Strangers on a Train

Strangers on a Train, La vittima designata e Throw Momma from the Train: sicari per caso (1950-87)

                Bruno batté le mani. “Ehi! perdinci, che idea!
                Uccideremo l’uno per l’altro! Capisce? Io ucciderò
                sua moglie e lei ucciderà mio padre. Ci siamo incontrati
                in treno e nessuno sa che ci conosciamo. Un alibi perfetto!....
                Io potrei farlo quando lei sarà fuori città, e lei durante
                una mia assenza”
                P. Highsmith, Sconosciuti in treno (1950)

Nel 1950 Patricia Highsmith, ventinovenne scrittrice texana, pubblica il suo primo romanzo, Strangers on a Train. Vi si narra di un brillante e famoso architetto, Guy Haines, il quale incontra in treno Anthony Bruno, uno psicopatico alcolizzato il quale, affascinato dal compagno di viaggio, gli propone uno scambio di delitti. Entrambi odiano qualcuno: Guy vorrebbe liberarsi della pestifera moglie Miriam per potersi risposare con la seducente Anne mentre Anthony desidera liberarsi dell’oppressivo padre. Guy lo ascolta dapprima divertito, poi - compreso che il compagno di scompartimento non scherza -  inquieto. In seguito Anthony ammazza realmente Miriam e inizia a perseguitare Anthony affinché onori il presunto patto. In un abnorme crescendo di audacia, il folle si intrufola nella sua cerchia e inizia a rendere l’esistenza di Guy talmente complicata e spaventosa da convincerlo ad agire: in una prestabilita serata (Bruno è in viaggio con la madre) Guy ammazza la vittima designata. Tutto sembrerebbe concludersi per il meglio per la coppia assassina se non fosse per l’intervento del tenace Gerald, un detective che aveva funzioni di guardia del corpo del padre di Bruno. Questi non tarda a capire il contorto piano messo in atto dal figlio del suo datore di lavoro e lo mette alle corde. Bruno disperato finisce col suicidarsi mentre, di lì a poco, Guy viene arrestato.
Il testo è ben congegnato, il crescendo efficace e il personaggio di Bruno - il vero motore della vicenda - delineato con abilità. Questo schizofrenico anarcoide, ricco e scapestrato, omosessuale (il suo amore per Guy è una delle principali e più convincenti aspetti del racconto) prigioniero dei propri vizi e delle proprie ossessioni è una figura così ben tratteggiata che finisce con l’essere anche una sorta di schizzo preparatorio del celebre protagonista creato dalla Highsmith cinque anni dopo ossia il camaleontico criminale Tom Ripley (presente poi in numerosi, importanti film da In pieno sole, Clement, 1960 a Il talento di Mr Ripley, Minghella, 1999, da L’amico americano, Wenders 1977 a Il gioco di Ripley, Cavani, 2002). Anche il contesto kafkiano e allucinatorio, con un uomo brillante ma ordinario, trascinato gradualmente verso il crimine, risulta credibile e coinvolgente.
Hitchcock si appropria di questo poliziesco senza poliziotti e - aiutato dallo scrittore Raymond Chandler e da Czenzi Ormonde - lo trasforma in una pellicola brillante (giugno 1951; t. it.
L’altro uomo; uscita italiana nel marzo 1952 con il divieto ai minori di sedici anni; per la riedizione del 1961 spunta il titolo Delitto per delitto) ma - ancora una volta - infedele al testo in una direzione semplicistica e spesso superficiale. La cupezza del racconto originale va quasi totalmente perduta, la figura di Bruno rimane quella di uno psicopatico ma privo di tutto il lato ossessivo: il personaggio, magistralmente delineato da Robert Walker, non è un alcolizzato, non è (almeno in modo palese) un gay, non “ama” Guy. Quest’ultimo, da famoso architetto diviene un popolare tennista e la sua fidanzata, addirittura, la figlia di un senatore.
