Un giorno in pretura, Un americano a Roma e Il seduttore

Via Padova 46, Un giorno in pretura, Un americano a Roma, Tripoli bel suol d’amor, Due notti con Cleopatra, Il matrimonio, Allegro squadrone, Una parigina a Roma, Il seduttore, L’arte di arrangiarsi: l’ascesa di Alberto Sordi (1953-54)

                    “Avevo protato sugli schermi una satira
                    del modello americano, che per noi giovani
                    italiani era un mito, facendo però, in un
                    certo senso, propaganda all’America”
                    Sordi parla di Un americano a Roma

Dopo l’enorme successo de I vitelloni (set. 1953), Sordi si ripresenta al pubblico con Via Padova 46 (nov. 1953; 78 min.), film di Giorgio Bianchi, basato su una sceneggiatura scritta dal regista con Aldo De Benedetti ed altri. In realtà il vero protagonista è Peppino De Filippo, mentre il comico romano si limita ad un ruolo di caratterista (quello di uno scocciatore ficcanaso e logorroico), scegliendo di utilizzare ancora la vecchia e sfortunara maschera marionettistica dei suoi primi film. L’esito della pellicola è discreto mentre l’apporto di Sordi è sostanzialmente ininfluente.
A Roma l’impiegato Arduino (P. De Filippo) - il quale vive con una moglie incolore (Lidia Martora) e dei suoceri petulanti (Ada Dandini e Ernesto Almirante) -  si invaghisce di Marcella (Arlette Poirier), una mondana conosciuta in un caffé e decide di andarla a trovare. Quando vi si reca, nel grande caseggiato di via Padova 46, tutti lo notano mentre la donna non gli apre. Tornato a casa, deluso e irritato, scopre che Marcella era appena stata strangolata. Inizia per l’uomo un’angosciosa discesa agli inferi che termina all’aeroporto dove il suo rocambolesco tentativo di fuga in Sardegna, in compagnia di un’altra prostituta (Giulietta Masina), viene interrotto dall’arrivo della polizia a sirene spiegate. Credendosi perduto, l’uomo fugge per poi scoprire che, nel frattempo, l’assassino di via Padova è già stato catturato...
Bianchi descrive con dovizia di particolare la grigia quotidianità di questo impiegato del ministero (figura ricorrente nella commedia italiana, si pensi ad esempio a Il delitto di Giovanni Episcopo, Lattuada, 1945) e costruisce una prima parte attendibile e ben calibrata tra la rassicurante e tediosa quiete domesttica e il desiderio impellente di trasgressione; Sordi, compagno indesiderato di Arduino, assiste alle sue “ardite” iniziative, sostenendolo con fare malizioso e furbesco. Nella seconda parte però, con l’entrata in scena dello stravagante avvocato Tancredi (Massimo Dapporto) il film abbandona l’impianto realistico per divenire una sorta di goffa divagazione fumettistica: il protagonista decide di assecondare tutte le idee bislacche della mondana amica di Marcella e del nuovo venuto, tese in realtà a favorire esclusivamente i conti in banca di questa coppia. Il racconto perde colpi e termina con la scena madre dell’aeroporto, anch’essa del tutto inverosimile  e un po’ stucchevole.
Qusta commedia, come altre del periodo, ritrae un’Italia ormai uscita dalle miserie del dopoguerra (si veda la descrizione della domenica passata ai tavoli di un elegante caffè gremito di famigliole) e assestata su una quotidianità forse grigia ma nel’insieme soddisfacente. La trasgressione sessuale diviene quasi un lusso che ora ci si può permettere. La visione complessiva di questa, come delle pellicole seguenti in cui troviamo Alberto Sordi, è di tipo conservatore, poiché mostra un tessuto sociale piccolo borghese certamente non ricco, ma equilibrato, capace di fronteggiare i bisogni quotidiani ed in grado di concedersi qualche piccolo lusso.
