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Gli zitelloni, Uomini e nobiluomini, Guardia ladro e cameriera, Camping, Io mammeta e tu, Le cameriere, Adorabili e bugiarde, Caporale di giornata, Le dritte, A
qualcuno piace calvo, La ragazza di piazza San Pietro, Carmela è una bambola, Mogli pericolose, Le sorprese dell’amore, Il nemico di mia moglie, Ciao ciao bambina: primi successi di Nino Manfredi e ultime interpretazioni di
Antonio Cifariello (1958-59)
Ad uno sguardo superficiale Giorgio Bianchi sembra offrire, con Gli zitelloni
(feb. 1958; 95 min.) un punto di vista insolito in quanto antifamiliare oltre che dichiaratamente misogino. A conti fatti gli autori (oltre a Bianchi gli sceneggiatori Silvio Amadio, Carlo Romano ed altri) “si salvano in corner”, anche se il film, complessivamente, offre un punto di vista inconsueto, memore de Lo scapolo (Pietrangeli,
Sordi 1955). Più che altro Bianchi sembra volerci ricordare che gli equilibri familiari convenzionali (per gli anni cinquanta), con la figura maschile in posizione dominante, non è mai un fatto scontato e che l’uomo debole ed
effeminato rischia sempre di soccombere. Marcello (Water Chiari) è indeciso: l’amico professore, scapolo orgoglioso e misogino (Vittorio De Sica), lo mette in guardia ma lui tende a cedere alla bella e prosperosa Gina (Maria
Luz Galicia), supportata da una agguerrita e spregiudicata madre che gestisce una piccola pensione. Così assistiamo alle nozze della coppia e poi a un racconto delirante e pirandelliano relativamente al seguito. Marcello si
trova, di colpo, sul banco degli imputati, accusato di avere ammazzato tale Parodi, pensionante in casa sua, colpevole di adulterio con Gina. L’imputato ce lo descrive come grosso, maleducato e manesco mentre Gina, sempre in
tribunale, lo ritrae come minuto, appassionato di concerti classici ed addirittura arpista (Parodi è interpretato da due attori ben distinti). Anche la vita coniugale viene ritratta in maniera difforme: per Marcello Gina è
sempre a caccia di avventure adulterine mentre per Gina è Marcello a guardare le altre e a maltrattarla. Nel frattempo i due simpatici giudici (Mario Riva e Mario Carotenuto) ammirano sfacciatamente due belle svedesi con cui
hanno un appuntamento serale e non danno il minimo ascolto a Marcello e Gina; anzi per motivi personali (devono liberarsi delle consorti) tirano in lungo un processo ormai terminato (dalle 12 alle 21...). Raramente sullo
schermo si erano visti due magistrati più sciagurati e offensivi per la categoria. Dopo avere messo in scena un racconto insolitamente surreale e divertente, Bianchi corre ai ripari: era tutto un incubo del protagonista che si
sveglia, scopre che perfino il professore è fidanzato e spera di potersi sposare (con Rina Morelli) mentre Gina e la madre tornano a sembrargli figure angeliche. Insomma si sposerà ma alcuni dettagli fanno pensare che l’incubo
è parzialmente profetico. Gli zitelloni è un film brillante, ben recitato, insolito e molto divertente nei toni farseschi che si spingono fino all’oltraggio evidente nei confronti della magistratura e fino alla visione minacciosa di un universo femminile popolato da arpie pericolose e ipocrite. Queste ultime, dopo avere sedotto il malcapitato e averlo costretto al matrimonio, lo sfruttano e lo tradiscono alla prima occasione. Insomma la famiglia va bene ma a patto che si sia in grado di cavalcare la tigre...
Va detto che della sua originalità si accorse anche la magistratura e il procuratore di Milano Carmelo Spagnolo lo fece immediatamente sequestrare. Si parlava di un rinvio a giudizio: invano il produttore Emo Bistolfi aveva
cercato di scusarsi con lettere aperte, affermando che il film certo era estremo ma solo perché raccontava un incubo onirico. In ogni caso nel marzo 1958 interviene addirittura il ministro di giustizia Guido Gonella che
proscioglie il film accontentandosi dell’inserimento di alcune didascalie che avvisavano del carattere fantasioso e irrealistico dell’insieme. Nonostante il clamore giudiziario (sul Corriere della Sera comparvero numerosi
articoli sull’argomento) il film non ottenne incassi significativi. Risultati all’altezza de Gli zitelloni, Bianchi li ottiene con Uomini e nobiluomini
(apr. 1959, 100 min.), piacevole commedia sentimentale di stampo teatrale in cui si riesamina l’eterna questione dei matrimoni combinati e delle diseguaglianze sociali. Il marchese Nicola (un ottimo Vittorio De Sica),
superbo e squattrinato, pretende di combinare le nozze della nipote Giovanna (Silvia Pinal) per il tramite del ricco borghese Sandrini (Mario Carotenuto) che conosce un aristocratico interessato. Sandrini, perennemente in
visita dal marchese, ambisce a sua volta a divenire nobile e asseconda ogni suo vezzo e capriccio. Giovanna, invece, ama Mario, un normalissimo impiegato (Antonio Cifariello) e lo sposa di nascosto. Lo zio, intanto, mette in
atto una lunga serie di operazioni per screditare lo spasimante: sostenuto da Sandrini si finge in punto di morte, viene visitato da un finto medico imbroglione che asseconda la sceneggiata e, nel frattempo,
invia alcune prostitute (coadiuvate da fotografo) a Mario per documentarne la slealtà. Come in ogni commedia classica la vicenda principale è allietata da una sottostoria più popolaresca che vede protagonista la procace e brillante servetta (Elke Sommer) e il suo fidanzato bersagliere (Raffaele Pisu). Dopo numerosi equivoci (la coppia di innamorati passerà anche una notte in cella) tutto si aggiusterà per il meglio.