Nell’intera prima parte il film Strangers on a Train sembra ricalcare il romanzo, senonché alcune mosse di Bruno sono decisamente sbagliate: a differenza che nel testo, il folle ammazza Miriam una sera qualunque, senza assicurarsi che Guy abbia un alibi di ferro. Così la polizia (assente nel romanzo) entra in gioco e mette in difficoltà il tennista il quale - a differenza che nel testo letterario, dove l’identità dell’assassino diviene chiara al protagonista nell’arco di qualche settimana - sa immediatamente chi è il colpevole della morte della moglie. Inoltre nel film Bruno non esita a farsi vedere dagli amici della vittima (laddove nel testo cerca in ogni modo di rimanere nell’ombra), creando una serie di pericolosi testimoni che saranno decisivi nel finale pirotecnico.
La seconda parte del film è invece completamente “originale”: Guy non si lascia impressionare dalla persecuzione posta in atto da Bruno; una sera si reca effettivamente a casa del padre del folle, ma solo per avvisarlo delle intenzioni omicide del figlio. Nel letto del padre, però, trova sempre il mefistofelico Bruno (decisamente impavido: se Guy avesse realmente aperto il fuoco, Bruno sarebbe morto in quel letto... ). A questo punto il racconto prende una nuova direzione: Bruno ritorna sul luogo del delitto per lasciarvi una prova compromettente per Guy, ma viene sorpreso sia dal tennista, sia dalla polizia. Nello spettacolare finale (troppo rocambolesco e artificioso nella costruzione, con un poliziotto che spara tra la folla senza uno stringente motivo, ammazza l’innocente manovratore della giostra e causa il funambolico pezzo di chiusura) i due ex compagni di viaggio ingaggiano una lotta furibonda su una giostra impazzita: Bruno muore e Guy è salvo.
Il film di Hitchcock - pur tradendo lo spirito del romanzo e procedendo senza troppa attenzione alla verosimiglianza - approda a un risultato complessivamente efficace e gradevole. L’incubo della Highsmith si è trasformato in un poliziesco dai contorni insoliti in cui non mancano le pagine leggere, segnate dal tipico umorismo macabro del regista inglese. In particolare questi nuovi episodi fanno riferimento a Barbara (Patricia Hitchcock; personaggio inesistente nel romanzo), la brillante e un po’ sfacciata sorella di Ann Morton (Rith Roman) mentre manca compeletamente la figura del detective Gerard, vero motore della seconda parte del romanzo, il quale con la sua ossessiva indagine finiva col mettere alle corde la coppia assassina. Del testo Hitchcock sostanzialmente utilizza l’idea iniziale dello scambio di omicidi e la personalità perversa di Bruno, quest’ultima notevolmente ammorbidita: la figura originale è quella di un alcolizzato, spesso poco cosciente di sé, nonché di un omosessuale pressoché innamorato di Guy e animato da un odio profondo per tutte le donne che circondano il brillante architetto. Possiamo dire, ancora una volta, che il regista modifica un testo originale e troppo audace a favore di una versione più facile da sopportare, intessuta di momenti briosi e soprattutto priva di ogni elemento disturbante. Si perde però anche l’efficace e plumbeo clima di terrore in cui Guy si trova a vivere per mesi e che, in definitiva, giustifica la sua scelta criminale. Nelle pagine della Highsmith Bruno è un fantasma che compare e scompare al cospetto di Guy, nei momenti più inattesi. Al contrario nella pellicola si tratta di un criminale sicuro di sé e insensibile al mondo che lo circonda e alle sofferenze che vi provoca. E’insomma una figura derivata da quella dello zio Charles, il protagonista de L’ombra del dubbio (1943; vedi) e di cui ritroveremo blande tracce nello schizofrenico Norman Bates e nel serial killer delle cravatte (Frenzy, 1972).
