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La grande aurora, Sotto il sole di Roma, Senza pietà, Emigrantes e Le avventure di Pinocchio: storie di povera gente (1947-48) "A Castella', ma cosa vuol fare lei con queste storie di ragazzetti zozzi?" Giuseppe Scotese ha al suo attivo già tre pellicole quando nelle sale esce La grande aurora
(febbraio 1947; 90 min.). Il film in questione era stato iniziato nel 1944 e potrebbe essere considerato il suo vero film d’esordio. Bloccato dagli eventi bellici il lavoro – che si avvale di una sceneggiatura del regista coadiuvato da Cesare Zavattini, Edoardo Micucci e altri - viene terminato nel 1946.
Dopo il tradizionale e commovente Mio figlio professore (1946), Castellani si adegua alla moda neorealista: ingaggia tre ragazzi qualunque per i ruoli principali di Ciro, Geppa e Iris e, aiutato nel lavoro di sceneggiatura da Sergio Amidei, Suso Cecchi d'Amico e altri, imbastisce intorno a loro una serie di microepisodi alquanto raffazzonati e sconnessi, ambientati tra il luglio 1943 e il primo dopoguerra. Gli attori recitano male, i dialoghi sono faticosi, gli accadimenti scontati e indecisi tra venature comiche e tragiche male amalgamate; ma Sotto il sole di Roma (104 min.) e' un lavoro rispettoso dell' "estetica" egemone e quindi viene salutato come un'opera importante alla mostra di Venezia (settembre 1948). La pellicola utilizza uno stile cronachistico e distaccato per descrivere le modeste peripezie di un gruppo di oziosi ragazzi di borgata, descritti con un ingenuo entusiasmo "prepasoliniano": perso un prezioso paio di scarpe, Ciro e compagni cercano di rubarne un altro; si intrufolano nelle cantine ove si tira di boxe abusivamente; si nascondono dopo l'otto settembre, poi si dedicano alla borsa nera; vengono arrestati dai tedeschi ma riescono rocambolescamente a fuggire; nella Roma "americana" Ciro si accompagna con la tardona Tosca facendo ingelosire Iris; rifiuta il lavoro quotidiano e cerca di far soldi prima ricattando Tosca (minaccia di far avere al marito le sue lettere amorose), poi partecipando a un furto nel quale proprio suo padre, una guardia notturna, viene ucciso. Il lutto segna la fine dell'adolescenza del protagonista: ora, aiutato dalla fedele Iris, dovra' lavorare per mantenere i suoi fratelli minori. Questa sceneggiatura disordinata e priva di interesse (girata tra l'altro con pochissimi mezzi) non viene vivificata dal convenzionale lavoro di regia di Castellani, il quale non sembra in grado di dirigere in maniera efficace gli attori improvvisati, ne' di rendere piu' coinvolgenti eventi che appaiono gratuiti e inconsistenti. Anche il commento musicale di Rota passa inosservato. A questo documentarismo simulato e scialbo e alla sua complicita' con personaggi tanto mediocri (anche se utili a un certo tipo di propaganda politica volta ad esagerare le difficolta' insite nella realta' del dopoguerra) va senz'altro preferito il semplice linguaggio narrativo del film precedente centrato sulla indimenticabile figura del bidello Orazio Belli, pellicola nella quale il regista riusciva a creare momenti di intensa suggestione e umana verita'. Lasciata alla spalle l'interessante esperienza della trascrizione dell'Episcopo dannunziano, Lattuada ritorna allo schema del giallo melodrammatico entro una cornice "neorealistica", tratti caratteristici del suo mediocre Bandito (1946), con Senza pieta' (94 min.), pellicola che, presentata alla mostra di Venezia nel settembre, non provoca particolari entusiasmi. La narrazione riprende temi e figure della pellicola precedente: una giovane alla ricerca del fratello nella Livorno del dopoguerra vive una storia sentimentale con un militare di colore americano; poi, abbandonata, si lascia irretire dal malfamato ambiente in cui vive, divenendo una prostituta. Al ritorno dell'amato (fuggito da una prigione militare) cerca di redimersi, fuggendo con lui ma finisce uccisa per errore dai sicari della banda di malviventi per cui lavora. I punti di contatto con la storia del reduce-bandito sono evidenti cosi' come medesima e' l'ambigua scrittura