Roma a mano armata e Poliziotti violenti

Roma a mano armata, Napoli violenta, I ragazzi della Roma violenta, Uomini si nasce poliziotti si muore, Milano violenta, Squadra antiscippo, Squadra antifurto, La legge violenta della squadra anticrimine, Il conto è chiuso e Poliziotti violenti: con le elezioni alle porte (1976)

                 “Così non si può andare avanti...”
                comm. Tanzi in Roma a mano armata

Umberto Lenzi si accoda al grande successo di Roma violenta (Girolami, 1975), e gira Roma a mano armata (febbraio 176; 90 min.). Nel nuovo (si fa per dire) film, riutilizza la figura del commissario di ferro perennemente arrabbiato (Maurizio Merli, ora si chiama Tanzi) e gli affianca il solito Tomas Milian nel ruolo del Moretto, un perverso gobbo parente stretto del criminale di Milano trema (Lenzi, 1974). Con questi ingredienti consueti il regista, coadiuvato dall’ormai veterano Dardano Sacchetti, sforna un altro emblematico prodotto del centrismo moderato, utile alla DC nell’affrontare le prossime, decisive elezioni politiche (giugno 1976).
Non esiste una vera e propria trama bensì una serie infinita di eventi criminali, equamente ripartiti tra microcriminalità abituale (“proletaria” e dunque vagamente ascrivibile al mondo di sinistra) e estremismo di destra dedito allo “sport” dello stupro (viene ripreso il triste episodio del massacro del Circeo). Tanzi è ovunque: si imbatte continuamente in vittime di una criminalità paurosamente diffusa, li affronta, li riempie di botte, se è il caso li ammazza seduta stante. E’ l’uomo sicuro di sé, moderato ma deciso, cosciente dell’insufficienza delle leggi e del lassismo sinistrorso della magistratura, sempre pronta a comprendere, giustificare e scarcerare.
Come nel caso del film di Girolami, Roma a mano armata è un fumetto risibile, a tratti irritante nella sua artificiosa sequela di gesti criminali e dominato dal monocorde e tedioso personaggio di Merli. Tuttavia esso è girato assai meglio del film di riferimento, possiede un buon ritmo, scene spettacolari svolte con abilità, squarci romani interessanti, una colonna sonora efficace e soprattutto si avvale della presenza di Milian che delinea, con il gobbo, un altro personaggio da antologia nera, unico vero motivo di distinzione.
La finalità è quella già descritta altrove: porre l’opinione pubblica in allarme su due fronti (sinistra soprattutto ma anche destra), descrivere i pericoli di una malavita dilagante che solo il polso fermo di una politica centrista, ma autoritaria, può bloccare. Inoltre, elemento da non sottovalutare, questo tipo di cinema ricorda agli spettatori che l’inclinazione verso il male è un fatto naturale, che buoni e cattivi, onesti e disonesti non possono essere confusi in quanto separati da un preciso muro (alla faccia delle divagazioni sul doppio, dell’uguaglianza di poliziotti e criminali, care alla cultura di sinistra) e da tendenze che sono inscritte nel codice genetico della persona. Riguardo agli stupratori di estrema destra il vicequestore ricorda che il padre del criminale è una persona tanto per bene, ricordando implicitamente come, nella lotteria della genetica, il male può riemergere improvviso, anche in contesti sani. In questo senso il poliziesco italiano descrive la realtà in modo credibile, evitando tipiche astrazioni giustificazioniste della cultura di sinistra.
Lenzi fa anche meglio nel successivo Napoli violenta (agosto 1976; 90 min.) in cui sposta il suo implacabile commissario (Merli riprende il nome di Betti, da Roma violenta) nel capoluogo partenopeo. Il film, sceneggiato da Vincenzo Mannino, risulta questa volta ben strutturato: anziché proporre una serie di episodi staccati, si concentra su un paio di storie dal ritmo forsennato, nonché dotate di alcune sequenze d’azione di grande effetto.
