina (agosto 1951; 98 min.) Soldati torna al genere della sciagurata farsa parodistica che aveva già segnato il mediocre Quel bandito sono io. Questa volta tuttavia non commette l’errore di utilizzare attori stranieri e si affida al nuovo comico Walter Chiari al quale affianca Aroldo Tieri e Lucia Bosé; ciononostante il film, sceneggiato da Steno e Monicelli, è penoso almeno quanto il precedente. Vi si racccontano le peripezie di un commesso (Walter Chiari) perdutamente innamorato di una maestra di sci (Lucia Bosé); la insegue fino al Sestriére e si spaccia per un campione di sport invernali (mentre è un imbranato totale); intanto intorno alla coppia si aggira un gruppo di spie russe che deve portare oltre il confine alcuni segreti atomici. I consueti equivoci, scambi di oggetti e di persone portano all’inevitabile lieto fine.
Per quanto riguarda le pretese comiche il fim è un totale fallimento anche perché Walter Chiari, che conobbe in quegli anni un breve momento di popolarità cinematografica, è un comico assai limitato il quale si limita a riproporre l’usurato stereotipo del goffo scioccone imbambolato e un po’ clownesco di fronte alla prima bellezza di passaggio. Si tratta di un tipo di personaggio semiadolescenziale che purtroppo va dilagando nel cinema italiano (simile era il protagonista di Quel bandito sono io, come pure il soldatino eternamente innamorato di E’ primavera, 1950, di Castellani), senza peraltro trovare maschere realmente capaci di interpretarlo.
Più interessante è invece la scelta di fare la caricatura delle spy story con evidente riferimento ai fatti cruciali della cronaca di quegli anni. Si respira una blanda atmosfera di guerra fredda nella pellicola in cui rieccheggiano sia i fatti dello spionaggio atomico (legati alle figure di  Klaus Fuchs e dei coniugi Rosenberg) che hanno portato nel 1949 l’URSS a divenire la seconda potenza atomica del pianeta, sia la clamorosa fuga dello scienziato ebreo-italiano Bruno Pontecorvo (già collaboratore di Enrico Fermi) il quale, depositario di un significativo sapere scientifico (aveva lavorato per nove anni per gli inglesi a ricerche di argomento nucleare, prima a Montreal, poi in Gran Bretagna), decide nell’agosto 1950 di passare al nemico, trasferendosi con la famiglia in via definitiva a Mosca (passando per Stoccolma).
Preso atto del notevole successo commerciale del film, pochi mesi dopo Soldati, ancora con Steno e Monicelli, insiste con Walter Chiari e firma una nuova pellicola comica maggiormente riuscita, O.K. Nerone (novembre 1951; 95 min.). Il tono diviene ora più surreale e la parodia (il bersaglio è ovviamente il film storico di ambientazione romana come il recente, fortunato Fabiola, Blasetti, 1949) fortunatamente non esaurisce i motivi di interesse del lavoro.
Due soldati americani in licenza (Walter Chiari e Carlo Campanini) di fronte al Colosseo sognano di rivivere i fasti nell’antica Roma (ricreata anche utilizzando il palazzo “fascista” dell’Eur), all’epoca di Nerone (un impareggiabile Gino Cervi). La pretestuosa vicenda si snoda lungo tappe obbligate (la taverna dei gladiatori, la caccia ai cristiani, lo spettacolo nell’arena, il mercato degli schiavi, la sontuosa abitazione di Poppea e le cene orgiastiche dell’imperatore) durante le quali il duo comico inserisce, gradualmente, elementi “americani” nel contesto romano. Il film, iniziato con le immagini delle navi da guerra statunitensi nel porto di Napoli, mette in scena una seconda “invasione”, quella dei ritmi swing, dei luna park, della cocacola e del biliardo, la quale dilaga nella Roma di Nerone, diventando la moda del giorno. Insomma un vero e proprio elogio (un tantino servile) al nuovo alleato-padrone il quale comunque perviene a pagine di indubbia efficacia comica (Nerone lancia frecce al “luna parcus”, gioca a biliardo, applaude i gladiatori che convertono i duelli in una partita di rugby, gioisce alla trasformazione di letargiche litanie in scatenati boogie). In questo contesto ben costruito, al fianco di attori incisivi come Cervi e Campanini anche Walter Chiari risulta sopportabile.
Il secondo punto di forza della pellicola è costituito dagli ammiccamenti sessuali: numerose sono le sequenze con donne discinte e seni appena velati (il Centro cattolico condanna il film, come prevedibile) che culminano nello striptease a comando in casa di Poppea (Silvana Pampanini) ad opera di un gelosissimo imperatore in cerca di un suo rivale. L’Italia rinata sorride di fronte alla propria solenne storia, dimentica l’uso strumentale (in direzione colonialistica) fattane da Mussolini (o meglio lo irride come quando il duo comico accenna un saluto fascista) e la piega al divertimento popolare; inoltre la riempie di sensualità anticattolica (i perseguitati cristiani ci si limita ora a citarli e ci si guarda bene dal metterli in scena; Fabiola appare molto lontana), coniugandola con lo sfrenato e pragmatico vitalismo americano. Come prevedibile O.K. Nerone è uno dei massimi successi dell’anno.