Totò Fabrizi e i giovani d'oggi e I due marescialli

Noi duri, Signori si nasce, Totò Fabrizi e i giovani d’oggi, Sua eccellenza si fermò a mangiare, Letto a tre piazze, Risate di gioia, Chi si ferma è perduto, Totò Peppino e la dolce vita, I due marescialli e Totòtruffa ’62: vecchi numeri di rivista e nuove narrazioni storico-politiche (1960-61)

              “ pronto è in casa Bubu... Mobutu...
              non buttare niente”
              “E’ peccato...
              Totò ambasciatore del Catonga, Totòtruffa ‘62

Per Totò il nuovo decennio si apre con lo scadente Noi duri (feb. 1960, 95 min.), una tediosa parodia dei noir francesi (con particolare riferimento ai film interpretati da Eddie Constantine/Lemmy Caution) firmato da Camillo Mastrocinque.
La pellicola quasi interamente ambientata all’interno di un night club parigino, è in realtà pensata per valorizzare il cantante Fred Buscaglione (che, purtroppo, morirà di lì a poco) mentre al comico napoletano, che impersona l’Algerino, sono affidate solo alcune sequenze, peraltro le uniche degne di nota (soprattutto il bel duetto con Luigi Pavese doganiere). La trama è, come da prassi, ininfluente in questo tipo di cinema comico; le gag però sono per lo più inefficaci mentre prevalgono i numeri musicali e i timidi spogliarelli. L’unico altro aspetto da salvare sono alcune sequenze umoristiche basate sui battibecchi tra Paolo Panelli, poliziotto infiltrato al tabarin e la moglie gelosa Bice Valori.
Il film ottenne incassi molto modesti.

Decisamente migliore risulta la farsa vecchio stile Signori si nasce (mar.1960; 95 min.) in cui Mattoli gira tra scenari di cartapesta le improbabili imprese truffaldine di uno scatenato Totò ai danni del serioso fratello Peppino De Filippo.
Nel 1906 Pio (P. De Filippo) è un irreprensibile sarto che serve soprattutto i monsignori e gli ordini monacali. Suo fratello il barone Zazà (Totò) è invece un uomo pieno di debiti che ama il gioco e le ballerine. Per far fronte all’ennesima cambiale, detenuta da un Luigi Pavesi deciso a spedire Totò in galera, quest’ultimo affronta Pio per chiedergli un prestito che, ovviamente gli viene negato. A quel punto l’uomo inizia a mettere in atto una serie di sceneggiate caotiche - la ballerina Delia Scala si trasforma in una figlia bisognosa di aiuto, il domestico Carlo Croccolo diviene il suo fidanzato (pur avendo già moglie) e via dicendo - che finiscono col contraddirsi l’un l’altra, creando un finale talmente caotico da divenire surreale. Gli schemi sono quelli vecchi, dei siparietti delle riviste ma la bravura della coppia di interpreti e la presenza di alcune battute realmente fulminanti dona al film momenti di grande interesse e divertimento.
L’opera ebbe incassi molto modesti.
Il gioco dei fratelli antitetici si ritroverà in numerosi film comici successivi come E’ arrivato mio fratello (1985) in cui Renato interpreta i ruoli di due gemelli molto diversi mentre nel divertente Cornetti alla crema (1981) Lino Banfi interpreta un sarto con clientela esclusiva del Vaticano.
Nel successivo Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi (lug.1960; 95 min.) Mattoli ritorna a una narrazione più realistica e calata nella contemporaneità, con esiti pregevoli. Il film è, di fatto, un sequel de I tartassati (Steno, 1959; vedi) poiché Totò incarna nuovamente la figura di uno spregiudicato commerciante, agiato e sicuro di sé mentre Fabrizi è un onesto e orgoglioso funzionario statale, che vive di uno stipendio modesto.