Il commissario lotta principalmente contro la spietata organizzazione camorristica del Generale (Barry Sullivan) che mette a ferro e fuoco i negozi dei commercianti che non pagano la protezione, ammazza uno dopo l’altro i poliziotti infiltrati (di un’efferata crudeltà la sequenza con la vittima legata alla pista di bowling, al posto dei birilli) e cerca di vendicarsi di un losco finanziere (John Saxon), colpevole di avere fornito denari a una banda concorrente. Accanto a questa storia principale si svolge invece quella di un abile rapinatore di banche (formidabili le due corse in motocicletta per i vicoli di Napoli) che svaligia gli istituti di credito alle dodici e trenta per poi correre in questura (entro le tredici) ad apporre la firma sul foglio dei condannati in libertà provvisoria. La seconda volta però il giochetto non gli riesce e Betti lo ammazza in una grande sequenza di inseguimento sulla funicolare di Montesanto (il commissario sul tetto e il criminale dentro i vagoni, a terrorizzare i malcapitati passeggeri).
Il commissaio Betti, disinvolto e violento come sempre, appare meno logorroico, monolitico e sermoneggiante, la musica funziona egregiamente, gli scenari dei vicoli sono un contesto inedito e, soprattutto - passate le elezioni -  l’intenzione politica appare meno diretta e insistente. Lo scontro è principalmente tra polizia e grande criminalità contro la quale non si tratta tanto di invocare leggi speciali, quanto di convincere cittadini intimoriti a testimoniare. Non ci sono né banditi proletari (vedi il gobbo del precedente film), né teppisti di estrema destra: in questo caso il poliziesco torna ad essere solo un racconto di intrattenimento, certo sempre idealmente schierato a destra nella divisione netta tra criminali e forze dell’ordine, ma privo di finalità apertamente propagandistiche. 
Entrambi i film di Lenzi vennero salutati da un clamoroso successo di pubblico.

Le finalità di propaganda centrista presenti in Roma a mano armata animano il sesto e ultimo film di Renato Savino, I ragazzi della Roma violenta (marzo 1976; 90 min.), opera tra le più scadenti del poliziesco italiano. Girato in modo sommario con attori poco noti e una sceneggiatura approssimativa nei dialoghi, nelle vicende e soprattutto risibile nelle motivazioni che muovono i personaggi, il film apre con un finto documentario in cui cittadini romani (quasi tutti insegnanti) invocano la pena di morte contro il crescendo delle violenze. Poi si passa a narrare, in parallelo, le malefatte di due piccole gang della capitale: una proletaria e filocomunista, l’altra pariolina e filohitleriana. I ragazzi delle due congreghe, a parte le differenze di vestiario, operano sostanzialmente nello stesso modo: piccoli furti, truffe, stupri. Il film si trascina stancamente fino al “gran finale” che rievoca (di nuovo) i terribili fatti del Circeo, una vera e propria manna per la propaganda filodemocristiana.
La polizia è assente nel film (soprattutto - si intuisce - per i scarsi mezzi della produzione) il quale, tuttavia, è pienamente ascrivibile al genere poliziottesco per tutto il resto: personaggi, ambienti, attività criminale e questione della sicurezza. Inoltre il film rivela il nesso preciso esistente tra questo genere di pellicole e le esigenze di una classe politica preoccupata dall’ascesa della sinistra e dalle minacce golpiste della destra.
I ragazzi della Roma violenta è dunque il classico film costruito a tavolino per illustrare allo spettatore la presenza di opposti estremismi pericolosi per il tessuto sociale e simili nell’operare nella completa illegalità e nel totale disprezzo della gente comune. Quest’ultima, anzi, è la vittima costante delle angherie di tali minoranze emarginate e fanatiche (si vedano il negoziante ricattato, le povere ragazze violentate, la gente derubata).
Insomma l’Italia appare in preda a una violenza incontrollata che rischia di disintegrare l’ordine civile e il monito chiaro (a tre mesi dalle elezioni politiche) è quello di votare al centro (possibilmente per i candidati più decisi nel volere rendere più repressivo il sistema giudiziario) per emarginare ulteriormente quelle frange facinorose. Se la finalità può anche essere condivisa, il film è talmente artefatto, dilettantesco nelle ricostruzioni d’ambiente (i covi delle due bande) e inverosimile nei suoi personaggi da risultare non solo inutile ma, forse, perfino controproducente.

