Suspicion

Before the Fact, Suspicion e The Naked Edge: una moderna Cenerentola, parte seconda (1932-61)

                    “Ci sono donne che generano degli        assassini, donne che li amano, donne               che li sposano. Lina Aysgarth ci mise            otto anni per accorgersi di aver sposato           un assassino”
                    F. Iles, Before the Fact, incipit

Negli ultimi mesi del 1940 Hitchcock dirige Mr.& Mrs. Smith (gen. 1941; 97 min.), pellicola anomala all’interno della sua filmografia. Si tratta di una banale commedia sentimentale che racconta le peripezie del povero David (Robert Montgomery) il quale deve sottostare a ogni genere di capriccio di sua moglie Ann (Carole Lombard); quando poi scopre che il suo matrimonio non è valido, a causa di un vizio di forma, anziché liberarsi della scocciatrice, la insegue e la corteggia disperatamente affinché acconsenta a sposarlo una seconda volta. Tra dialoghi banali, interni teatrali (come buona parte della produzione hollywoodiana dell’epoca, sembra di assistere a una recita su un palcoscenico più che a una pellicola girata all’aria aperta; gli esterni sono ridotti al minimo) e musiche inutilmente decorative, il film è assai tedioso, appare rivolto a un pubblico femminile e guarda con favore a una sorta di matriarcato femminile. Come si nota niente di più estraneo alla poetica hitchcockiana.
Per scusarsi con i suoi biografi il regista inglese affermerà sempre di avere girato il film per fare un piacere all’amica Carole Lombard che glielo aveva chiesto e aggiungerà di essersi limitato a seguire la sceneggiatura di Norman Krasna di cui non comprendeva bene storia e personaggi.