Inutili invece le insistenze del regista sul tema del doppio. Come hanno notato numerosi critici, tutto è raddoppiato nel film (come già accadeva in Shadow of a Doubt, 1943, film che ha molti punti in comune con Strangers on a Train; vedi), a cominciare dai due protagonisti; ci sono poi due Miriam (Barbara somiglia molto alla moglie di Guy), due sequenze nel luna park, due sequenze sui campi da tennis ecc. Nel testo della Highsmith indubbiamente Bruno rappresenta il lato oscuro di Guy: i due personaggi sono complementari e l’uno estrae dall’altro le sue tendenze più represse e inconfessabili (nell’ultima parte del romanzo Guy è un assassino felice, privo di rimorsi...). Al contrario l’altro Guy, pur manifestando timidamente alcune pulsioni aggressive, rimane per tutto il film un “bravo ragazzo”, impensierito dalla torbida situazione in cui è venuto a trovarsi. Egli non è in alcun modo il doppio di Bruno: quando finalmente decide di recarsi di notte a casa del padre di Bruno lo fa solo per informarlo (sarebbe bastata una telefonata: la lunga sequenza si rivela presto un trucco posto in atto dal regista nei confronti dello spettatore e finisce col girare a vuoto...) mentre quando ci va l’architetto Guy è realmente per uccidere. Su questo tema rimangono solo alcune belle intuizioni visive in cui la luce e l’ombra, il bianco e il nero divengono elementi simbolici dei due personaggi: ad esempio quando Bruno si staglia come una disturbante macchia nera nella sagoma bianchissima del Lincoln Memorial (a Washington). Bruno verrà poi inghiottito dalle proprie pulsioni di morte nello scenario espressionistico (Hitchcock lo riprende dall’universo del cinema muto tedesco) del luna park (luogo dove le peggiori fantasie si materializzano, anche se solo per gioco) mentre Guy convola a liete nozze con la sua bella Ann, figlia di un posato e rassicurante senatore.
Strangers on a Train rimane una pellicola sostanzialmente affascinante anche se meno rigorosa del romanzo. Va però notato, tra gli ulteriori limiti del lavoro, che Hitchcock non ha trovato validi interpreti: solo Robert Walker è all’altezza del ruolo; gli altri, a cominciare da Farley Granger (meglio utilizzato dal regista nel recente Rope, anch’esso su una coppia assassina in cui è importante il fattore omosessuale; vedi) sono legnosi e monotoni; lo stesso Hitchcock si dirà insoddisfatto del cast) e non è stato capace di ravvivare il racconto con una colonna sonora originale e moderna. Il commento musicale di Tiomkin si limita ai consueti vocaboli tardoromantici che non aggiungono nulla alle situazioni filmiche.
D’altro lato con questa pellicola Hitchcock riesce a liberarsi del carattere teatrale che aveva spesso reso statiche e noiose le sue creazioni degli anni quaranta (vedi) per approdare a un film arioso, girato prevalentemente in esterni soprattutto a Washington (ottima la valorizzazione dei suoi monumenti) e, di conseguenza, dotato di un buon ritmo e di interessanti scenari tra ampie stazioni, distese di campi da tennis e grandi luna park.
Il pubblico se ne accorge e sancisce il fortunato esito commerciale del film. Il regista inglese così risale la china a Hollywood, dopo la serie di passi incerti o decisamente falsi seguiti al grande successo di Notorious (1946).

Vent’anni dopo il regista Maurizio Lucidi firma un insoltio remake del film americano con La vittima designata (aprile 1971; 105 min.). Nei titoli di testa numerosi sono i nomi dei soggettisti e degli sceneggiatori mentre, inspiegabilmente, manca qualunque riferimento alla Highsmith e a L’altro uomo.
La vicenda è ambientata tra Milano e Venezia: nella città lombarda risiede Stefano Augenti (Tomas Milian), pubblicitario di successo con amante al seguito, che odia la moglie; in quella veneta invece abita il conte Matteo Tiepolo (Pierre Clementi) che parla di un crudele fratello che lo tormenta. Su un motoscafo nella città lagunare (anziché su un treno) quest’ultimo propone all’amico lo scambio di delitti e non viene preso sul serio. Nel giro di pochi giorni Tiepolo si installa a Milano, perseguita l’amico, gli ammazza la moglie senza troppo badare ad alibi e indizi ed incatena a sé lo sbigottito Stefano il quale (come il Guy di Hitchcock, ma a differenza del personaggio della Highsmith) si ritrova assediato dalla polizia. Sempre più disperato decide di ammazzare realmente il fratello di Tiepolo, senza sapere che il suo colpo di fucile ucciderà il conte Tiepolo il quale ha architettato questo un insolito “addio alla vita”.