La vicenda, le cui origini affondano addirittura nel teatro settecentesco, lirico e non, è dunque un canovaccio classico che dimostra tutta la propria vitalità allorché viene affidato a un cast estremamente valido in tutte
le sue componenti (solo la spagnola Pinal, futura Viridiana, appare ordinaria); i duetti De Sica-Carotenuto sono spassosi, offrendo la consueta antitesi tra il colto aristocratico e il rozzo e ricco borghese. La vicenda principale ribadisce l’egemonia della visione ugualitario-borghese e marginalizza l’aristocrazia come una tipologia umana d’altri tempi, tuttavia senza il livore che contrassegnava la polemica antinobiliare negli anni del fascismo. La vicenda secondaria aggiunge alcuni elementi di leggerezza umoristica (efficace la figura della serva Caterina vorace consumatrice di fotoromanzi da cui ha imparato tutto ciò che le serve per orientarsi) e alcuni momenti erotici che completano il quadro.
Gli incassi furono buoni.
Steno offe a Nino Manfredi uno dei suoi primi ruoli da protagonista nel modesto Guardia, ladro e cameriera (mar. 1958, 90 min.). Durante la notte di
Capodanno un gruppo di ladri scalcagnati, guidati da Mario Carotenuto, vorrebbe svuotare il ricco appartamento del tedesco Luciano Salce ai Parioli. Manfredi, rapinatore recalcitrante, si trova di fronte la bella
cameriera Gabriella Pallotta e, anziché renderla inoffensiva, se ne innamora; anche la guardia Fausto Cigliani, intervenuta sul posto, amoreggia con la suddetta. L’intreccio poliziesco evapora rapidamente per lasciare il posto
a un banale triangolo amoroso (in un contesto bloccato che diviene pesantemente teatrale) in cui la restituzione della refurtiva e l’eventuale arresto dei colpevoli divengono solo strumenti per sedurre la giovane indecisa.
In questa commedia rosa ci si diverte molto poco: basti dire che l’unica figura realmente umoristica è quella disegnata dall’irresistibile Luciano Salce, perfetto padrone di casa nonché irreprensibile tedesco il cui unico
argomento è quello di ridicolizzare le confusionarie abitudini italiche. Manfredi è all’altezza del ruolo ma le zuccherose e immotivate smancerie (lo sciocco amore a prima vista che “incatena” i due spasimanti rivali) della
sceneggiatura non gli offrono un testo utile a potere emergere in qualità di mattatore. Mentre tutti si divertono, esibendo la realtà di un’Italia benestante, i furfanti appaiono soprattutto come un gruppo di poveri
spiantati che non sono riusciti a prendere il treno della ripresa e del boom economico. Lo stesso contesto e lo stesso contrasto tra ricchezza e povertà si troverà dapprima ne I soliti ignoti (Monicelli, 1958; le
anticipazioni sono numerose soprattutto nel ritrarre ladruncoli pronti a redimersi di fronte a una bella cameriera) e due anni dopo nell’altrettanto deludente Risate di gioia (Monicelli) con Totò e la Magnani.
Il film non ebbe successo.
Nello stesso mese esce Camping (mar. 1958, 100 min,), opera prima di Franco Zeffirelli (già aiuto regista in opere fondamentali quali La terra trema e Senso nonché
apprezzato regista al Teatro alla Scala dal 1954), vivace commedia umoristica non priva di elementi originali nonostante il carattere episodico e frammentario (le firme in sceneggiatura sono addirittura sei). Valeria (Marisa
Allasio) va in campeggio col remissivo fidanzato Tao (Paolo Ferrari) e col fratello Nino (Nino Manfredi). La madre, rappresentante di un’epoca in via di estinzione, la obbliga a portarsi dietro il riluttante fratello per
salvare le apparenze (dovrebbe vegliare sulla virtù della congiunta). In realtà la fanciulla, un vero ciclone, è un’originale e insolita rappresentante dei tempi nuovi poiché, nel solco della beat generation (sottintesa
e mai citata), si muove come in totale, sfrontata autonomia: riesce a ottenere tutto ciò che vuole dalla coppia di maschi al seguito, civetta con chiunque le capiti a tiro ed è animata da una curiosità universale che la porta a
legarsi, anche se in maniera transitoria, con tutti coloro che incrocia durante questa vacanza. Tutto ciò genera la più completa disperazione dell’imbelle fidanzato, che invano tenta qualche banale manovra di reazione e del
fratello, alquanto sfortunato nei suoi modesti approcci sentimentali. Il racconto procede seguendo lo schema, insolito per l’epoca, del road movie inanellando una serie di episodi tutti vivaci, simpatici e abbastanza equivalenti i quali finiscono però col generare una sensazione di inutile ripetitività. Non esiste in realtà un vero divenire dei personaggi i quali continuano a ripetere le loro schermaglie amorose e familiari in una serie di microracconti che potrebbero essere facilmente disposti in un differente ordine senza danneggiare la sostanza dl racconto. Solo nel finale compare una flebile svolta che esplicita anche la vena vagamente misogina che attraversa il film: Tao si ricorda del motto nicciano “Vai dalle donne? non dimenticare la frusta” (dallo Zarathustra)
e sommerge di sberle una Valeria piacevolmente sorpresa; forse si sposeranno... La figura di Valeria deriva dunque dal nuovo Zeitgeist soprattutto americano (il cinema di James Dean, la letteratura di Kerouac di cui
il film riprende lo schema del viaggio), confermato anche dal carattere internazionale della vicenda, popolata da personaggi stranieri in vacanza nella penisola, come pure dalla tradizione dell’opera buffa italiana (ben nota
allo Zeffirelli scaligero) e di certi suoi personaggi brillanti e volitivi (Isabella dell’Italiana e la Rosina del Barbiere). Di fronte a lei ci sono due italiani convenzionali, legati agli schemi patriarcali
ancora prevalenti, smarriti di fronte a questa ribelle irruente e vulcanica: nel confronto/scontro tra questi due atteggiamenti - che si riveleranno essere, di lì a poco, i segni di due epoche contrapposte - c’è l’interessante
sostanza di questa ripetitiva commedia dotata di episodi molto divertenti come di fasi più opache e irrisolte (l’episodio con la giapponesina). Si veda, ad esempio l’episodio della festa paesana nella prima parte: mentre i
nostri due eroi si attardano in una fesa di paese d’altri tempi (con tanto di scalata del palo per appropriarsi dei prosciutti posti sulla cima) Valeria, lasciata sola, tutt’altro che spaesata, fa amicizia e sembra tenere testa
a un intera compagine di maschi locali, attratti dalla sua insolita disponibilità, ricca di sottintesi sessuali (sottintesi che la procace Allasio manifesta senza il minimo sforzo). Da un lato le vecchie, innocenti feste di
paese, dall’altro la festa naturalmente generata dall’offerta disinibita di una giovane che sembra avere accantonato le tipiche ritrosie della ragazza perbene dell’epoca, in genere pronta al grande passo solo dopo la fatale
cerimonia in chiesa. Insomma il regime patriarcale nella penisola ormai scricchiola. Gli incassi furono discreti.