L’operina ottenne modesti incassi e non contribuì certamente all’ascesa del nuovo, giovane comico; di contro bisogna notare che il maggiore interesse del film si trova nella misurata ed efficace interpretazione di Peppino De Filippo, adultero alle prime armi.

Steno si inserisce nel fortunato filone del film ad episodi, fiorente in quegli anni, con Un giorno in pretura (gen.1954; 95 min.) con il quale ottiene un notevolissimo successo, grazie soprattutto all’estro comico di Alberto Sordi.
Il perno della narrazione è costituito dalla figura del giudice (un ottimo Peppino De Filippo), magistrato integerrimo e irritato dalla faciloneria irrispettosa di imputati e testimoni (più o meno sinceri). Intorno a lui si muovono decine di caratteristi tutti divertenti, alcuni perfino spassosi. Tralasciando gli episodi minori, il film si basa su tre vicende principali che fanno riferimento ai tre attori più rilevanti: Walter Chiari e i già citati Sordi e De Filippo. Walter Chiari è un sacerdote di provincia che giunge a Roma con un gruppo di giovani scout dove viene derubato dalla bella Sophia Loren; quest’ultima è costretta a cedere il maltolto al suo protettore (Ubaldo Lay) il quale finisce per restituirli all’uomo di chiesa durante una sfida al biliardo. La vicenda sfocia però in una rissa e il magistrato condanna comunque il sacerdote ad una lieve pena. Quest’ultim però è soddisfatto: la prostituta Sophia ha ritrovato la via della virtù ed ha fatto ritorno al suo paesello.
Agli atteggiamenti contriti e dimessi di Walter Chiari fanno da contraltare le spacconate romanesche di Sordi che interpreta il ruolo di Nando Mericoni, un bullo da quattro soldi. Il personaggio, che soggioga le platee dell’epoca, non è dissimile da quello dello sfortunato Sceicco bianco (1952; vedi) felliniano. Il nostro eroe, detto “l’americano”, parla un astruso idioma romanesco-yankee, imita le star di Hollywood, fa il bagno nudo e sempre nudo finisce in una villa dell’alta borghesia dove spaventa una nonnetta mezza orba; la disavventura lo porta al cospetto del giudice nei confronti del quale si comporta con la consueta irrispettosa faciloneria e pertanto viene condannato. L’enorme successo di questo episodio convince Steno ad ideare un intero film – Un americano a Roma - intorno a questa figura insolita, film che uscirà pochi mesi dopo, riportando un successo ancora più frastornante. Infine Mericoni ritornerà sullo schermo un’ultima volta nell’episodio Fuoco del film Di che segno sei? (S. Corbucci, 1975).
Nel terzo episodio rilevante di Un giorno in pretura, incentrato sui ricordi del giudice, risuona invece una nota patetica. Steno rievoca il contesto della Grande Guerra e le peripezie di un timido tenente (De Filippo) il quale passa la propria ultima notte (prima di partire per il fronte) con una soubrette mozzafiato (Silvana Pampanini), senza osare toccarla. Ora, invece, se la ritrova invecchiata come imputata per adescamento e, colto dalla commozione, non riesce a non assolverla. La vicenda è condotta con il dovuto garbo e se ne ricorderà certamente il Monicelli de La grande guerra (1959).
