Rebecca

Rebecca: una moderna Cenerentola (1938-40)

              “Vi ripeto: avete una scelta. O andate a New York con la signora Van Hopper o venite a Manderley con me”
              “Volete dire che avete bisogno di una segretaria, o qualcosa di simile?”
               “No vi chiedo di sposarmi, sciocchina”
              D. du Maurier, Rebecca , cap: VI (1938)

La scrittrice inglese Daphne du Maurier pubblica Rebecca, il suo romanzo più famoso, nel 1938. Vi si narrano (in prima persona) le disavventure di un’ingenua dama di compagnia che viene chiesta in sposa dal vedovo Max de Winter, nobile che vive nel magnifico castello di Manderley sulla costa inglese. Elevata di colpo a un rango sociale che non le appartiene, la seconda signora de Winter deve fronteggiare soprattutto l’ossessivo rcordo della splendida prima moglie, Rebecca, morta annegata in mare (secondo la versione ufficiale). Non è solo Max a sembrare perseguitato dall’immagine della defunta; è soprattutto la signora Danvers, governante della residenza, fanaticamente attaccata al ricordo della prima signora de Winter, a rendere impossibile la vita alla indifesa e sconcertata seconda moglie. Giunti intorno ai tre quarti di questa vicenda alquanto stuccevole e interamente “domestica”, la scrittrice cambia registro e si addentra in un vero e proprio poliziesco: viene ritrovato casualmente il corpo di Rebecca rinchiuso nel suo panfilo nei fondali del mare, viene aperta un’inchiesta che finisce con l’approdare a una sentenza di suicidio (Rebecca si era scoperta malata di cancro) anche se i lettori sanno che l’assassino è Max de Winter, esasperato dalla condotta infedele della prima moglie.
Come si può facilmente dedurre,
il romanzo della du Maurier è una sorta di favola sociale - con finale giallo - che rielabora il mito di Cenerentola. Una donna qualunque, probabilmente simile a tante lettrici del fortunato romanzo, ascende di colpo, come in un sogno, ai vertici della scala sociale e si trova ad affrontare difficoltà di ogni genere, riuscendo però a trionfare. Grazie all’aiuto e al sostegno fornito al marito omicida, la donna si guadagna sul campo il rispetto di tutti e diviene, alla fine, realmente la signora de Winter. Una favola domestica, in cui non vi sono veri accadimenti che non siano interni alla residenza di Manderley e alle dinamiche sentimentali che quel luogo implica. Un romanzo tutto femminile quindi, che racconta esclusivamente vicende familiari, destinato a un indulgente pubblico femminile.
Il destino vuole che sia proprio questo
dramma sentimentale a divenire il film d’esordio di Hitchcock a Hollywood. Si tratta, evidentemente, di materia poco consona all’autore de La signora scompare e che, invano, il regista inglese cercherà di modificare, scontrandosi con il divieto assoluto della produzione (ovvero di Selznick). Il risultato è quindi un film accademico e noiosetto (130 min.) in cui la dimensione familiare del romanzo si traduce nella dimensione teatrale del racconto filmico. Girato quasi tutto in interni la pellicola è fedele al romanzo, ai suoi personaggi e ai suoi dialoghi. Poche e poco significative le modifiche (obbligatoria la derubricazione dell’omicidio a incidente, per rispetto del cosiddetto Codice Hays) al punto che possiamo considerare il lavoro di Hitchcock alla stregua di quello di un regista teatrale alle prese con un testo da mettere in scena (si noti che il regista non lavora direttamente neppure alla sceneggiatura). Non solo il film appare statico e poco interessante, perfino nell’ultima sezione ”poliziesca”, anch’essa tutta giocata tra aule di tribunale, locali claustrofobici di una taverna e angusti studioli di dottori, ma esso è ulteriormente appesantito da un invadente commento sonoro (firmato da Franz Waxman) tardoromantico, di matrice wagneriana, basato su motivi poco interessanti. Lo stesso autore più avanti liquiderà il film dicendo che “non si tratta di un film alla Hitchcock, ma piuttosto di un romanzetto”.
In Rebecca risalta tuttavia un elemento di notevole valore: il disegno della figura della signora Danvers (Judith Anderson). Rispetto alle interpretazioni di maniera di Laurence Olivier e Joan Fontaine, la recitazione della Anderson appare straordinaria ed inserisce nel contesto arcaizzante del film un elemento di forte modernità, certamente ispirato ai vocaboli del cinema muto espressionista. Se il film possiede un alone di mistero e se una qualche inquietudine riesce ad innervarlo - nonostante i modesti scenari (il castello è un modellino abbastanza ridicolo) incapaci di evocare qualcosa d’altro rispetto a un teatro di posa hollywoodiano - questo lo si deve alla presenza spettrale della governante la cui recitazione, controllata fino all’inverosimile, possiede una forza espressiva sconosciuta a tutti gli altri elementi di questo discorso filmico. Hitchcock dirige la Danvers nello stile del cinema muto, affidando l’odio a stento trattenuto della donna per la sua nuova padrona, esclusivamente alla sua mimica facciale e alla sua maniera silenziosa di apparire dal nulla e di dileguarsi improvvisamente.
La Danvers, personaggio centrale già nel romanzo, è veramente lo spettro di Manderley che perseguita crudelmente l’indifesa signora de Winter: in questo gioco crudele del gatto col topo si trovano, insomma, le uniche pagine significative del fim.
La scrittrice concentrava la propria attenzione sull’ascesa sociale della dama di compagna in una società rigidamente classista come quella inglese. Hollywood si impossessa di questo tema per volgerlo, al solito, in un elemento di scontata propaganda a favore della visione politica di stampo egualitario e, in definitiva, del cosiddetto american dream. Per la M.G.M. l’umile dama di compagnia diviene allora l’unico personaggio positivo in un castello che si rivela, molto presto, un luogo di nefandezze tra le memorie di una dissoluta Rebecca, la desolazione impotente del signor De Winter, i meschini ricatti del cugino di Rebecca e i perversi disegni della signora Danvers. Hollywood non perde occasione per ribadire la propria visione populista: il racconto di Manderley si risolve in un’accusa alla inconsistenza della classe aristocratica. Sono, tra l’altro, gli stessi temi propagandistici del coevo cinema fascista e non stupirà quindi notare che Rebecca è uno dei pochissimi film americani regolarmente distribuiti in Italia negli anni autarchici del conflitto mondiale.
Hollywood loda i deboli, esalta gli umili, invita incessantemente al superamento delle barriere classiste ed etniche ma, in fondo, si tratta solo di opportunistiche maschere portare in scena da un gruppo di talentuosi teatranti. La vita reale scorre altrove, con altre regole.