Da poco ritornato nel mondo della commedia (dopo numerosi film d’avventura) Carlo Ludovico Bragaglia firma Io mammeta e tu
(mar. 1958; 90 min.), simpatica farsa musicale in cui si raccontano le peripezie familiari di una coppia di giovani il cui unico pensiero è (come sempre) il matrimonio. Nicolino (Renato Salvatori) e Carmelina (Rossella
Como) si amano ma la madre di quest’ultima, donna Amalia (Marisa Merlini) li ostacola: accompagna i giovani ovunque si rechino (da cui il titolo e impone loro un’attesa di tre anni per maturare l’importante e definitiva
scelta. I giovani scalpitano e mettono in atto numerosi sotterfugi per costringere la donna a cedere: dapprima si fa credere Carmelina incinta; poi si spedisce l’amico Gaetano (Domenico Modugno che intona anche la canzone del
titolo) travestito da turco, per fare opera di convinzione (e seduzione). Alla fine, quando anche la madre ha deciso di sposarsi, la coppia ottiene il permesso. Ora però è donna Amalia nei guai: deve, a sua volta, convincere la
sua scorbutica madre (Tina Pica) che impone un periodo di fidanzamento di tre anni... Pur tra lungaggini ed episodi di valore alterno (poco riuscito quello iniziale con Carmelina che, per errore, viene chiamata al servizio
di leva) il film riesce a divertire grazie alla prova perfetta di tutti gli interpreti. Oltre a quelli citati va ricordata Dolores Palumbo e Fernando Sancho nel ruolo di un turco amico d’altri tempi del marito defunto di donna
Amalia. Come già sottolineato la ricerca dell’anima gemella e il matrimonio indissolubile, scelta centrale dell’esistenza, rimane l’argomento principe di cui discutere e sul quale impostare ogni tipo di spettacolo, serio e
comico. Sebbene in giovanissima età, tutti i protagonisti hanno fretta di sposarsi poiché solo tale passo garantisce il passaggio all’età adulta ovvero autonoma rispetto alle limitazioni che opprimono il giovane costretto a
rimanere in famiglia. Anche la genitorialità appare un fatto necessario e inevitabile di questa nuova fase dell’esistenza. Quello degli anni cinquanta è insomma un modello sociale che appare anacronistico e alieno rispetto alle
usanze successive (consolidatesi negli anni ottanta) in cui l’universo degli adulti anziché da coppie coniugate è popolato da singoli che, indifferenti al vecchio modello della famiglia patriarcale, vivono un’esistenza libera e
sessualmente completa anche rimanendo tra le mura domestiche. Gli incassi furono modesti.
Un anno dopo per Bragaglia è la volta de Le cameriere
(giu 1959, 90 min.), pellicola corale ancor più brillante della precedente, sceneggiata da Gianni Puccini e Sandro Continenza. Alla cameriera Gabriella (Valeri Moriconi) un misterioso ladro sottrae una trousse di valore della sua padrona. La giovane finisce in prigione e le numerose colleghe che abitano nel medesimo stabile si mobilitano per catturare il colpevole. Guidate dalla determinata Virginia (una notevole Giovanna Ralli) cui si accompagna soprattutto la spregiudicata Valeria (Marina Malfatti) si offrono a turno come esca e finiscono col “catturare” soprattutto degli spasimanti (tra cui uno spassoso Tiberio Murgia) in cerca di una facile avventura. Quando ogni speranza sembra ormai perduta, ecco farsi avanti l’incauto ladro (Ugo Tognazzi) che viene bloccato dalle cameriere, non senza difficoltà.
Il film, ambientato a Roma, è uno spaccato incisivo della vita familiare di fine decennio e della stratificazione in precise classi sociali della popolazione. Le illusioni egualitarie non si sono ancora manifestate e una
sorta di invisibile barriera divide l’universo popolare delle spiritose e disponibili cameriere da quello dei loro padroni benestanti e un po’ spocchiosi. Le prime vivono nell’incubo del licenziamento, concedono a volte
qualcosa ai loro datori di lavoro (maschi) per sopravvivere più agevolmente e per procurarsi qualche piccolo vantaggio (ovviamente di nascosto dalle arcigne mogli). I padroni, spesso professionisti benestanti e rispettabili,
trattano con sufficienza e scontata superiorità queste ragazze (si veda soprattutto la figura tratteggiata da Andrea Checchi) le quali spendono tutto il loro tempo libero alla ricerca di un fidanzato che possa sposarle e, così,
sottrarle a quella esistenza servile che percepiscono come transitoria. La formazione della futura famiglia rimane per tutte l’unico vero obiettivo meritevole di ogni sforzo, anche perché spesso coincide con la fine del loro
lavoro di serve incompatibili con quello di mogli e future madri. Gli incassi furono, anche questa volta, modesti.
Nel suo penultimo film Adorabili e bugiarde (lug 1958, 90 min.) Malasomma riprende lo schema narrativo del fortunato Souvenir d’Italie (Pietrangeli, 1957) che aveva ottenuto un notevole successo commerciale. Pertanto la pellicola ripropone la centralità di un nuovo, vivace e ribelle trio femminile (ci sono ancora Isabelle Corey e Inge Schoener mentre June Laverick viene sostituita da Eloisa Cianni) che pretende di tenere in scacco l’universo maschile sia nella ricerca del successo materiale, sia in quello più squisitamente sentimentale. Finirà con una mezza sconfitta.