Ruggero Deodato effettua un’unica incursione nel genere poliziesco con l’eccentrico Uomini si nasce poliziotti si muore (marzo 1976; 90 min.), basato su una sceneggiatura di Fernando Di Leo il quale si era già dimostrato piuttosto originale nell’affrontare le tematiche tipiche della caccia al criminale in ambiente urbano. Il film racconta le gesta di due poliziotti violenti e spietati (Marc Porel e Ray Lovelock) che fanno parte di una squadra speciale gestita da un divertente Adolfo Celi: anziché arrestare i criminali, li ammazzano, spesso anche come semplice misura preventiva (in una delle sequenze più esilaranti, sterminano nel centro di Roma un’intera banda che sta per commettere una rapina in banca). La coppia di “solerti” giustizieri opera in completa tranquillità di coscienza: all’opposto del “tormentato” commissario Merli, a questi dell’ordine pubblico importa poco; ammazzare i malviventi (e simulare le necessarie giustificazioni) è per loro solo un gioco divertente e vagamente eversivo. In tal senso la pellicola sembra quasi una caricatura fumettistica e scanzonata dei “veri” polizieschi di destra. Vi si respira una lieve e simpatica atmosfera anarcoide, sottolineata da canzoncine rock di sapore dylaniano (fatto nuovo per il genere) le quali rendono quasi epiche le gesta largamente insensate dei due protagonisti. Se a questo si aggiunge che Lovelock è abbigliato come il Redford del recente I tre giorni del condor (Pollack, 1975; ovvero un tipico prodotto della Hollywood più liberal e progressista), si comprende a quale confuso ambito stilistico  approda questo stravagante prodotto cinematografico.
Il film possiede comunque tutte le qualità per piacere: qualche buon inseguimento, interpretazioni convincenti, svolte narrative inattese, brutali sequenze d’azione, qualche episodio erotico cui si aggiunge quel tocco irridente e cinico che non guasta. Per dare un minimo di unità alle inverosimile vicende, accanto alla solita routine c’è la caccia al grande criminale (un ottimo Renato Salvatori) che si concluderà solo con le ultime immagini del racconto.
Pur uscendo a pochi mesi dalle elezioni politiche, non si può dire che il film dia un reale contributo alle ragioni del partito filogovernativo. Certamente si continua a ripetere che la violenza dilaga pericolosamente, ma c’è da dire che ancor più violenti e spietati appaiono i due brutali poliziotti: con gente così tra le fila della polizia (seppure entro squadre coperte), il pubblico, in fondo, viene quasi rassicurato, né appaiono necessarie leggi più rigide o governi più conservatori.
Deodato e Di Leo, insomma, girano una pellicola brillante e trasgressiva in cui ci si disinteressa allegramente dei problemi sociopolitici.

Nel suo secondo poliziesco italiano Mario Caiano - in questo caso autore di soggetto e sceneggiatura - ribadisce la sua capacità di muoversi con assoluta libertà entro le coordinate del relativamente nuovo genere filmico. In Milano violenta (marzo 1976; 90 min.) le questioni sociopolitiche non esistono e gli autori si limitano a raccontare una vicenda criminale prendendo spunto sia dai ritratti criminali degli anni sessanta (Svegliati e uccidi e Banditi a Milano entrambi di Lizzani), sia dalle atmosfere crepuscolari dei noir francesi, con precisi riferimenti al capolavoro di Melville, I senza nome (1970).
Il film racconta una duplice caccia: quella del capoclan Raoul (un Claudio Cassinelli un po’ imbarazzato nei ruolo del criminale) nei riguardi del resto della sua banda (Vittorio Mezzogorno e Biagio Pelligra) che custodisce il bottino di una rapina e quella del commissario (Elio Zamuto) nei riguardi della banda, colpevole di avere assaltato la ditta Aspex e di avere sulle spalle almeno quattro morti. Scontato nell’intreccio e ancor più modesto nelle ambientazioni (Milano si vede solo nella sequenza d’apertura; il resto del film si svolge in un’anonima periferia), il film tuttavia riesce a tenere sufficientemente desta l’attenzione per il crudo realismo, per il ritmo serrato, per gli efficaci dialoghi e per la buona resa di tutti gli attori.
La colonna sonora di Guido Anelli e Stefano Mainetti possiede buone qualità “epiche” affidate a un tema intonato dalla tromba mentre il grande finale con la morte di Raoul, ucciso dalla polizia sopraggiunta in forze in una villa di campagna, ricalca fedelmente il finale de I senza nome (la morte di Alain Delon).

Dal genere poliziesco, giunto al quarto anno di vita, si dirama una versione caricaturale e semicomica che possiamo far iniziare da Squadra antiscippo (marzo 1976; 90 min.), prima incarnazione di Toms Milian nel maresciallo Nico Giraldi (in seguito protagonista di un’altra decina di pellicole), un poliziotto che si confonde tranquillamente coi ladri che insegue. Abbigliato come ne Il giustiziere sfida la città (Lenzi, 1975) il nostro eroe dà la caccia a numerosi ladruncoli e incappa anche nella feroce gang dell’americano Russo (Jack Palance) di cui riesce ad aver ragione dopo molte peripezie.