Le vicende di Walter Chiari e Peppino De Filippo coniugano comicità e patetismo, narrando le vicende amare di due donne diversamente “perdute” nei confronti delle quali i due protagonisti si comportano in modo galante; esse tentano pertanto di continuare la tradizione di quella commedia di derivazione neorealistica che cerca di divertire mentre denuncia le eterne ingiustizie dell’ordine sociale, mettendosi dalla parte dei più deboli. Sono episodi dignitosi ma tutt’altro che originali: fosse stato per loro, il film non avrebbe avuto un particolare successo e si sarebbe perso tra le decine di altre commedie del periodo. L’effervescente presenza di Sordi, invece, in un ruolo beffardo e trasgressivo e, soprattutto, in un contesto rpivo di problematiche sociali, affascina le platee, regalando loro una mezz’ora di divertimento puro ed insolito. In realtà il personaggio ripete, in parte, quello altrettanto cinico e strafottente de Lo sceicco bianco, innestandolo però nella moda filoamericana che, a partire dal dopoguerra, ha travolto la cultura italiana. Steno approfondisce e valorizza l’invenzione felliniana e lascia campo libero alla fantasia sfrenata di Sordi, a tratti decisamente sopra le righe ed eccessivo, al punto di bruciare nella foga qualche bella battuta. Inoltre la parodia di eroi e situazioni dei prodotti più banali del cinema hollywoodiano è decisamente centrata, poiché funziona come una critica, neanche troppo sottile, verso gli stereotipi di quell’universo puerile, ideato per un pubblico sempliciotto. La magia del fotoromanzo italiano con cui lo “sceicco bianco” aveva affascinato la piccola provinciale in viaggio di nozze si trasforma nelle caricature di Tarzan e dei pistoleri del Far West, interpretati però da un Nando Mericoni che se ne sta nudo in un mediocre acquitrino situato nella periferia della capitale. Quando poi il nostro eroe si presenta, sempre nudo, nella casa di un gruppo di borghesi di buona estrazione culturale (la nonna impone al povero Mericoni un libro in francese che il malcapitato legge storpiandolo in un inglese maccheronico), l’incompatibilità è totale. Steno, come già Fellini, evidenzia l’esistenza di due Italie: una popolare ed ingenua, facilmente plagiabile con fotoromanzi e filmetti esotici ed un’altra (non solo i borghesi della villa o, se si preferisce i parenti, della giovane in viaggio di nozze nel caso di Fellini, ma anche il giudice che condannerà con particolare soddisfazione il rozzo Mericoni) invece ancora abbastanza salda ed impermeabile a questo genere di fanfaronate.
Un’ulteriore conferma del sottile legame esistente tra Un giorno in pretura e Lo sceicco bianco lo si ritrova nella presenza di Leopoldo Trieste (indimenticabile protagonista del film di Fellini) in un episodio minore del film di Steno: come nel precedente film, l’attore interpreta il ruolo del timido formalista, fissato con le convenzioni (pretende che il giudice gli tolga una contravvenzione per la quale si proclama innocente) e incapace di tenere legato a sè la propria compagna di turno (anche questa gli sfugge sotto il naso, preferendogli un avvocato appena conosciuto).
Una decina di mesi dopo esce nelle sale Un americano a Roma (dic 1954; 95 min.) nel quale Steno, coadiuvato in sede di sceneggiatura da Lucio Fulci, Ettore Scola ed altri, sviluppa il personaggio di  Moriconi – il bullo romano innamorato degli Usa di cui finge di conoscere l’idioma, storpiandolo in inenarrabili borbottii - in una pellicola brillante e piacevole che si configura anch’essa come una collana di episodi pressoché autonomi.
Non solo il protagonista vive in simbiosi con l’universo dello spettacolo hollywoodiano, ma perfino le vicende del racconto attingono apertamente ad alcuni film di successo d’oltre Atlantico. In particolare La 14° ora (Hathaway, 1951) per l’episodio incentrato su Moriconi “disperato” che, in cima al Colosseo, minaccia di buttarsi di sotto e L’asso nella manica (Wilder, 1951) per quello in cui il nostro pretende di speculare sulla disgrazia di un americano finito in un laghetto con l’auto e, ivi, rimasto bloccato. Nell’insieme il film non ha né capo, cé coda: propone il suo alienato protagonista in una situazione sempre identica: qualunque cosa gli accada, egli rimane sempre convinto della bontà delle proprie passioni e scelte esistenziali. Invano, intorno a lui si muove una realtà romana ben altrimenti concreta che prende i volti dei due poveri genitori del Moriconi, della sua fidanzata (Maria Pia Casilio), dei poliziotti che devono arginare le fantasie dello scapestrato o di un onorevole che ha la sfortuna di avere in casa, come domestica, la fidanzata del nostro eroe.