Stanche di essere messe da parte da figure maschili più o meno privilegiate, Marisa, Paola ed Anna mettono in atto una temeraria commedia: fingono che, a seguito di una lite, l’indossatrice Marisa abbia ucciso la rivale
Anna (scultrice) e ne abbia trafugato il corpo in due grosse valige (memori de La finestra sul cortile, Hitchcock, 1954). Nel frattempo sulla misteriosa scomparsa costruisce una serie di scoop la giornalista Paola (la
mente dello stratagemma), ai danni dell’odiato caporedattore (Franco Fabrizi) che, a sentir lei, le ha soffiato il posto. Inoltre le sculture della ormai celebre Anna, esposte in una mostra che non sembrava interessare gran
che, vengono tutte acquistate. Però, come si suol dire, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: la finta scomparsa si trasforma in un reale sequestro quando alcuni contrabbandieri (tra cui Carlo Delle Piane) scoprono il
rifugio della presunta morta e la costringono a seguirli. La vicenda si ingarbuglia sotto gli occhi di un sospettoso commissario e si arriva allo scioglimento in tribunale dove le tre donne vengono sbugiardate dall’universo
maschile e condannate ad una pena simbolica. Malasomma occhieggia all’uso spregiudicato (americaneggiante) dei media, riprende il tema scottante de L’asso nella manica (Wilder, 1951) e ne confeziona una versione umoristica e leggera che si avvale di un cast brillante e affiatato. In ruoli minori, ma incisivi in quanto realmente divertenti, ci sono anche una coppia di corteggiatori sfortunati (Nino Manfredi e Paolo Ferrari) che sembra uscita dal recente Camping. La morale è rigidamente conservatrice: le tre fanciulle hanno combinato un sacco di guai inutili ed hanno anche rischiato di finire nella mani della malavita organizzata (Anna riesce fortunosamente a fuggire dalla sua prigione) con la loro superficiale messa in scena, avevano pretese quasi certamente infondate e, passato lo spavento (in tribunale), appena tornate libere si gettano nella braccia dei loro fidanzati o spasimanti e si mettono sotto la loro protezione, abdicando da inutili (o meglio pericolose) rivendicazioni ugualitarie.
Il film non ottenne incassi significativi.
Nello stesso mese esce Caporale di giornata
(lug 1958, 90 min.) di Bragaglia, innocua commediola di ambientazione militare che ottenne un notevole successo commerciale soprattutto grazie alla vivace interpretazione di Nino Manfredi. La pellicola è sostanzialmente un
film a episodi (sono tre, nettamente distinti), basati sulla trovata quasi surreale di Gelsomina, una madre furibonda (un ottima Bice Valori) che lascia il proprio neonato in una caserma romana con un biglietto in cui si
reclama la figura del padre (in fuga) di nome Felice. Di volta in volta tre differenti soldati vengono coinvolti nel fattaccio: il primo (Giampiero Littera) scopre in effetti di avere avuto un figlio da una fidanzata (Rossella
Como), poi sparita dopo un litigio; il secondo (Maurizio Arena) finge di essere il padre per potere evitare una punizione in caserma e correre a un appuntamento con una soubrette (Franca Rame); il terzo (Gianni Musy),
sospettato ingiustamente, si vede annullare la partecipazione a un incontro amatoriale di boxe ad Anzio. Il suo posto viene prese, controvoglia, dal caporale di giornata Enea (uno spassoso Manfredi) che, in questa lunga gag
conclusiva, riesce a salvare il modesto film. Riprendendo, a suo modo, la celebre sequenza di Charlot (Luci della città), il comico ciociaro realizza un episodio di grande vivacità, basato su una comicità non meramente
verbale, che diverte coniugando in maniera insolita contesto militare e tendenze pacifiste. Questa sequenza si lega a quella conclusiva, altrettanto valida, in cui la madre isterica ritrova, finalmente, il suo seduttore proprio
nel pugile riluttante e lo obbliga ad accollarsi le sue responsabilità. La tematica della paternità e della famiglia sono componenti essenziali e ineludibili nella società degli anni cinquanta: i militari tentano di sedurre
fanciulle ingenue, a volte usando perfino un nome falso, ma se vengono acciuffati difficilmente possono sottrarsi al loro dovere. Così il catalogo è vario: il primo Felice è un tipo da matrimonio ed è ben contento di avere
trovato la fidanzata perduta; il secondo invece è un seduttore seriale che difficilmente si sposerà, se non messo alle strette o avanti con gli anni. Enea è simile a quest’ultimo, sempre a caccia di sottane e, nel finale, deve
sposare la noiosa Gelsomina ma non dubitiamo che continuerà a cercare diversivi sessuali. Ciò che conta, anche in un film modesto e prevedibile (nei primi due mediocri episodi), è la presenza di un contesto sociale solido,
strutturato in famiglie stabili dalle quali non si può “evadere” per qualche sciocco sentimentalismo e di un conseguente Denkstil egemonico al quale anche i seduttori più spregiudicati devono spesso attenersi.
Mario Amendola cerca di valorizzare un insolito cast femminile con Le dritte
(ago 1958; 90 min.), commedia umoristica che annoia soprattutto a causa della scarsa inclinazione comica delle attrici. Tre giovani (Monica Vitti, Bice Valori e Sandra Mondaini) sono alla disperata ricerca di marito. Al
motto “matrimonio o morte” danno la caccia a un terzetto d scapoli (Franco Fabrizi, Paolo Panelli e Sergio Garrone) che, invece, le rifuggono come la peste e si dedicano, invece, a prede più seducenti e disponibili. Tuttavia la
testardaggine delle tre protagoniste, determinate a nulla concedere prima delle nozze, finirà con l’averla vinta anche perché le rivali, alla prima difficoltà (un auto in panne), rivelano tutta il loro opportunismo, abbandonano
i partner nei guai e ne cercano subito di nuovi, possibilmente più facoltosi. Dopo una serie infinita di stratagemmi (l’ultimo, nonché il peggiore, vedrà il sestetto sequestrato da quattro malviventi tra cui Memmo
Carotenuto...) nozze per tutti a Frascati. La sceneggiatura è sciocca, i dialoghi non aiutano e le interpreti sono monocordi poiché, come si è detto, queste attrici danno il meglio in contesti realmente sentimentali e non
sono adatte a tenere in piedi una farsa, pur recitando tutte in maniera dignitosa. Non a caso i rari momenti di divertimento vengono creati da Panelli e Fabrizi. Rimane all’attivo del raccontino la visione ancora tradizionale
del mondo femminile: l’unico, reale obiettivo esistenziale di ciascuna delle tre donne rimane quello di convincere un maschio a vivere con lei per tutta la vita e rimane sottinteso che la sposa si accontenterà di una posizione
subordinata o domestica (alias matrimonio indissolubile ante legge divorzio, 1970). Il modello della donna lavoratrice ad ogni costo, che si sposa (forse) verso i quarant’anni, si disinteressa della maternità (al limite
adotta... ) e che divide i compiti domestici col mariti è un modello ancora sconosciuto (si affermerà realmente solo durante gli anni settanta). Il film riscosse incassi modesti.