Il film, scritto da Mario Amendola e Bruno Corbucci, diretto da quest’ultimo, è ancora indeciso tra dramma e commedia: vi si ritrovano i soliti ammonimenti sulle città in mano ai criminali, c’è ancora il presidente Leone che occhieggia dai muri e perfino un boss americano che ricicla i soldi dei sequestri, comodamente protetto dalle mura della sua ambasciata (ennesimo riferimento, alquanto criptico per la verità, al cosiddeto partito del golpe appoggiato dai servizi americani). Tolte queste componenti politiche, volte ad aiutare il partito di governo alle prossime elezioni, il film si riduce a una serie di stanchi luoghi comuni che dovrebbero venir vivificati dalle consuete smorfie di Milian e dei caratteristi che lo circondano, nonché dalla allegra colonna sonora che, peraltro, mal si lega a una serie di sequenze violentissime, girate nello stile del poliziesco di Castellari, Di Leo e Lenzi.
L’esito è confuso e noiosetto: manca da un lato la tensione dei veri polizieschi e dall’altro il divertimento della brillante commedia italiana (non si arriva neppure a eguagliare gli esiti delle migliori commedie sexy del periodo) mentre Milian cerca di sopperire a queste lacune con un’ondata irrefrenabile di turpiloquio che satura assai presto “l’uditorio”.
L’enorme successo commerciale convince il produttore Galliano Juso a finanziare immediatamente la seconda puntata, Squadra antifurto (ottobre 196; 100 min.) sempre affidata a Bruno Corbucci, coadiuvato in sede di sceneggiatura da Mario Amendola. Si tratta di un film-fotocopia quanto a debole intreccio e stile narrativo di cui è inutile dar conto. Notiamo solamente che, passata la scadenza elettorale (giugno 1976), l’allarme sull’ordine pubblico - divenuto inutile - è assente nel film il quale vira verso il macchiettismo comico. Il traliccio poliziesco - peraltro identico a quello di Squadra antiscippo - è un vago pretesto, utile a mettere in scena i siparietti di Milian e soci.
Inoltre va ricordato che gli autori ribadiscono le allusioni allo strapotere americano nella “colonizzata” penisola: anche questa volta il supercriminale è un newyorchese (Robert Webber) e il maresciallo Giraldi lo inseguirà fino nella metropoli statunitense (il successo del precedente film convince la produzione a girare una serie di sequenze a New York).

Stelvio Massi, abbandonato il poliziotto Mark, gira a Bari un buon poliziesco, politicamente confuso. In La legge violenta della squadra anticrimine (aprile 1976; 90 min.) c’è di tutto, ma il quadro complessivo possiede elementi schizofrenici.
Nel capoluogo pugliese spadroneggia il boss cieco Ragusa (un valido Lee J. Cobb, abituale figura di malvagio nel cinema di Massi): fa ammazzare i concorrenti, intimidisce i testimoni, telefona personalmente ai ministri. Un piccolo rapinatore spaventato e in fuga (un bravo Lino Capolicchio), il quale in preda al panico ha ammazzato un poliziotto, si impadronisce per caso di alcune compromettenti carte del capoclan e cerca perfino di ricattarlo. Intanto anche la polizia locale, guidata dallo
spietato Jacovella (John Saxon in piena forma) - un poliziotto degno degli squadroni della morte sudamericani, ma peraltro padre dolcissimo e ottimo difensore delle ragioni di una polizia fustrata - dà la caccia al giovane per fargli la festa. Si intromette il democratico direttore (Renzo Palmer) del giornale locale, acerrimo nemico dei metodi del poliziotto violento, il quale cerca di mediare tra polizia e fuggitivo: l’operazione sta per riuscirgli quando un sicario ammazza il rapinatore. Nelle ultime immagini, clonate dal finale di Indagine su un cittadino (Petri, 1970), Ragusa viene prelevato dalla polizia ma si intuisce che la giustizia potrà fare poco contro di lui.