Nando è un sognatore e, come tale, conferma la propria derivazione filmica dall’universo felliniano; a questo tratto che, da solo, renderebbe scialbo il personaggio, si accompagnano atteggiamenti vanagloriosi e cinici che completano in modo originale ed unico Nando Moriconi, facendone un fantastico miscuglio di ideale e reale, di artistico e mercantile, di dolcezza quasi puerile e opportunismo meschino. Nel gioco di queste antitesi il film trova continui elementi di interesse e di brio, grazie anche ad un valido stuolo di comprimari tra cui ricordiamo in particolare un giuovanissimo, stralunato Carlo Delle Piane. Steno trova il modo di ripetere la gag di Nando nudo in un ambiente borghese rispettabile, per l’occasione addirittura ripreso dalla televisione insieme ad un gruppo di intellettuali snob americani (una pittrice l’aveva assoldato per posare in veste adamitica, ma Nando, come al solito, non aveva capito nulla e pensava di potersela sposare... ) e ad una famosa attrice svedese (una giovanissima Ursula Andress) sposata ad un celebre regista italiano (l’esilarante episodio mette in burla la ben nota vicenda di Ingrid Bergman e Roberto Rossellini).
Nel suo complesso il film è anche un grande gesto d’amore nei confronti degli Usa e, dunque, esso assolve ad una funzione a suo modo propagandistica in senso filo Atlantico. Questo ragazzone spiantato che adora qualunque cosa giunga dall’America è un vero e proprio testimone della bontà dell’alleato d’oltreoceano di cui si mettono in luce le innumerevoli doti fascinatorie; nell’implicito confronto l’Urss, che non viene mai citata, è un pianeta “inesistente” e privo di qualunque charme. D’altronde è lo stesso console americano nel film a dire che bisogna accontentare Moriconi (in cima al Colosseo), concedendogli un viaggio nagli Usa, “per evitare speculazioni politiche”; con tale battuta il personaggio ricorda che qualuqnue discorso pro o contro gli Usa ha, in quegli anni, un enorme peso politico.
In fondo questo enorme successo commerciale di Steno da un lato costituisce la definitiva consacrazione di Sordi come star nazionale (il primo del celebre quartetto a raggiungere la piena popolarità; Gassman, Manfredi e Tognazzi dovranno attenderer ancora qualche anno); dall’altro costituisce un ottimo servizio alla causa Usa nei duri anni della guerra fredda.

Nel corso di quel 1954, tra il grande successo di Un giorno in pretura e il trionfo di Un americano a Roma, Sordi interpreta numerose pellicole di scarso valore, spesso creando, con la propria vivace interpretazine, l’unico motivo per cui vale la pena oggi di visionare questi antiquati reperti. E’ il caso di Tripoli bel suol d’amore (feb. 1954; 85 min; il titolo è quello della nota canzone patriottica del 1911) in cui il savonese Ferruccio Cerio, giunto al proprio ultimo film, racconta le stucchevoli vicende di un reggimento di bersaglieri negli anni della guerra libica (1911-12). Due terzi del fim si svolgono nella caserma romana e nelle sue vicinanze e illustrano le vicende amorose dei nostri baldi giovani (Sordi, Mauriozio Arena, Mario Riva e Mirko Ellis), sempre intenti a corteggiare belle e disponibili fanciulle (Lyla Rocco e Fulvia Franco) mentre i superiori (Luigi Pavese e Andrea Checchi) guardano con occhio benevolo. Poi il reggimento si sposta in Libia e combatte contro un nemico che assomiglia molto ai pellerosse hollywoodiani: a cavallo, avvolti da esotici mantelli e armati di scimitarre, attaccano in cerchio una carovana della Croce Rossa (dove is trovano le due protagoniste) che viene salvata dall’arrivo dei bersaglieri (l’episodio ricalca gli stereotipi del western americano). Il lieto fine è garantito.