La vicenda inizia dove termina I tartassati ovvero i figlioli delle due famiglie, pur essendo assai giovani, si amano e si vogliono rapidamente sposare. Pur essendo “giovani d’oggi” ovvero pur amando i nuovi locali da ballo e il rock’n’roll americano (ai suoi primi, timidi passi) essi decidono di percorrere i sentieri più tradizionali per aver il consenso dei genitori: dunque Carlo (Geronimo Meynier) si reca ufficialmente a casa del futuro suocero per chiedere la mano di Gabriella (Christine Kaufmann) e si trova di fronte un riluttante Antonio Cocozza (Totò). D’altronde anche Giuseppe D’Amore (Aldo Fabrizi), padre del giovane, nutre le proprie riserve che si accentuano rapidamente una volta preso contatto con lo spigoloso e provocatorio Antonio, sempre pronto a esibire alla controparte le proprie ricchezze. Iniziano una serie di duetti umoristici che costituiscono il nerbo e l’unica ragion d’essere della pellicola: la coppia litiga su tutto e, nel farlo, stabilisce un perfetto ritmo comico in cui un esagitato Totò (assai simile, in questo caso al celebre Stanlio) stuzzica e aggredisce Fabrizi il cui carattere sornione e paziente (una sorta di Ollio) viene portato gradualmente verso l’inquietudine e l’insofferenza per giungere, ogni volta, ad una plateale rottura dei rapporti. La coppia comica è in gran forma e i duetti sono, all’inizio, quasi da antologia. Poi però il gioco mostra la corda e la seconda parte del film procede nello stesso modo, cadendo in inutili e un po’ noiose ripetizioni: gli autori Mattoli, Castellano e Pipolo (sceneggiatori) dimostrano carenza di fantasia e non riescono a inventare nuove situazioni utili ad animare il lungo racconto. Né è sufficiente il simpatico episodio delle colombe pasquali di cattiva qualità, a riempire quel vuoto, episodio che, tuttavia, offre qualche elemento di riflessione: quei prodotti scadenti, venduti da Antonio allo stato grazie a una raccomandazione del futuro consuocero, sono l’ennesima riprova della scarsa serietà di una classe imprenditoriale dinamica ma anche  furbastra, che utilizza soprattutto la pressione indebita e l’intrallazzo per arricchirsi,
In ogni caso il film merita attenzione sia per l’alto livello di tutti gli interpreti (ci sono anche Rina Morelli, Franca Marzi e Luigi Pavese), sia per lo sguardo disincantato su una realtà in rapida trasformazione: i giovani sono sul piede di guerra e aizzati da una propaganda fasulla (spassoso il reportage televisivo sui nuovi “ribelli”), trattano i genitori come anticaglie inutili e ottuse mentre questi ultimi si difendono come possono, ironizzando su questi ingenui nuovi protagonisti della scena sociale che credono di potere cancellare e rifondare usi e costumi sedimentati da decenni (forse da secoli).
Il film ottenne un meritato successo commerciale.
Meno di un anno dopo Mattoli firma la sua ultima collaborazione con Totò nel pregevole Sua eccellenza si fermò a mangiare (mar. 1961, 95 min.), una pochade in cui la figura disegnata dal comico napoletano, per quanto significativa, finisce con l’essere solo una delle “marionette” del complicato (nel finale addirittura caotico) intreccio corale ed anche col venire surclassato dalla nuova coppia comica Tognazzi-Vianello, cui si devono i momenti più esilaranti del film.