Questo piacevole giallo, scontato nell’intreccio ma raccontato con piglio sicuro, si avvale di attori convincenti, figure umane più sfeccettate del solito (il rapinatore pentito e timoroso, il giornalista “illuminato”), buoni dialoghi, ottime ambientazioni (Bari per la prima volta al centro di un poliziesco offre le stradine della città vecchia, il solenne lungomare cui si aggiungono gli squarci suggestivi della cattedrale romanica di Trani, affacciata sul mare e perfino il celebre Castel del Monte).
Se invece passiamo ad esaminare il lato ideologico ci perdiamo in un marasma incoerente. Va premesso che il film, che esce a ridosso delle elezioni politiche, è stato aiutato dalla Regione Puglia, guidata dal democristiano Nicola Rotolo, mentre la sceneggiatura è stata stesa da Lucio De Caro - scrittore dell’area di sinistra, autore nientemeno che de La polizia ringrazia - insieme a Dardano Sacchetti che sembra avere convincimenti più conservatori (e anche a Ciro Poggio e Lucio Mengoni). Il risultato è schizofrenico: il solito commissario violento e frustrato (stile Maurizio Merli) ha il volto e i modi ben poco simpatici di John Saxon mentre il saggio, prudente e simpatico Renzo Palmer incarna il ruolo di un direttore di giornale chiaramente di sinistra (si chiama addirittura Maselli, come il noto regista, autore di Lettera aperta ai giornali della sera), impegnato in una lotta senza quartiere sia contro i mafiosi locali, sia contro i metodi criminali di Jacovella. D’altronde quest’ultimo appare in numerose sequenze come un uomo equilibrato, amorosamente legato alla sua famiglia (non dunque un fanatico puro come Merli) e sinceramente devoto alla causa della giustizia. Inotre il Ragusa sembra avere intrallazzi che giungono fino al governo (che, si sa, è democristiano) e la sua figura sembra ribadire la presenza radicata nelle istituzioni di una malavita impossibile da sconfiggere (come si vede in tutto il cinema “alto” di denuncia sociale di Rosi, Petri e Damiani al quale evidentemente si ispira Lucio De Caro). Siamo dunque in presenza di un prodotto indeciso sulla direzione da prendere, nel quale sembrano scontrarsi differenti atteggiamenti e visioni ideali.
Sappiamo che Massi, in precedenza, aveva aderito al cinema d’ordine del poliziesco italiano classico, ma in questa occasione è evidentemente succube degli sceneggiatori. Anche i politici della Regione Puglia non devono avere compreso fino in fondo il tipo di operazione in corso poiché sembra assurdo che - a pochi mesi da elezioni decisive - una giunta guidata dalla DC aiuti un film che, nel suo insieme, appare di denuncia del malgoverno locale e nazionale (quindi, in definitiva, un lavoro che porta voti a sinistra). Inutili i tentativi di riequilibrare la vicenda con i consueti gesti estremi (e come tali allarmistici) di una criminalità senza scrupoli e con l’aggiunta di qualche pennellata eroica alla figura del poliziotto. Il film di Massi non parla tanto dell’insicurezza dei cittadini quanto dello strapotere di una nomenclatura infiltrata dalla grande criminalità, alla quale si oppone una polizia inutilmente violenta. L’unica voce equilibrata e capace di ottenere qualche risultato, in un quadro sociale complessivo profondamente malato, è quella del giornalista legalitario e affezionato alle istituzioni democratiche, unica certezza cui attenersi in questa perigliosa fase della vita del paese.
La legge violenta della squadra anticrimine (fin dal titolo è evidente il rimando a La polizia ringrazia) è un film insolito, lacerato al suo interno e decisamente superiore alla media. Esso rispecchia l’aspra lotta politica in corso tra una sinistra legalitaria e una destra ansiosa di varare leggi più restrittive, atte a garantire maggiore sicurezza come pure minore diffusione di una certa mentalità libertaria e socialista che sta diffondendosi in importanti settori moderati del paese.
Passate le elezioni anche Massi torna a un cinema d’azione privo di implicazioni sociopolitiche. Il risultato è il pessimo Il conto è chiuso (dicembre 1976; 95 min.) che, partendo da una sceneggiatura di Piero Regnoli, miscela, senza alcun estro, Per un pugno di dollari (questo, peraltro, già rifatto recentemente da Il giustiziere sfida la città, Lenzi 1995; vedi) e Per qualche dollaro in più.
