Sabotage

The Secret Agent e Sabotage: complotti orchestrati (1907-96)

            “A bomb in the National Gallery would make some noise. 
            But it would not be serious enough.  Art has never been their
             fetish.  It’s like breaking a few back windows in a man’s house;
            whereas, if you want to make him really sit up, you must try
            at least to raise the roof.  There would be some screaming of course,
            but from whom?  Artists—art critics and such like—people of
            no account.  Nobody minds what they say.” 
            L’ambasciatore istruisce Verloc...

             “Do be reasonable, Winnie.  What would it have been if you had lost me!”
             He had vaguely expected to hear her cry out.  But she did not budge. 
            She leaned back a little, quieted down to a complete unreadable stillness. 
            Mr Verloc’s heart began to beat faster with exasperation and something
            resembling alarm. “
            Verloc cerca di consolare la moglie Winnie...

Joseph Conrad pubblica nel 1907 The Secret Agent, un romanzo ispirato alle gesta dell’anarchico francese Bourdin che nel 1894 aveva tentato di far saltare in aria l’osservatorio di Greenwich, rimanendo accidentalmente ucciso. Lo scrittore inglese racconta le disavventure di Verloc, un ambiguo cartolaio londinese (nella sua bottega si vende anche merce pornografica) il quale è da un lato l’animatore di un noto ritrovo di anarchici, dall’altro è segretamente al servizio di una potenza straniera (forse la Russia zarista). In sostanza si tratta di un agente provocatore il quale riceve l’ordine di organizzare un attentato di cui verranno probabilmente incolpati gli anarchici della sua cerchia. Verloc vive con la moglie Winnie e suo cognato Stevie, un ragazzo minorato che è il centro dell’interesse amorevole della donna. Quest’ultima, anzi, ha sposato Verloc, che non stima, solo per trovare una sistemazione al povero fratello. L’agente segreto, messo alle strette, decide di mandare proprio Stevie a portare la bomba all’Osservatorio, ma il ragazzo la fa esplodere per errore, prima di giungere alla meta e muore dilaniato. Quando la moglie, inconsapevole di tutto (anarchici, arttentati, attività spionisitca) comprende l’orrore in cui è finito stritolato il povero Stevie, in un accesso di follia ammazza Verloc; poi chiede aiuto a Ossipon, uno dei frequentatori abituali della cerchia anarchica del suo negozio, il quale, compreso l’insieme degli eventi, deruba la donna e la lascia sola. Winnie si suicida.
Conrad descrive con sommo disprezzo questo manipolo di ipocriti che si spacciano per rivoluzionari. Sono evidentemente degli spostati e Verloc è il peggiore, unendo alla recita anarcoide anche la disgustosa attività doppiogiochista al servizio dello straniero. Se il disegno generale del romanzo è del massimo interesse, mostrando come l’alta politica si serva di questa personaggi rabbiosi, sfaccendati e velleitari per le proprie finalità storiche - una strategia che in Italia si conosce meglio che in qualunque altra parte del mondo, poichè è stata usata durante la stagione dei cosiddetti anni di piombo (in particolare la bomba di piazza Fontana è il frutto di un disegno politico molto simile a quello narrato da Conrad) - d’altro canto la concreta narrazione si rivela prolissa e opaca, popolata da personaggi mediocri e inverosimili, figurine bidimensionali che non riescono a tener desta l’attenzione del lettore. Anche Verloc è figura troppo cupa e stupida (un agente segreto che non si è neppure accorto dei reali sentimenti della propria moglie... ) mentre Winnie scade, nel finale, in un personaggio eccessivamente melodrammatico. Di fatto la parte più approfondita del racconto non è tanto quella politica (le strategie e le finalità dei singoli attori rimangono abbastanza sfocate) bensì consiste in un semplice dramma domestico che culmina con l’orrenda morte della persona più indifesa e con l’atroce vendetta/suicidio della moglie.
Va infine sottolineato che il cupo pessimismo del romanzo coinvolge lo stesso autore il quale ha perfetta coscienza della inutilità sociale della propria attività letteraria (si veda il dialogo tra l’ambasciatore e Verloc intorno ai possibili obiettivi dell’attentato), attività incapace di modificare realmente un universo governato dalla crudeltà del Potere.
Il romanzo non ottenne un grande successo e la sua fama crebbe lentamente nel tempo.