La sorpresa finale non sorprende nessuno: il tono cinico-nichilista dell’aristocratico lascia intendere fin dall’inizio chi sia la vera “vittima designata”. Per il rresto il film è un mezzo fallimento: Lucidi tira in lungo la situazione chiave senza aggiungervi nulla in quanto intorno ai due protagonsti c’è il vuoto (mancano cioé quelle importanti e definite figure di contorno che animano il romanzo e il film hollywoodiano). Inoltre anche i due attori principali, sulle cui spalle pesa il carattere ripetitivo e fiacco della sceneggiatura, sono poco convincenti mentre gli esterni milanesi e veneziani appaiono del tutto prevedibili. La musica di Bacalov, in puro stile morriconiano, aggiunge qualcosa ma certo non salva il film; il bel motivo principale diventerà il tema dell’adagio del Concerto grosso (1971) dei New Trolls.
In particolare tutta la parte finale è assurda: inseguito dalla polizia, Stefano non trova di meglio che salire sulla cima della chiesa di Santa Maria della Salute per sparare con un fucile a canocchiale (nessuno tra l’altro gli ha chiesto se sia un buon tiratore... ), praticamente sotto gli occhi delle forze dell’ordine. Il complicato marchingegno della Highsmith, già messo a dura prova dalla sceneggiatura superficiale di Hitchcock e compagni, viene ora fatto a pezzi. Rimane all’attivo lo stralunato tono mezzo hippy che Pierre Clementi e Tomas Milian si portano dietro e l’insistenza sul gioco del doppio, in questo caso evidenziato addirittura dalla somiglianza dei due attori, nonché dal fatto che il pubblicitario alla fine cede, passa al “lato oscuro” e diviene anch’egli un assassino (almeno in ciò rispettando il romanzo della Highsmith).
Va infine notato che anche un altro momento del film deriva da reminiscenze legate alla scrittrice texana: Stefano si esercita lungamente ad imitare la firma della ricca moglie così come Alain Delon/Tom Ripley studiava il complicato autografo dell’amico ucciso nel film In pieno sole (Clement, 1960), tratto da The Talented Mr. Ripley (Highsmith, 1955).

Il secondo remake del film di Hitchcock, Throw Momma from the Train (1987; 88 min; t. it. Getta la mamma dal treno), girato da Danny De Vito al suo esordio in qualità di regista, è sostanzialmente una versione comica, quasi una parodia, che si richiama esplicitamente al modello (il protagonista vede in una sala cinematografica di Los Angeles Strangers on a Train e decide di imitarne il contenuto).
L’ambientazione è ora quella di una scalcagnata scuola per romanzieri: Owen (Danny De Vito), uno stravagante scrittore in erba, propone a Larry (Billy Crystal), il proprio professore, uno scambio di delitti. Tutto procede come da copione: il primo assassinio (relativo alla moglie del professore) viene ambientato alle Hawaii, il secondo (il cui obiettivo è l’orribile madre di Owen) consiste invece in una serie di tentativi fallimentari. Finale lieto: nessuno muore; anche il presunto omicidio della moglie dello professore era fasullo e la donna ricompare dopo alcuni giorni (era caduta accidentalmente in mare).
La pellicola è modesta, la qualità è televisiva, le battute divertenti sono poche, la figura dello scrittore frustrato (uno stereotipo che andrebbe abolito per legge... ) è resa senza estro. Inoltre De Vito commette lo stesso errore di Lucidi: restringe il campo ai due soli attori principali, rendendo il racconto oltremodo stucchevole. Anche l’aggiunta della grottesca madre (Anne Ramsey)  - figura prevedibile in ogni suo gesto - non corregge la pesante ripetitività  delle situazioni.
Si salva solo il simpatico protagonista il quale, con il suo Owen, sostituisce al folle psicopatico della Highsmith la figura di un bambinone vagamente ritardato.
In conclusione va detto che - come per altri romanzi portati sullo schermo da Hitchcock - anche Strangers on a Train della Highsmith, sebbene abbia generato un piccolo “filone”, attende ancora una trascrizione filmica fed