The Lodger

The Pleasure Garden, The Lodger, The Ring, Downhill, Easy Virtue, The Farmer’s Wife, Champagne, The Manxman: gli esordi negli anni del cinema muto (1925-29)

                                                                       “Possiamo dire che The Lodger è il mio primo film”
                                                                                               Hitchcock intervistato da Truffaut (1968)

Il primo film di Alfred Hitchcock, The Pleasure Garden (1925; tit. it. I labirinti della passione, feb. 1927; ca 60 min.), girato tra Monaco (dove il giovane regista aveva studiato tecnica cinematografica per alcuni anni) e il lago di Como, mostra un autore già capace di raccontare con sicurezza e che sa ravvivare una vicenda puttosto scontata con tocchi di reale originalità, soprattutto laddove si prefigge di generare suspense e sorpresa.
Patsy (Virginia Valli), ballerina al Pleasure Garden, sposa Levet (Miles Mander), l’amico di Hugh (John Stuart) fidanzato  della sua coinquilina Jill (Carmelita Gerachty). Il marito, dopo un’idilliaca luna di miele sul lago di Como, è costretto ad abbandonare Patsy per impegni di lavoro; egli si reca nelle colonie dove instaura una relazione amorosa con un’indigena (Nita Naldi). La moglie giunge sul posto, lo scopre e si dispera. Levet, ridotto ad un miserabile alcolizzato, caccia l’indigena che sembra volersi suicidare in acqua; sopraggiunge il protagonista il quale, anzichè salvarla, la affoga. In seguito Levet, reso folle dalle apparizioni dello spirito della giovane assassinata, cerca di ammazzare anche Patsy ma viene fermato in tempo. La donna si consola con Hugh, liberatosi dal legame con Jill.
Ad una prima parte leggera, ambientata nel mondo della rivista, fa seguito una seconda parte melodrammatica e nera in cui Hitchcock dà prova di avere bene assimilato le atmosfere lugubri e soprannaturali del coevo espressionismo tedesco. La sequenza dell’uccisione dell’indigena è il vero punto di svolta, sequenza folgorante (verrà in qualche modo rifatta dal Dario Argento di Inferno, 1980, nella sequenza dell’uccisione del libraio) in cui tutte le frivolezze amorose vengono cancellate di colpo e la dura realtà del desiderio maschile e delle sue regole appare nella sua essenzialità. Il “giardino del piacere” illustra pertanto le maschere gentili di spasimanti che non riescono a trattenere le proprie irrefrenabili pulsioni di cui sono, in definitiva, vittime mentre l’universo femminile gioca col fuoco, cerca di addomesticare tali tendenze e di sfruttarle a proprio piacimento (Jill finisce con lo sposare un principe russo) ma, in definitiva, si illude invano di potere controllare la naturale inclinazione maschile alla poligamia. Levet cerca di cancellare il proprio peccato uccidendo l’indigena, una donna percepita come inferiore, ma rimane vittima del proprio senso di colpa.
Hitchcock si cimenta fin dall’esordio col tema della battaglia dei sessi che rimarrà un argomento centrale della sua rivcca cinematografia.

Il terzo lungometraggio di Hitchcock, The Lodger (feb 1927; 75 min.; inedito nelle sale italiane) è, di fatto, il suo primo film poliziesco in cui si possono trovare già perfettamente formulati i temi che saranno centrali nel lungo cammino artistico dell’autore.
A Londra un misterioso serial killer uccide le bionde di martedì; il panico si è ormai impadronito della città. L’ambiguo pensionante Jonathan (Ivor Novello) si muove con circospezione nella casa di cui è ospite, si innamora della figlia (June) della padrona che è corteggiata anche dal commissario che indaga sull’assassino e che presto si convince che Jonathan sia la persona che cerca. Hitchcock lo ritrae in modo ambiguo (come farà vent’anni dopo con il Cary Grant de Suspicion) e crea numerose situazione di suspense nelle quali sembra quasi che June debba divenire la prossima vittima. In realtà, verso i due terzi del film tutto si capovolge: non solo Jonathan è innocente; egli anzi ha avuto una sorella uccisa dal killer e gli sta dando la caccia. Ciononostante il poliziotto e la gente del quartiere non gli credono e cercano di linciarlo, quando giunge la salvifica notizia dell’arresto del vero omicida.
Il regista gira con grande sicurezza, avvolgendo situazioni e personaggi in atmosfere drammatiche, grazie a una fotografia molto contrastata e a inquadrature dal taglio insolito e spesso “sghembo”. L’autore mette a profitto quanto ha imparato dal lungo periodo di apprendistato berlinese, studiando i “trucchi” e la poetica del cosiddetto espressionismo tedesco di Lang e Wiene. The Lodger è pertanto già un frutto maturo della sua poetica, angosciato e al tempo stesso attraversato da lampi di umorismo nero.
Fin da questa prova, Hitchcock ci parla di una realtà sfuggente e pericolosa, non a caso nebbiosa, in cui basta poco per divenire un ricercato delle forze dell’ordine ed un oggetto dell’ira popolare. Il tema del falso colpevole, dell’individuo che involontariamente perde la sicurezza del quotidiano per addentrarsi in un labirinto terrificante, è già illustrato con grande incisività anche se la modesta estetica del muto, con le sue mimiche grossolane e inverosimili, non aiuta il regista e gli impedisce di creare situazione di sottile ambiguità.