Nel 1923 Ernesto (Tognazzi) tradisce la gelida moglie Silvia (Virna Lisi) con la più sensuale e navigata Lauretta (Lauretta Masiero). Un ladro (Totò) lo salva dai giustificati sospetti della moglie facendosi passare per il dottor Tanzarella, presunto amico di Ernesto e medico personale del duce. La situazione va via via complicandosi allorché quest’ultimo spaccia per sua moglie appunto Lauretta e la porta con sé a un importante ricevimento della famiglia di Ernesto, preparato in onore di un ministro (Raimondo Vianello) del governo in visita. Durante questa folle giornata accade di tutto: Lauretta, un tempo amante occasionale del ministro che sembra avesse fatto cilecca, insinua intorno al politico fascista terribili sospetti di poca virilità o peggio (è tutto un parlare di finocchi... ) dai quali egli tenta invano di districarsi. Dopo la spassosa sequenza del comizio (una vera e propria pagina da antologia; raramente il cinema ha saputo mettere alla berlina meglio questo luogo comune della politica), nel canonico girotondo serale nelle stanze de castello di Ernesto succede di tutto, in un crescendo comico ben orchestrato. Nel finale a trionfare è il furbo ladro Tanzarella/Totò che riesce a portarsi via l’argenteria del castello, facendo credere che si tratta d un dono gradito a Mussolini, nome di fronte al quale tutti si inchinano riverenti e abbozzano.
Sua eccellenza si fermò a mangiare si inserisce nel solco del ritrovato interesse per gli argomenti storico-politici instaurato dai successi de Il generale della Rovere (Rossellini, 1959) e Tutti a casa (Comencini, 1960) e che, di lì a poco, proseguirà con Gli anni ruggenti (Zampa, 1962), Il mio amico Benito (Bianchi, 1962) e La marcia su Roma (Risi, 1962, ancora con Tognazzi), solo per citare i titoli più noti. Gli italiani ridono di loro stessi e di quel tipico opportunismo di marca scettico-teatrale che li caratterizza da sempre. In questa direzione l’apporto di Tognazzi, Vianello e Totò è decisivo: le loro maschere comiche restituiscono il senso di un’epoca in cui le discussioni erano bandite e c’era un solo capo indiscusso al quale andava la massima deferenza. Tutti, uomini e donne guardano a Lui, lo nominano con rispetto e lo vedono come la soluzione (tramite l’inossidabile pratica della raccomandazione) di ogni problema: i singoli personaggi possiedono una autorevolezza direttamente proporzionale alla loro presunta vicinanza al duce (anche se, va detto, sarebbe stato meglio parlare di 1933; nel 1923 il fascismo era agli esordi e non era ancora questo tipo di regime). E così che perfino il ministro, che certamente frequenta il capo del fascismo, finisce col temere il dottor Tanzarella che si spaccia per intimo di Mussolini. Di contro l’ideologia della virilità e della forza risulta nient’altro che la solita recita interessata e fasulla, anzi minata alla base dai sospetti di impotenza (o peggio) che gravano sul massimo rappresentante del governo in circolazione. Il regime è insomma una mascherata necessaria (nessuno lo discute) e utile, ma priva di solido fondamento, come dimostrerà, tragicamente, la vicenda bellica sfociata nell’8 settembre.
In questo contesto di satira leggera, indulgente e perfino vagamente complice del regime si aggirano i consueti fantasmi della fedeltà coniugale in una concezione sociale (quella del 1923 identica a quella del 1961) di marca strettamente patriarcale. Così il conciliabolo delle donne riunite - la moglie imbranata, la suocera esperta interpretata da Lia Zoppelli e l’amante generosa di consigli - stabilisce che la vera colpa delle malefatte extraconiugali di Ernesto è tutta della moglie sessualmente pigra e poco disponibile che ora cambierà registro e riconquisterà il marito...
La bella Virna Lisi è a proprio agio in questi ruoli di donna disattenta e fredda: si veda il divertentissimo episodio de La telefonata (in Le bambole, Risi 1965 con Manfredi nel ruolo di Tognazzi) che, per la sua audacia, finì addirittura condannato da una magistratura oltremodo severa.
Gli incassi della pellicola di Mattoli furono discreti.

Un risultato meno felice si trova in Letto a tre piazze (ago 1960; 95 min.) diretto da Steno.