Un po’ meglio vanno le cose con A qualcuno piace calvo
(dic. 1959, 90 min.), esplicita parodia del celebre successo di Billy Wilder e più in generale dello star system hollywoodiano. Pur di stare accanto a John Bryll (Tino Carraro), l’attore calvo che spopola in quei mesi (il
riferimento è ovviamente Yol Brynner), Giovanna (Gisella Sofio) si traveste da uomo e si fa assumere dal segretario tutto fare (Antonio Cifariello) del divo. La giovane è perennemente inseguita da un corteggiatore ostinato e
manesco (Tiberio Murgia) che odia il cinema e che è pronto a tutto pur di averla. Accanto a Giovanna c’è Marcella (Magali Noel), arpista che, pur di guadagnare lauti stipendi, adotta la stessa tecnica della collega e si
trasforma in uomo (Bryll non assume donne per principio). La girandola di prevedibili equivoci è messa in scena con simpatia, umorismo garbato e buon senso del ritmo.. La pellicola riesce pertanto a intrattenere senza troppe
lungaggini e ad approdare a un finale lietissimo in cui i matrimoni non si contano. Perfino il brutale spasimante otterrà ciò che desidera (ma dovrà diventare calvo... ). Il fanatismo per le nuove star esiste ma, alla fine,
non distoglie le aggressive protagoniste dal raggiungere il loro unico obiettivo: quello di un matrimonio soddisfacente che le proietti nel mondo degli adulti. Dunque, alla fine, ci si accontenta di quello che “passa il
convento”. D’altronde se i giovani appaiono sensibili ai nuovi divi, gli anziani risultano del tutto immuni a questa moda: un’anziana signora, offesa dal trattamento riservato all’amato cagnolino da parte di Bryll, non esita ad
ammazzarlo (in realtà il malcapitato era solo una controfigura...). Come tutti i recenti film di Amendola, anche questo non ottiene incassi significativi.
Piero Costa firma una commedia ordinaria con La ragazza di piazza San Pietro
(set. 1958, 90 min.) in cui l’unico motivo di interesse rimane l’interpretazione eccellente di un cast di prim’ordine. Armando Conforti (Vittorio De Sica) gestisce un chiosco di oggetti religiosi e souvenir in piazza San
Pietro. Lo aiuta la figlia Lucia (Susana Canales), un tipino autoritario che non sopporta il tipo di corte manesca di cui è spesso oggetto. Siamo nella Roma popolare che si trova nei dintorni della Basilica dei Papi. Lucia
adocchia allora un professore mite e un po’ scemo (Walter Chiari) al quale dapprima raccomanda il fratellino svogliato, poi per commuoverlo mette in scena l’abissale povertà in cui la famiglia vivrebbe, con il padre Armando (De
Sica) bloccato a letto da anni per un grave e imprecisato male. Inutile dire che gli spassosi duetti Chiari-De Sica costituiscono l’apice del raccontino. Dopo i prevedibili malintesi Lucia avrà la meglio e costringerà il
professore alle nozze. Il film, pur senza stupire, scorre leggero e piacevole e ci mostra l’ennesima figura femminile che persegue con ferrea determinazione l’obiettivo delle nozze, l’unico che può far uscire una giovane
dalla dimensione della giovinezza. Costa elogia la vita concreta e descrive con ammirazione la semplicità popolare dei suoi personaggi, tutti in qualche modo positivi (manca un vero antagonista nel racconto) e mostra
insofferenza solo di fronte ai farfugliamenti storici del professore che, di tanto in tanto, cerca di spiegare eventi e situazioni partendo dalla sua cultura libresca che nessuno ha intenzione di assecondare. La cultura
accademica appare un orpello inutile per una famiglia che deve quotidianamente sbarcare il lunario, vendendo appunto reperti pseudostorici verso i quali non dimostra alcuna stima come pure verso i pittoreschi clienti che deve
accontentare. Insomma la vita reale di quei quartieri popolari possiede un dinamismo tutto suo, estraneo al mondo della scuola e delle sue astratte parole d’ordine il cui simbolo è il professore, un incapace facile da
imbrogliare e da manipolare per la gioia delle donne autoritarie come Lucia. Gli incassi del film furono modesti.
La continuità tra opera lirica e cinema italiano è lampante soprattutto se si esaminano le pellicole di ambientazione campana degli anni cinquanta firmate, di volta in
volta, da Capauno, Calzavara, Campogalliani ed altri. In esse ricompare la classica antinomia che segnava l’opera napoletana del Settecento ovvero quella che separava opera seria e opera buffa. Così in questo cinema, al fianco
dei drammi come Scapricciatiello (1955) e Cuore di mamma (1954) ci sono i film leggeri di Totò, di Nino Taranto e di Peppino De Filippo. Con Carmela è una bambola
(nov. 1958, 90 min.) Gianni Puccini (che, nonostante il nome, era un torinese che aveva poco a che spartire con la tradizione napoletana) cita apertamente la tradizione lirica e si rifà alla situazione chiave della celebre Sonnambula (1830) di Bellini.
Nelle vicinanze di Amalfi la bella e ricca Carmela (Marisa Allasio) è destinata in sposa a un giovanotto nobile e puerile. Però la fanciulla è sonnambula ed ogni notte si reca ”a far visita” allo spiantato e simpatico
Antonio (un ottimo Nino Manfredi) che tira a campare con uno scassato pulmino che offre giri turistici sulla magnifica costa tra Sorrento, Ravello e Positano. I due fanno a loro modo amicizia sebbene Antonio arrivi a lamentarsi
del fatto che la bella Carmela venga a svegliarlo per dormire (si badi solo dormire) nel suo letto. Uno scherzoso psicanalista (Gianrico Tedeschi), quanto mai improbabile in questo contesto meridionale, spiega in termini
crudamente freudiani il senso del sonnambulismo di Carmela e il suo sensuale desiderio rivolto all’aitante Antonio (di tutt’altra pasta rispetto al promesso sposo). Il medico li spinge esplicitamente ad accoppiarsi e così
avverrà, tra equivoci e malintesi che si spingono fino alle nozze interrotte (di Carmela) e a un assurdo tour de force in tribunale. Il finale è ovviamente lieto; nel frattempo anche il ragazzo nobile ha trovato da consolarsi con una fascinosa impiegata del lotto (Piera Arico)...