Uno straniero venuto dal sud (il pugile Carlo Monzon al suo esordio filmico) deve vendicarsi del capoclan Rico (uno spento Luc Merenda) che gli ha ammazzato la moglie (non manca il carillon evocativo, già di Lee Van Cleef). Per farlo si infiltra nella sua banda e ne sabota i piani bellicosi, divenendo confidente della gang rivale che Rico conta di distruggere. Dopo numerose peripezie (spesso di un sensazionalismo di cattivo gusto; c’è perfino una ragazzina cieca stuprata), la vendetta viene consumata e il cavaliere riparte verso ignoti orizzonti.
Il poliziesco è, questa volta, solo una cornice pretestuosa (dal recente Cadaveri eccellenti di Rosi, 1976, si riprende l’idea dell’omicidio dei giudici con un’esecuzione abbastanza spettacolare che “anticipa” le modalità del sequestro Moro) per raccontare una sorta di western tutt’altro che originale. Anche la Roma del fondale viene resa anonima (si riconosce qualche palazzo dell’Eur) al fine di dare maggiore astrattezza al racconto.
L’esito è disastroso: attori poco convinti, scene d’azione monotone, crudeltà inutili e artificiose, dialoghi assurdi, un intreccio stereotipato e privo di qualunque credibilità affondano il lavoro.

Al contrario Poliziotti violenti (maggio 1976; 90 min.) - quarto film di Michele Massimo Tarantini e suo esordio nel poliziesco - è l’ultimo film “elettorale” del periodo.
Un maggiore dei paracadutisti (Henri Silva) e un commissario (Antonio Sabàto) indagano su un traffico di mitra di grande efficacia, abitualmente utilizzati dalla malavita romana la quale non si limita a rapinare e sequestrare, ma spara tranquillamente sulla folla con queste nuove armi, facendo vere e proprie stragi. I superiori del maggiore, coinvolti nelle trame golpiste (chiaramente sono loro ad avere fornito quelle armi ai malviventi, al fine di rendere ancora più sanguinarie le loro imprese), lo ostacolano in ogni modo ma la nostra coppia di eroi riesce a scoprire ogni cosa, a individuare colpevoli piccoli e grandi (soprattutto un importante industriale) e a eliminarli.
Nella sceneggiatura, firmata dal regista con Franco Ferrini e altri, ritroviamo il classico schema “forlaniano”: la criminalità dilaga e alcuni uomini delle istituzioni (un poliziotto e un maggiore) sono costretti a usare mezzi quasi illegali per contrastarla; tuttavia dietro il crescendo delle violenze (in particolare dietro quei sequestri che occupavano spessissimo le prime pagine dei quotidiani dell’epoca) si celano gruppi neofascisti guidati da settori della destra, da servizi deviati e, in questo caso, anche da alti gradi dell’esercito. Queste trame golpiste rischiano di far precipitare il paese verso una deriva autoritaria dalle conseguenze incalcolabili mentre le loro motivazioni ideali appaiono fragili o fasulle in un gioco di potere spietato e cinico. Quando, nel finale, l’industriale scoperto cerca di motivare le ragioni politiche delle sciagurate operazioni criminali (parlando di argine contro una possibile ascesa delle sinistre e la conseguente fine di una certa civiltà), il regista lo interrompe quasi subito, facendolo ammazzare dall’esasperato maggiore. Il messaggio è preciso: un centro moderato, simile a quello governativo, è l’unica via d’uscita da una situazione sociopolitica assai pericolosa.
Inutile ribadire che, sebbene il film si rivolga essenzialmente contro la destra, assimilata alla criminalità comune più efferata, i quotidianisti di sinistra (vedi Paese Sera) liquidano come reazionario e assurdo il lavoro di Tarantini, anche perché ne percepiscono, comunque, il carattere filogovernativo e anticomunista. In fondo il caos sociale in cui era precipitata la penisola, caos al quale la DC non sembrava in grado di far fronte da sola, non doveva dispiacere ai piani alti di Botteghe Oscure poiché costituiva un’occasione unica per il partito di Berlinguer: quella di presentarsi come partito d’ordine e di riuscire, con questo stratagemma emergenziale, ad accedere al governo del paese.
Poliziotti violenti è comunque assai scontato sia nella trama, sia nel disegno dei personaggi; anche le sequenze d’azione appaiono prive di mordente e inutilmente crudeli. Di buon livello invece il commento musicale “progrock” dei fratelli De Angelis, ancora una volta segnato da reminiscenze della colonna sonora di Profondo rosso (1975).