In una Roma invisibile (a parte la sequenza iniziale) il rispettabile professore Peppino (P. De Filippo), innamoratissimo della bella moglie Amalia (Nadia Gray), assiste attonito al ritorno dalla Russia di Antonio (Totò), il primo marito della donna, dato per morto da oltre un decennio. Inizia allora un interminabile duello tra i due mariti i quali si cimentano in una serie infinita di duetti comici, divertenti all’inizio ma, con l’andare del tempo, ripetitivi e noiosi. Come in altre pellicole (La legge è legge, I tartassati) la regia finisce per appoggiare l’intero film sulle spalle di questi duetti ch e oltre a spazientire alcuni personaggi del racconto (la moglie Amalia, l’avvocato seduttore Aroldo Tieri), riescono a spazientire anche lo spettatore che, da una interessante invenzione come quella iniziale si aspetterebbe anche una serie di divertenti sviluppi intorno alla difficile materia sia in ambito legale, sia per le difficili conseguenze nella immediata quotidianità. Invece il film si limita ad accennare qualche superficiale riflessione ed evita qualunque approfondimento: dopo avere inventato l’assurdo episodio delle vacanze a tre in montagna (in cui la moglie dovrebbe scegliere tra i due) gli autori risolvono con faciloneria il problema, facendo morire (almeno così sembra in un primo momento) entrambi i contendenti in omaggio al proverbio per cui “tra due litiganti il terzo gode”. Infatti sarà il sornione avvocato a sposare la donna nuovamente vedova; il simpatico (anche se prevedibile) finale con la ricomparsa dei due protagonisti comporta la presenza di addirittura tre mariti...
Insomma il tema era insolito e intrigante (anche per i possibili addentellati storico-politici, totalmente ignorato dagli sceneggiatori tra i quali ricordiamo oltre a Steno, Fulci e Sandro Continenza) ma, alla fine, viene sfruttato come semplice trampolino di lancio per le prolisse divagazioni di stampo teatrale di un folle Totò il quale, tra l’altro, in nessun momento chiarisce cosa abbia combinato in quei lunghi vent’anni (a tratti sorge il sospetto che in Russia non ci sia neppure andato... ) mentre il quadretto di Stalin, posto dal “reduce” sopra il letto al posto della Vergine Maria, appare in quel 1960 del tutto anacronistico (dopo la destalinizzazione del 1956... ) e immotivato (sarebbe stata più logica l’immagine di Kruscev, assai popolare in quegli anni), tanto più che, in nessun momento, Antonio sembra avere sposato la causa comunista. Rimane la bravura di tutti gli interpreti: in particole il rapace personaggio d Tieri riesce, a tratti, a oscurare la coppia comica.
Il successo del film fu modesto.

Monicelli dirige Totò per la prima (ed unica) volta in coppia con Anna Magnani nel modesto Risate di gioia (ott. 1960; 105 min.), un film in cui soggetto, disegno dei personaggi e sviluppo narrativo sono sfocati e poco originali. Il racconto si svolge a Roma, durante la lunga notte del capodanno 1960 cui segue un breve epilogo agostano.
Totò (Infortunio) è un truffatore di mezza tacca che viene ingaggiato da Lello,  un efficiente ladro di professione (Ben Gazzara): durante la nottata romana, mentre tutti sono in festa, loro due cercheranno di mettere a segno il massimo numero di piccole rapine. Si mette di mezzo però Tortorella (A. Magnani), una povera figurante/cantante di Cinecittà di cui Totò è inutilmente innamorato e nei cui confronti esibisce un’ostinata devozione (il film riprende lo schema di Yvonne la nuit, 1949, ove Totò aveva il medesimo rapporto con la cantante del titolo Olga villi). Quest’ultima fraintende ogni cosa: pensa che Lello le stia corteggiando (mentre al contrario fa di tutto per liberarsene) e non ascolta le continue raccomandazioni del povero Infortunio che cerca di chiarirle la situazione e di proteggerla. Lo strano terzetto passa di episodio in episodio con Lello che deruba tutti coloro che gli vengono a tiro e Infortunio che, preoccupato per Tortorella, vanifica tutti i suoi risultati. Il film si ripete, inanellando una serie di vicende troppo simili tra loro e sviluppate in maniera opaca e prevedibile. A pagare per tutti sarà la sola Tortorella: finirà in galera.