Girato quasi interamente in interni, a parte i riferimenti hollywoodiani, Tripoli bel suol d’amore sembra una stanca replica di alcuni film di epoca fascista; in particolare ricorda il mediocre I tre aquilotti (Matttoli, 1942; allora si trattava di un terzetto di piloti innamorati della stessa ragazza; vedi) che era stato anche il film d’esordio di Alberto Sordi. Nel lavoro di Cerio, decisamente anacronistico, si respira un’atmosfera di vigoroso cameratismo che rimanda a tante pellicole propagandistiche di oltre un decennio prima, anch’esse tutt’altro che entusiasmanti nel loro seguire un canovaccio predeterminato e artificioso. L’unico elemento di interesse rimane la prova di Sordi che riesce ad animare, con la sua vivace presenza, questo reperto museale. L’attore disorienta la platea alternando timidezza e furbizia, sudditanza e spavalderia: il suo personaggio insolito, simpatico e generoso, ancora lontano dal cinismo di tante sue future interpretazioni, svetta sul resto del racconto.
Gli incassi furono discreti.

Mattoli dirige Sophia Loren e Alberto Sordi nel poco riuscito Due notti con Clopatra (feb. 1954; 75 min.), basandosi su una sceneggiatura di Scola e Maccari. Il pretesto narrativo è costituito dal carattere amorale e spietato della regina egiziana la quale si accompagna ogni notte con un differente ufficiale romano e ne ordina l’uccisione al mattino seguente. Sordi si introduce nell’alcova le sera che è presente Nisca, una sosia della regina con cui familiarizza senza rendersi conto dello scambio di persona. Nei giorni seguenti, tornata la vera Cleopatra, numerosi sono gli equivoci che porteranno l’ingenuo ufficiale romano a fuggire a rotta di collo con Nisca, per sfuggire alla pena di morte.
La pellicola, di cui Mattoli non ha firmato la sceneggiatura, è confusa e poco divertente. Innanzitutto il contesto storico viene preso troppo sul serio al punto che, fino all’entrata in scena di Sordi, sembra di assistere ad un reale dramma. Il comico romano, poi, sebbene abbia già ampiamente rinnovato il proprio repertorio interpretativo, ripete ancora la macchietta radiofonica che gli aveva dato notorietà e dunque propone la consueta figurina puerile, petulante e sciocca che già aveva portato all’insuccesso Mamma mia, che impressione (1951), in una serie di duetti comici (con Nisca, con la regina e con numerosi centurioni) che non risultano particolarmente divertenti. Intorno ai due protaginisti poi c’è il vuoto: mancano attori interessanti e figure di contorno atte a rendere più animato il racconto che sfocia in un finale frettoloso ed inatteso.
Gli incassi furono modesti.

Nella sua ansia presenzialista, Alberto Sordi partecipa - in buona compagnia- anche al mediocre Allegro squadrone (set. 1954; 90 min.) di Paolo Moffa, tratto dal romanzo umoristico Les gaietés de l'escadron (1886) di Georges Courteline. Nonostante l’eccellente cast che comprende, oltre al comico romano, Vittorio De Sica, Silvana Pampanini, Paolo Stoppa, Charles Vanel, Daniel Gelin e altri bravi caratteristi, la pellicola è spenta e tediosa. Priva di un vero centro narrativo, interamente ambientata in un opprimente teatro di posa che raffigura il cortile del nostro sgangherato squadrone francese di inizio secolo (il regista sposta in avanti la collocazione temporale), il film si snoda tra gag prive di mordente e fatterelli di nessun interesse (la protesta per il rancio, le continue punizioni inflitte a soldati fannulloni, la presenza dell’immancabile racomandato... ).