Come sua abitudine Hitchcock appronta una trascrizione semplificata del testo di Conrad. In Sabotaggio (dic. 1936; 85 min.; inedito in Italia) il regista ne ripropone abbastanza fedelmente il nucleo narrativo, ma attua ampie modifiche nell’incipit e nel finale.
Inannzitutto egli traspone la vicenda nella Londra contemporanea, trasforma la cartoleria in una piccola sala cinematografica ed elimina integralmente la cerchia degli anarchici e le loro futili discussioni. Nel racconto filmico Verloc (Oscar Homolka) è semplicemente un terrorista al servizio di una potenza straniera, il cognato Steve è poco più che un bambino (Desmond Tesler) e Ossipon viene rimpiazzato dal finto ortolano e poliziotto Ted (John Loder) che tiene sotto sorveglianza l’abitazione di Verloc. Tutte le riflessioni politiche - la dialettica esistente tra alta politica e manovalanza ideologica semicriminale  - scompaiono e assistiamo ad una semplice pellicola poliziesco-spionistica che si apre con un primo attentato alla rete elettrica londinese. Si prosegue con la preparazione dell’esplosione che deve gettare nel panico la città: l’obiettivo simbolico di Greenwich viene sostituito addirittura con Piccadilly Circus; il povero Steve, ignaro, porta la bomba su un autobus e resta vittima dell’esplosione insieme a decine di altre persone. In un certo senso nel film di Hitchcock l’attentato riesce perfettamente; ciononostante, poche ore dopo, nell’assurdo e frettoloso finale (simile ad altri pasticciati ma scenografici finali hitchcockiani, come quello dei recenti Il club dei trentanove e L’agente segreto), siamo in una Londra festosa (nei pressi del cinema di Verloc) che non sembra proprio essere stata appena devastata da un orrendo attentato e la polizia insegue un terrorista complice di Verloc (nel frattempo ucciso da Winnie, come nel romanzo) il quale, resosi conto che è ormai in gabbia, si fa saltare in aria.
La pellicola si concentra interamente sul dramma familiare dei Verloc ed in particolare sulla infelice Winnie (una bravissima Silvia Sidney), sulla sua frustrazione matrimoniale e sulla simpatia per l’agente Ted che diverrà, nel confuso finale, quasi una storia d’amore (ovviamente Winnie non si suicida... ). Tutto il resto appare un semplice contorno, spettacolare se si vuole, girato con perizia ma senza una sufficiente creatività capace di rendere interessanti e credibili questi stravaganti personaggi. A cosa serva l’attentato e perchè Verloc sia un terrorista rimangono questioni misteriose quanto i pesonaggi del racconto, nè bastano un paio di buone sequenze (il celebre episodio di Steve sull’autobus con la bomba; l’assassinio di Verloc) per rendere l’insieme del film riuscito e memorabile, tanto più che esso si svolge interamente nel quartiere del cinema della spia, in una Londra finta, ricreata in studio. Questa scarsa attenzione al realismo del contesto - sacrificato come al solito a mediocri moduli teatrali - rende ancor più inverosimile la narrazione.
La pellicola, che non era stimata neppure dal suo autore (si veda quello che Hitchcock racconta Truffaut nella nota intervista), non riscosse un grande successo; in Italia non verrà neppure distribuita.

Sessanta anni dopo Christopher Hampton firma una versione assai più fedele del romanzo di Conrad. Il suo The Secret Agent (set. 1996; 95 min.; tit. it. L’agente segreto) è un’elegante illustrazione del testo, affidata a un cast di ottimi attori.
Siamo dunque nella Londra del 1886. Il libraio Adolf Verloc (Bob Hoskins) vive col cognato mezzo scemo (Christian Bale) e con la tenera Winnie (Patricia Arquette), ospita riunioni di anarchici, tra i quali spiccano il professore dinamitardo (Robin Williams) e Ossipon (Gerard Depardieu), riceve l’ordine dall’ambasciatore russo di attuare un attentato all’osservatorio di Greenwich e si serve del povero Stevie che, inciampando, salta in aria. La polizia scopre tutto rapidamente, Verloc si prepara a fuggire ma la moglie, resa folle dal dolore lo accoltella e poi, tradita e derubata da Ossipon, si suicida.
La pellicola, recitata con estro, si snoda però scolastica e prevedibile; somiglia più a uno
sceneggiato teevisivo che a un prodotto cinematografico. Tuttavia la pignola fedeltà a Conrad ha il pregio di dar conto delle sottili trame politiche che avvolgono la libreria di Verloc e i suoi anarchici visionari e stupidi, ricordando da vicino -  soprattutto al pubblico italiano - la capacità del Potere di infiltrarsi dentro a queste piccole sette, disconnesse dal mondo reale, e di strumentalizzarle ai propri fini, non di rado ordinando stragi di civili considerate utili come forma di pressione o di ricatto nei confronti di un potere avverso. 
Gli esterni, abbastanza suggestivi, sono però in numero assai limitato mentre il grosso del lavoro si svolge in interni, appesantito (ovvero reso teatrale) da un’eccessiva fedeltà ai dialoghi del romanzo. L’unica differenza rispetto al testo consiste nella eccessiva umanizzazione di Verloc che da cinico e stolto opportunista si trasforma in vittima sofferente delle circostanze, cercando così di generare qualche empatia in uno spettatore che deve assistere a un girotondo politico animato da figure tutte generiche e scostanti.

testo scritto nel set. 2016