Lo spunto operistico praticamente esaurisce il film: le continue visite notturne occupano la maggior parte del racconto, scatenano ilarità, litigi, paure e scandali e tuttavia alla fine annoiano a causa della loro
ripetitività e della mancanza di sottotrame adeguate a variare ed arricchire il lavoro. Il divertimento è modesto e gli unici meriti di questa pellicola discontinua sono rappresentati dalla ottima interpretazione di Manfredi,
astro in ascesa del cinema comico, e soprattutto dalla curiosa figura dello psicanalista scatenato, vero elemento di rottura e motore della vicenda, personaggio modernista e spregiudicato in un contesto conservatore. Di
fatto il matrimonio, voluto fortemente dalla “sonnambula” decisa a trascinare il riluttante Antonio, è di nuovo il centro attorno al quale ruota tutta la vicenda. Questa volta, però, si tratta di un matrimonio interclassista
che riunisce la ricca Carmela che è pure avvocato e l’ “ordinario” e povero Antonio, vincendo sulle tradizioni e costringendo i genitori ad accettare i progetti capricciosi della giovane e sventata protagonista, succube del mad doctor.
In questo senso il racconto inserisce alcuni decisi elementi modernisti, quasi nordico (come il regista) - non dimentichiamo che è Carmela, per giunta un avvocato ovvero una donna in carriera, a dirigere le danze e non l’uomo,
come vorrebbe la tradizione - in un quadro conservatore. Non possiamo dimenticare che lo stereotipo del matrimonio combinato e interrotto diverrà, un decennio dopo, uno dei simboli della nuova Hollywood (Il laureato, 1967) e di quella contestazione giovanile che, insofferente ai desiderata del mondo dei matusa, si mostrerà decisa a rompere con la Tradizione per seguire,a qualunque costo, l’autenticità del proprio sentire. Gli esiti (si pensi agli anni di piombo) non saranno sempre encomiabili.
Il contesto paesaggistico, altro aspetto in cui il film avrebbe potuto offrire molto, è praticamente snobbato dal torinese Puccini che invece si concentra sulla satira dei turisti sciocchi pronti a bersi ogni fandonia
inventata dal vulcanico Antonio. Il film ottenne un buon esito commerciale.
Uno spunto operistico è alla base anche di Mogli pericolose
(nov. 1958, 100 min.) di Luigi Comencini, commedia corale e “polifonica”, quasi perfetta nel suo genere. Tosca (Sylva Koscina) e Ornella (Dorian Gray), mogli annoiate, propongono alla ingenua Claudina (Giorgia Moll) una
scommessa: Tosca tenterà di sedurre (per finta) suo marito Federico (Renato Salvatori) per provarle che tutti gli uomini, avendone l’occasione, sono pronti al tradimento. Il rimando è al Così fan tutte (1790) mozartiano e alla scommessa di don Alfonso che, all’inverso, vuole dimostrare che tutte le donne sono infedeli. La bella donna, ex ballerina di rivista sposata al gelosissimo Pirro (Nino Taranto), si impegna a fondo nel gioco fino a rimanerne scottata: ella si innamora realmente di Federico il quale, a sua volta, pur avendo sempre raccontato tutto alla candida moglie, sta per cedere. Nel complicato climax finale tutto si aggiusta per un soffio: Pirro sta per sorprendere gli amanti che vengono salvati dall’amico Bruno (Franco Fabrizi), marito di Ornella, che capisce la trappola in cui sta cadendo l’amico e lo salva in extremis.
In questo film, ricco di personaggi secondari tutti perfettamente disegnati, ci sono altre sottotrame spiritose e accattivanti: Bruno, l’eterno seduttore felliniano, insegue ogni gonnella ma è puntigliosamente controllato
dalla diffidente e isterica Ornella che, nonostante i due figli, riesce a pedinarlo costantemente e a rovinargli tutte le numerose iniziative. Infine c’è una quarta coppia, più attempata - uno straordinario Mario Carotenuto e
Pupella Maggio - che non si parla da anni e che lotta, in maniera brutale, sul tipo di educazione da impartire al loro unico figlio. La madre vorrebbe tenerlo lontano da tutte le possibili fidanzate e lo obbliga a un’esistenza
monacale in cui è centrale la passione per la musica classica (il ragazzo suona il violino) mentre il padre, uomo sempliciotto e all’antica, cerca in tutti i modi di “corrompere” il giovane, favorendo un suo incontro decisivo
con la bella e interessata farmacista Maria Pia Casilio. In questo episodio, tutt’altro che secondario, il regista riesce a illustrare lo scontro, che esploderà dal decennio successivo, tra matriarcato e patriarcato, valori del
sentimentalismo umanitario tipici dell’universo femminile (ci sono già alcuni strali contro la caccia, pratica che accomuna i protagonisti maschili del racconto, strali che preludono al futuro fanatismo animalista) e valori
della competizione e della lotta (in tutti gli ambiti, compreso quello sessuale) dura ma necessaria, propugnati da quello maschile. In questa commedia corale dai toni agrodolci, Comencini illustra in maniera precisa ed acuta
il destino maschile: il matrimonio è un evento necessario ma di gestione molto difficile. La noia e il calo di interesse sessuale si fa presto sentire - la famiglia Carotenuto in cui si afferma l’insofferenza e l’odio esplicito
illustra, in fondo, il futuro che attende le altre - così da esporre tutti, mariti e mogli alla tentazione del tradimento. Il gioco ovvero la scommessa iniziale non è che una tenue maschera dietro la quale si nasconde il
desiderio della novità sessuale e dell’avventura clandestina, volta a rivitalizzare gli istinti addormentati dalla routine matrimoniale. E’ insomma Il disagio della civiltà (1929) freudiano, celebre testo che spiega la repressione degli istinti posta alla base delle strutture familiari, a venire perfettamente illustrato in questa bella e sottovalutata commedia comenciniana. All’epoca essa venne derubricata tra i film leggeri e “commerciali” di mero intrattenimento poiché non trattava dei soliti drammi sociopolitici e non era immersa in un clima di tetra desolazione come si pretendeva da ogni cosiddetto film d’autore (anche più tardi il film, tra le cose migliori di Comencini, viene snobbato da Giorgio Gosetti che riesce, nella sua monografia sul regista del 1988, a non dedicare al film neppure una riga). Al contrario Mogli pericolose, con i suoi accenni mozartiani, tratta un tema eterno e universale ovvero il complicato bilanciamento tra affetti e istinti nel rapporto familiare. Questo equiibrio, faticoso da trovare, regge miracolosamente fino al termine del racconto (sebbene non si parli d’altro, nessun adulterio viene consumato realmente) ma verrà spazzato via, in maniera violenta, dalla burrasca politica ormai alle porte con l’arrivo degli anni sessanta.