Alberto Sordi vi raffigura una macchietta indecisa: a tratti egli si muove come il classico oppotunista senza scrupoli (tipo umano che sta diventanto egemone nella galleria dei suoi personaggi; si veda in particolare lo spassoso dialogo pseudosentimentale con la fidanzata), dall’altro egli denuncia, con solitario coraggio, una serie di ingiustizie di fronte ai propri superiori. In ogni caso la sua interpretazione è anche l’unica cosa vitale della pellicola; tutti gli altri blasonati attori si limitano a ripetere stereotitpi senza sorprese. Inutile poi sottolineare l’assurdità di soldati italianissimi (come il dialogo romanesco di Sordi sottolinea) in un contesto francese.
L’allegro squadrone somiglia a tanti film di ambientazione militare dell’era fascista, senza possedere peraltro lo slancio ingenuo che animava alcune di quelle baldanzose pellicole, allineate alla dottrina del regime.
Gli incassi furono buoni.

Decisamente migliore è l’altrettanto antiquato Il matrimonio (feb. 1954; 90 min.) diretto da Antonio Petrucci, un documentarista al proprio secondo film, basandosi su tre testi letterari di Cechov. Il film, sostanzialmente una pellicola ad episodi (abilmente intrecciati), racconta dapprima le titubanze di Sordi nel chiedere in sposa la simpatica e bellicosa Valentina Cortese a suo padre Guglielmo Barnabò, poi la misoginia di Vittorio De Sica che, dopo avere ampiamente insultato una sua bella debitrice (Silvana Pampanini), se la sposa. Entrambe le coppie si ritrovano invitate alla festa di nozze di Carletto Sposito e Pina Bottin, durante la quale Renato Rascel si finge un importante generale in visita, mentre è solo un capitano.
Il primo racconto, ben interpretato da un Sordi misurato e tutt’altro che macchiettistico, deriva dall’atto unico Una domanda di matrimonio (1888), testo che verrà messo in musica con buon esito da Luciano Chailly tre anni dopo nell’omonima operina in un atto. E’ l’ennesima riconferma della perfetta continuità esistente tra racconto filmico e operistico, in una fase in cui, ormai, sono i musicisti ad inseguire i soggetti già utilizzati dai cineasti. Il secondo, interpretato da un De Sica perfettamente a proprio agio e da una dignitosa Pampanini, deriva dal’atto unico L’Orso (1888) mentre il terzo, incentrato sulla differente comicità di Rascel, anch’egli in buona forma nel dar corpo alle malinconie di un solitario marinaio in pensione, riprende la commedia teatrale in un atto Le nozze (1889).
La pellicola di stampo teatrale (gli esterni sono limitati e risibili) - abbastanza disconnessa sia dalla realtà sociale del momento, sia dal cinema coevo - ricorda le numerose, innocue trasposizioni letterarie fatte durante l’epoca fascista e sfocia in un prodotto godibile solo in relazione alla qualità interpretativa degli attori. L’ottimo cast - si pensi anche a tutti i vivaci comprimari come Ave Ninchi, Nino Milano e Bice Valori - riescono a tenere desta l’attenzione in questi raccontini in cui l’eterna battaglia dei sessi viene messa in scena senza particolari novità. Su tutti continua a svettare la novità del momento ovvero Alberto Sordi.
Il succeso commerciale è discreto.