filmica indecisa tra cronaca documentaristica, variazione dei personaggi del gangster movie americano degli anni trenta (Hawks, Wellman. Lang ecc.) ed italiana enfasi melodrammatica negli snodi primari della narrazione. La pellicola, la cui sceneggiatura e' frutto della collaborazione tra il regista, Tullio Pinelli e Federico Fellini, si svolge integralmente nell'universo marginale popolato da ricettatori, ladri, contrabbandieri e prostitute, un universo privo di riferimenti al "normale" mondo esterno, finendo cosi' per restituire un'immagine forzata e deformante della societa' italiana del dopoguerra; solo per un momento un anziano personaggio lancia il suo sincero monito verso questa gente perduta, affermando che l'avidita' e il desiderio di guadagnare molto senza lavorare e' la radice di ogni male: per un attimo la verita' si affaccia nel mondo artefatto delle fantasie di celluloide, i cui artefici appaiono ingenui e troppo indulgenti verso questo universo morale materialista e degradato del quale sembrano attribuire ogni colpa al solo (e certamente difficile) contesto socio-economico. Come il reduce Ernesto rientra a Torino alla ricerca della sorella, cosi' Angela arriva a Livorno per ritrovare il fratello. Non lo trova; in compenso finisce con il fare amicizia con un giro di
prostitute e di protettori e quando l'amato Jerry, un militare americano di colore (John Kitzmiller, il simpatico attore di Vivere in pace, Zampa, 1947), viene arrestato ad Angela non sembra prospettarsi altra
possibilita' che il marciapiede. In realta' e' la stereotipata sceneggiatura che non sa descrivere il probabile, realistico tormento di una giovane normale in una simile situazione, preferendo dare per scontata questa sua
rovinosa scelta di vita, salvo poi tentare di nobilitarla con gli scrupoli e le presunte resistenze che di tanto in tanto riaffiorano nell'animo di Angela. Allo stesso modo nel Bandito l'impulsivo Ernesto, colpito da un paio di
eventi sfortunati, decideva rapidamente di dedicarsi al crimine proposto anche allora quale unica, semplicistica via di fuga da una societa' aspra, complicata e percio' descritta come ingiusta. Ne' la recitazione modesta e a
tratti artificiosa di Carla Del Poggio, in evidente difficolta' soprattutto negli episodi piu' melodrammatici, allorche' Lattuada le impone i suoi tipici, intensi primi piani, e' in grado di rendere accettabile un personaggio
tanto sgangherato. Aldo Fabrizi nasce a Roma l'1 novembre 1905. Dopo una carriera come attore di varieta' esordisce nel cinema negli anni quaranta interpretando ruoli di protagonista in pellicole importanti quali Roma citta' aperta (1945), Mio figlio professore (1946) e Il delitto di Giovanni Episcopo (1947). Il suo primo film in qualita' di regista e'
Emigrantes (95 min, aprile 1948), un'onesta pittura delle speranze e delle delusioni incontrate dagli italiani che reagirono alle miserie del dopoguerra cercando fortuna in America latina. Fabrizi, attore principale
oltre che autore, disegna la figura del fiducioso Giuseppe Borbone il quale, con moglie Adele, la figlia Loredana e un bimbo in arrivo (nascera' sulla nave) lascia Roma per Buenos Aires. Tra mille difficolta' e amarezze il
nucleo familiare superera' le nostalgie e i rimpianti per amalgamarsi felicemente nella comunita' italiana residente in Argentina. Il regista Giannetto Guardone è autore di un unico film ovvero Le avventure di Pinocchio
(dicembre 1948; 90 min.), volenterosa e modesta trascrizione della favola (1883) di Carlo Collodi, praticamente ignorata da critica e pubblico. Probabilmente la storia amarognola del povero Pinocchio, maltrattato, sempre affamato, derubato e improgionato - insomma un’altra storia di povera gente - poco si adattava all’atmosfera generale del dopoguerra in cui grande era l’ansia di lasciarsi alle spalle le miserie della quodianità. La storia del burattino peraltro aveva già portato sfortuna a Disney il cui ambizioso e atteso Pinocchio (1939; giungeva dopo il trionfo di Biancaneve,
1937) era stato un netto fiasco negli Usa.
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