Lo scrittore inglese Francis Iles scrive il pregevole Before the Fact nel 1932. Vi si raccontano le peripezie della sfortunata Lina, donna avanti con gli anni (per l’epoca), ex femminista, bruttina (per tutto il romanzo il marito la chama “monkey face”), ricca, che si innamora perdutamente dell’avventuriero Johnny Aysgarth, brillante seduttore, nobile spiantato, giocatore accanito, fedifrago convinto e infine, all’occasione e per necessità, assassino. Il racconto è impostato interamente dal punto di vista di Lina (senza utilizzare però la prima persona): quello che vediamo, che sappiamo e che intuiamo coincide, per lo più, con l’universo della protagonista. Il suo lento e inarrestabile discendere agli inferi, il suo perdere progressivamente qualunque certezza, il suo definitivo abbandonarsi al proprio tragico destino di vittima designata vengono illustrati in un abile e coinvolgente crescendo durante il quale Lina tenta invano di divincolarsi dalla rete emotiva in cui è impigliata fino alla finale accettazione della propria morte, sentita come una liberazione. Sommerso dai debiti, a Johnny non resta che avvelenare la moglie per potere riscuotere una congrua somma dalle asicurazioni e per ereditare le sostanze della donna; Lina lo sa e lo lascia fare.
L’ambientazione è quella di una elegante tenuta di campagna, non distante da Londra - la stessa del romanzo Rebecca (1938) - come pure al romanzo della Du Murier rimanda l’abisso che separa l’uomo di successo, sicuro di sé e all’occorrenza pronto a infrangere le leggi (anche Max de Winter uccide la propria moglie) dalla consorte, inesperta e soggiogata, innalzata in modo inatteso a compagna di un uomo che ella credeva assai distante dalla propria situazione esistenziale. Queste somiglianze sono, tra l’altro, alla base della scelta hitchcockiana di produrre una riduzione filmica del romanzo, e sono a tal punto evidenti che il regista riutilizza Joan Fontaine nel ruolo di questa seconda Cenerentola. Si voleva cioè cavalcare il grande successo del film Rebecca confezionandone una sorta di bizzarra replica anche se poi, probabilmente intimoriti dalle troppe somiglianze, gli autori hanno eliminato tutta l’ambientazione nobiliare, la grande tenuta in campagna e hanno collocato i loro personaggi in una elegante ma sostanzialmente anonima casetta borghese con piccolo gardinetto.
La storia di Iles è, tuttavia, radicalmente differente da quella del mediocre film hollywoodiano. Lina deve subire ogni forma di oltraggio: dapprima semplici ruberie, falsificazioni della propria firma su assegni, il tradimento coniugale con tutte le amiche che la circondano e con le domestiche (da una di queste Johnny avrà un figlio), poi la procurata morte del padre attraverso un abile stratagemma (Johnny lo spinge a bere e ne causa l’infarto) e, in seguito, l’uccisione (secondo la medesima tecnica) di un amico ingenuo col quale Johnny era in affari. Tutto questo avviene lungo otto anni in un progressivo abbruttimento della protagonista la quale, invano, tenta di sfuggire al proprio seducente marito-padrone allorché, sconvolta dalla scoperta del bambino avuto dalla sua domestica, decide di abbandonare la tenuta e di stabilirsi a Londra dalla sorella Joyce. In questa parentesi ella troverà perfino un uomo, un valido pittore, pronto a sposarla (Lina sembra convinta ad avviare le pratiche di divorzio); eppure, non appena si ripresenta Johnny alla porta, ella fugge con lui verso il proprio destino di morte. Dopo l’eliminazione dell’ingenuo partner in affari - evento previsto da Lina - la donna vive in un’angoscia perenne, convinta di essere la prossima vittima; ciononostante non abbandona la casa e, anzi, si lascia docilmente uccidere per terminare un’esistenza sbagliata e al tempo stesso per compiacere un’ultima volta il suo Johnny.
Il magnifico
romanzo di Iles è un serrato e feroce studio di una psicologia femminile invischiata in una dialettica servo-padrone portata alle estreme consegenze. Lina viene descritta come succube e dipendente: nonostante gli avvertimenti e le numerose e razionali vie di fuga (dapprima i saggi consigli paterni contrari al matrimonio, poi quelli della sorella, del cognato, del nuovo spasimante londinese pronto a tutto per salvarla), Lina non riesce a sottrarsi al fascino mortale del marito - in definitiva un allegro e devastante criminale - senza il quale l’esistenza le sembra priva di qualunque senso. E per questo pagherà il prezzo più alto.
Il lettore segue il rovinoso percorso di Lina sempre aspettando una sua reazione decisa - o almeno di semplice autoconservazione - che non arriva mai. La tensione è tutta in questo spazio mentale, in questa scelta che sembra sempre sul punto di realizzarsi e che, invece, viene continuamente procrastinata, nel vano dibattersi della preda all’interno della sua prigione dorata di cui il lettore ha perfettamente intuito la gravità grazie a una serie di precise allusioni (niente di definitivo, in quanto i pensieri e le gesta di Johnny restano sostanzialmente ignoti). In tal senso Before the Fact è un giallo alquanto originale poiché non vi sono dubbi sulle colpe del criminale (anche se esse vengono solo accennate o lasciate intuire al lettore) e la suspence è tutta interna al percorso mentale e alle possibili scelte della vittima.
La sceneggiatura tratta dal romanzo di Iles per Suspicion (novembre 1941, 99 min.), opera di Samson Raphaelson (già collaboratore di Lubitsch), consiste in una sistematica eliminazione di tutti gli elementi interessanti del dramma i quali vengono sostituiti con banali schermaglie caratteriali, non lontane da quelle tipiche della “sophisticated comedy” americana degli anni trenta. Si tratta del primo “tradimento” effettuato da Hitchcock nei confronti di testi assai originali i quali appaiono però poco consoni al mercato dell’intrattenimento cinematografico (lo stesso accadrà in seguito con Vertigo, Marnie e Family Plot) in quanto troppo crudeli e deprimenti. Hollywood confeziona piacevoli pellicole per un pubblico ingenuo e, quando si tratta (come in questo caso) di argomenti amorosi e domestici, prevalentemente femminile. Pertanto spariscono tutti gli elementi di cinica durezza presenti nel romanzo, così come l’intera disamina del rapporto servo-padrone come pure la sottile vena misogina che permea i testo. La nuova Lina non è mai stata femminista, non è un’intellettuale, non è avanti con gli anni, non è brutta (chissà perché rimane allora il nomignolo di “monkey face”): è un’americana benestante come altre. Johnny, invece, è il classico scioccone americano, non lontano dai personaggi che Cary Grant ha interpretato in tante commedie umoristiche degli anni trenta. Certo è un ragazzone sventato, gioca un po’ troppo alle corse e ha perfino sottratto una cifra considerevole al proprio datore di lavoro. Ma questo è, infine, tutto. Ovviamente non ha sposato per mero interesse Lina (come il demoniaco Johnny di Iles); inoltre non seduce le amiche della moglie, non mette incinta le domestiche, non procura la morte al padre della moglie e neppure all’amico del cuore. La prima metà del film, assa noiosa e girata in studio tra scenari di cartapesta e goffi fondali, è una commedia come tante. Nella seconda metà si affaccia la trama poliziesca anche se, venendo a mancare pressoché tutti i crimini del vero Johnny, non si capisce perché, di colpo, Lina sospetti che il marito abbia intenzione di ammazzare il proprio
socio in affari. Tutto questo deriva meccanicamente dall’ultima parte del romanzo di cui, tuttavia, non viene rispettato il solenne e kafkiano crescendo criminale che inabissa la protagonista in uno stato di angoscia permanente. Di conseguenza abbastanza gratuita appare anche l’ultima parte in cui Lina si sente personalmente minacciata. Come è ovvio Johnny risulterà del tutto innocente (ma le regole di Hollywood ne garantivano la buona fede fin dall’inizio poiché Cary Grant non avrebbe mai interpretato la parte di un assassino) e il clima (artificioso) di sospetto della parte finale dilegua nel nulla. Solo l’estrema pigrizia degli sceneggiatori hollywoodiani poteva arrivare ad acquistare i diritti di un romanzo di tale valore solo per plagiarne una serie di personaggi e di dialoghi, lasciando cadere la vera sostanza del racconto. In ogni caso il pubblico dette loro ragione, decretando l’enorme successo della pellicola come pure l’Academy che premiò Joan Fontaine con un oscar.
Come per Rebecca, cui il film assomiglia nei fondali finti, nella contrapposizione tra un uomo sicuro di sé e una donna indifesa, nell’uso di un’invadente colonna sonora tardoromantica e nella poco convinta interpretazione degli attori, gli elementi migliori si trovano in una ricerca figurativa che consente a Hitchcock di creare qualche modesto brivido nella parte finale del film attraverso immagini di marca espressionista, memori dell’epoca del muto. Alla sinistra e spettrale presenza della governante di Manderly si sostituiscono immagini inquietanti e ambigue di un Johnny silente e apparentemente minaccioso, come incombente sulla tormentata e sconvolta Lina. Non c’è altro. Il chiarimento avviene in auto, in una frettolosa sequenza finale, dopo di che cala immediatamente il sipario (si tratta, tra l’altro, di uno dei più brevi film del regista inglese).
Il modesto
Suspicion possiede, dunque, un rapporto superficiale con il testo di Francis Iles: è un film che si ispira ai suoi personaggi per raccontarci una vicenda radicalmente diversa e alquanto banale. Before the Fact non possiede a tutt’oggi un’adeguata trascrizione filmica.