C’è infine Una parigina a Roma (nov 1954; 100 min.), commedia melodrammatica di scarso valore che, fin nel titolo, richiama Un americano a Roma (che peraltro uscirà solo nel dic. 1954). Si tratta di un film italiano (il soggetto è di Oreste Biancoli e tra gli sceneggiatori c’è Ettore Scola) diretto dal tedesco Erich Kobler, in cui si narrano le peripezie amorose di un pianista (l’inespressivo Erwin Strahl), diviso tra una graziosa e ricca ragazza romana (Anna Maria  Ferrero) e un’affascinante parigina (Barbara Laage). Sordi cerca di inserire una nota comica interpretando il consueto individuo furbastro e cinico, amico di tutti e di nessuno, un tipo umano che ormai sta definendosi in modo netto ed originale nel repertorio del grande attore romano. Purtroppo l’eccessiva mediocrità della sceneggiatura - basti dire che appaiono gratuite ed incomprensibili le giravolte amorose del protagonista - non permettono a Sordi di inserirsi in un contesto di un qualche interesse e pertanto anche la sua prova risulta sfocata e incoerente con il complesso del racconto.
Il film è un fiasco commerciale.

Giunto al proprio terzo lungometraggio, Frano Rossi recluta Sordi per farne il protagonista assoluto de Il seduttore (set. 1954; 100 min.), pellicola che rimedita a suo modo I vitelloni felliniani. Il racconto, ambientato a Roma e sceneggiato dal regista con numerosi collaboratori (tra cui Rodolfo Sonego e Leo Benvenuti), gira intorno alle smargiassate di Alberto, assicuratore poco convinto il quale ha la fortuna di avere una moglie benestante (Lea Padovani), che gestisce un florida trattoria. L’ufficio, come pure il ristorante della moglie Norma (che coincide con l’abitazione coniugale), sono percepiti da Alberto come luoghi opprimenti e tediosi e rivestono la medesima funzione negativa che aveva il negozio di oggetti sacri in cui lavorava Franco Fabrizi ne I vitelloni. La vera esistenza di Alberto è costituita dai suoi sogni di seduzione nei confronti di tutte le donne che incontra, sogni che però stentano a trasformarsi in realtà. La moglie, sebbene piacente, non viene degnata di alcuna attenzione dal protagonista il quale dapprima corteggia la francese Jacquelin (Jacqueline Pierreux), un’equivoca mantenuta di un faccendiere (Mino Doro) che finirà presto in rovina e che gliela cede volentieri. Per stare con lei, Alberto rinuncia addirittura ad un viaggio a Parigi. Le delusioni provocategli da Jacquelin, la quale lo sfrutta ecnomicamente senza concerdergli molto, lo portano a corteggiare Alina (Lia Amanda), moglie di un’aviatore americano, perennemente sola in una grande villa a Fregene. Anche questo secondo approccio andrà a vuoto ed anzi provocherà i sospetti e poi le certezze di Norma la quale metterà alle strette il proprio infantile marito.
Alberto è insomma una variazione umoristica del seduttore luciferino interpretato da Fabrizi ne I vitelloni. Mentre quest’ultimo riusciva spesso nei propri intenti, Alberto è un fanfarone ingenuo, dotato di una discreta faccia tosta che però si scontra col fatto che le donne corteggiate non lo trovano così interessante e si limitano a sfruttarlo ai propri fini.
La pellicola inizia come I vitelloni, con una sequenza notturna durante la quale Alberto intontisce di chiacchiere il proprio capoufficio (Ciccio Barbi), spacciandosi per un esperto Don Giovanni; prosegue nella tipica atmosfera giocosa e cinica del cinema felliniano di quegli anni dando modo a Sordi di sfoderare un ricco repertorio di gesti e mimiche che diventeranno abituali del grande attore. Con la moglie, Alberto indossa le maschere del marito premuroso e del lavoratore coscienzioso mentre sappiamo che, nel proprio intimo, odia il lavoro e tollera a malapena la consorte; con le amanti si finge invece un affarista di successo, benestante e prodigo, pur di carpirne i favori; la commedia inscenata dal personaggio, vivace e spiritosa nel complesso, tradisce un tipo umano arido e opportunista, infantile e anche un po’ codardo e descrive un’Italia che ha raggiunto un discreto benessere anche grazie all’apporto del Vaticano, impersonato da un potente monsignore amico di Alberto che lo aiuta e, al tempo stesso, vigila sui suoi vizi.