Il successo commerciale del film fu notevole e convinse Comencini a firmare una seconda commedia molto simile, Le sorprese dell’amore
(1959, 95 min.), con un cast quasi identico e un secondo riferimento mozartiano nell’argomento del racconto. Didi (Dorian Gray) e Marianna (Sylva Koscina) passano una domenica al mare con i loro fidanzati il timidissimo
prof. Ferdinando (Walter Chiari) e lo spregiudicato Battista (Franco Fabrizi). Annoiate e spesso in conflitto con i loro partner (come le protagoniste di Mogli pericolose) decidono d scambiarseli (è la situazione chiave
sempre del Così fan tutte dove Ferrando e Guglielmo finiscono con l’innamorarsi ciascuno della fidanzata dell’altro) per sperimentare se, nelle nuove coppie, l’intesa migliora. Le due giovani - commesse in un negozio di dischi a Roma - manifestano fin dall’inizio sia la propria abilità nel manipolare gli uomini, sia la propria decisione di arrivare relativamente caste al matrimonio in modo da essere sicure che il partner non le molli a metà percorso. Poco sentimentali e molto pragmatiche, attente esclusivamente al loro obiettivo (ingabbiare il maschio nel matrimonio) Didi e Marianna si prendono gioco dei due spasimanti, causando equivoci a ripetizione. L’idea dello scambio, cinica quanto basta, risulta intrigante all’inizio, ma rimane poi l’unica idea narrativa di un contesto che non possiede la vivacità e il carattere corale del film precedente e che, da metà in poi, si avvita su se stessa in logorroiche ed estenuanti spiegazioni tra fidanzati come pure tra rivali (maschili e femminili). Se può consolare questo è anche il difetto dell’opera mozartiana la cui seconda parte spesso ripete stancamente la prima. Per fortuna c’è Mariarosa (una straordinaria Anna Maria Ferrero) a interpretare il quinto incomodo e a spingere il racconto verso una soluzione inattesa: ragazza semplice, venuta dalla campagna, è innamoratissima di Ferdinando, lo aiuta, lo consiglia e infine riesce a sedurlo con la sua candida semplicità, strappandolo alle due arpie cittadine e ai loro giochetti volti a sottomettere fin da ora il futuro marito. Mario Carotenuto è sacrificato nel ruolo di un prete amico e consigliere di Ferdinando ma interpreta almeno una grande sequenza quando si sottrae, stupefatto, alle attenzioni di Didi la quale, abbandonata dal professore, finge di farsi consigliare dal sacerdote mentre sta già iniziando un’abile operazione di seduzione. Brillante infine la comparsa, del tutto inattesa, di Vittorio Gassman in un breve cameo: è lui a rimanere ora affascinato dalla bella e sola Didi; il gioco ricomincia...
L’obiettivo del matrimonio è dipinto con toni cinici e perfino minacciosi in questa seconda puntata comenciniana, meno riuscita della prima (gli incassi, infatti, furono molto minori rispetto a quelli di Mogli pericolose)
ma sempre di buon valore complessivo. Il racconto illustra soprattutto la capacità tutta femminile di aizzare il desiderio maschile per poi reprimerlo, promettendo un soddisfacimento futuro, a matrimonio celebrato.
L’intraprendente Battista comprende il gioco, non si lascia ricattare da donne che intuisce spregiudicate quanto lui e ben poco innamorate mentre lo sprovveduto Ferdinando sta per cadere nella trappola di Didi. Lo salva la
scatenata Mariarosa la quale, in nessun momento, si propone come accattivante oggetto sessuale mentre cerca, al contrario, di proteggere il professore e di illuminarlo riguardo alle vere intenzioni delle due scaltre seduttrici
(le quali, si può immaginare, saranno mogli poco fedeli... ). Alla fine Ferdinando, uomo di cultura ma privo di vero intuito (a riconferma dei limiti della istruzione scolastico-libresca volta spesso più ad ottundere la mente
che ad aprirla), di gran lunga sovrastato dall’apparentemente rozzo Battista, si salva in extremis fuggendo da Roma e recandosi con Mariarosa a una festa che si tiene nel loro paese d’origine. Come ai tempi del ventennio, la
città con le sue luci e i suoi negozi variopinti (non a caso numerose sequenze sono ambientate nel caotico negozio musicale dove i clienti ascoltano canti gregoriani sovrapposti a provocanti canzonette rock) rimane il luogo
della perdizione (c’è anche un breve parentesi milanese dominata dalla bella prostituta Valeria Fabrizi in cui le luci del duomo e quelle di un albergo a ore si legano simbolicamente) mentre l’altrove rurale si immagina come
luogo delle Tradizioni antiche, impermeabili alle nuove, corrotte tendenze delle grandi metropoli. Le sorprese dell’amore rimane un incisiva riflessione intorno alla battaglia dei sessi sul finire del decennio.