Con The Ring (t.it. Vinci per me; ca 85 min.) Hitchcock mette in scena il solito triangolo amoroso all’interno di un contesto pugilistico. Jack (Carl Brisson) è un modesto pugile da fiera che ama e sposa Nelly (Lillian Hall-Davis), la cassiera del suo tendone. Bob (Forrester Harvey), un boxeur di alto livello, scopre il collega e soprattutto mette gli occhi sulla ragazza. Aiuta l’uno a far carriera e, nel frattempo, riesce a sedurre la giovane. Nel finale si giunge alla resa dei conti: i due pugili si scontrano sul ring, sotto gli occhi di Nelly. Vincerà il marito.
La storia si snoda prevedibile sebbene Hitchcock cerchi di animarla con ogni sorta di invenzione visiva. Se il regista si conferma come il più ingegnoso in terra inglese, ciononostante egli non riesce ad infondere vera vita a questi suoi personaggi marionettistici. La cosa più intrigante è il titolo che allude, contemporaneamente, al luogo di combattimento dei pugili come pure all’anello matrimoniale ed inoltre ad un braccialetto circolare ragalato dal Bob a Nelly. Amore e lotta appaiono come indissolubili attraverso questa interessante trovata: il più tenace riuscirà a conservare l’amore della donna e il diritto a tenerla con sè.
Il film riscosse un successo appena discreto e anche in Italia, dove uscì nel giugno 1929, venne salutato da critiche tiepide.

Il quarto lungometraggio dell’autore, Downhill (ott 1927; 75 min.; inedito nelle sale italiane), è una pellicola pensata per valorizzare Ivor Novello, coautore della modesta sceneggiatura. Vi si racconta la lacrimevole storia di uno studente altobrghese che, ingiustamente accusato di avere abusato di una commessa, abbandona il college, la famiglia ed inizia una discesa agli inferi (a Parigi e Marsiglia) in cui subisce numerose umiliazioni prima di rientrare fortunosamente in famiglia, a Londra, per scoprire che ogni eqiuivoco è stato chiarito.
Il tema è nuovamente quello del falso colpevole, ma la trattazione, con l’eccezione di un paio di sequenze innovative (una in cui si accavallano le visioni del protagonista, delirante per la febbre), opta per un convenzionale tono melodrammatico e non offre alcun elemento di interesse. La sceneggiatura è scontata e i personaggi sono stereotipati.

Il sesto film di Hitchcock, Easy Virtue (mar.1928; 60 min.) è una trascrizione in immagini dell’omonimo dramma (1925) di Noël Coward, che aveva ottenuto un notevole successo sulle scene inglesi e americane. Vi si narrano le peripezie della seducente Larita (Isabel Jeans) la quale dapprima amoreggia con un pittore, causando il suicidio del marito; poi cerca di sposare un nobile inglese (Robin Irvine), nascondendogli il proprio scandaloso passato. La famiglia della nuova “vittima” indaga, scopre la sua vera personalità e annulla le nozze.
Hitchcock dirige con abilità questa vicenda che possiede una propria tensione ed momenti di suspense. Questa volta la questione ruota anzichè intorno ad un falso colpevole, ad una reale avventuriera che nasconde la propia vera natura; come in alcuni futuri classici del maestro inglese (su tutti L’ombra del dubbio, 1943; ma vi sono somiglianze anche con Rebecca dove è invece il protagonista a nascondere un terribile segreto), lo spettatore si chiede se, come e quando le colpe di Larita emergeranno.
Il film non riscosse successo; in Italia non venne distribuito.

Con The Farmer’s Wife (mar. 1928; 90 min; tit. it Il vedovo allegro, apr. 1930), Hitchcock vira verso la commedia sentimentale e racconta le peripezie di un vedovo (Jameson Thomas) che è deciso a riprendere moglie in tempi rapidi. Egli stila una lista di quattro candidate, tutte benestanti (anche se una più brutta dell’altra) le quali rifiutano nelle modalità più imprevedibili (ora in modo sdegnato, ora con esplosioni di una provocatoria ilarità). Alla fine l’uomo si accorge di avere nella fedele ed umile domestica (Lilian Hall-Davies) la persona più adatta al ruolo.
In questo film di modesto interesse, ispirato alla omonima commedia (1916) di successo di Eden Philpotts, il regista sembra condividere una visione ugualitaria ed anticlassista, mostrando simpatia per le persone più umili.
La pellicola, girata con mano sicura, appare alquanto monocorde ed è interessante soprattutto per la sua capacità di anticipare la nota misoginia dell’autore il quale si diverte nel mettere in scena una galleria di figura femminili detestabili e quasi mostruose.

Il successivo Champagne (ago 1928; 90 min; tit. it Tabarin di lusso, gen. 1929) è una innocua e noiosetta commedia totalmente incentrata sullo sguardo dolce e spaesato di Betty Balfour. Quest’ultima itnerpreta il ruolo di una ricca ereditiera viziata al quale il padre (Gordon Harker) decide di impartire una seria lezione, facendole credere di essere finito in rovina. La giovane finirà a far la cameriera in un equivoco tabarin prima di ritrovare il paziente fidanzato (Jean Bardin) e scoprire la burla di cui è stata vittima.
La pellicola era poco apprezzata anche del’autore e, all’epoca, passò inosservata.

Altrettanto tedioso è The Manxman (gen. 1929, 80 min.; tit. it L’isola del peccato, giu. 1930), un banale melodramma amoroso ambientato sull’isola di Man (il film, però, è stato girato in Cornovaglia) in cui si racconta di Kate (Anny Ondra), divisa tra due contendenti. Quando l’uno parte per lavoro, la giovane si accompagna con l’altro che la ingravida. Al ritorno del primo, il fidanzato ufficiale, Kate lo sposa controvoglia. Solo dopo la nascita del bambino la donna rivela la verità al coniuge e lo abbandona per l’amante.
La pellicola non possiede nessuna qualità specifica: l’ambientazione è superficiale, la recitazione è prevedibile e l’intreccio totalmente privo di interesse.

testo scritto nel lug. 2016