Il seduttore è una commedia filmata con garbo, sostenuta da un cast perfetto, che soffre però di una certa ripetitività: le figure umane, impostate all’inizio, non vengono realmente sviluppate e si limitano a replicare costantemente il proprio copione.
Il film ottenne un buon successo commerciale.

Osservazioni simili valgono per L’arte di arrangiarsi (dic 1954; 80 min.), terzo tassello della trilogia firmata da Zampa in collaborazione con lo scrittore Vitaliano Brancati (dopo l’ottimo Anni difficili, 1948 e il meno riuscito Anni facili, 1953; vedi). Centro assoluto del racconto è la capacità camaleontica di Sordi di raffigurare l’italiano medio durante le differenti stagioni della storia del primo Novecento (dal 1912 al 1953). Ogni volta il suo personaggio di nome Rosario Scimoni - una sorta di timoroso qualunquista che tira a campare come può all’interno delle differenti “mode” di pensiero - è costretto ad assumere la maschera del liberale, del mafioso, del socialista, del fascista, del comunista e del democristiano rimanendo, nel proprio intimo, sempre la stessa persona. Nell’epilogo, uscito di galera, il nostro eroe, stanco delle maschere italiane, si finge piazzista tedesco. Come si nota il punto di vista è il medesimo del più sfaccettato e complesso Anni difficili: in entrambi i casi gli autori tendono a riflettere intorno alla vasta e maggioritaria area grigia e “qualunquista” che galleggia tra le sciagure della Storia italiana, barcamenandosi tra le sciocchezze spesso criminali imposte alla realtà sociale dal ceto politico.
Se appare evidente l’atteggiamento moralistico degli autori - il voler accusare il popolo italiano di avere cambiato casacca secondo le convenienze - d’altro lato la frittata può essere anche rivoltata e lo spettatore può anche percepire la difficoltà dell’italiano medio costretto ad adeguarsi ad ideologie astratte, estreme o false per poter sopravvivere. In fondo è questo scetticismo attivo, quello che caratterizza la maschera di Sordi la quale, sebbene superficialmente appaia cinica ed arida, nasconde invece la disperata voglia di vivere un’esistenza “normale” senza dovere impegnare il proprio benessere e la propria integrità fisica in nome di ideali che, tra l’altro, la Storia sconfesserà tutti, uno dopo l’altro. E’ proprio per salvare la pelle che Rosario consegna dei documenti comunali al mafioso di turno, diviene istantaneamene fascista per poter interrompere un pericoloso duello con un “non fascista”, si finge malato per evitare l’arruolamento durante la seconda guerra mondiale e così via. In tal senso, riesaminata oggi, questa “arte di arrangiarsi” appare tutt’altro che sciocca ed anzi dotata di un proprio fondale filosofico di matrice scettico-nichilista (come già in Anni difficili)
D’altronde si noterà che quasi tutti i personaggi di contorno del protagonista - quelli che convintamente aderiscono all’ideologia di turno - sono fasulli: lo zio sindaco (Franco Coop),  liberale attento ad ogni formalità, ha sposato una canzonettista (Elli Parvo) di scarso livello morale; il leader socialista (Gianni Di Benedetto) si professa convivente mentre ha sposato di nascosto la sua “compagna” (Luisa Della Noce) e via dicendo.
Quando però Rosario, per accontentare la bella di turno (Armenia Balducci) e trovare il denaro per finanziare un film di cui è protagonista, sottrae ingenti fondi ad un barone, facendogli credere di averli affidati alle banche vaticane, allora finisce meritatamente in galera: questa volta egli ha tralasciato l’abituale prudenza e si è lasciato travolgere dal futile desiderio di compiacere un’attrice...
Il film ottiene un buon successo senza suscitare troppi entusiasmi nel grande pubblico.

testo scritto nel set. 2013