Vent’anni dopo, nel solco del successo internazionale di Psycho (1960), Michael Anderson gira The Naked Edge (giu 1961; 105 min.; t.it Il dubbio), film tratto da First Train to Babylon (1955; tit. it. Una lettera dal passato) di Max Ehrlich; la pellicola sembra, per molti aspetti, un remake di Suspicion.
Martha (un’ottima Deborah Kerr) sospetta che il marito George (Gary Cooper al suo ultimo film) sia un assassino. Quest’ultimo è entrato in possesso di una misteriosa fortuna proprio nei giorni in cui una forte cifra veniva rubata al suo datore di lavoro, il quale veniva anche ucciso in quel frangente. Otto anni dopo quell’evento Martha scopre che un certo Clay (Eric Portman) ricatta George per quegli avvenimenti (un presunto colpevole è in prigione, proprio grazie alla testimonianza del marito) e di colpo tutto il suo universo crolla. Inizia per Martha un oscuro incubo nel quale George appare sempre più una figura sinistra e minacciosa (non manca una tesa sequenza su una scogliera, con George che appare intenzionato a scaraventare la moglie nel vuoto). Disperata, la donna si trasforma in una sorta di detective, indaga su ogni dettaglio, va a trovare il ricattatore, la moglie del presunto colpevole (la quale vive in un kafkiano quartiere proletario, fatto di decine di condomini massicci e incombenti) e, nel finale, viene aggredita in casa da una figura misteriosa. Lo scioglimento - la parte più scadente del film - mostra George innocente (Gary Cooper, come il Cary Grant di Suspicion, non poteva interpretare il ruolo di un criminale) ed ogni colpa ricade, in modo del tutto illogico, sul ricattatore (il finale del romanzo era differente).
La pellicola è girata in modo ineccepibile da Anderson: ottimi gli scenari londinesi (splendida la sequenza nei quartieri popolari), come pure quelli selvaggi sul mare, perfetto l’uso del chiaroscuro e del minaccioso taglio delle inquadrature, quasi tutte di marca hitchcockiana; notevole è, infine, la capacità di seminare dubbi e sospetti su tutti i personaggi (in particolare sugli amici di George, tratteggiati come possibili complici). Il film crolla nella parte finale sia per l’artificiosa sequenza in cui Clay tenta di uccidere Martha a casa sua, nonostante la presenza del marito, sia soprattutto per l’incongruenza di fondo che vuole Clay ricattare George per un delitto e un furto di cui era l’unico colpevole. Questa scelta narrativa approda a un finale certamente imprevedibile proprio perchè quella soluzione era, di fatto, impossibile.
In ogni caso Il dubbio fa parte di quella serie di noir hitchockiani che vennero girati agli inizi del decennio, sulla scia dell’inatteso enorme successo di Psycho (si veda anche Il coltello nella piaga, Litvak, 1962); si pensi che sulle fotobuste italiane del film di Anderson si trovava scritto: “l’anno scorso Psyco quest’anno Il dubbio: vi attanaglierà”. Rispetto al sopravvalutato modello, il film offre una resa complessiva perfino superiore, ma si trova bloccato dalla medesima, nefasta scelta: l’avere affidato il ruolo principale a un attore impossibilitato a recitare in ruoli negativi.
Il dubbio riscosse uno scarso successo.

testo scritto nel dic. 2009; ultimo aggiornamento: feb. 2017