Gianni Puccini replica argomenti e tematiche de Il marito (1958; vedi) ne Il nemico di mia moglie o Il marito bello
(mar. 1959; 95 min.), commedia vivace e spiritosa che esamina nuovamente la battaglia dei sessi alla fine del decennio. Luciana (un’ottima Giovanna Ralli) è una perfetta moglie moderna: lavora come segretaria, cura il
decoro della casa, finge di non accorgersi della corte che gli fa il padrone (Andrea Checchi) e promette al marito Marco (M. Mastroianni) un figlio nel prossimo futuro. Di contro, però, pretende un’assoluta disponibilità di
quest’ultmo il quale, devoto e fedele, ha un’unica passione: la domenica arbitra partite di una certa importanza e spera di fare carriera in quel settore. La moglie non sopporta il calcio (espressione di uno spirito bellico
tutto maschile cui è naturalmente estranea a differenza di tante creature femminili omologate al maschio del nuovo millennio), non tollera di passare le domeniche da sola e affligge Marco che, invece, non molla e difende
accanitamente quel suo spazio di libertà. Le rispettive famiglie rappresentano, in maniera quasi didascalica, i due mondi contrapposti della società patriarcale tradizionale e di quella paritaria moderna. Il padre di Marco (un
De Sica di maniera) è un aristocratico studioso di cose liturgiche, gestisce un’aulica biblioteca e, come il monsignore de Il marito, invita la moglie a rispettare la naturale superiorità dell’uomo e ad adeguarvisi. Al
contrario la famiglia di popolani, guidata da Memmo Carotenuto, parteggia per la loro congiunta Luciana. Tra le cose più riuscite c’è l’incontro/scontro tra queste due realtà incompatibili nella cornice austera della biblioteca
religiosa. Come la moglie de Il marito obbligava Sordi a non andare alla partita e ad ascoltare tediosi quartetti d’archi, così Luciana cerca di controllare da vicino la vita di Marco (lo fa assumere nella sua ditta) in modo da disincentivare la sua passione calcistica. Si giunge ad una aperta rottura tra i due e alla separazione. Marco vive anche un breve flirt con Giulia (Luciana Paluzzi) che si rivelerà una truffatrice di basso rango che tentava di fargli commettere irregolarità durante l’arbitraggio. Marco tornerà, infine, da Luciana senza che la questione calcistica giunga a una soluzione chiara e condivisa.
Puccini ritrae la lotta tra i sessi in questo momento speciale della storia italiana, quando dopo la chiusura delle case chiuse, la morte di Pio XII e le prime aperture al Psi della DC portano con sé nuove tendenze
egualitarie, anche tra le mura domestiche. Luciana è il prototipo della donna moderna e determinata: bella, disponibile, non pedante (come la protagonista de Il marito) tende a egemonizzare il proprio dominio familiare,
costringendo il marito a vivere secondo i suoi ritmi e le sue esigenze. Una velata misoginia continua a serpeggiare in questo suo ritratto mentre intorno a lei uno stuolo di donne più semplici (guidate da Gisella Sofio)
continua a disegnare l’idea femminile della donna felicemente sottomessa a un “marito bello” come Marco. Queste impiegate, attratte dal marito della rivale, invano lo insidiano e cercano di distorglierlo dalla moglie
autoritaria, proponendosi come figure femminili servizievoli e ubbidienti. L’ampio spazio lasciato ai “sermoni” di De Sica ribadisce questa generica sfiducia in donne troppo volitive e invadenti. Ciononostante la simpatia con
cui Puccini guarda alla Ralli ci fa comprendere che ormai la battaglia è aperta e il suo esito è tutt’altro che scontato. Gli incassi furono modesti.
Sergio Grieco si ispira alla celebre canzone di Modugno per Ciao, ciao, bambina
(mag. 1959, 95 min.), piacevole e anonima commedia in cui il regista sembra riproporre il personaggio del simpatico seduttore seriale già interpretato da Cifariello nel certamente migliore Le ragazze di san Frediano (Zurlini, 1955) mentre il disegno generale del racconto rievoca Accadde una notte (Capra, 1934).
Il facoltoso donnaiolo Riccardo (Cifariello) è in viaggio verso Roma per congiungersi con la futura moglie Gloria (Lorella De Luca). Durante il tragitto ferroviario corteggia ossessivamente Diana (Elsa Martinelli) senza
sapere che si tratta di una segretaria inviata dal padre della sposa (Nando Bruno) per avere notizie sulla sua moralità e rettitudine. La coppia attraversa una serie di peripezie notturne (dopo essere scesa dal treno) nella
città di Orvieto dove passa la notte in una cella di sicurezza dei carabinieri. Poi, giunti a Roma, il perplesso Riccardo è indeciso se liberarsi di Diana o se sposarla. Deciderà solo all’altare, durante la cerimonia nuziale:
egli abbandona l’indifferente Lorella (che si consola subito con il fratello di Riccardo, interpretato da Riccardo Garrone) e corre da Diana: la trova su un altro treno in partenza... Grieco firma una commedia brillante
dotata di un ritmo notevole (ripreso dai modelli americani) e di una efficace ambientazione tra convogli ferroviari, camion agguantati con l’autostop e città di provincia visitate a notte fonda. Il racconto si configura come un
vivace roadmovie durante il quale il seduttore Riccardo sembra cedere realmente alla dolce e misteriosa Diana. Va detto che, ancora poco prima della fine, la tentazione di mollare anche questa spasimante è forte in
Riccardo che mette in atto il suo abituale trucco del treno in partenza (finge di partire per un lungo viaggio causato da inattesi impegno lavorativi), trucco ben noto alla presunta vittima. In ogni caso anche questa volta il
matrimonio trionfa dopo che il regista ha mostrato quante difficoltà esistano in Italia per una coppia che,priva del fondamentale vincolo coniugale, voglia farsi accettare dalla comunità (vengono rifiutati dagli alberghi,
indagati dai carabinieri... ). Non solo la cerimonia nuziale è l’unico obiettivo dell’universo femminile (l’innamoratissima Diana non concede, quale anticipo, più di un casto bacio, pur essendo costretta a trascorrere la notte
in una stanza da letto insieme a Riccardo) ma colei che sembra venirne privata (la bella Maria Badmajew, cacciata dal goffo marito Carlo Romano che la sospetta infedele) precipita in una disperazione totale e corre dietro al
brutto coniuge pur di recuperare il proprio status. Gli incassi furono modesti.
testo scritto nell’ott. 2020
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