Nei giorni del boom economico, in una Roma che attende le Olimpiadi e dove tutti si divertono, Monicelli, reduce dai due grandi successi de I soliti ignoti e La grande guerra, si ostina a riproporre personaggi e stilemi memori del neorealismo di dieci anni prima. In particolare il film sembra ripercorrere, con molta minore fantasia e intensità poetica, lo sfortunato capolavoro felliniano de Il bidone (1955). Entrambi i film, legati da un clima triste e deprimente, vennero rifiutati dal grande pubblico. Ma mentre la pellicola del 1955 fotografava un’Italia ancora povera e indecisa, il ritorno a quelle tematiche (ad esempio l’episodio della festa dei Tedeschi è molto simile a quello della festa posta al centro de Il bidone), affrontate con troppa drammaticità, sembra stonare nell’Italia della ripresa economica.
Ciò non toglie che il racconto possieda una propria coerenza, anche se l’ingorgo provocato dalla continua presenza di Tortorella finisce con l’apparire, nella seconda parte, artificioso e irrisolto con Infortunio costantemente lacerato tra “dovere professionale” e legame sentimentale; semmai l’insuccesso è dovuto, oltre che a un certo anacronismo del soggetto, anche alla sua realizzazione spesso scialba e macchinosa. Anche il personaggio di Lello (un Ben Gazzara alle prime armi, reduce dalla sua interpretazione del criminale nel notevole Anatomia di un omicidio, Preminger, 1959), appare bloccato e bidimensionale, in quanto figura oppressa dalla propria avidità e sordo a tutti i ragionamenti dei suoi due compagni di scorribande. A peggiorare le cose giungono, nel finale, anche le tirate sermoneggianti di Tortorella, di natura socialisteggiante, intorno alla presunta ingiustizia che separa i benestanti dai poveri, la ricchezza dalla miseria intese come situazioni accidentali rispetto a una realtà umana che si presuppone, erroneamente, fondata sull’uguaglianza dei singoli individui. La naturale diseguaglianza degli individui non trova posto in questo perfido miscuglio di cattolicesimo e socialismo di cui si armano la donna e, in parte, il suo anziano spasimante, Lello, di origini italoamericano e come tale estraneo a quelle visioni ideologiche, cerca di contrastarle ricordando a Tortorella che la sua è una scelta consapevole e antisociale poiché lui odia il lavoro e preferisce tentare la fortuna, rubando possibilmente con stile.
Mentre tutta Roma si diverte, balla, mangia e beve esprimendo un benessere finalmente ritrovato, il fatto d’avere puntato i riflettori su questo terzetto di guastafeste pare una scelta forzata e infelice. Rimane all’attivo del film la meravigliosa interpretazione di un dolente, indeciso Totò e di una mutevole, scatenata Magnani.

Con il mediocre Chi si ferma è perduto (dic.1960, 100 min.) inizia la collaborazione del comico napoletano con il giovane Sergio Corbucci che si protrarrà per quattro anni (sei titoli complessivi). Il film possiede i difetti tipici delle opere di questo periodo ovvero un’impostazione rigorosamente teatrale (gli esterni non esistono), una trama dozzinale e una serie interminabile di duetti comici (con Peppino De Filippo) in cui si ripetono all’infinito espedienti e battute spesso arcinote. Si potrebbero tranquillamente spostare singole sequenze in altri film del periodo (e viceversa) poiché esse costituiscono delle monadi autosufficienti e antinarrative. Il difetto è dunque quello di dimenticare che il film è narrazione di eventi, intreccio congegnato per mostrare l’evoluzione di personaggi e caratteri in un contesto realistico. L’insistenza di Totò, Peppino, Aroldo Tieri, Luigi Pavesi ed altri nel riproporre gli schemi della rivista negli anni della nouvelle vague francese e del nuovo cinema di Fellini e Antonioni condanna questo tipo di film, che si rivolge a un pubblico poco esigente, a posizioni di retroguardia nel panorama filmico dei primi anni sessanta.
Il pretesto è questa volta la lotta tra Totò e Peppino, impiegati pasticcioni, per uno scatto di carriera che dipende da un ispettore (Aroldo Tieri) che viene da Roma. Totò lo scambia per un altro (Oreste Lionello) che è sì un ispettore, ma scolastico; ne nascono una serie di gag risapute. L’idea discende dal celebre testo di Gogol L’ispettore generale e troverà migliore realizzazione nei successivi Anni ruggenti (Zampa, 1962; vedi) e Baci e Abbracci (Virzì, 1999). Sempre a corto di idee originali i nostri autori (Corbucci Sergio e Bruno, Luciano Martino, Giovanni Grimaldi, Totò ecc.) riprendono il monologo di Antonio su Cesare da Shakespeare, poi la scena del balcone di Giulietta e Romeo e nel finale corale essi riciclano, senza estro e senza la minima attenzione ai ritmi della costruzione narrativa, gli schemi della pochade all’interno di un albergo equivoco. Il titolo poi richiama un celebre detto mussoliniano senza che la cosa comporti riferimenti più ampi al ventennio.
Tra le cose divertenti il dialogo di Peppino con la moglie vistosa e sempre seminuda (Jacqueline Pierreux) in cui dapprima la invita a coprirsi poiché tutti la vedono (alludendo agli spettatori in sala) e poi prosegue ricordando che “Qui non siamo in Francia, qui c’è la censura” ovvero che mentre nel coevo cinema francese il nudo femminile era all’ordine del giorno, in Italia la censura non lo permetteva.
Gli incassi furono buoni.
Decisamente migliore risulta il prodotto della seconda collaborazione tra Corbucci e Totò ovvero Totò, Peppino e... la dolce vita (feb 1961, 95 min.). Il fatto di dovere riprendere, seppur in maniera satirica, le situazioni del capolavoro felliniano obbliga la coppia comica a esibirsi in contesti maggiormente strutturati e spesso corali, inserendo così il loro fondamentale contributo umoristico all’interno di un intreccio più vivace e stimolante.
Il film ripropone alcuni episodi, ormai celebri, del film con Mastroianni mostrando una vitalità che spesso riesce ad eguagliare quella del modello. Le sequenze ambientate in via Veneto (anche questa volta ricostruita in studio) sono ricche di brio e costituiscono una sorta di Leitmotiv che torna costantemente a separare i singoli episodi. Totò fa il posteggiatore abusivo e, in quanto tale, ha modo di perseguitare, in più occasioni, un ministro democristiano al quale chiede di riconoscere il suo “contributo” lavorativo alla vita sociale; lo accompagna il cugino di campagna Peppino che lo credeva introdotto nelle alte sfere della politica. Invece Totò conosce tutti - nobili, politici e faccendieri - ma da semplice, brillante posteggiatore. Seguono gli episodi del night club e della coppia che vuole amoreggiare nella casa modesta di Totò, episodi ricalcati dal modello felliniano, con il comico napoletano nel ruolo che era della prostituta Adriana Moneta e Francesco Mulé e Rosalba Neri nei ruoli di Mastroianni e Anouk Aimée. La pellicola si chiude invece con la festa dei nobili in cui Gloria Paul accenna uno spogliarello...
I numeri comici della coppia sono quasi tutti pienamente godibili mentre la rappresentazione di un universo rigidamente diviso tra una sfera opulenta ed amorale ed una che si trova ai limiti della povertà rispetta la visione del modello felliniano. I capricci delle “divinità femminili” rimangono centrali anche in questa modesta copia con Gloria Paul, Tania Beryll, Mara Berni e Rosalba Neri che replicano la centralità sfacciata ed egemonica delle dive felliniane nei cui confronti l’universo maschile appare soccombente nell’era nuova del valori deboli e del nichilismo incombente. Totò e Peppino assistono impotenti al crollo del loro mondo patriarcale: sono iniziati gli anni sessanta, quelli della rivoluzione.
Gli incassi furono discreti.
La terza collaborazione tra Corbucci e Totò è di gran lunga la migliore e avviene con un film di natura differente, in quanto inserito nella corrente del rinato cinema storico-politico, corrente inaugurata da Il generale Della Rovere (1958). I due marescialli (dic. 1961, 100 min.) è una commedia umoristica che riesce a coniugare, in un magistrale equilibrio, elementi drammatici ed episodi addirittura farseschi. Il merito è sopratutto di un eccezionale Totò, capace di passare da un registro all’altro con strepitosa naturalezza mentre più a disagio sembra De Sica (la cui presenza è comunque notevole), soprattutto nei momenti più apertamente comici.
In un paesino immaginario posto nelle vicinanze di Salerno l’imprevedibile destino (alias 8 settembre) inverte i ruoli tra il ladruncolo di buon cuore Antonio (Totò) e il maresciallo dei carabinieri Vittorio (V. De Sica): il primo diventa un carabiniere al servizio dei tedeschi che spadroneggiano dopo il “tradimento” del re, mentre il secondo finisce rifugiato nella parrocchia locale, con le vesti da sacerdote. L’insolita coppia accantona l’abituale antagonismo e fa fronte comune contro il nuovo nemico germanico mentre il podestà locale (Gianni Agus) fraternizza (in maniera opportunistica) con l’alleato hitleriano. Il ladro di una volta diventa patriota e cerca, in ogni modo, di sostenere gli italiani perseguitati: un’ebrea viene nascosta in una casa di tolleranza mentre tra gli aiutanti del finto carabiniere (e quindi dell’occupante tedesco) vengono reclutati partigiani ed addirittura americani fuggiaschi (ovviamente “muti”). Il culmine degli equivoci si raggiunge con l’arrivo di Immacolata (Olimpia Cavalli), fidanzata del maresciallo che, comprese le circostanze, è costretta a sposare Antonio in una cerimonia officiata da De Sica “sacerdote”. Poi i giochi vengono scoperti, Antonio viene deportato verso una fucilazione che sembra certa e che egli accetta con coraggio e dignità (inutile dire che il modello di questa parte del racconto è La grande guerra di Monicelli, 1959) mente sopraggiungono gli Americani. Nell’epilogo, ambientato nel 1961, nella medesima stazione ferroviaria dell’incipit (il modello è ora La lunga notte del ’43 che termina con un simile epilogo moderno) l’amarezza conclusiva si trasforma in sorriso: il ladruncolo Antonio è ancora all’opera e a Vittorio, maresciallo in pensione, non resta che inseguirlo...
Il gioco della guardie e dei ladri si limita a incorniciare un racconto che descrive, invece, i giorni più bui del regno d’Italia: il clima del terrore e delle privazioni, di povertà e di paura serpeggia nel film, rafforzato da una fotografia scura e da un’atmosfera autunnale. La brutalità del nuovo comandante tedesco, coadiuvata da un fanatismo fascista appena corretto da qualche ammiccamento opportunista, precipita l’intero paese in un clima opprimente al quale si adegua come può - per salvare la pelle - il finto carabiniere Totò. La sua bonomia e il suo buon senso cercano, come possono, di fronteggiare l’ottusità germanica, volta ad ottenere obbedienza cieca attraverso una politica brutale: è un confronto serrato che mette in scena il profondo fossato che separa due tipi umani inconciliabili ovvero l’italiano del sud, sentimentale, individualista, anarcoide e pragmatico, estraneo ad ogni forma di rigidità ideologica e orgogliosamente qualunquista e l’uomo del nord che intende il contesto sociale come un insieme di individui il cui valore singolo è pressoché nullo e in cui i singoli contano solo nel loro dar vita a una comunità resa omogenea dall’adesione a ferree leggi ideali e materiali. Il confronto Totò/Roland Bartrop (il tenente delle SS) esplicita in modo magnifico questa antinomia tra il “vigliacco” che ama la vita e la difende in ogni sua piega, grazie a un sano istinto di autoconservazione e il servo dell’ideologia, animato da uno spirito lugubre di sacrificio e di morte attraverso il quale si realizza il trionfo dell’Idea. Perfino il personaggio di De Sica, confinato nella cononica tra figure un po’ stereotipate di antifascisti e partigiani (di cui, a tratti, finisce per condividere una certa falsa retorica), risulta alla fine vagamente secondario in quanto stretto tra i due estremi sopracitati..
Il film ottiene un notevole successo.

L’ultima collaborazione tra Totò e Mastrocinque è Totòtruffa ’62 (ago 1961, 100 min.), pellicola che, pur basandosi sui canonici duetti comici dominati dalle libere improvvisazioni del protagonista, offre alcune interessanti novità.
Per la prima volta il comico napoletano sceglie come spalla Nino Taranto con il quale mostra un perfetto affiatamento. Inoltre come “antagonista” serio, ruolo altre volte affidato ad Aldo Fabrizi (Guardie e ladri, I tartassati), troviamo il burbero Ernesto Calindri alias commissario Malvasi. Infine, terzo elemento relativamente inedito, Totò offre una serie di duetti di stampo teatrale che, sebbene abbastanza risaputi quanto a impostazione generale, lo vedono interpretare ruoli diversissimi, dando luogo ad una galleria di figure spassose e spesso sorprendenti. Insomma un Totò trasformista nel solco dell’enorme successo ottenuto da Gassman con Il mattatore (Risi, 1960). Così, all’interno di una storia irrilevante, vediamo Totò trasformarsi in ambasciatore, console negro del Catonga (con tanto di anello al naso in un’epoca ancora immune dalle gabbie opprimenti del politically correct), signora sensibile alle avance del padrone di casa Lugi Pavesi, Fidel Castro con signora (N. Taranto), proprietario/venditore della fontana di Trevi, direttore di un fasullo centro di collocamento, ingegnere del comune addetto al posizionamento di un nuovo vespasiano... Insomma se prese una per una le scenette appartengono al vecchio repertorio della rivista; tutte insieme però offrono un panorama cangiante e irresistibile delle capacità mimetiche dell’artista.
Totò e Nino Taranto danno vita al ritratto di due tipici truffatori napoletani e al loro radicale rifiuto dell’etica del lavoro regolare; invano Calindri ricorda a Totò che deve mettere la testa a posto e cercarsi un vero impiego; ogni volta il comico gli risponde che quello - l’arte di fregare il prossimo - è il suo lavoro a tempo pieno. L’inno all’anarcoide gioia di vivere alla giornata, approfittando dei più fessi (implicitamente sottolineando la naturale diseguaglianza degli individui, così prendendo le distanze da tutti i sermoni ottusamente ugualitari), cuore pulsante di tanto cinema di Totò, trova qui quasi una esplicita, orgogliosa giustificazione. Egli rimane un ribelle integrale: per quello che fa (truffare giovani e vecchi, ricchi e poveri senza distinzioni) e soprattutto per quello che dice nei suoi monologhi deliranti e trasgressivi, dove la lingua convenzionale viene costantemente piegata con fiere, spassose sgrammaticature.
Purtroppo tutto è il resto è nulla: le sottotrame della figliola (Estella Blain) scapestrata di Totò che balla e canta sui ritmi del nascente rock’n’roll e si fidanza col figlio del commissario servono solo ad allungare il brodo per raggiungere i fatidici e necessari 90 minuti.
Gli incassi furono molto buoni.

 

testo scritto nell’apr. 2020